Pablo Echaurren

Decentemente depresso e felicemente estroso, Pablo ha un suono perenne di chitarre nella testa, tracce ansiose di gatti amati da non perdere, libri come fantasmi – inseguiti e mignottescamente inseguitori, trovati e persi, vizio e (quindi) piacere. Pablo ha anche vulcani che eruttano (sennò sarebbero banali montagne) e coccodrilli che lacrimano e porci svolazzanti con angeliche ali che ancora lo tormentano.

26 Luglio 2010 alle 00:00

Decentemente depresso e felicemente estroso, Pablo ha un suono perenne di chitarre nella testa, tracce ansiose di gatti amati da non perdere, libri come fantasmi – inseguiti e mignottescamente inseguitori, trovati e persi, vizio e (quindi) piacere. Pablo ha anche vulcani che eruttano (sennò sarebbero banali montagne) e coccodrilli che lacrimano e porci svolazzanti con angeliche ali che ancora lo tormentano. Pablo che non l’hanno mica mai ammazzato, e fronteggia il maligno riempiendo ogni spazio e angolo e pertugio così che non possa passare – non prevarrà sulla tela di Pablo – e il diavolo è anche nei particolari, così è lì, che con attenta lente, bisogna scrutare. “A me è sempre piaciuta l’arte dei primitivi, non solo l’arte dell’uomo primitivo, dico dei primitivi, dei pazzi”, commentava un giorno, Pablo. L’art brut?, gli fu domandato. E lui: “L’art brut sì. La preferisco al prosecco dei vernissage” – che là, in quel calice precocemente accaldato e sciaguratamente mondano, certo un’ombra infernale si stende. Pablo voleva osservare insetti – forse preferendo, come una grande poetessa, “il tempo degli insetti al tempo siderale”. Pablo voleva suonare il basso elettrico. Mette insieme colori, invece, Pablo – che subito danno allegria, e poi, seguendo il percorso che in mezzo a quei rossi e quei blu indica il suo sguardo, una certa malinconia.

Pablo era di sinistra. Pablo è sinistra. “Per anni non ho votato. Il Pci poche volte, e mai negli anni Settanta. Ho votato i radicali, i Ds, aspetta, come si chiama adesso quella roba lì, il Pd, ecco… In sostanza, della politica non me ne importa un granché…”. Ma Pablo sempre di sinistra (pur immaginata-immateriale-immalinconita: sinistra da lacrimatoio, come tutti quelli di sinistra sanno essere la loro parte) è. E qualcuno a sinistra, tanti anni fa – trent’anni e passa, e in più un’eternità – scrisse invece che era poco di sinistra. Così poco di sinistra da essere magari fascista. Gli lanciarono addosso un’immagine proibita – così proibita che era, appunto, detta fascista. Quella lapidazione dei puri fece emergere i suoi luoghi oscuri. Che oscuri non erano – anzi di luce, di vizioso divertimento. Ci sono di quelli che rinascono in Cristo e si fanno carogne peggiori – Pablo Echaurren rinacque in Marinetti.
“Da quando inciampai per caso in Filippo Tommaso, da quando ci andiedi a sbattere il naso perché correva voce, nel cosiddetto Movimento, che io fossi altrettanto sconclusionato & impertinente & qualunquista & individualista di Sua Eccellenza. Marinetti”, racconta nel suo ultimo libro – ché scrive pure, Pablo, con certe parole vetrate e di sua invenzione, carezzevoli però – che s’intitola “Nel paese dei Bibliofagi. Diario di bordo di un collezionista futurista” (Edizioni Biblohaus). Passava per dadaista e pure per surrealista (come a dire il minimo, per il figlio di Sebastian Matta: come i notai generano notai, i surrealisti dovrebbero generare surrealisti?), tra il felice scombinamento degli Indiani metropolitani e il bordeggiare quotidianamente Lotta continua.

