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Rock and Rooney

Remember the day, urla il telecronista. Ricorda Wayne, più grasso di ora, più violento di ora, più cattivo di ora. Un tiro forte, preciso, ignorante. Il primo gol di questa vita. YouTube regala la voce di quella diretta impazzita, il grido stridulo di chi ha appena visto un campione. Perché si capisce, dicono tutti. Dal tocco, dalla voglia, dalla grinta, dal fato: segni un gol all’Arsenal e inizia lo spettacolo. Wayne Rooney ha cominciato allora e non finisce mai: corre, tira, segna, contrasta, salta, combatte.

16 Febbraio 2010 alle 00:00

Remember the day, urla il telecronista. Ricorda Wayne, più grasso di ora, più violento di ora, più cattivo di ora. Un tiro forte, preciso, ignorante. Il primo gol di questa vita. YouTube regala la voce di quella diretta impazzita, il grido stridulo di chi ha appena visto un campione. Perché si capisce, dicono tutti. Dal tocco, dalla voglia, dalla grinta, dal fato: segni un gol all’Arsenal e inizia lo spettacolo. Wayne Rooney ha cominciato allora e non finisce mai: corre, tira, segna, contrasta, salta, combatte. Centravanti che torna a fare il terzino. E’ un campione diverso: non c’entra col glamour, né con le smancerie, né col look perfetto. E’ orgogliosamente truzzo e ostinatamente fortissimo. Unico, adesso. Perché non ce ne sono così: cerca, cerca, cerca. Non c’è altro. Rooney è un investimento certo, la sicurezza di avere gol a palate e poi aiuto agli altri. Perché lui gioca per giocare, gioca per il pallone, gioca per vincere. E’ un fenomeno normale, te ne accorgi dalle foto: “A otto anni era già stempiato”, ha detto qualche giorno fa Pierluigi Pardo. L’aspetto è il depliant con cui si presenta: i capelli rossicci e le lentiggini, come milioni di inglesi, come centinaia di ragazzi cresciuti sulla Mersey, il fiume che tocca Liverpool. Rooney è uno di loro, forse uno di noi. Perché piace a quelli che detestano i calciatori modelli alla Beckham e alla Cristiano Ronaldo, ma piace anche a chi se ne frega dei volti patinati.

Wayne non può non piacere. Perché se non piace lui, allora non piace il calcio. E’ un condensato, una sintesi, un riassunto: ha la potenza, ha la classe, ha il tocco, ha l’egoismo, ha l’altruismo, ha l’individualità, ha il gioco di squadra. E’ quello che ogni ragazzino vorrebbe essere, indipendentemente dal ruolo sognato o dall’ideale desiderato: se diventi come Rooney, sei un calciatore vero. Precoce. Remember the day, appunto. Quel giorno del 2002, il 19 ottobre: il gol più giovane della storia del calcio inglese, a 16 anni e mezzo. L’Inghilterra cominciò a raccontarlo così: “Wayne Rooney, un ragazzino che non è alto, non è magro, sembra uscito da un film di Ken Loach, ma al contrario del regista rosso, è un vincente. Capelli cortissimi, numero diciotto sulle spalle, attaccante dal destro esplosivo e una storia da cinema. A sedici anni e 360 giorni David Moyes, tecnico scozzese dell’Everton, ha deciso che era il momento di fare entrare il ragazzo nella storia. A Goodison Park c’è l’Arsenal, la squadra degli ‘imbattibili’, i ‘Gunners’ di Arsene Wenger, quelli che non perdono da trenta partite, che in trasferta non escono sconfitti da 23 gare. Rooney va in campo, sfrontato, sicuro, come se fosse abituato da una vita, sei minuti e via, a Liverpool è nata un’altra stella. A sedici anni Rooney diventa il più giovane giocatore ad avere realizzato un gol nella Premier League. ‘Per fare alla sua età quello che ha fatto lui – ha raccontato stupefatto Wenger – bisogna avere qualcosa di speciale: è il più grande talento che ho visto emergere da quando sono in Inghilterra’. La scorsa stagione Rooney ha segnato 8 gol in altrettante gare della coppa d’Inghilterra giovanile, trascinando i compagni in finale, due gol fino ad oggi in Premier League, altre due reti in coppa di Lega contro il Wrexham: per i giornali inglesi è l’unico che possa salvare la panchina di Eriksson. Milan, Manchester, Bayern Monaco e Real Madrid sono in fila e aspettano che vengano ascoltate le loro offerte. Padre disoccupato, la madre Jeanette, 35 anni, cuoca alla scuola ‘De la Salle Roman Catholic’, due fratelli, Graham 14 anni e John 11 (entrambi già tesserati dall’Everton), una famiglia che per arrivare alla fine del mese faceva miracoli. E che oggi sogna ad occhi aperti nei due chilometri di strada che separano lo stadio da Croxteth, il quartiere popolare dove vivono i Rooney.

