Anna Paola Concia

"Ma come te vesti, eh? Ma come cazzo te vesti?”. Il militant (antifascist, oh yes!) magari pratica una certa ortodossia sartoriale, così che sui democratici e vigilanti coglioni deve avere l’elegante tailleur, la sciarpa leggera di lino, il filo di rossetto fucsia tra il molto signora (mia) e un certo subbuglio ormonale – classe e sensi, corrompimento di ogni spirito rivoluzionario. Intorno si sente gridare: “Ma l’hai mai alzata una pala, un piccone?”

12 Luglio 2010 alle 00:00

"Ma come te vesti, eh? Ma come cazzo te vesti?”. Il militant (antifascist, oh yes!) magari pratica una certa ortodossia sartoriale, così che sui democratici e vigilanti coglioni deve avere l’elegante tailleur, la sciarpa leggera di lino, il filo di rossetto fucsia tra il molto signora (mia) e un certo subbuglio ormonale – classe e sensi, corrompimento di ogni spirito rivoluzionario. Intorno si sente gridare: “Ma l’hai mai alzata una pala, un piccone?” – braccia invocate per l’agricoltura da braccia che, probabilmente, l’agricoltura devono aver scampato.
L’onorevole Anna Paola Concia è una bella donna. Molto femminile, molto curata. Né poco né tanto: lesbica al punto giusto (tanto giusto, per dire, da lasciarsi dietro, lungo il Transatlantico, qualche dolente sguardo di forzata rinuncia da parte di colleghi di partito con principi di arrapamento eterosessuale: “Ah Paole’, quanta grazia di Dio sprecata!”. “Ah bello, tranquillo, che qui non si spreca niente!”), lesbica senza rimpianto, lesbica in procinto di convolare a felici nozze (oltreconfine, in terra teutonica, si capisce) con la sua amata Ricarda.

Avendo praticato tennis per anni, casomai intravedi in lei un principio di Lea Pericoli più che di Martina Navratilova – insomma il petto, “terza ma abbondante”, non destinato a mutarsi in pettorale. Di un certo stereotipo (che poi solo stereotipo non è, ma pure pratica d’attrazione quotidiana) della lesbica un po’ maschile, jeans e scarponi, capello macho e maglietta informe, un’ombra di camionista nella postura, l’onorevole compagna Concia non ha niente. Né niente, dice, vuole avere. “E forse un po’ irrita il fatto che non corrispondo allo stereotipo classico della lesbica. Mi piace il rossetto, mi piace essere femminile, mi piace essere donna e sentirmi donna. Non vorrei per nulla al mondo essere un uomo, mai”. E si potrebbe dire così: che mai, e poi mai, si sentirebbe attratta da una donna che potrebbe ricordare un uomo. Tra l’espressione del suo desiderio e l’oggetto di questo desiderio c’è sempre la barriera – fragile e invalicabile – di quella passata di rossetto fucsia. Lesbica, l’onorevole Concia: donna che ama le altre donne (metaforicamente parlando, a solo scopo dimostrativo: essendo Ricarda promessa sposa e solo amore).

Su un divano, in un corridoio laterale di Montecitorio, la parlamentare recita alcuni versi bellissimi ed erotici di Patrizia Cavalli, conservati nella memoria del suo telefonino – e basta scandire bene le parole, posarle come la luna leopardiana su un corpo, per avere l’esatta dimensione di tale erotismo: “Coprimi grandemente / scioglimi / e in me resta. / E fammi respirare / lenta chiusa / dentro la tua festa”. E dalla stessa memoria del telefonino – e ridendo, mentre ripassa un filo di rossetto e scuote la chioma sale e pepe – l’onorevole mostra alcune foto: donne icone, meglio: attrici icone, del suo immaginario sentimental-erotico. C’è Susan Sarandon. C’è Charlotte Rampling, nuda e arrampicata come un ramo d’edera intorno e sopra a un tavolo, c’è Dominique Sanda, “quella bocca non la posso neanche immaginare”. E da qualche parte, nell’immaginario ancora più profondo, il corpo perfetto di Lisa Lyons, ha confessato un giorno, fotografata da Mapplethorpe. E la voce, a voler solo parlare della voce, di Fanny Ardant. Uomini no – ché forse non vale la pena tenerne l’immagine, dentro un tale desiderato universo di seni e pelle morbida – sul versante del cerbiatto del “Cantico dei Cantici”, più esattamente siamo posizionati. Ma di uomini parlare si può – c’è della fascinazione in alcuni di loro, concede l’onorevole. Ecco, per esempio, un tipo alla Gérard Depardieu, “al massimo, un uomo così voglio, ha qualcosa di dolce e insieme un po’ di tutto: l’eros e la fragilità e la goffaggine…”. E dunque, c’è da domandarsi cosa mai il buzzurrume gruppettaro antagonista voglia dalla compagna Concia. Perché l’assedio al suo tailleur, quella sera in una strada nel centro di Roma, o addirittura al gay pride napoletano, quando Paola e Ricarda se ne andavano “mano nella mano, tranquille come due oche giulive”, racconta ridendo – lesbiche tra lesbiche e gay tra gay, festosi e chiassosi e magari felici – e di colpo si ritrovano circondate da una decina di esagitati che cominciano a urlare: “Fascista, vattene! Non ti vogliamo! Te ne devi andare! Torna dai tuoi amici fascisti!”.

