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Miriam Mafai. Di sinistra, ma autorevole

Si è spenta a Roma questa mattina la giornalista e scrittrice Miriam Mafai. Aveva 86 anni. Ecco il ritratto che ne fece Stefano Di Michele nell'agosto del 2010.

Qualche anno fa, dottamente, e con un certo divertimento, Miriam Mafai discusse con Vittorio Foa e Alfredo Reichlin sul “silenzio dei comunisti” – e ne seguì apposito libretto Einaudi, e ne conseguì apposito spettacolo teatrale con regia di Luca Ronconi.

23 Agosto 2010 alle 00:00

Si è spenta a Roma questa mattina la giornalista e scrittrice Miriam Mafai. Aveva 86 anni. Ecco il ritratto che ne fece Stefano Di Michele nell'agosto del 2010.

Qualche anno fa, dottamente, e con un certo divertimento, Miriam Mafai discusse con Vittorio Foa e Alfredo Reichlin sul “silenzio dei comunisti” – e ne seguì apposito libretto Einaudi, e ne conseguì apposito spettacolo teatrale con regia di Luca Ronconi. “Chi è stato comunista – disse Miriam – si è allenato a rispettare il silenzio e a mantenerlo quando gli viene richiesto”. Per fortuna, sua e nostra, sono diversi decenni che Miriam ha perso l’allenamento. E perciò del silenzio, a richiesta, parla; ma il silenzio, di suo, non pratica. Scrive, si diverte, racconta, s’incazza, rievoca. Conserva la sua storia – l’orgoglio della sua storia, ma senza rimpianti e niente lacrima al ciglio. “Botteghe Oscure addio”, come il titolo di un suo famoso e bellissimo libro, quando l’antico partitone lasciò il mitico palazzone – ma addio davvero, anche se lì dentro, a conti fatti, siamo stati più bene che male, ma era l’ora di sistemare memorie e carabattole e partire: da luogo della lotta ormai era mutato in luogo della conversazione, da avamposto rivoluzionario in sacrario museale. Poi, certo, compagna e militante quale Miriam fu, le farebbe piacere un partito decentemente di sinistra, le darebbe consolazione un partito almeno urbanamente democratico.

Un partito, ecco, basterebbe. “Io sento la mancanza della sinistra, ma non c’è un partito di sinistra nel quale mi riconosca”, dice allora Miriam, aspirando una lunga sigaretta sottile, seduta su un divano, nel soggiorno pieno di luce. A ogni aspirata, fa un salto indietro – eliminazione dopo eliminazione – la possibilità di un luogo politico in cui riconoscersi. “Mi crea disagio, questa condizione. Il Pd non esiste. Vendola di sicuro non mi emoziona, anzi mi stupisce che tanti dicano che emoziona. Di Pietro non ne parliamo”. Finite le possibilità, finita la sigaretta. Cicca spenta. “Non mi riconosco… Questo ti dà come una vertigine. Spesso chi, come me, ha sempre fatto parte della sinistra italiana, avverte una sensazione di vuoto”.

Non che ci spenda sopra lacrime, oltre a una contenuta tristezza, Miriam Mafai. “A sedici anni avevo già aderito al Pci, una sorta di grande famiglia, con aspetti positivi e negativi: stavamo tra di noi, ci riconoscevamo, ma c’erano pure elementi di controllo. Ti soffocava, anche, quella grande famiglia…”. L’ha raccontata infinite volte, quella storia e quei sentimenti: in libri, articoli, dibattiti. E’ una giornalista, Miriam. E’ una scrittrice. Per molte donne di sinistra, anche una sorta di icona. E stata per tantissimi anni la compagna di Giancarlo Pajetta. E’ stata deputata del Pds. E’ autorevole, Miriam, non nostalgica, ma di buona memoria. Non tutto salva, nel rimpianto di questi tempi desertici e silenziosi – e dunque si scherza, dentro la luce del pomeriggio, sul fatto che anni fa le veniva chiesto (amorevolemente) conto del silenzio (granitico) di quando erano comunisti, e adesso ci s’interroga sul silenzio (liquefatto) della sinistra attuale – e non tutto butta via, con la frenesia di certi ex che a forza di scolorire il passato si sono mutati in scolorite macchiette del presente. “Avevo quasi vent’anni ed ero felice”, scrive Miriam Mafai ricordando il suo avvio, nel Dopoguerra, alla militanza comunista e all’impegno, come si diceva, di media professionista della rivoluzione. Felice a vent’anni – così, con totale rivolgimento di senso e di logica della famosa citazione del compagno Paul Nizan (pure insozzato in morte dai suoi compagni francesi): “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Per Miriam forse lo era. Faceva la delegata al V Congresso comunista, pensava che era stupida la facoltà di Lettere che frequentava, meglio Agraria, ché il compagno Grieco aveva spiegato ai compagni delegati come e quanto soffrissero le masse contadine giù a sud – e si tratta di favorire i raccolti per sfamare il proletariato, mica di farsi belli con Lucrezio.

