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Capitano coraggioso

Francesco Totti potrebbe anche non tornare: c’è anche da assente. C’è quasi di più quando non gioca che quando gioca. La mancanza alimenta il mito: è infortunato, non finito. Quindi c’è sempre la sensazione che possa rientrare, c’è sia la forza dell’attesa sia l’ansia da ritorno, c’è la certezza che se senza di lui va bene, figurarsi con lui. Da meno uno a più uno. E’ il capitano ultimo, non l’ultimo capitano. E’ una guida, un guru, un totem della fiducia: lo vedono sbattersi per tornare in campo e s’impegnano di più. Se lo fa lui, lo devono fare anche loro. E’ un messaggio criptato: corre senza correre, parla senza parlare, gioca senza giocare.

30 Marzo 2010 alle 00:00

Francesco Totti potrebbe anche non tornare: c’è anche da assente. C’è quasi di più quando non gioca che quando gioca. La mancanza alimenta il mito: è infortunato, non finito. Quindi c’è sempre la sensazione che possa rientrare, c’è sia la forza dell’attesa sia l’ansia da ritorno, c’è la certezza che se senza di lui va bene, figurarsi con lui. Da meno uno a più uno. E’ il capitano ultimo, non l’ultimo capitano. E’ una guida, un guru, un totem della fiducia: lo vedono sbattersi per tornare in campo e s’impegnano di più. Se lo fa lui, lo devono fare anche loro. E’ un messaggio criptato: corre senza correre, parla senza parlare, gioca senza giocare. Sabato sera all’Olimpico ha fatto dieci minuti: niente di che, ovviamente. Però era come se fosse sceso in campo un Dio. L’attesa collettiva, il boato al primo passo, l’ansia al primo fallo subito. Un imperatore acciaccato che ha aumentato il suo carisma in maniera inversamente proporzionale rispetto al suo stato di salute: più è rotto, più l’ascoltano.

Adesso torna. Giocherà a Bari, dopo quattro mesi. Un girone fa fece lo stesso: rientrò col Bari dopo un infortunio e in un tempo fece tre gol. Da solo contro una squadra, come gli è spesso capitato. Da solo contro il mondo, perché la sua forza è sempre stata anche quella: sentirsi un diverso, un gladiatore nell’arena, un Massimo Decimo Meridio con ottantamila legionari e con il resto d’Italia a fare da spettatore accanito in un Colosseo immaginario. Ha vissuto con la sindrome dell’accerchiamento, di una romanità vissuta come orgoglio, ma con la sensazione che per tutti gli altri fosse una penalizzazione. Totti avrebbe potuto andar via: è rimasto per se stesso e per gli altri, soprattutto perché in un altro posto non sarebbe stato lo stesso. “Totti è la Roma”, dice spesso Bruno Conti, il quale ha fatto la stessa scelta di Francesco. Il problema, però, è che l’assedio è degenerato in forme di sciocco complottismo che Roma ha cercato di neutralizzare con un altrettanto sciocco lobbismo. Così negli anni abbiamo letto e visto cose incredibili, sfociate qualche mese fa in una campagna paradossale nata e cresciuta nel quadrilatero Saxa Rubra, viale Mazzini, stadio Olimpico, Trigoria: dentro e fuori le mura, dentro e fuori il Raccordo anulare. Radio, televisioni, club, calciatori. La frequenza del Tottismo. Francesco, Checco, Francé, Capitano, Re di Roma. Sinonimi per un calciatore campione e trascinato da un mondo che lo spinge chissà dove. Era uno strano momento: c’era una lobby Roma-Rai che aveva deciso di montare uno che non ne ha alcun bisogno, che ha deciso di sponsorizzare uno che lo fa abbastanza da solo, che ha scientificamente o quasi stabilito di dargli una mano senza capire che coi piedi Francesco fa più cose di quante tutte quelle voci che si alzano dai canali televisivi possono fare. Volevano riportare Totti in Nazionale, lo volevano al Mondiale, lo volevano con Lippi: è un incalzare, un invadere, un lanciare ami.

