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Tarak Ben Ammar

Ha costruito una fortuna, la propria fortuna, sulle relazioni. Le sue conoscenze riempiono un carnet più lungo del catalogo di Leporello. I giornali sono pieni di interviste e biografie che trasudano simpatia. E lui, abilissimo nel coltivare la stampa, non si sottrae. Raccontare di Tarak Ben Ammar, dunque, non sembra un compito molto arduo. Capire Tarak Ben Ammar è tutt’altra storia.

19 Gennaio 2010 alle 00:00

Ha costruito una fortuna, la propria fortuna, sulle relazioni. Le sue conoscenze riempiono un carnet più lungo del catalogo di Leporello. I giornali sono pieni di interviste e biografie che trasudano simpatia. E lui, abilissimo nel coltivare la stampa, non si sottrae. Raccontare di Tarak Ben Ammar, dunque, non sembra un compito molto arduo. Capire Tarak Ben Ammar è tutt’altra storia. L’ex produttore di una Cinecittà nel deserto è diventato incontournable. Manda un messaggio a Sarkozy a favore di Alitalia. Vola a Tripoli per incontrare Gheddafi quando il Colonnello attacca Roberto Calderoli. Cerca di gettare un ramoscello d’ulivo a Gianfranco Fini mentre i rapporti con Berlusconi sono tesi come corde di chitarra. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Doppiato il capo dei sessant’anni, è ormai il Figaro di Piazza Affari e dintorni. E, come il personaggio di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, rischia di stringere tra le dita troppe matasse, spesso molto aggrovigliate.

L’abecedario contenuto nel sito Internet è un vero viaggio attorno alle sue stanze. Comincia con “A come artigiano, un artigiano che fabbrica sogni”. C come cittadino del mondo, E come europeo, H come onore, la Legion d’Honneur concessagli da François Mitterrand quando lui aveva appena 33 anni. I come indipendenza e influenza; entrambe, e non a caso. Come del resto P, patriota e popolare. J come Michael Jackson, perché ha prodotto la tournée europea del 1996. E via via fino a Zeffirelli, passando per Godard, Kennedy, Dino de Laurentiis. Nulla da invidiare alla cavatina del “Barbiere” di Rossini.
Abbiamo saltato la lettera B perché è la più copiosa. E la più importante. “B come Berlusconi”. Si incontrano nel 1983, producono insieme “Anno Domini”, una serie sulla caduta dell’Impero romano. E’ lui stesso a ricordare più volte l’occasione: “Lo conobbi sulla spiaggia di Hammamet con Craxi. La sera dopo ci fu quella festa di cui tanto si parla, con Tony Renis e la notte passata a cantare. Io stavo girando un film e portai modelle attrici stupende. Silvio le ammirò, eccome. Però parlava solo di Veronica… Peccato che dopo la sua discesa in politica non gli sia stata al fianco – sospira – eccetto che per la visita di Clinton. Una donna così bella, così elegante, così intelligente e fondamentale per un leader. Guardi come Carla ha fatto bene a Sarkozy”.

Nell’89, Tarak diventa socio in Quinta Communications, holding francese nella quale recentemente è entrato anche Gheddafi. Nel 1994 riceve un mandato di banchiere d’affari per rilanciare Fininvest e un anno dopo aiuta a far quotare Mediaset in Borsa, entrando nel consiglio di amministrazione. Rammenta che batté Murdoch sul filo di lana, trovando finanziatori per un miliardo di dollari. Soprattutto l’emiro Al Walid bin Talal bin Abd al Aziz Al Saud, nipote del fondatore della monarchia saudita. “Da piccoli le nostre famiglie si conoscevano bene – spiega – Da grandi lo intercettai a Cannes”. Come da copione.
Le cose, in verità, furono molto più complesse e l’ingresso di Mediaset in Piazza Affari avvenne grazie all’accompagnamento della Banca di Roma guidata da Cesare Geronzi. Ma non importa. Ben Ammar è un uomo inclusivo, per natura e per scelta.
Quando Berlusconi viene accusato di finanziamenti illeciti, Tarak non si fa interrogare, ma invia ai magistrati tutte le carte per ricostruire la sua versione della storia: Craxi chiese aiuti per Arafat. “Silvio mi disse che non poteva esporsi perché faceva affari con le major americane”.

Guidate per lo più da ebrei fortemente impegnati nel sostegno a Israele.
Così, i fondi passarono nel 1991 attraverso la società lussemburghese All Iberian, proprio grazie al produttore che aiutò a vendere la filmoteca della Cinq, la sfortunata avventura parigina di Mediaset. Lui incassò quale compenso il cinque per cento dell’operazione anziché il 15 come di norma, la differenza (20 miliardi di lire) finì all’Olp. In appello, nel 1999, Berlusconi è stato proclamato non punibile.
Affari, politica, relazioni internazionali. Finanza araba e pure finanza ebraica. A European Business, nell’aprile 2008, racconta di rapporti preferenziali con Goldman Sachs, grazie ai quali ha costruito la sua rete internazionale per la distribuzione cinematografica. Ma anche le eccellenti relazioni con l’Opus Dei che gli hanno consentito di distribuire il film di Mel Gibson “La Passione di Cristo”. Amico di tutti, compreso Michele Santoro che lo ha invitato ad “Annozero” dove ha fatto un figurone, svelandosi forse per la prima volta al grande pubblico. Come fa?
“Cerco di insegnare la sensibilità orientale”, è la sua risposta.