Wayne, per i tifosi semplicemente ‘Roonaldo’, fino a ieri percepiva una specie di paghetta: 80 sterline a settimana (126 euro circa), il 24 ottobre ha compiuto 17 anni e, dimenticati i record, è arrivato il momento di parlare di soldi e di un contratto da adulto. Firmerà un accordo per due stagioni da mille sterline a settimana, che saliranno a 8.000 tutte le volte che andrà in campo, oltre 650.000 euro l’anno. Ma intorno al ragazzino è già cominciata la danza degli squali che si sbranano per la procura. La Proform di Peter Macintosh che si occupa di Rooney sta per essere tagliata fuori e minaccia azioni legali: Kenny Daglish gli ha infatti consigliato di rivolgersi alla pro Active Management di Paul Stretford. E mentre negli studi d’avvocati e commercialisti ci si dà battaglia, Rooney si comporta come farebbe qualsiasi ragazzino, va in campo e si diverte. Domenica scorsa l’Everton giocava ad Elland Road, casa del Leeds, Rooney parte in panchina, poi va in campo a costruire la sua storia. Cinque minuti, tiro dai diciotto metri, palla imprendibile e squadra che sale al quarto posto in classifica. A Liverpool il fiume Mersey divide la città nel più entusiasmante derby d’Inghilterra, da una parte Croxteth, il popolo e Rooney, dall’altra Chester il paesone che si apre sul lato opposto, terra di Owen, il campione del Liverpool primo in classifica. Una città abituata a vivere tra ricordi dei Beatles e pallone, ora sembra attendere una sola domenica, il 22 dicembre giorno della sfida tra due ragazzi prodigio”. Quella sfida ci fu. La vinse Owen, che allora era il meglio. Oggi Michael fa la spalla panchinara di Wayne. Perché è così che funziona quando trovi davanti uno alla Rooney: finisce che ti supera per fame, oltre che per capacità. Ti divora. Veloce, sfrontato, cattivo: non è violenza, questa. O meglio hanno cercato anche di dire questo: che fosse un attaccabrighe, una testa calda, uno dal cazzotto facile. Invece no.

Lui ha una faccia tesa perché non conosce l’idea della sconfitta. Sembra un picchiatore da pub, poi si mette davanti a un microfono e ritorna un ragazzino timido, quasi sopraffatto dalla popolarità, dalla pressione. Parla con la voce bassa, si tocca il volto, si tira indietro: un piccolo e indifeso miliardario. Parla e nemmeno si capisce, perché questo è un dettaglio che fa la differenza: Wayne è scouser nell’aspetto e anche nella lingua. Cioè è di Liverpool, vuol dire che si sente da lontano che è un po’ tamarro. L’accento in Inghilterra vale più che in Italia e dice che i nordisti sono più grevi dei sudisti, che dalla voce sai se uno ha studiato o no, se è figlio di un ceto o di un altro. Wayne viene della periferia dell’impero. E’ nato nella parte sbagliata di Liverpool per finire in quella giusta di Manchester. Questione di incroci e di destini, di maglie indossate senza la pretesa che siano eterne. Non importa la città, a volte. Né la squadra, né il passato. Non per Wayne. Non con Wayne. “A me basta il pallone”. Quello e stop. Senza romanticismo e senza pietà. Così messa Liverpool adesso ricorda ancora la prima volta che giocò da avversario contro l’Everton, la sua ex squadra. Segnò e invece di abbassare la testa, mimare un finto pianto, di chiedere scusa al suo passato, si lanciò urlante sul prato del Goodison Park, cioè dello stadio dove fino alla stagione prima faceva lo stesso quando segnava per la squadra di casa. E poi i pugni al cielo e poi ancora l’abbraccio dei compagni cercato, voluto, preteso e non respinto. Il calcio dovrebbe ringraziare uno così. Diverso e sincero, incapace di pensare ad altro che non sia spingere un pallone in porta. Dicono che giochi come i ragazzi della strada. Non si capisce se è un complimento o un’offesa. E’ semplicemente la verità. E nasce tutto lì, a Croxteth, il “quartiere dove le case hanno il colore del sangue e dove, nel sangue, i ragazzi hanno la durezza del mattone”, come ha scritto qualcuno. E’ la casa dei Rooney, quella. Di Wayne, di suo padre Wayne, di suo nonno Wayne. Si chiamano tutti allo stesso modo per non sbagliarsi e per un senso di continuità che però l’ultimo ha interrotto. Perché è finita la fame: ora si viaggia su cifre che non rendono conto neanche a un portafoglio. I Rooney sono ricchi grazie ai gol, quelli nati sull’asfalto, nelle strade di Croxteth, dove su una chiesa il tempo non ha cancellato una scritta leggendaria: “Dio salva”. “Ma Rush segna sulla respinta”. L’avevano messa lì i tifosi dei Reds, cioè gli altri. Perché Rooney era dell’Everton, quindi opposto. Andava a Goodison Park con quella maglietta che avevano tutti: “Once a blue, always a blue”, una volta blu, per sempre blu. Invece no.