“Tra il dire e il fare c’era allora in me,
come nella maggior parte di noi, una completa coincidenza. Ogni nostro gesto doveva essere coerente con le nostre convinzioni generali, ogni nostra azione – anche la più semplice, la più banale, la più quotidiana – doveva corrispondere ai nostri convincimenti”. E dunque, “forse era questa tranquilla fiducia nell’avvenire e, insieme, questa volontà di accelerare con i nostri comportamenti i tempi della storia, che mi rendeva (che ci rendeva) felici”. Mica era facile, a ripensarci adesso che gli anni passati hanno varcato il mezzo secolo abbondantemente, e la ragione di quell’antica felicità si è malamente dissolta. Ma non è facile neanche ora. Miriam abita in un tranquillo quartiere popolare romano, un giro di autobus e tram per arrivarci, poco lontano dalla pasoliniana piazza Donna Olimpia affollata dai suoi pischelli di vita, “così passavamo i pomeriggi a far niente, a Donna Olimpia, sul Monte di Casadio, con gli altri ragazzi che giocavano nella piccola gobba ingiallita al sole”. Per anni e anni, una vita intera, Miriam usciva di casa, e allora un compagno della sezione di Monteverde, “alcuni di questi vecchi comunisti, di quelli che abitano nelle vecchie case popolari”, o un pensionato o una casalinga o un operaio, come tanti di quelli che “diffondevano l’Unità tutte le domeniche e avevano affidato al partito le loro speranze” o il tranviere, “e allora, che famo? che se dice? e il partito?”, e sempre c’era una risposta – non pronta, magari, non soddisfacente, forse, contestata, addirittura: ma comunque chiedevano, e si parlava, e qualcosa da dire si trovava. E ora? “Ora c’è come una solitudine – dice Miriam – che mette disagio. Mi commuovo un po’, a volte, quando incontro la gente del quartiere, che ti fissa e ti dice: che dobbiamo fare? perché ha vinto Berlusconi?, e mica sai cosa rispondere, mica hai da rispondere. Non ti serve quello che sai, non è più niente”.

E’ un pensiero
– questo sulle risposte difficile da dare, persino più di quelle quando tutto era più difficile ma ti sentivi difeso da qualche certezza – che torna spesso nella testa di Miriam. “Per loro, credo, il passato non è cancellato. Probabilmente lo conservano dentro di sé come un pezzo della propria storia, della propria vita, forse ne parlano con i figli o i nipoti, ammesso che questi abbiano voglia di ascoltarli. Non lo so”. C’è qualcosa che affiora, a volte, come nella polvere che si solleva da certi cantieri qui intorno, brandelli nella luce che cala, tra la tabaccheria chiusa per ferie e la fermata dell’autobus che ti porterà laggiù, fin sulla Gianicolense. “Pezzetti della nostra storia, qualche traccia di ciò che eravamo…”. Miriam ha avuto molte vite, dentro la sua di militante comunista – e l’uso delle parole fornisce sempre, se non l’immediata comprensione della realtà, una certa disposizione all’ironia, ché ognuno forse sapeva, come diceva il suo amico Reichlin che “c’è più socialismo in una cooperativa emiliana o pugliese che in tutta l’Urss”, ma nessuno – se non eri un rinnegato, se non eri con la reazione alleato – apertamente lo diceva. C’erano le case del partito con mobili scadenti, il negozio d’abbigliamento dove andavano quelli del partito, le ferie stabilite, i libri da pedante instradamento (“La madre” dell’insopportabile Gor’kij, il grottesco “Come fu temprato l’acciaio” di Il’ja Erenburg, quasi un sospiro di sollievo quando si arrivava alle “Lettere dal carcere” di Gramsci), e persino il medico del compagno dirigente aveva da essere medico di provata fedeltà al partito, meglio se anche il fruttarolo avesse a cuore la verza quanto la causa del socialismo.