L’intervista di fine anno del Tg1? A Francesco Totti. Come se fosse stato l’uomo del 2009 e poi del 2010, come se fosse ancora quello che era qualche anno fa, ovvero la speranza di tutto il calcio italiano, il leader della Nazionale, il campione dei campioni. Poi Domenica In, con l’intervista a Marcello Lippi dentro la quale lo spot pro Totti è stato quasi imbarazzante. Poi ancora Festa Italiana, un programma che di solito parla di società, vip, gossip, cronaca varia, invece lunedì s’è lanciato in un bel servizio su Totti: “Re di Roma, l’uomo dei sogni, il campione che vuole prendersi il futuro”. Un caso? Diranno di sì, eppure viene il sospetto che non sia così: c’è che la Rai, col suo romacentrismo, vuole giocarsi il suo mondo sperando di contare ancora qualcosa. Perché non esiste molto altro nello sport Rai se non il Mondiale, e avere Totti in Sudafrica per loro deve significare sentirsi evidentemente parte di qualcosa. Oppure è solo tifo: la gran parte dei dipendenti Rai è romana e la gran parte dei romani è romanista e la gran parte dei romanisti pensa che il mondo senza Totti non sia mondo. In un caso o nell’altro, questa è una vicenda bizzarra. Sfiora il ridicolo, visto che a Totti non serve: se gioca, se segna, se serve, andrà ai Mondiali. E’ questa tutta la questione, no? Il Sudafrica. Allora ci aspettano mesi di pressing asfissiante. Vogliono trascinare il capitano della Roma nello stesso posto da dove lui è scappato.

Bisogna ricordare per capire. Bisogna andare a quel giorno in cui Totti disse basta con l’Italia: “Voglio concentrarmi solo sulla Roma e poi sono stufo delle accuse e delle critiche. Io ero orgoglioso di far parte del gruppo di quella squadra. Ma al Mondiale del 2006 mi hanno attaccato in troppi ed è successo solo perché sono romano”. Sapeva che non era vero. A rimorchio per giorni documenti, interviste, filmati, ricordi, memorie, battute: “Tutte le volte che il resto d’Italia ha distrutto Totti”. Tutto il paese si ricorda che la coppa del Mondo è stata vinta grazie a lui. Giocò praticamente mezz’ora in tutto. Mezz’ora contro l’Australia: il tempo di lanciare Grosso, di fargli prendere il fallo e poi di battere il rigore più difficile della carriera. Basta. Può anche avanzare, volendo. Invece il mondo che gli sta accanto deve avere sempre un sorso per autoalimentarsi. Allora l’intervista, il livore, l’atteggiamento da solo contro tutti. Poi Manchester, la sfida contro lo United e quell’altra uscita da numero uno a ogni costo, da legionario romano alla conquista del mondo: “Per me questa partita vale più della finale del mondiale. Questa è la Roma”. Perse 7-1. La Rai? Anche in quelle due conferenze stampa giocò un ruolo decisivo: neanche una critica, neppure un rimprovero. Totti non si tocca. Nessuno vuole farlo perché è un calciatore stupendo, eccezionale, straordinario. Non unico, ma raro. Però oggi non è l’uomo dell’anno. La dimostrazione l’ha data la sua squadra che ha compiuto la rincorsa all’Inter praticamente senza di lui. Perché si può essere determinanti anche senza esserci. E’ questo che ci racconta Totti. Il capitano che cede la fascia a De Rossi per mesi e che aspetta di rientrare con calma, senza fretta, senza angoscia. E’ rientrato come uno qualunque pur sapendo di essere un grande. Saggio ora, a differenza di quando denunciava il complotto anti-romano della Nazionale. Saggio a differenza di quanto faccia spesso il mondo che lo circonda: sarà troppo affetto, sarà troppo amore, però Roma esagera. A 34 anni Totti non è quello dello scudetto 2001. Lui lo sa, la città, i tre quarti della capitale che tifa Roma, no.

