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Roberto Maroni

Ora che ha detto “no” al disegno di legge che consentirebbe ai detenuti di scontare l’ultimo anno di pena agli arresti domiciliari (motivo: “sarebbe peggio di un indulto”), il ministro dell’Interno Roberto Maroni raccoglierà qualche lode bipartisan in meno e molte critiche bipartisan in più (oltre a qualche “peccato, finora aveva fatto così bene”).

7 Maggio 2010 alle 00:00

Ora che ha detto “no” al disegno di legge che consentirebbe ai detenuti di scontare l’ultimo anno di pena agli arresti domiciliari (motivo: “sarebbe peggio di un indulto”), il ministro dell’Interno Roberto Maroni raccoglierà qualche lode bipartisan in meno e molte critiche bipartisan in più (oltre a qualche “peccato, finora aveva fatto così bene”). Resta il fatto che Maroni, a monte del “no” al ddl svuota-carceri, è anche il destinatario di complimenti senza ombra, facilmente udibili a sinistra come a destra: “Butterei via tutta la Lega tranne Maroni”, “Maroni sì che dimostra senso delle istituzioni”, “con Maroni sì che si può discutere”, “Maroni scarica file gratis, e capisce le necessità dei fruitori della rete”, “Maroni è tra i migliori ministri dell’Interno di sempre sulla lotta alla mafia” (quest’ultimo entusiastico “bravo” è stato pronunciato dallo scrittore, commentatore e baluardo di ogni appello democratico Roberto Saviano). Non che a Maroni piaccia essere considerato il leghista buono, ché il ministro dell’Interno si sente leghista e basta – e quando Umberto Bossi, tanti anni fa, si spinse a definirlo “un aquilone che sta lontano da chi ha in mano il filo”, Maroni si disse tutt’altro che seccato, e anzi commentò: “Gli aquiloni volano alto, hanno visione d’insieme… però Bossi è il mio segretario, certo che sono legato”.

Il giorno prima del “no” al ddl svuota-carceri, Maroni è chiuso nel suo ufficio. Guarda in silenzio il tg che mostra Claudio Scajola dimissionario, cammina fino al tavolo dove riposano una maglia del Milan e una della squadra di rugby della Polizia, riordina la collezione di piccoli elefanti in pietra, vetro, metallo, legno o cera e, a sentir rievocare l’aquilone, ride: “Non sento come un vincolo il fatto di avere questo filo che mi tiene, anzi. Lo strattone che ti riporta con i piedi per terra è fondamentale per noi leghisti. E’ il nostro modo di fare politica”.

Maroni sottolinea il “noi”
perché, dice, non si sente “un’anomalia, un leghista diverso”. Certo però si mise a ridere quando, anni fa, fu accusato di “deprimere il sentimento nazionale degli italiani”. Oggi Maroni alla domanda “qual è la sua idea di patria?” risponde “io mi sento europeo. Padano ed europeo. E’ una doppia dimensione: da un lato avverto molto la presenza delle radici e a Roma mi sento un pendolare. Torno sempre al nord, nel mio piccolo mondo moderno. Ho fatto anche una ricerca degli antenati nei registri della parrocchia e ho scoperto che, dal 1500 a oggi, sono tutti nati, cresciuti e morti nel mio paese di mille abitanti. Più padano di così. Sopra, però, c’è la provincia, la regione, lo stato, l’Europa. Il confine non è più tra l’Italia e la Francia: siamo in Schengen. E allora, se non c’è confine, la patria è l’Europa delle regioni, un’Europa dei popoli che supera gli stati nazione che si stanno disfacendo. E’ un concetto sviluppato dalla Lega vent’anni fa. Se uno stato si caratterizza storicamente per la presenza della moneta, della spada e della toga, oggi che cosa vediamo? La moneta non c’è più, l’esercito c’è sempre meno, la giustizia diventa sempre più sovranazionale, come pure la feluca del diplomatico – ed ecco Lady Ashton. C’è una cessione costante di sovranità dagli stati al livello superiore e dagli stati al livello inferiore, quello delle autonomie. E’ difficile, in questo quadro, riconoscere il proprio orizzonte in un confine che non c’è più”.