Ricorda e ride, Paola Concia – ché il surreale sempre fa capolino dietro le pretese stupide: “Uno mi urla pure: io sono etero! Ah, sei etero? E allora vuoi venire a comandare a casa mia?, gli ho domandato”. Però, una brutta storia. Una volta, due volte, forse altre volte ci saranno… Ma perché mai, la compagna Concia dovrebbe tornare, diciamo, tra i camerati? Ogni cosa è cominciata il 30 settembre dell’anno scorso, quando partecipò a un dibattito organizzato da quelli di Casa Pound, a Roma, per parlare dei diritti degli omosessuali. “Tutti mi hanno ripetuto: non dovevi andare. Beh, continuo a non essere d’accordo. Con chi dovrei parlare, solo con quelli dell’Arcigay, che già la pensiamo allo stesso modo? Se devi convincere qualcuno delle tue buone ragioni, non devi per prima cosa parlare con quelli che non le condividono?”.

Andò e parlò, Paola Concia – e chissà se dall’altra parte,
qualche fascista, avrà detto che con una lesbica non si parla… Ma fece di più. Qualche settimana dopo, insieme a Piero Sansonetti e altri esponenti della sinistra, firmò un appello per chiedere che fosse permessa una manifestazione del Blocco studentesco – prima c’era stata una precedente raccolta di firme a sinistra che ne chiedeva il divieto. E così su Paola Concia, tennista di sinistra e libertaria, compagna deputata che ama le donne e che qualche maschio deputato vorrebbe amare (ma la situazione è la seguente: non c’è trippa per gatti; anzi: non c’è trippa e non c’è nemmeno la gatta), calò la dannazione militant (oh, yes!) antifascist, il chiedere conto e il non avere (giustamente) alcun conto in risposta. “Mi hanno dato della fascista, ma il loro è stato un attacco fascista… Mi torna in mente lo sguardo incredulo di Ricarda, non lo dimenticherò mai…”. Il precedente, tempestoso incontro era avvenuto poche settimane prima, in via Gregoriana, dove si festeggiava la rivista di Sansonetti (un altro che ormai viene contestato in ogni dove: “La sinistra squadrista che mi cerca”, il titolo di un suo recente editoriale). Incontro ripreso con un video dagli stessi contestatori e che si può ammirare (diciamo ammirare) su YouTube. Impressionante il dibattito a seguire, con tesi del genere “la Concia che come una lesbica isterica si mette a urlare e ad agitarsi per difendere i neonazisti che accoltellano per strada”, e questa faccenda della “lesbica isterica” ha fatto parecchio discutere, e qualcuno ha risolto la questione a modo suo, “vi inalberate sul lesbica-sì-lesbica no, non vi sfiora il dubbio di aver perso di vista la questione in sé? Questi stronzi (ops! sto discriminando la materia fecale!) si sono spesi pubblicamente a favore di una banda di schifosi fascisti”.

E se nella disputa qualcuno ha avanzato il sospetto di un “clima di intolleranza e machismo diffusi”, immediata la controreplica: “la Concia… mi suggerisce che meriterebbe, lei e quell’altra repubblichina dell’Armeni salottiera, di essere conciata come le prostitute collaborazioniste coi nazi-fascisti, i giorni della Santa Giustizia Proletaria!”. Roba così – triste aspirazione a qualche rapatura antagonista. Dice l’onorevole Concia che ha avuto subito il sostegno del movimento che organizza il pride, che ha avuto immediatamente la solidarietà del ministro Carfagna, arrivata prima di quella del Pd, ma che intanto “tacciono quelli di Sinistra e libertà, tacciono quelli di Rifondazione, Liberazione non ha scritto una parola: pensano forse che io sia una fascista?”. Un sospiro: “Ho l’impressione che abbiano perso tutte le coordinate, i leader della sinistra extraparlamentare. Ma una come me, che fa certe battaglie, le deve sempre fare in modo conformista, ottuso? So che in certe componenti della sinistra questo atteggiamento può dar fastidio, ma a me non si può rimproverare niente. Niente! Privatamente, non possono attaccarmi, sono ovviamente antifascista, per cultura e scelta. Ma non sono ottusa, trinariciuta. E non voglio esserlo soprattutto per il bene delle stesse battaglie che conduco. Da questo punto di vista mi sento una liberale. Se c’è una cultura di destra curiosa, anche marginale, interessata a certi temi, io dialogo. Perché deve essere un’onta? Per esempio, sono molto amica di Flavia Perina, direttrice del Secolo d’Italia e deputata del Pdl, insieme abbiamo fatto e faremo delle iniziative nelle scuole contro l’omofobia e le altre paure: pensieri diversi, contro la paura del diverso”. Spiega ancora, l’onorevole Concia: “Hanno un odio per tutto ciò che potrebbe un po’ pacificare. Sai la cosa che mi ha colpito di più, che mi ha lasciato esterrefatta? La faciloneria con cui la vita di una persona viene presa, aggredita e degradata. Dovremmo chiedere conto a sinistra, e lo faremo pubblicamente, di certi silenzi, silenzi un po’ vergognosi…”. Ha spiegato sull’Unità: “Non otterremo nulla se torniamo al clima degli anni Settanta. Vinceremo la battaglia solo quando la maggioranza degli italiani sarà con noi”.