“La mia amica B. – ha raccontato Miriam – non si è mai rivolta a un fruttivendolo, falegname, idraulico o dentista che non fosse un compagno. Se è un compagno, diceva e dice tutt’ora, ci si può fidare: è un dentista, un idraulico, un fruttivendolo più onesto degli altri”. Una volta, con ardore giovanile e il rischio di una pleurite incombente, Miriam fece un rischioso azzardo medico-politico, rivendicando la convinzione che un medico fascista ma bravo era preferibile, s’intende come medico, a un comunista ma somaro. Pareva invece che nessuna forma di asineria professionale potesse nemmeno sfiorare un tesserato con il camice. Edoardo D’Onofrio, capo dell’Ufficio quadri, prima la scrutò con severità, poi “mi obbligò a farmi visitare e curare da un medico comunista, peraltro bravissimo”. E lo stesso D’Onofrio – in quel mondo solido, allo stesso modo all’attacco e barricato, dentro “quell’autorità che promanava come un’onda magnetica dalle Botteghe Oscure” – nientemeno spiegava, con apposite conferenze alle compagne, il senso dell’amore, marxisticamente inteso, “è una cosa seria, una conquista che si realizzerà a pieno soltanto con la vittoria del socialismo”.

Ha visto cose, Miriam, che gli umani di oggi – persino gli umani mestamente accasati nel piddì – faticherebbero a credere. Il Pci è memoria, passato, storia conclusa. Il Pd è presente, affanno, storia inconcludente. “Io non rinnego la fiducia che ho avuto in Veltroni, l’idea del suo partito nuovo, come l’aveva spiegato nel famoso discorso del Lingotto, mi piaceva. Perdiamo le elezioni? Beh, da lì bisognava ripartire, tanto un altro 33 per cento non lo vedremo più. Io ho vissuto la sconfitta del ’48, e mi ricordo che già dal giorno dopo c’era una sola indicazione: da qui si riparte… Invece Walter ha detto ‘me lo hanno impedito’, poi se n’è andato a Sabaudia con l’ombrellone… Ha mostrato una fragilità che non mi aspettavo”. Dice ancora, Miriam: “Ormai, un certo modo di vivere di questo partito che non è un partito è dilagato: qui a Roma non abbiamo un segretario regionale per beghe loro, in periferia è ancora peggio”. Un po’ di nostalgia? Alza la testa di scatto, poi la scuote: “Macché… Sono nostalgica del partito che avrebbe potuto esserci, non di quello che c’era. Non era detto che, liquidato il vecchio Pci, si dovesse arrivare a una situazione simile”. C’era l’antica condizione del silenzio imposto, delle domande da non fare – ma almeno la convinzione di tacere per preservare qualcosa di grandioso, d’importante; ora c’è la costrizione al silenzio solo perché non sai cosa dire, anche quando scendi sotto casa, anche quando al bar incontri il vecchio compagno che ti dice: e allora, come va? “Ecco, me lo chiedo: dov’è Bersani, che pure è una persona che stimo e mi piace, in tutto questo? L’hai sentito, tu? C’è una nostra proposta? Abbiamo detto qualcosa?”.