E’ cambiato, eccome se è cambiato. Più di una decina di anni fa, in una delle prime interviste, Francesco disse così: “La cosa che mi piace di più è superare tutti gli avversari, arrivare di fronte alla porta e passare a un compagno. Mi fa impazzire fare un assist. Più di fare gol, perché l’ultimo passaggio spesso è più difficile dell’ultimo tiro”. Non lo direbbe più. Non ora che teoricamente potrebbe fregarsene di segnare, invece, cerca ossessivamente la porta, tira da tutte le parti, sta male se non fa gol. In onore dell’ultimo atto ha archiviato la goliardia. Il cucchiaio, cioè il suo modello, il segno di riconoscimento, non si produce più come una volta. Il cucchiaio che in realtà sarebbe lo “scavetto”, però cucchiaio tira di più, si capisce meglio, si presta all’interpretazione e al gioco di parole. E’ la cartina di tornasole, questa: quel colpo arrogante, beffardo, borioso, insolente era il simbolo della versione di Totti. Quello che sembrava sbagliato, vagamente bulletto, quello che alzava la maglietta e tirava fuori la straordinaria scritta “V’ho purgato ancora”. Dov’è ora? Forse è rinchiuso in un’identità che Francesco ha temporaneamente sospeso per lasciare spazio alla serietà che gli anni gli hanno regalato.

Il tribuno di Porta Metronia, lo chiamavano. Perché c’era dentro quella sfacciataggine e quell’irriverenza sospesa nell’aria. Una bella botta forte, adesso, invece del cucchiaio. Una bella botta e via, a fare gol come gli altri. Normali. Tanti, ma spesso banali. Se glielo chiedi ora quale è il gol che si ricorda meglio nella carriera, risponde di getto: “Quello alla Sampdoria. Lì c’era tutto: gesto tecnico, coordinazione, forza”. Tiro al volo da sinistra a destra, colpito perfetto dal basso verso l’alto, ma non troppo, giusto, preciso fino a morire nell’angolo basso dall’altra parte”. Data 26 novembre 2006. Lì pure l’ultima polemica forte: “Questi gol sono per Matarrese e Platini che mi hanno criticato”. Vai così, sbagliato e infantile, com’era lui che non ha mai protestato quando lo chiamavano bimbo de Oro. Perché bambino lo è o lo sarebbe nell’anima e pure nel corpo. Bambino perché non riesce a camuffare come fanno i grandi, non sa vendersi se non per quello che è esattamente come fanno i ragazzini. Totti interpreta se stesso in ogni momento: nelle interviste, negli spot, nelle comparsate tv. Coattello. Una sbiascicata sul dialetto romano, la “r” al posto della “l”, la borza al posto della borsa, una mano e due mano, gli auti invece degli autobus, l’autiere che sarebbe l’autista.

E’ il suo emisfero, questo. E’ perfetto, era il mondo che l’aveva creato sbagliato e quindi giusto. Il 2001, lo scudetto, la festa al Testaccio, “semo du mijoni, anzi no ar Circo Massimo semo tre mijoni”, sono stati il trionfo. Roma-Parma 3-1, non se la scorda neanche uno che della Roma non è. Era un Imperatore. Con la fascetta in testa e il capello mezzo fluente, col ghigno di quello che ce l’aveva fatta. Carlo Zampa non aveva più voce: “E’ il momento del capitano, il simbolo di Roma e della romanità. Il bimbo de Oro. Francesco… Totti”. C’è ancora, c’è sempre. Non si muove, resta. Sarà il nuovo Bruno Conti, dicevano. L’ha detto, l’ha fatto. Il Milan? Sì ci sarebbe potuto andare. Il Real? Anche a Madrid lo aspettavano. Roma è la città eterna perché ha di nuovo un imperatore. Quando smetterà farà il direttore sportivo di questa squadra. Oppure l’allenatore. Sì, visto oggi, Francesco Totti è già un tecnico. Interpreta la posizione di capitano come quella di un giocatore che sta per passare dall’altra parte. Ha firmato fino al 2014: avrà 38 anni quel giorno, sarà ancora l’idolo, però saprà già quale sarà il suo futuro. Forse lo sa già: non l’ha mai detto, eppure l’impressione che ha dato contro l’Inter entrando in campo è stata quella di un ragazzo ormai uomo che non forza il recupero per essere in campo a tutti i costi. Magari il Totti di qualche anno fa avrebbe preteso di giocare titolare nella partita più importante dell’anno. E’ rimasto seduto in panchina, come un futuro Ranieri. Meno uno.