Racconta: “Uno dei capi del Movimento fece un volantino contro di me e lo diffuse all’università: ‘Tu credi di aver con te Tzara e Breton, ma da te spira puzzolente l’alito di Marinetti e di Giannini’. Fascismo e qualunquismo, per loro”. E dunque, scrive Pablo nel libro, “a me indiano mi prese di petto un autorevole reduce del Sessantotto nella speranza che alle sue argomentate contumelie io mi cagassi sotto. Viceversa, invece di indignarmi, presi a intignarmi…” – a scorno, evviva, dell’intera la mistica del “Maggio francioso”. “Sentivo anche una sorta di orgoglio italiano – racconta – mi stavano spacciando per figlioletto del dadaismo, mentre io mi sentivo figlioletto del futurismo”. Di già. Tutto voleva sapere, in comprensibile simbiosi tra politica e collutorio, el compañero Pablo, del fetido alito che pareva emanare dalla bocca controrivoluzionaria. E da lottacontinuista di poca sapienza e indiano urbano di buon incasinamento, si mutò in cercatore marinettista, appassionato marinettista, malato marinettista infine. E così mise insieme una delle maggiori collezioni al mondo di libri e riviste e volantini futuristi – nel santo e venerato nome di F.T.M., pur con un meraviglioso fumetto omaggiato! – e il suo dragare ogni cantina e vecchia libreria alla ricerca del prezioso manufatto, un drogato di FPE (Fantomatica Prima Edizione), un assatanato di IT (Introvabile Trovato), un sognatore di III (Ineffabile Imprendibile & Imperdibile). Nel libro racconta questa sua discesa negli inferi di tarme e polvere, muffa e profittatori, cantine e garage – con il suo amico Roberto Palazzi, “Virgilio & Caronte allo stesso tempo”.

Come uno strazio, una prece, da quelle pagine si leva
: “Abbiate dunque pietà degli habitué degli sbugigattoli, dei flâneur dei ricettacoli, dei girandoloni delle edicole dell’usato, dove tra un fumetto ciancicato e un porno essudato sperano di vedere materializzarsi insperate rarità a cifre ridicole”. E Claudia, sua moglie Claudia Salaris, studiosa di storia e delle avanguardie, perfetta complice, quasi l’ideale Eva Kant per il Diabolik bancarellaro che in Pablo ruggisce – Claudia sempre, “Claudia e io stiamo sempre insieme, appiccicati, pappagallini inseparabili, inossidabili fin dal lontano 1977, anno terribile per molti, anno mirabile per noi piccioncini peynettini che da allora condividiamo ogni istante della vita, ogni forchettata, ogni libata”. Dice Pablo: “Se mi appassiono a un genere devo completarlo, è la mia dannazione… Ti avvicini ai confini: con il futurismo sono abbastanza vicino…”. Raccogliere, non sistemare, muovere la propria vita intorno ai confini delle proprie passioni, a volte fobie. “Nelle grotte degli uomini preistorici hanno trovato sassolini diversi e conchiglie non reperibili a meno di novanta chilometri… Anche allora, volontà di portarsi dietro oggetti, cose strambe… L’umanità fa collezione…”.

