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Rafael Nadal

Rafa e la Spagna, i soldi e le ginocchia, l’ossigeno e il debito, le corse e gli ostacoli, i conti e le sviste, il tennis e il governo, la rete e la crisi, Nadal e Zapatero. Ecco: chiunque sia cresciuto sui campi di terra rossa sognando di scendere un giorno a rete con la dolcezza di Patrick Rafter, studiando i morbidi rovesci disegnati con una mano da Pete Sampras e osservando le traiettorie con cui Goran Ivanisevic spezzava in due le teste dei raccattapalle che avevano la sfortuna di incrociare a fondo campo le sue letali prime palle di servizio sapeva perfettamente che sarebbe andata a finire così.

13 Marzo 2010 alle 00:00

Rafa e la Spagna, i soldi e le ginocchia, l’ossigeno e il debito, le corse e gli ostacoli, i conti e le sviste, il tennis e il governo, la rete e la crisi, Nadal e Zapatero. Ecco: chiunque sia cresciuto sui campi di terra rossa sognando di scendere un giorno a rete con la dolcezza di Patrick Rafter, studiando i morbidi rovesci disegnati con una mano da Pete Sampras e osservando le traiettorie con cui Goran Ivanisevic spezzava in due le teste dei raccattapalle che avevano la sfortuna di incrociare a fondo campo le sue letali prime palle di servizio sapeva perfettamente che sarebbe andata a finire così: sapeva che un giorno il tennista più amato del mondo sarebbe rimasto senza fiato e sapeva che prima o poi il piccolo Rafa Nadal avrebbe fatto la stessa fine della Spagna di Zapatero.
Gli scoppiettanti muscoli di Rafa sono stati per molti anni il simbolo di un paese che vedeva esprimere la propria potenza su ogni singolo centimetro del campo da gioco – banche, industrie, televisioni, tennis, automobili, economia, imprese, investimenti, festival, cinema e persino politica – e il tennista di Maiorca era diventato il sogno di un’intera nazione che inseguiva i campioni economici europei senza preoccuparsi di correre il rischio di ritrovarsi un giorno senza più ossigeno nei polmoni.

E così come Zapatero ha fatto a lungo crescere il suo paese facendolo correre su fragili gambe da maratoneta, non ancora pronte ad affrontare esplosive performance economiche, allo stesso modo Nadal ha costruito molto del suo talento puntando tutto su un corpo troppo vulnerabile che un giorno o l’altro gli avrebbe presentato il conto. Quel giorno forse è arrivato e ora che l’ex numero uno del mondo è diventato la controfigura sbiadita della speranza di cui si era fatto portavoce i suoi tocchi balbettanti, i suoi scatti sofferenti e i suoi ritiri tormentati si sono trasformati nell’immagine perfetta di una Spagna ammaccata dall’insostenibile peso del proprio debito pubblico.

Oggi Nadal ha smesso di girare, non vince più, non trionfa più e non incanta più come qualche tempo fa. Lui si difende dicendo che è colpa degli infortuni – quello cronico alle ginocchia che lo ha costretto a due mesi di stop e a saltare Wimbledon; lo strappo agli addominali che lo ha bloccato agli US Open; il divorzio dei genitori, che, dice Rafa, lo ha colpito al cuore provocandogli una mini-depressione – e che non è più il campione di ieri perché ci sono troppi impegni, troppi dolori, troppi acciacchi, semplicemente troppo stress. E allora si capisce anche che lo spietato Gianni Clerici possa permettersi di usare queste parole per descrivere il corpo di Nadal. “Spariti i polpacci possenti, sparita la chele sinistra che somigliava a un avambraccio di Tyson. Sparita soprattutto l’arrogante sicurezza, i gesti gladiatori, l’irruenza. Quel che restava era un ragazzo beneducato, più vecchio dei suoi 23 anni, incapace di far altro che subire i colpi penetranti di un avversario potente sì, ma il più delle volte miope”. Eppure, a rivederla nel dettaglio, la biografia di Rafa sembrerebbe proprio quella di un fenomeno.