Ritorna: come quegli eroi dei cartoni animati che sono rotti e non ce la fanno, ma quando arriva il momento decisivo sono pronti. Qualcuno ricorderà Julian Ross di Holly e Benji: capitano della squadra Mambo, centrocampista offensivo in grado però di esprimersi in qualsiasi posizione. Soffre, però, di una malattia cardiaca congenita, che gli ha procurato il soprannome di “campione di vetro”: questo non gli ha impedito tuttavia di sviluppare il suo enorme talento, che mette al servizio della sua squadra pur nel limite di non poter giocare più di dieci minuti a partita. Il paragone improprio fa capire che cos’è Totti per i compagni e per il suo pubblico: è la sicurezza di avere uno che entra quando c’è bisogno e fa vincere. La Roma è già forte senza di lui, con lui può arrivare dove è già arrivata quando Francesco era all’apice: lo scudetto. Ci pensa spesso, lo dice talvolta: “Voglio ancora vincere qualcosa di importante con la Roma”. Lo dice con una voce diversa rispetto a prima del 2001. Allora c’era una punta di arroganza giovanile, adesso c’è una convinzione umile. E’ la stessa cosa che traspare da quella corsa per rientrare in campo dopo tanti mesi di stop. Normale, semplice, fluida: con quella calma che qualche tempo fa sarebbe stata inimmaginabile. Dicono gliel’abbia data Ilary. Deve averlo detto anche lui qualche volta, in una di quelle interviste da rotocalco che spesso ti fanno conoscere un uomo meglio di cento interviste alla Gazzetta dello sport. Vanno sul personale, cioè sull’unica cosa che resta da scoprire di questi campioni che vivono nel loro Truman Show perenne. Lui e lei, una coppia, una famiglia, una azienda.

Piacciono perché sono come devono essere: naturali, popolari, sinceri. Hanno inventato un genere imitato. Prima c’era il terzo incomodo Gattuso, adesso no. La pubblicità Vodafone ha trasformato un personaggio che per quasi tutta la carriera è stato il simbolo di una sola città, in simbolo collettivo. Il gioco sulle lingue, per lui che non ha mai fatto niente per nascondere il suo accento romano, l’ha definitivamente sdoganato. Fa ridere, anzi ride pure lui. Guardate quando deve fare il milanese: prima di dire “Ciumbia” non riesce a trattenere un sorriso. E’ divertente, simpatico, autoironico. Tutto quello che non sembrava essere anni fa e che invece è. La tv l’ha avvicinato al mondo senza staccarlo da Roma. L’ha fatto sentire vicino anche quando era lontano, ha tolto malinconia e nostalgia. La Roma che ha vinto senza di lui ha fatto capire ai romanisti che si può vivere con l’assenza fisica, la certezza di essere forti a prescindere fa godere di più il momento del rientro. Cioè ora: otto partite, non è neanche detto che debba farle tutte. A meno uno dallo scudetto un allenatore non rischia, no? Francesco in panchina è più di un allenatore. Può mettersi in campo dieci minuti, mezz’ora, novanta minuti, a seconda del bisogno. Solo il tempo in cui può giocare da Totti.

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