Niente è per sempre per Wayne. Tranne Coleen, sua moglie. Stanno insieme dal liceo ed è una Rooney donna: grassottella, normale, popolare. Viene dallo stesso mondo di Wayne e con lui ha passato tutte le tappe della vita. L’Inghilterra la conosce da quando il fidanzato compì 18 anni e da nuova star fece una festa con tutti gli amici del quartiere: centinaia di ragazzi come loro, poco attenti alla dieta e ancora meno all’aspetto. Normali, allora. Così normali da sfondarsi in stuzzichini e birra e a trasformare la festa in rissa. Si menarono e si divertirono come pazzi. Adesso non lo farebbe più, Wayne. Cioè lui diciottenne sì, lui ventiquattrenne no. Perché è maturato, è cresciuto, è diventato papà: suo figlio è nato in un ospedale pubblico di Liverpool e non in una clinica privata da snob. Anche questo è Wayne il truzzo. Autentico e opposto sia ai fighetti, sia ai radical chic. Certo, s’è comprato una casa da 4,5 milioni di sterline: più grande di un campo da calcio e più capiente dello stadio dove gioca il fratello Graham che gioca nel Burscough, squadretta di discreta tradizione tra i dilettanti di Liverpool. Aveva cominciato anche lui nell’Everton, solo che fu cacciato via. Non perché non fosse bravo, ma perché in una partita tra giovanili aveva steso un avversario che secondo Graham gli aveva sputato. Pugni, anche quelli affare di famiglia, visto che il padre era pugile dilettante. E così Graham Rooney che a scuola era stato campione scolastico Under 16 e che una volta per colpa dei cazzotti aveva combinato un casino. Era la festa di fidanzamento tra Wayne e Coleen: finì in una storia da saloon con Graham pronto a menare qualunque parente acquisito gli capitasse.

Non succede più, adesso. Almeno non è successo al matrimonio del fratello. A Portofino. Una festa con 64 invitati per una spesa complessiva di 6,3 milioni di euro. Cosucce sparse: cinque aerei privati per raggiungere la riviera di Levante, un concerto privato dei Westlife (la band preferita da Coleen) per 510 mila euro, cinque viaggi a New York per le prove dell’abito di lei, due anelli inguardabili ed enormi con un valore complessivo di 125 mila euro. Tutto irrimediabilmente cafone e però tutto incredibilmente voluto, atteso, desiderato: si amano perché sono uguali. Nelle origini, nell’idea di futuro, nella ricchezza. Coleen è un’altra normale vincente. Nel 2007, ha guadagnato più del marito: 19,5 milioni di euro, tra servizi per riviste patinate, il lancio del suo profumo, “Coleen X”, l’autobiografia, “Welcome to my World”, una serie di libri con consigli di moda e bellezza per ragazzine dai dieci anni in su, un dvd di fitness e le pubblicità per la linea d’abbigliamento George, dei supermercati Asda, è impegnatissima. Si irrita quando i giornali la definiscono la portabandiera delle wag, le mogli e fidanzate (l’acronimo sta appunto per wives and girlfriends) dei calciatori con la loro vita fatta esclusivamente di shopping, grandi firme e night alla moda: lei è una che lavora sodo. “Io e Wayne abbiamo conti bancari separati. Non mi piace che sappia quanto spendo. Wayne è generosissimo. L’anno scorso mi ha regalato una Bentley. Ma è chiaro, è il pensiero che conta”. Irriverente e spontanea. In più è simpatica a tutti: un ex cicciottella diventata magra senza rinunciare al cibo, ma impegnandosi come una disperata in palestra e piscina. Come Wayne, che quando era un po’ abbondante di giro vita si rifiutò di mettersi a dieta, ma cominciò a lavorare un’ora più degli altri, alla fine degli allenamenti. Perché è lo spirito che conta. Più l’educazione, i valori, le passioni. Rooney le riassume tutte sul corpo, coperto quasi completamente di tatuaggi. Il più importante è sotto il braccio destro: “Just enough education to perform”, cioè uno stile di vita oltre che il titolo dell’album della sua band preferita, gli Stereophonics. Wayne li ha visti 22 volte dal vivo. “Conosce le nostre canzoni meglio di noi”, dice il frontman Kelly Jones appassionato di calcio come Wayne e però suo nemico pallonaro perenne: tifa Leeds, cioè la vera rivale del Manchester United. Ora no.

Adesso non è tutto così chiaro: le maglie, i colori, la fede, il tifo. Si può anche essere meno rigidi. Rooney era blu ed è diventato rosso: un rosso opposto a quello di Liverpool, però. Kelly con Wayne sta colorando il suo bianco. Non c’è bisogno di cambiare, basta solo metterci l’amicizia. Leeds, Liverpool, Manchester: il triangolo permette comunque di avere amici e nemici. Non c’è niente di eterno col pallone, a volte non esiste neanche la pietà per se stessi, in qualche caso neppure il ricordo dell’infanzia. Rooney corre solo dove va il pallone. E se di fronte c’è una porta non si vede altro, neanche i colori.

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