A diciassette anni debutta a Wimbledon e arriva fino al terzo turno. Dopo un mese da professionista entra tra i primi cinquanta del mondo. Il 2005 è il suo anno più bello: undici tornei vinti su dodici finali disputate, record dei Master Series (4 vittorie), vittoria al Roland Garros e seconda posizione in classifica. L’anno dopo nuovo trionfo al Roland Garros e vittoria nei tre più prestigiosi tornei su terra rossa (Montecarlo, Roma, Parigi). E’ l’anno dei record: l’ottimo primo turno del Roland Garros (contro lo svedese Robin Soderling) lo fa diventare primatista mondiale di vittorie consecutive sulla terra rossa (sono 54). Poi nel 2008, quando cioè il pil spagnolo cresceva come la classifica del Barcellona e quando la virilità del paese veniva ancora declinata con irresistibili metafore sportive, Nadal diventa il secondo giocatore al mondo a vincere nello stesso anno Roland Garros e Wimbledon; prima di lui, 28 anni prima, c’era riuscito solo Bjorn Borg. Nel 2009, infine, arriva il colpo a sorpresa: in 4 ore e 23 minuti Nadal batte Federer e diventa il primo spagnolo a conquistare il primo slam dell’anno, l’Australian Open. Poi però i muscoli cedono e arrivano i problemi: il 5 luglio 2009 Rafa perde il primo posto, sceglie di non partecipare a Wimbledon e inizia un calvario da cui non si è ancora ripreso.

Certo, si dirà che Rafa è ancora il numero tre del mondo, si dirà che in fondo ha appena venticinque anni e si dirà che nella storia non c’è nessuno che come lui ha vinto così tante partite di seguito (31) nel torneo più importante del mondo sulla terra battuta, il Roland Garros. Ma tutti i grandi appassionati delle peripezie sportive sulla terra rossa sanno che il Roland Garros è lo specchio in cui i pallettari possono contemplare se stessi illudendosi di essere, almeno per un attimo, i tennisti più sexy del mondo. I granelli di terra rossastra calpestati dai tennisti cresciuti sui terreni sabbiosi dei paesi latini hanno prodotto raramente fenomeni per tutte le stagioni tennistiche e come i più grandi “arrotini” della storia Nadal è più che altro un piccolo fenomeno creato in laboratorio: una specie di spettacolare Frankenstein della terra rossa a cui gli zii hanno imposto di impugnare la racchetta con la mano sinistra – seppure Rafa sia un destro naturale: fate caso alla mano con cui firma gli autografi – e a cui i suoi maestri hanno consigliato di usare già da bambino quel rovescio bimane che altro non è se non il colpo di chi sogna di essere un campione sforzandosi di essere migliore solo con la forza, e non con la classe. La volontà poi di costruire un campione su misura è una scelta studiata a tavolino per tentare in tutti i modi di mettere in difficoltà quegli avversari, i destri, che ogni volta che dall’altra parte del campo si ritrovano un antagonista che usa i colpi invertiti fanno sempre un po’ fatica a prendere le misure.

Dietro la storia di Nadal c’è poi tutta la piccola epopea del tennista latino. Come tutti i terraioli, e come tutti gli amanti di quel terriccio rosso su cui sgambettano tennisti che con poco ingegno sono stati educati a utilizzare la racchetta come se fosse un martello, Nadal è cresciuto in un mondo in cui più che il talento è la resistenza fisica e la ritmica regolarità dei colpi a dare la possibilità di gareggiare alla pari con i numeri uno. La vera natura del terraiolo è infatti quella di essere una macchina da guerra capace di piazzare con regolarità asfissiante dritti e rovesci al di là del net, di calibrare con la giusta misura i colpi dall’altra parte della rete, di arrivare a raccogliere le palline tra i gerani appesi a bordo campo, di resistere senza troppo affanno a ore ore di maratone sportive e di costringere gli avversari a desiderare di finire il game per accucciarsi in panchina e ricaricarsi mangiando in fretta pezzetti di banana. Il tennis di Rafa, a differenza di quello di Federer, non è però un dono di Dio: è piuttosto un forsennato tentativo di dimostrare agli avversari di essere il più bravo del mondo a prendere una pallina gialla e a tirarla fortissimo dall’altra parte del campo. Ma proprio come i bambini capricciosi che nei momenti di sconforto spiegano ai genitori di non avere più nel cervello spazio sufficiente per poter immagazzinare nuove nozioni, ecco, allo stesso modo nel tennis esiste un preciso limite chilometrico alle ambizioni dei fenomeni.