Curiosa e infelice situazione,
quella dell’assedio gruppettaro all’unico deputato omosessuale dichiarato del Parlamento italiano. “Grandi contestazioni da destra non ne ho mai avute. Cose così pesanti mai successe”. Praticando sport da una vita, da una vita giocando a tennis, dice Paola Concia che “per una battaglia, per una competizione, le regole sono fondamentali. Non c’è un cazzo da fare: a me piace vincere solo lealmente, solo perché sono la più brava, e non perché distruggo l’avversario sul piano personale”. E’ successo con il ministro Carfagna, per esempio. “Mi sono sempre confrontata con lei a livello politico, l’ho difesa quando è stata attaccata sul piano personale, e non so quanti insulti mi sono presa… Un avversario politico non è un nemico da abbattere a tutti i costi… Anche questa è una regola dello sport”. E così, tra poco – per passare ad altro e al meglio, che poi, come dice a volte la diretta interessata alzando le spalle, “’sti cazzi!” – Paola sposerà Ricarda, che di mestiere fa la psicologa e la criminologa, e sogna di sposarla (in Germania, dal 2001, si può, “un istituto giuridico specifico per gli omosessuali che la cattolica Merkel non ha nessuna intenzione di mettere in dubbio”, in Italia aspetta e spera) in mezzo ai vigneti di Riesling. Si sono fatte fotografare, mano nella mano, persino su “Chi”, “due donne che si amano e vogliono sposarsi, come capita a tutti. La rivoluzione per me è la normalità. Con la mia visibilità posso dare una mano a tutti”. E’ stata sposata, ovviamente con un uomo, Paola Concia, “nei rapporti mi sono sempre sentita soffocare”, ha avuto una lunga storia con una donna di destra, “ma sul rispetto delle diversità, dei diritti e delle libertà individuali è necessario pensarla allo stesso modo”. Ricarda è bionda, sorridente, bella – così da non sfigurare neanche tra le foto delle attrici sognate ancora presenti nella memoria del telefonino dell’onorevole. E’ una militante dell’Spd, “ma dell’ala liberal, per esempio lei è una che non sopporta quelli della Linke”, e a Paola ha fatto scoprire, nientemeno, la figura di Helmut Schmidt, l’antico cancelliere socialdemocratico degli anni Settanta. “E’ uscita una sua autobiografia, che Ricarda mi ha regalato: una persona stupenda, affascinante… Del resto, ora trovo affascinante anche Angela Merkel…”.

Indossano un identico anello, fatto da un’orafa di Reggio Calabria, Paola e Ricarda, oro rosso e diamanti neri. Ha raccontato a Grazia la parlamentare democratica: “Il matrimonio è un progetto di vita insieme. E noi l’abbiamo. Ci vogliamo sposare perché ci amiamo, perché non siamo più delle ragazzine e perché il nostro è un legame serio, d’amore e di sostegno reciproco”. Dice che è stata una lunga strada, quella per arrivare all’accettazione della propria omosessualità, “ci ho messo più di quarant’anni per trovare la serenità di oggi”. E in mezzo alla leggerezza che la scoperta, anche difficile, di se stessi comunque comporta (“l’omofobia non si trova solo all’esterno, cresce dentro di te come uno specchio che ti rimanda un’immagine negativa di quello che sei. E allora scappi”), un rimpianto che mai più potrà essere sanato: “Non ho avuto il coraggio di dire a mia madre che amo le donne, e quando l’ho avuto lei non c’era più”. E al ricordo della madre – e forse, in un universo sentimentale in buona parte frequentato da donne, ha un’importanza ancora più grande – spesse volte l’onorevole Concia torna, “la zuppa di pane e latte caldo che mi preparava la sera, dopo una giornata di avventure”.
Ragazza incantata da Wonder Woman, e si capisce, ma ancora adesso donna che sentimentalmente pende verso personaggi quali Pluto e Paperino, “i più sfigati di tutti” – come ogni persona di un certo buonsenso dovrebbe fare. Ma lassù in alto, appena uno apre il sito personale di Anna Paola Concia, trova i versi perfetti e luminosi di Emily Dickinson, così a spiegare il senso di ciò che un essere sente di poter essere: “Non conosciamo mai la nostra altezza / finché non siamo chiamati ad alzarci. / E se siamo fedeli al nostro compito / arriva al cielo la nostra statura”.