Dice di sé, a volte, Pablo Echaurren, che è “una betoniera”, proprio di quelle da cantiere edile, “nel senso che ho macinato un po’ di tutto”, e altre volte dice che è “un artista criceto”, quel mite sorcetto che va e rivà sulla ruota in eterno, “ho il problema del dover fare, dell’horror vacui… mi terrorizzerebbe non produrre oggetti tangibili e accumulabili, come lo scoiattolo fa con ghiande, noci, nocciole” – ha spiegato in una bella intervista che si trova nel catalogo della sua mostra “Pablo Echaurren. Dagli anni Settanta a oggi”, tenuta nel Chiostro del Bramante qualche anno fa. E mischia e confonde e spiazza, “ho confuso molto le acque. Le ho confuse io nella mia testa, le idee, ho cercato di confonderle, le acque e le idee preconcette, anche agli altri”. Con l’arte, certo. Con le amicizie. Con quella cosa passionale e a volte stupida che è la politica. Il vino. Il cibo. Per il suo amico Dario, “ristoratore contestatore”, che imparò ad apprezzare i formaggi piemontesi durante quattro anni di carcere preventivo in quel di Cuneo, ha forgiato versi (caloricamente) elevati: “Compagni dai campi e dalle cantine / prendete la falce e inforcate il tortello / stendete la pi(a)zza e bevete il Brunello”. E’ quel pensiero fisso del futurismo che modifica e agita e muta – che perennemente agita e mischia le acque di Pablo. “E’ la speranza stessa – ha detto una volta in un’intervista a Repubblica – che l’esistenza quotidiana possa essere trasformata dalla creatività. Che il grigiore possa essere agitato dai colori dell’iride. Che l’acqua sporca della banalità si trasformi in vino per tutti”. E’ dunque felice, el compañero Pablo – che saltò il fosso e lo risaltò e ogni giorno lo risalta, e quindi nessun fosso salta, giusto in esplorazione continua si trova? Dice che no, non lo è, figurarsi ottimista, e lui che appare così leggero – leggero il sorriso (criceto, scoiattolo, roditore comunque) pur quando si muta in risata, a un’occhiata superficiale piene di leggerezza pure le sue opere – racconta il contrario: “Non sono uno leggero, ogni cosa che affronto non ce la faccio ad affrontarla con leggerezza. Sono tendenzialmente un depresso, un pessimista. Diceva Marinetti che Leopardi era un maestro dell’ottimismo…”.

“La paura del mondo”, dice con un sussurro. La casa di Pablo, in un aggrovigliato palazzone sul Lungotevere – un niente, e qualche disattento scambia lo stabile per futurista – ha uno strano dualismo: divani regolari, quadrati, senza sbavature; poltrone (opere belle e strambe del padrone di casa, si capisce) che hanno raggi come il sole, petali come i fiori, guglie come le chiese. “Quello che sento è la morte, lo spazio che si restringe intorno a me, giorno per giorno…”. E sorride, nella sua camicia a rigoni colorati. “Se tu osservi con attenzione i miei disegni, vedrai che si sono teschi dappertutto…”. E infatti dappertutto sono, persino su una mucca grottesca che sembrava gioiosa, spuntano tra folle compatte, su un meraviglioso rinoceronte blu, vicino a un fungo rosso e di sicuro velenoso… Persino la neve, su certe piante, a forza di guardare non sembra più neve, ma lacrime. Spiegò così, nell’intervista che introduceva il suo catalogo della mostra al Chiostro del Bramante: “Quindi, tutto quello che può sembrare giocoso non ha nulla di lieto; è, come diceva il poeta futurista russo Velimir Chlebnikov, un esorcismo con riso, cioè con la risata. Uno dipinge, usa i colori, perché prova a esorcizzare i propri dolori”. Come i mostri gotici, aggrovigliati e spaventosi, che devono confondere il maligno. Come l’apparente lievità – oh, il coniglietto! oh, l’uccellino! – che deve confondere il superficiale che guarda e non vede.