Lo diceva sempre quel geniaccio di Mats Wilander: “There are a certain number of miles you have in your legs and your heart”. E quel preciso numero di miglia che ogni tennista ha nel proprio cuore e nelle proprie gambe, ecco, Rafa rischia di averlo raggiunto già da un pezzo, e questo Roger Federer lo sa perfettamente. Perché se è vero che nel tennis i campioni vivono grazie al riflesso del proprio doppio – Sampras e Agassi, McEnroe e Borg, Edberg e Becker, Lendl e ancora McEnroe – oggi le facce che illuminano il tennis mondiale sono certamente quelle di Rafa e di Roger ma è difficile negare che tra i due c’è la stessa distanza che esiste tra un leader eterno e un eterno pretendente. Le statistiche dicono che su venti sfide giocate contro, Nadal ne ha vinte tredici e Federer solo sette, ma in realtà, come capita in ogni difficile e a volte impossibile leadership da contendere, la sfida con Roger non è altro che la rincorsa esemplare del numero due che sogna di vivere da numero uno sapendo perfettamente di essere destinato a una carriera da eterno vice di. Nadal eccita i suoi tifosi – Vai Rafa!, vai Rafa! – come tutti i leader passeggeri che accendono le folle solo per aver avuto il pregio di mettere improvvisamente in discussione la leadership del numero uno e in questo senso il giorno in cui Nadal ha fatto davvero illudere il mondo che fosse lui il numero uno è stato all’Australian Open di un anno fa: quando in cinque set Rafa sconfisse il numero uno del mondo Roger Federer, quando diventò il primo spagnolo a vincere quel torneo e quando tutti scrissero che Nadal era tornato a essere un mito, un genio, o più semplicemente una leggenda.

Perché, sì, non sono mai vittorie normali quelle di Rafa. Sono sempre successi straordinari, sono sempre punti particolari, sono sempre record eccezionali e sono sempre scambi leggendari. Ma chi si intende un po’ di tennis sa che il vero campione non è un maratoneta che arriva al traguardo distrutto e con la maglietta sudata: il vero fenomeno è il tennista centometrista che con dolcezza trasforma i punti impossibili in imprese tutto sommato facili. E lo fa con un anticipo, con un rovescio, con un dritto, con una volée e con una prima di servizio vincente. “Il talento vero e tangibile di Nadal – sostiene Rino Tommasi, commentatore di Sky – è ributtare la palla di là una volta più degli altri. Per conquistargli un punto occorrono, soprattutto sulla terra, diversi colpi vincenti consecutivi. La percentuale minima di errori caratterizza le sue partite, la tenuta mentale è infatti uno dei punti di forza del tennista. Nadal è il simbolo delle rivalità che ravvivano uno sport pigro e che contribuiscono ad auto distruggersi quando uno dei due rivali non ha più rivali”.

Per sdrammatizzare, c’è chi dice che in fondo
il vero problema non solo dell’economia ma anche dello sport spagnolo sia il tocco non proprio fortunato di José Zapatero. Non c’è stata infatti una sola volta in cui il capo del governo sia riuscito a vedere di persona il successo di un team spagnolo. Il caso degli ultimi Mondiali di calcio è stato quello più eclatante (la Spagna è stata eliminata dopo l’arrivo di Zapatero in ritiro) e anche poco prima degli ultimi Europei di basket sono stati molti i tifosi che alla vista di José hanno tirato fuori spicchi d’aglio e cornetti rossi (il giorno dopo aver dato l’in bocca al lupo alla squadra si è rotto il polso il cestista più famoso di Spagna, Marc Gasol Sáez). La presunta cattiva influenza di Zap è stata persino testata in alcuni sondaggi e il più significativo è uscito alla fine del 2006 su diversi siti sportivi spagnoli (Pensa che sia una buona idea avere Zapatero tra il pubblico? Risposta a: no, spero che se ne stia a casa; risposta b: sì, preferisco che vinca la Germania. Il 93 per cento, naturalmente, ha cliccato sulla lettera a). Fino a poco tempo fa Zapatero si difendeva con un sorriso dicendo che non si può certo parlare di sfortuna con un Alonso che non perde un colpo in Formula uno e con un Nadal che non fa che trionfare sulla terra.

Poco dopo aver parlato il jet privato di Alonso
si è schiantato contro una palazzina dell’aeroporto di Malindi (il pilota, che era di ritorno dalle vacanze di Natale trascorse con Briatore, grazie al cielo è uscito illeso dall’incidente) e Nadal prima si è ritirato da Wimbledon e poi ha perso il primo posto in classifica atp. E’ solo un caso, certo, perché Rafa presto tornerà, perché vincerà ancora un mare di tornei, perché senza dubbio ricomincerà a scalare la classifica ma come ha detto qualche tempo fa il grande John McEnroe, beh, i suoi colpi non saranno mai davvero belli: saranno duri, saranno perforanti, saranno al massimo decisi. Per questo, non c’è dubbio che comunque andranno le cose e qualsiasi cosa combinerà nei prossimi anni il tennista di Maiorca, alla fine la differenza tra un Nadal e un Federer, tra un Nadal e un Sampras, tra un Nadal e un Borg e tra un Nadal e un Agassi sarà sempre quella, sarà sempre una: tra scegliere se spazzare una riga bianca di un campetto da tennis con un proiettile oppure farlo con una carezza, semplicemente spietata.

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