Più evanescente il partito – intento a disputar di primarie da anni, ognuno ormai con la sua stucchevole parte in commedia, “ma a chi gliene può importare qualcosa?” – più evanescente anche il suo capo. Certo, la sacralità di una volta non esiste da un pezzo – e Miriam li ha visti, quelli che, solenni e potenti e intelligenti, perché erano sì intelligenti, percorrevano i lunghi austeri corridoi del santuario di Botteghe Oscure, e ammonivano come Togliatti a non conservare scritti privati (“un comunista non tiene un diario”), o Berlinguer cui “faceva paura questa Italia frivola, laica, gaudente, e insieme aggressiva, impaziente”. Ecco, Berlinguer. Fu sua una sacralità tutta speciale, quasi extraterrena tanto quella di Togliatti era radicata nel reale. E Miriam lo ricorda nella notte di un trionfo elettorale, affacciato al balcone del gran palazzo, il pugno chiuso levato, quasi svolazzante nel vento leggero della sera. “A noi sembrò di vederlo alzarsi e volare come il piccolo suonatore di violino di Chagall che vola in alto, sui tetti di Vitebsk, aggrappato al suo strumento. Così noi, della razza di coloro che restano a terra, con la faccia rivolta al cielo, vedevamo Enrico Berlinguer volteggiare sui tetti di Roma, sul tetto di Montecitorio, di Palazzo Chigi, del Pantheon, nella tromba d’aria affettuosa dei nostri voti e delle nostre speranze, aggrappato alla bandiera (quale, la rossa o la tricolore?) come l’ebreo di Chagall al suo violino”. Poi, si cominciò a non vincere più.

Ma Miriam sa che là – là dove tutto pareva più sogno e più forte, perché la diversità a volte fa credere non solo migliori, ma persino più forti – esattamente in quel punto dolente per quella morte estrema e pubblica, molti sbagli ebbero origine e molti equivoci presero corpo. E fu coraggiosa – perché il mondo che ha attraversato per un’intera vita, e che ancora adesso attraversa la sua esistenza con volti e storie e amicizie lunghissime – quando diversi anni fa pubblicò un libro che fu scandalo e forse imbarazzo: “Dimenticare Berlinguer”: così, secco. Né giri di parole, né risaputi omaggi alla grandezza di un grande capo comunista, ma l’analisi severa del suo duro lascito – morale per alcuni, per altri moralistico, ontologica diversità comunque – tanto elevato da poter congelare la vita politica dei suoi eredi. “E’ un passato di cui non mi pento ma non rimpiango – ha scritto ancora nella sua lettera a Vittorio Foa – E so bene che se oggi, per non so quale esorcismo, ‘quel’ partito tornasse in vita, ebbene, non ci servirebbe per affrontare i problemi attuali”. Eppure un partito ci vuole, pensa ancora Miriam, una struttura stabile ci vuole, qualche forma di partecipazione ci vuole, se non si vuol delegare tutto a Internet (e il bene, certo, ma pure tutto il rivoltante liquame che si tira dietro). Va bene, mica come allora, “i comunisti studiavano e costringevano gli altri a studiare. Nelle sezioni e nelle scuole di partito abbiamo passato ore, giornate, settimane a studiare. Se potessimo avere indietro le ore che abbiamo passato a studiare e a organizzare lo studio di migliaia di compagni, credo che potremmo disporre tutti di un’altra vita”. Così no. Ma allora, così come? Un giorno, Miriam sente Veltroni dire: “I comunisti? i comunisti sono gli altri”. Ebbe un sussulto, ricorda, una strana sensazione. “Quando sento dire ‘i comunisti’ mi sento come il personaggio di un romanzo giallo, di quelli che hanno cambiato nome e identità, ma che quando si sentono chiamare con il loro vecchio nome non possono fare a meno di voltarsi, e così si fanno riconoscere”.