Mica doveva fare il pittore, Pablo – accademico di San Luca, dite poco?, ma pur anche onorato del titolo di Matto eugubino, membro nientemeno dell’Accademia astronauti autonomi – andranno sulla luna per cazzi loro, forse – e segretario del Partito del tubo – che nel tubo vuoto, pirandellianamente, ci metti quello che ti pare. Macché pittore e pittore. Sognava anzi, da bimbetto, di fare l’entomologo, studiare insetti e creature affini, e ancora rammenta come il caso faccia meglio delle buone intenzioni, e lui che faceva sega a scuola con una certa assiduità, “tanto domani c’è biologia e con i coleotteri faccio un culo a tutti” – ma quando arrivò domani, dei coleotteri aveva già discusso ieri, e senza dirlo, e senza rivendicarlo, scolasticamente un culo lo fecero a lui. E ancora oggi rivendica una certa fatica all’attruppamento, “il branco non mi ha mai attirato, non gioco a pallone, non ho mai visto una partita di pallone, non vado al bar a far commenti sportivi”. Ma il piccolo scolaro Echaurren aveva un’alternativa alle bestiole da osservare al microscopio: il basso. E qui, si entra in una dimensione della vita di Pablo del tutto speciale, che fa tutt’uno con la passione, diciamo pure con una forma elevata di felice feticismo, per il futurismo: i Ramones. Che ascolta a ritmo continuo, che tornano e ritornano e rimbombano – e i raffinati a dire che è musica cretina, e lui ad alzare l’asticella della provocazione, “dovreste essere vaccinati, informati che l’idiozia è una forma superiore di conoscenza, una specie divina di trascendenza”, e di una solida convinzione, “come è possibile che non siano ancora considerati la massima espressione dell’arte contemporanea. Sotto tutti i punti di vista. Musica, letteratura, pittura, cartoon, humor noir, abbigliamento, pettinatura. L’umanità è davvero tanto scervellata, ciecata, assordata dal nulla, da non riuscire ad afferrare quale immane poesia si sprigioni dalla stupidità dei Veloci Quattro?”. E ignorando l’ammonimento di Emily Dickinson, “la Stupidità è peggiore del Dolore”, Pablo è dentro un vortice – da qualche decennio è dentro quel vortice.

“Una volta che li avete sentiti siete fottuti, non ve li togliete più di dosso. Si incistano sotto pelle, vi afferrano per le palle e non vi mollano. Garantito”. Meglio dei Beatles, dice. Dei Rolling Stones, osa. Di Jimi Hendrix, assicura. Perché, se tutto fece il futurismo, qui non si parla di qualcosa di meno, e anzi forse dello stesso, “todos somos Ramones”. Quando sogna, poi, Pablo con la musica dei Ramones sogna, e sogna bassi elettrici. Ne possiede circa settanta, li ha anche prestati per una mostra all’Auditorium, e allora sogna che si trova in un negozio pieno di bassi, “quei colori, quell’odore di vernice” – e l’inconscio e i sensi si riempiono e si satollano.

Furono Arturo Schwarz,
e per altro verso Gianfranco Baruchello, a far deviare dalla sorte di Pablo prima gli insetti, poi il palcoscenico rock. “Al liceo ero già in rapporto col critico e gallerista Arturo Schwarz; gli vendevo i quadri e sapevo che, uscito di scuola, avrei fatto questo lavoro”. Ha attraversato tutti gli anni Settanta, con i suoi colori e le sue matite e il suo immaginario, Pablo Echaurren – da Lotta continua alle mitiche copertine della Savelli, fino a quella più mitica, assoluta, lacrimatoio di ogni inesausto reduce: quella di “Porci con le ali”. Pablo alza le spalle e piccona: “A me pareva un libro detestabilissimo, ti faceva sentire un voyeur, un signore bene che guarda dalla serratura per osservare cosa fanno i suoi figli, e intanto si eccita osservando la ragazzetta del figlio… Non volevo più fare quelle copertine, non mi piacevano. Mi richiamarono perché Veltroni, che pubblicava il suo primo libro con la Savelli voleva che la copertina fosse disegnata da chi aveva fatto quella di ‘Porci con le ali’…”. Non era per Pablo – il Movimento dei duri. Amoreggiava con gli Indiani metropolitani, “che avevano scongelato gli hippy degli anni Sessanta che erano stati congelati”. Ecco, gli anni Sessanta, escluso il mito un po’ sfiancante del Sessantotto, molto piacevano a Pablo. “La vera rivoluzione non è stato il Sessantotto, ma l’apertura del Piper… Un ragazzo sentiva per la prima volta quei suoni, vedeva quei colori. Mi facevano entrare gratis, facevo fauna: avevo gli anelli alle dita, i capelli lunghi, gli stivali con i tacchi – li compravo o me li facevo fare da un calzolaio, che mi guardava sempre con una certa compassione, pensando che fossi un frocio, come si diceva allora, così combinato…”.