Eppure molti vedono in Maroni
uno strenuo difensore dello stato attaccato dai sottostati criminali – oltreché un argine contro il ricorso intensivo alla decretazione d’urgenza. La valutazione di Maroni “leghista diverso” deriva dunque, secondo lui, “dalla difficoltà, in chi ci osserva, di capire com’è fatto questo partito. Io anche contro la mafia adotto la filosofia, la predisposizione e l’attitudine dei leghisti, cioè l’attenzione spasmodica al territorio. Sono a Roma, ma è come se fossi in giro. In meno di due anni sono stato tredici volte a Caserta. Parto dal presupposto che ogni luogo ha bisogni diversi, cerco di essere attento alle esigenze di ogni città. Sono stato più spesso a Bari – in veste ufficiale – che a Milano e Varese. Combattere la criminalità organizzata a Caserta non significa soltanto lottare contro le mafie ma lottare contro le mafie in quel contesto. Non è applicazione di un ‘metodo Maroni’, ma del metodo leghista che tiene sempre a mente il principio federalista di sussidiarietà”. Il ministro non pretende, dice, “di dimostrare” che senza di lui “non si sarebbe fatto quello che si è fatto”, ma soltanto di “far capire che l’attenzione, la pressione, l’occhio e il bastone del comando – quando si fanno sentire – danno risultati insperati”. Fatto sta che le riunioni e le visite fatte a Caserta e a Palermo, dice il ministro, unite “alla norma del pacchetto sicurezza che prevede il sequestro non solo dei beni dei mafiosi ma anche di quelli dei loro eredi”, hanno portato “a grandi successi: ventiquattro super latitanti presi su una lista di trenta, e sequestri di beni della mafia per cinquecento milioni di euro”. Il sottosegretario alla Sicurezza Alfredo Mantovano spiega che, in fase di adeguamento normativo, si sono raccolti spunti contenuti in documenti approvati dalla commissione Antimafia nella passata legislatura – “alla fine un governo di centrodestra con un ministro dell’Interno leghista sta facendo le cose che la sinistra non ha fatto”. L’idea di partenza è che arrestare i boss sia importante ma non sufficiente senza un’azione sul secondo livello: la burocrazia e l’imprenditoria collusa e omertosa. Bisogna intervenire prima di tutto su chi gestisce gli appalti, dice Mantovano, in modo che chi acconsenta a richieste non limpide venga immediatamente considerato decaduto dall’incarico. Fatti questi passi, e raccolto il risultato del “danno d’immagine all’arroganza mafiosa” che la confisca di un bene porta con sé – la villa del boss che diventa scuola materna, per esempio – il prossimo scatto “antimafia” (ancora in discussione) è arrivare “alla tracciabilità dei flussi finanziari”. 

