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Renato Pagliaro

Il giorno in cui sarebbe stato designato presidente di Mediobanca, Renato Pagliaro è andato a mangiare una pizza. Così almeno ha detto ai giornalisti che lo hanno preso d’assalto venerdì scorso e, animati di professionale curiosità, lo hanno tempestato di domande per conoscere la sua reazione di fronte a tale promozione, sogno inespresso e profondo di chiunque faccia il banchiere in Italia. Lui li ha liquidati in questa maniera spiccia e se ne è andato senza più degnarli. A quelli più anziani è sembrato di avere di fronte Enrico Cuccia, che in oltre 50 anni di carriera non ha mai detto una parola ai cronisti.

30 Marzo 2010 alle 00:00

Il giorno in cui sarebbe stato designato presidente di Mediobanca, Renato Pagliaro è andato a mangiare una pizza. Così almeno ha detto ai giornalisti che lo hanno preso d’assalto venerdì scorso e, animati di professionale curiosità, lo hanno tempestato di domande per conoscere la sua reazione di fronte a tale promozione, sogno inespresso e profondo di chiunque faccia il banchiere in Italia. Lui li ha liquidati in questa maniera spiccia e se ne è andato senza più degnarli. A quelli più anziani è sembrato di avere di fronte Enrico Cuccia, il leggendario fondatore della prima banca d’affari italiana, che in oltre 50 anni di carriera non ha mai detto una parola ai cronisti.

In questo Pagliaro assomiglia davvero al maestro: come lui è schivo, formale, sempre controllato, parco nell’esprimersi anche sul lavoro, fino a essere quasi ruvido, scostante. Milanese, 53 anni, laurea in Bocconi (110 e lode) è stato assunto in Mediobanca appena lasciati i banchi universitari, nel 1981. Cinque anni dopo è diventato funzionario; nel 1991 dirigente; nel 1997 direttore centrale; nel 2002 vice direttore generale; nel 2008 direttore generale, carica che ricopre tuttora (l’ascensione alla presidenza dovrà essere sancita dall’assemblea). In 29 anni di carriera in Piazzetta Cuccia  si è occupato di ogni aspetto del capitalismo e della finanza italiani dei quali conosce tutto, le debolezze (praterie sconfinate) e i punti di forza (un green da minigolf).

Da quando ha assunto la carica di vicedirettore generale, è stato responsabile delle partecipazioni, il che significa le quote che Mediobanca detiene, tanto per fare qualche esempio, in Generali, Rcs-Corriere della Sera, Telecom (attraverso Telco) e così via: il vero potere di piazzetta Cuccia passa da lì e dai rapporti che ne derivano. Un tempio della finanza, secondo gli apologeti; la parrocchia di un quartiere chic, secondo i critici. Comunque sia, un’entità che funziona da 60 anni.
Suo compagno di strada è stato finora, e sarà in futuro, l’amministratore delegato Alberto Nagel. Caratterialmente la sua antitesi: alla ritrosia di Pagliaro, si contrappone la capacità comunicativa di Nagel, perfettamente a suo agio nei salotti e di fronte a fotografi, taccuini di giornalisti, telecamere. I due, secondo chi li conosce, sono animati da una contenuta rivalità e, proprio per la diversità di carattere, riusciranno a ritagliarsi ruoli senza sovrapporsi. D’altra parte hanno già stretto un’alleanza in passato quando hanno cercato di rosicchiare potere al presidente dell’istituto, Cesare Geronzi, formalmente debole perché privo di deleghe. Entrambi sono stati sconfitti: Geronzi il potere lo esercita a prescindere dalle deleghe di cui dispone. Caratteristica che, c’è da giurarci, troverà conferma anche nella sua nuova collocazione di numero uno delle Generali. Adesso in Mediobanca un presidente non operativo probabilmente non occuperà spazi all’ad, consentendo una navigazione serena alla banca d’affari. O in parole  molto povere: un Geronzi senza deleghe è comunque Geronzi, un Pagliaro senza deleghe è altra cosa, pur restando sotto il profilo tecnico un eccellente banchiere.

Questo sul piano professionale.
Sul piano personale di Pagliaro si sa quasi nulla. Chi lo conosce dice che in famiglia c’è una tradizione massonica (il padre), ma lui è di sinistra, progressista o – se ci si vuol mettere un po’ di malizia – radical chic. Va sempre in bicicletta anche per Milano: chi non gli vuole bene dice di averlo visto più volte pedalare spedito persino sui marciapiedi del centro (però di questo dettaglio, in sé riprovevole, non c’è riscontro cronistico). Trascorre vacanze e weekend morigerati nel villaggio Cledai a Cavi di Lavagna (Liguria). Vita mondana ridotta quasi a zero, ha pochissime frequentazioni. Si sa che conta alcuni amici negli ambienti accademici. In particolare è legato a Paul de Sury, ex docente della Bocconi e ora professore di Economia degli intermediari finanziari a Torino. De Sury è anche, per diletto, uno scrittore: recentemente ha firmato per Marsilio “La cattedra insanguinata”. Si tratta di un noir satirico ambientato in un ateneo: chi lo ha letto vi ha riconosciuto facilmente la Bocconi e, fra i personaggi positivi, Pagliaro stesso.

Se proprio gli si deve trovare un vizio, si può dire questo: fuma e se ne vergogna. Mediobanca è, ovviamente, no smoking, ma se arriva un ospite di riguardo tabagista, c’è sempre in serbo per lui un pacchetto. Pagliaro glielo offre, ma non ne approfitta per farsi anche lui una Marlboro: un uomo Mediobanca non trasgredisce alle regole. Che sono ferree, come certe forme. Per esempio, le fotografie. Nella sala del consiglio, sistemate su due consolle, ce ne sono quattro. A sinistra quelle di Adolfo Tino (primo presidente dell’istituto) e di Cuccia; a destra quelle di Raffaele Mattioli (grande sponsor di Cuccia) e di Francesco Cingano (ex presidente di Comit e della stessa Mediobanca). Del posizionamento dei ritratti si è occupato personalmente Pagliaro il quale ha sperimentato varie soluzioni alternative, prima di arrivare all’assetto attuale.

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