E arrivò, danzando danzando, il Sessantotto… “Per me il Sessantotto sono le barbe lunghe, gli scarponi, l’eskimo, l’ingrigimento totale. Un mondo regressivo rispetto ai colori, ai fiori, ai suoni, alle minigonne, alle chitarre elettriche. Tutto viene bloccato: devi ingaggiare, manifestare, leggere Lotta continua. Arriva la musica colta, politicizzata, noiosa…”. Il pittore borghese che si scioglie nel Movimento, redattore del quotidiano – una lunghissima noia dovuta. Finisce tutto nei giorni tragici di Moro. “La violenza non è mai piaciuta, il rapimento di Moro fu un autentico choc… Mi rifiutai di aderire all’operazione del giornale satirico con cui collaboravo: la foto di Moro prigioniero delle Br, in camicia, con sotto la scritta: ‘Scusate, abitualmente vesto Marzotto’. Io pensavo che la satira dovesse avere dei limiti, mi rispondevano che la satira non doveva avere dei limiti. Io dicevo che già cinque uomini della scorta di Moro erano stati uccisi perché lui potesse vestire Marzotto, se lo voleva… E poi c’era la condanna a morte sulla sua testa… Pensieri che mi portarono alle dimissioni. Fu un periodo di grande depressione, molto grave. E cominciò la mia discesa al futurismo”.

E le acque di Pablo, che sempre si erano un po’ ereticamente mischiate con altre acque, cominciano a vorticare in modo quasi spericolato. Fino all’Evola dadaista. Fino a mille esperimenti, fumetti, ceramica, quadri, copertine… E incontri, soprattutto – e storie che si mischiano, e ingrandiscono la tua storia personale. Così ha gli occhi quasi lucidi quando ricorda il suo amico Giano Accame, l’ex direttore del Secolo, l’intellettuale di destra, il repubblichino non pentito e non grottescamente nostalgico. “Mi cerca per un’intervista al Secolo. Io collaboravo a Rinascita, il settimanale del Pci. Chiesi al direttore Franco Ottolenghi cosa fare. Mi rispose: ‘Accame? Fai subito con lui l’intervista, è una bravissima persona’… Successivamente lo invito a cena, e da allora, non so per quanti anni, ci siamo sentiti e visti per tutti i giorni che sono venuti. E’ stata la persona per cui mi sono sentito peggio quando è morto. Mi diceva: ‘Mi incuriosiscono quelli di sinistra, mi piacciono. Ma non faccio in tempo a conoscerli che passano a destra’. L’unica persona con cui stavo completamente a mio agio, senza dover mettere la maschera…”. E la collaborazione da artista con Renato Curcio prima, e Giusva Fioravanti poi, “non c’è nessuna simpatia verso i loro gesti, il terrorismo è una cosa orribile, ma non mi sono avvicinato a questi ex per una sorta di friccico da guardone post bellico, solo la riscoperta di due persone”. Ha molto colore rosso nella testa, e non per un garbuglio politico, Pablo Echaurren: i suoi vulcani che esplodono, l’evocazione continua dei papaveri di Monet, e invece “viviamo in un mondo armanizzato”, toni spenti, monocromi – noia, la solita noia. Legge i libri di Antonio Pennacchi, “il mio scrittore preferito, il più grande scrittore italiano: scelgo sempre il meglio”, e a meraviglia li combina con il ritmo dei Ramones. Ogni tanto ripensa al gatto Cosimo, che si spacciava placidamente, in un altro appartamento del tortuoso palazzo, per la micia Guendalina, e scroccava due pasti – così duole, ancora, la sua morte. La gatta Mina, adesso, vuole invece poche essenziali carezze, se ne sta sulle sue e tutto guarda e tutto capisce. Pure che i Ramones sono dei geni – quasi quasi come i gatti.

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