Miriam Mafai ha i suoi anni, e molto splendidamente portati. La guardi – e lei ti guarda, curiosa e pronta a correggere un ricordo, a dire per prima ciò che tu ancora non ti decidi a tirar fuori – e immagini che se la sua sinistra avesse ancora qualche parola spendibile (pur criticabile, pur non condivisibile), sarebbe qui sotto casa, col vecchio compagno diffusore o la giovane studentessa o l’operaio – che una volta le poteva ricordare Faussone, quello della “Chiave a stella” di Primo Levi, orgoglioso di essere parte della “classe generale” che avrebbe cambiato la società – a discutere, a rispondere, a battibeccare. “Perché le persone devi guardarle in faccia, mica solo mandare delle e-mail”. Perché se può, Miriam si butta. Con un editoriale su Repubblica, che lei ha contribuito a fondare, con la partecipazione a una trasmissione televisiva, con un dibattito in una scuola. Figlia di Mario Mafai (e una sua tela bellissima, di molti colori, e molti indecifrabili, a volte finisce dietro il suo profilo) e di Antonietta Raphael, ha abitato a lungo queste stanze con Pajetta – e pure dell’amato Pajetta non ha mai fatto né icona né santino. “Con lui ho vissuto trent’anni e gli rispondevo male quando da Savonarola mi prendeva in giro: ma non ti vergogni di vivere in una casa così grande? Grande la mia casa di centoventi metri quadrati?”. Né lo ha fatto con le donne, e lo stesso ha combattuto con loro (a volte per loro) cento battaglie. E nelle polemiche tra veline e donne oggetto, ha detto la cosa meno scontata, da donna a donne: “A costo di risultare molto impopolare, voglio dire che le donne sono libere di scegliere e che molte di loro hanno scelto di vendersi e spogliarsi per la pubblicità o nei programmi televisivi”. E anche: “Certo, i modelli che la società ci offre sono più spesso quelli della donna spogliata. Vorrei però ricordare che di recente è emerso anche il modello dell’uomo spogliato, dell’uomo in mutande, che io deploro altrettanto. Come ripeto, si tratta di responsabilità individuale e di fare delle scelte”. Ci sono storie così lunghe e così dense, che potrebbero facilmente consegnare i protagonisti a un’anticipata, definitiva imbalsamazione. Mummie faraoniche, rispettate e ignorate. Miriam sfugge, trova continuamente per il suo sguardo altre curiosità da indagare – senza la pena del politicamente corretto o, ancora più al ribasso, del politicamente opportuno.
C’è un episodio divertente, che esattamente questo spiega.

Lo ha raccontato Antonio Pennacchi, lo scrittore che ha vinto quest’anno il premio Strega. Erano i giorni successivi alla sconfitta del 2001. Fassino raduna alcuni intellettuali di sinistra per discutere (e dai!) la causa della magra figura. Provocatorio e dissacratorio, Pennacchi (la faccenda è stata messa nero su bianco da Claudio Sabelli Fioretti, e al posto delle parolacce c’erano i bip: davvero) a un certo punto afferra il microfono. “Ho detto che stavamo a raccontà fregnacce. Che Berlusconi ha vinto perché aveva un’idea di paese, mentre noi no. Quello ha detto alla gente: faccio due autostrade e il ponte di Messina. Noi dovevamo rispondergli: ‘E noi facciamo pure il ponte di Cagliari’. Davanti a me Vattimo ha cominciato a strillà. E io: ‘Ah Vattimo, e statte zitto’. Quello continuava e allora j’ho detto d’annà affanculo. Anche lui mi ha mandato affanculo e io non ci ho visto più. Un vaffanculo generale. C’era Miriam Mafai che pareva ’na matta e urlava a Vattimo: ‘Statte zitto! C’ha ragione lui!’, e poi faceva a me: ‘Vai! Vai!’”. Finisce la tormentata riunione dell’intellighenzia fassiniana. “Ho incontrato Miriam Mafai che rideva. E mi ha detto: ‘Tu sei matto’” – perché poi Miriam sa riconoscere anche i matti di qualità. Dietro Botteghe Oscure c’erano una torre antica, una trattoria, un corniciaio, un robivecchi e un glicine grande e profumato. Tra i silenzi del non dire e del non saper cosa dire, Miriam – così autorevole perché così curiosa – sembra pensare che anche tutto quello che era oltre l’immenso palcoscenico di tanta sua storia avesse una certa importanza.

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