Quando è arrivato al ministero dell’Interno, Maroni – già al Viminale per un breve periodo nel 1994 e già ministro del Welfare dal 2001 al 2006 – ha trovato una situazione completamente diversa da quella che gli si parò davanti sedici anni orsono, quando, con Maurizio Gasparri sottosegretario, mangiava nottetempo pizze calde nel cartone, con gran sorpresa dei funzionari, meditando nel contempo riorganizzazioni radicali (“si parlava soprattutto di ricambio ai vertici dei servizi segreti”, racconta Gasparri). Maroni sedeva allo stesso tavolo dove siede ora e restava basito quando il capo di gabinetto, una volta entrato nella stanza, “si metteva a parlare stando in piedi. Una volta, due volte, tre volte. Pensavo avesse qualche problema. Se non gli dicevo ‘si accomodi’ non si sedeva. Allora gli ho detto: ‘Senta facciamo un accordo, glielo dico una volta e vale per un mese’”. “Sono cambiato io, che allora avevo soltanto trentanove anni”, dice il ministro, “ma è certo che al Viminale l’eccessivo formalismo d’inizio anni Novanta ha lasciato il posto a un livello di efficienza molto elevato, forse il più elevato tra i ministeri, simile a quello di un’organizzazione privata”. Sarà che al ministro è rimasto in testa il modello della multinazionale americana dove ha lavorato (per dieci anni) prima di entrare in politica: “Si teneva sempre presente il punto di arrivo e il tempo di realizzazione”, dice, “e qui cerco di fare lo stesso: vado per obiettivi, faccio preparare ogni mese un report sui risultati conseguiti su arresti e criminalità comune, e insomma guardo alla performance”. Gli ex collaboratori di Maroni, infatti, ricordano con affetto e terrore: “Ci lasciava liberi di organizzare il lavoro”, racconta uno di loro, “ma poi guai a non portare una cosa ben fatta nei tempi stabiliti”. Nel ’94 la misurazione della performance era ostacolata, in particolare al Sisde, dal pasticciaccio dei faldoni mezzi vuoti o riempiti con criterio fantasioso – per spiegare l’intoppo Maroni si alza, mostra una cartelletta bianca pieghevole e dice: “Prendevi un faldone del Sisde con sopra scritto ‘Lega nord’. Dentro c’era un solo foglio, ma in quella cartelletta, era chiaro, di fogli potevano starcene duecento. E invece trovavo due sparuti articoli di giornale”.
C’è da dire che Maroni applica il proprio metodo pure a se stesso: “Mi ero posto tre obiettivi: fermare gli sbarchi a Lampedusa e in generale arginare l’immigrazione clandestina, estirpare la criminalità organizzata e riformare il sistema delle autonomie. Il primo obiettivo è stato raggiunto al novanta per cento: nel 2008 sono sbarcate a Lampedusa trentasettemila persone, nel 2009 tremilacentocinquanta, nei primi tre mesi del 2010 soltanto cinquantadue. Il secondo obiettivo, la criminalità, è stato centrato più o meno al cinquanta per cento. Sul terzo bisogna lavorare. E’ in discussione un codice delle autonomie. Il principio è: io sindaco devo essere in grado di governare la mia città con potere di spesa, con potere di garantire sicurezza e con potere di disporre delle risorse per la programmazione senza i vincoli attuali”.

Sullo stop agli sbarchi, però, Maroni ha sperimentato a sua volta vari “stop” (sotto forma di critiche a livello nazionale ed europeo, specie da parte del Consiglio d’Europa, molto severo verso i cosiddetti “respingimenti” nonché, in generale, sulla politica di Maroni in tema di campi rom). Maroni dice “c’è Europa e Europa”: “Per me l’Europa è la Commissione europea e il Parlamento europeo, cioè gli organismi di governo. Mando preventivamente e volontariamente tutte le nuove proposte di legge alla Commissione – che non ha mai censurato le nostre iniziative, neppure i famosi respingimenti. Ha solo espresso parere negativo su una proposta che ho provveduto a ritirare a malincuore. Riguardava l’espulsione dei cittadini europei, in particolare romeni, che non avessero i requisiti previsti dalla direttiva Ue. La Commissione ha detto che avrei dovuto dare soltanto l’invito a lasciare il paese. Tutto il resto del pacchetto sicurezza, mandato a Bruxelles, è stato approvato. Poi ci sono organismi europei più politici, come il Consiglio d’Europa e la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, con cui ho un contenzioso perenne attorno all’espulsione dei terroristi. Esempio: arrivo a decretare un’espulsione e la Corte subito mi manda via fax l’invito a non espellere perché nel paese dove mando l’espulso ci sarebbe la tortura di stato – e si parla della Tunisia. Ma se in Tunisia ci fosse la tortura di stato direi agli italiani di non andarci in vacanza. Mi hanno poi accusato di fare politica discriminatoria nei confronti dei rom, dicendo ‘voi avete preso le impronte digitali’. E io rimando al fatto che, quando siamo entrati nei campi nomadi abusivi, i nomadi hanno accolto la polizia con gioia, perché hanno capito che questa operazione li liberava dallo sfruttamento, dal giogo, dando loro condizioni migliori – altro che vivere con i topi.