E siccome tutti, dice l’onorevole,
siamo chiamati ad alzarci, così lei legge quello che quei versi indicano: “Una società più giusta è nelle nostre mani, attraverso il paziente mescolarsi di vite prossime e distanti. E’ questo, sì, un eroismo quotidiano. Ma da soli non si va da nessuna parte, lo sguardo altrui ci è necessario come l’aria”. Che poi, dice molto l’immortale Emily, ma molto dice delle persone anche la più prosaica valutazione – e quindi vola, tra prossimo matrimonio e l’invidiata leggerezza che gli uomini possono a volte esprimere meglio, solo perché la stessa società è fatta a loro misura, e atterra su altre divertite rivendicazioni: “Sono una somara abruzzese”. Per un giornale, Paola Concia una volta ha risposto a cento domande – come decenni fa facevano i divi dei fotoromanzi per le lettrici della piccola provincia: e molto probabilmente niente poteva servire meglio per conoscere il personaggio del cuore – dal desiderio di morire nel sonno al segno zodaicale, “cancro ascendente cancro, non ci facciamo mancare niente”, al furto che potrebbe compiere, quello per portar via le “Ninfee” di Monet, fino alla divertente assicurazione sulla più grossa bugia detta in tutta la sua vita: “Quando mi sono sposata e ho detto ‘Sì’” (ma almeno riparata).

Prima di arrivare al proletario giudizio sartoriale, “aho, ma come cazzo te vesti?” – che poi, davvero: ma come cazzo era vestito l’interrogante? – ce ne sarebbero di cose da sapere, dalla scontata passione per Virginia Woolf al Márquez di “Cent’anni di solitudine”, da Mina da tutti amata al singolare amore per “Gli amori difficili” di Calvino, fino al desiderio nascosto di essere onnipresente. Certe volte, l’onorevole Concia spiazza anche dentro il Pd, addirittura su questioni dove è difficile dire altro per non finire subito sul fronte degli insensibili. Lei lo ha fatto quando si discuteva quotidianamente di stupri, con un’intervista al Corriere della Sera. “Come parlamentare del Pd non ne posso più della retorica sulla violenza sessuale – disse –. E chiederei alle mie compagne di partito di astenersi anche loro, perché trovo veramente preoccupante che non facciamo altro che parlare dell’emergenza stupri”. E spiegò: “Non nego che ci sia questa realtà, ma i dati rivelano che gli stupri sono diminuiti. E allora perché le parlamentari del Pd invece di occuparsi di tematiche come il lavoro femminile, la scuola, la formazione, si occupano della violenza sessuale confinando la donna nel ruolo della vittima? E’ chiaro che una cosa del genere agli uomini sta benissimo: prima ci violentano e poi ci spiegano come devono proteggerci”.

Due donne, racconta, hanno avuto un’importanza fondamentale nella sua vita – e nelle sue scelte politiche. Una, è Franca Chiaromonte: Paola Concia è stata sua assistente parlamentare, “mi ha insegnato la politica, mi ha dato un’idea liberale dell’impegno politico, della politica come garantismo”. Le aveva fatto una promessa, Paola a Franca: di scrivere un racconto sul suo cane Puck, come il folletto shakespeariano – un trovatello che risaliva ai giorni dell’Unità, e che con la Chiaromonte ha vissuto quasi in simbiosi per anni. “Ma lo farò, promesso, perché anch’io ho amato molto Puck”. L’altra è Alessandra Bocchetti, una studiosa, e in particolare al suo saggio “Cosa vuole una donna”. Dice pure, Paola Concia, che la felicità somiglia alla leggerezza (e i maledetti maschi infatti provvedono per se stessi), e che alla politica della sinistra vorrebbe togliere “questa immagine sempre perdente, triste” – come “La famosa volpe azzurra” che aveva almeno per un po’ cancellato la noia dalla faccia dell’uomo dell’altra. Isterica per niente, dunque. A volte, dice, persino felice.

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