Abbiamo chiuso quasi tutti i campi nomadi abusivi.
C’è stata una rivoluzione? Una guerra civile? Abbiamo per caso aperto campi di concentramento? No, abbiamo risolto una situazione di degrado indegna di un paese civile. Sono stato attaccato da chi non voleva capire e da chi era era mosso da pregiudizi – o da interesse a mantenere lo status quo. Perché se c’è una situazione di degrado c’è bisogno di strutture, di fondi, ma in giro ci sono molti professionisti dell’antirazzismo. E invece credo di essere io il vero antirazzista”. C’è da dire che inizialmente sono arrivate a Maroni accuse di “razzismo” anche a proposito dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) – bilanciate oggi dalle lodi trasversali giunte al ministro in seguito all’operazione antischiavismo a Rosarno: arresto di mediatori di lavoro nero e imprenditori “schiavisti”, e applicazione della norma che garantisce il permesso di soggiorno all’immigrato clandestino che denunci i suoi sfruttatori. Il ministro spiega poi che, “grazie agli accordi di riammissione con alcuni paesi africani e all’estensione da due a sei mesi dei termini per le procedure di riconoscimento e accertamento dell’identità dei clandestini, la situazione è molto diversa da quella di due anni fa. Prima il termine era di due mesi e in due mesi, in molti casi, non si arrivava ad avere tutti i documenti necessari. Quindi l’unica soluzione era il foglio di via. Si lasciava la persona libera di andarsene. Ora però, con sei mesi a disposizione, riusciamo a identificare. Il prossimo passo sarà la creazione di nuovi Cie, di concerto con i governatori regionali. Intanto procederemo alla firma di altri accordi bilaterali: sono già stato in Niger e in Ghana, e andrò presto in Senegal e Gambia”.
L’inverno scorso, nei giorni degli scontri interetnici in via Padova, a Milano, Maroni aveva detto “no ai blitz, no alle camionette, sì a un nuovo modello di integrazione”. Per spiegare in che cosa consista il modello suddetto, il ministro ricorre a un ritaglio di giornale: “Mi spiace fare un’autocitazione leghista, ma qui c’è scritto ‘la rivincita di Verona, la città più accogliente per gli immigrati. Studio della Bocconi: i regolari qui si sentono meno discriminati. L’ironia del sindaco Tosi: ospitali nonostante me’. Insomma, il modello è una città che non ha quartieri multietnici, che è severa con i clandestini ma garantisce il massimo di integrazione per i regolari. Severa con i clandestini significa no al buonismo, no al ‘venite tutti e poi vedremo’. Significa soprattutto organizzare una presenza in modo da scongiurare la concentrazione in un solo luogo delle varie etnie. I sindaci possono disporre, grazie al pacchetto sicurezza, l’ordinato svolgersi delle attività nelle città: possono quindi impedire la formazione di quartieri destinati a farsi banlieue”.
Il primo stop concreto in tema di immigrazione, però, è arrivato a Maroni nella stessa Lampedusa: “Mi ha sorpreso la reazione molto negativa di una parte dell’isola”, dice il ministro. “Molti cittadini sono scesi in piazza, sindaco in testa – il quale sindaco poi mi ha scritto una lettera di scuse in cui riconosceva che avevo ragione io. L’ho già perdonato, però allora non capivo. Poi ho capito: gli sbarchi per gli abitanti di Lampedusa non erano mai stati un ostacolo bensì una fonte di reddito. La gestione dello sbarco, infatti – ricevere i transfughi, portarli al centro di identificazione, tenerli lì una settimana, mandarli subito in Sicilia – generava un’economia che si aggiungeva a quella del turismo. A Lampedusa non andava tanto in scena la protesta contro i metodi inumani che noi avremmo adottato, quanto la protesta contro il venire meno del proprio orticello. Ciò nonostante siamo andati avanti, anche grazie ad Angela Maraventano, nostra senatrice di Lampedusa che, da vera soldatessa, ha avuto il coraggio di fare un comizio contro i suoi concittadini”.
Maroni si definisce “paziente”, “molto paziente”, anche rispetto all’agone politico-parlamentare: “Vado d’accordo con tutti, parlo serenamente con l’opposizione, senza contare l’antica stima reciproca con Fausto Bertinotti”. Con Bossi il ministro dell’Interno ha un “rapporto di fratellanza. Ci sono state anche burrasche, ma hanno rafforzato il legame”. Con Berlusconi “c’è stretta collaborazione, sincera amicizia e lealtà”. Con Fini “una buona collaborazione tra un ministro e il presidente della Camera. Quanto alla sua attività politica, non intervengo nelle vicende di un altro partito”.

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