La stessa sensibilità che gli ha consentito di tenere insieme Al Walid e Rupert Murdoch.
Il principe arabo rappresenta il veicolo per mettere a frutto le ricchezze di un ramo della famiglia regnante saudita. Diventato grande azionista di Citibank, la Sec, l’agenzia che controlla Wall Street, congela i diritti di voto. Nel 2001, dopo l’11 settembre, la Cia solleva sospetti sulle sue fortune e paventa persino legami con Osama bin Laden. Murdoch è filoisraeliano e occidentalista, non apprezza giri di valzer mediorientali. In più, è concorrente di Mediaset con Sky. E non nasconde i suoi obiettivi in terra italiana: “Sfiderò Berlusconi”, ha detto in una intervista del 2003. Ebbene, ha mantenuto la parola. “Tuttavia – ricorda Ben Ammar – Rupert sa bene che deve a Silvio l’ingresso di Sky in Italia. In Francia non c’è riuscito”. Quanto alla presunta irritazione per la mancata vendita di Mediaset, va considerata una leggenda metropolitana. “L’operazione era fatta. Ma si opposero Marina e Pier Silvio. Lo stesso Murdoch ha avuto conflitti in famiglia con il primogenito Lachlan, quindi sa come vanno queste cose”. E bravo Figaro, anzi “bravo bravissimo”. Ma come fa?

La fonte principale delle notizie la fornisce lui stesso.
Tutti vi si abbeverano. Né zampillano nuove sorgenti. Seguiamo anche noi il filo di un racconto che assume i sapori della grande storia e comincia nella Tunisia sotto il tallone francese. Ben Ammar padre è un avvocato. Sua madre è corsa, cattolica convertita all’islam al momento del matrimonio. Sua zia Wassila nel 1961 diventa la seconda moglie di Habib Bourguiba, eroe della lotta antifrancese e primo presidente tunisino, amico di famiglia, perché il nonno di Tarak, anch’egli uomo di legge, lo difendeva negli anni orribili in cui per i francesi era solo un terrorista. Bourguiba non si tocca, anche se l’autunno del patriarca coincide con la svolta autoritaria all’interno e anti-sionista all’estero. Tanto che Tunisi diventa la sede della Lega araba e poi dell’Olp, quando Yasser Arafat abbandona il Libano occupato da Israele. L’eroe dell’indipendenza rifiuta di lasciare il potere, ma nel 1987 viene deposto con un golpe “medico” dal generale Zine Ben Alì.

Nel 1958, Tarak giunge a Roma con il padre, nominato rappresentante del proprio paese, e viene iscritto al Notre Dame, un collegio di preti cattolici. Il ragazzo passa l’adolescenza tra gli studi e il cinema Archimede ai Parioli, dove si proiettavano film in lingua originale. A 18 anni, entra alla Georgetown University di Washington. Nel 1971, invece di filare a Harvard e prendersi un dottorato, torna in patria con un diploma in business. Quel che gli piace davvero è fare pubbliche relazioni. Fonda una società di produzione cinematografica e la chiama Carthago. Mette in moto qualche buon contatto. Si infila nella troupe di Francesco Rosi convincendolo ad ambientare alcune scene del “Caso Mattei” in Tunisia. Ma il salto avviene quattro anni dopo.

Il business model di Tarak è semplice: fin dall’inizio non chiede percentuali per il suo ruolo di mediatore, bensì una quota, per quanto piccola, nella produzione. Il nome circola. Lui entra nel gran giro. E’ un sistema che si rivelerà prezioso con Roberto Rossellini e il “Messia” girato in un vasto complesso di dieci ettari a Latrach, nei pressi di Hammamet, chiamato Empire studios. Primo di una lunga serie di film ispirati ai Vangeli, nei generi più disparati: da “Brian di Nazareth” dei Monty Python nello stesso 1975 al “Gesù” di Franco Zeffirelli, alla distribuzione europea alla “Passione” di Mel Gibson. Passando per “Star Wars” e “La ricerca dell’Arca perduta” fino a “Baarìa” prodotto con Medusa, il film più costoso della storia del cinema italiano: 28 milioni di euro. Senza contare “Pirati” di Roman Polanski che gli procura un processo contro Universal alla fine del quale nel 1994 ottiene una vittoria senza precedenti: 14 milioni di dollari per ricompensare gli interessi lesi; è la prima volta che un produttore straniero vince contro una major di Hollywood.   

Quest’atmosfera sospesa tra Tinseltown e Sherazade, showbiz e notti arabe, non può far dimenticare che Ben Ammar ha ottenuto in Italia quel che non è riuscito a realizzare in nessun altro paese, nemmeno nella Francia della quale è diventato cittadino. Lui lo riconosce con franchezza e ringrazia. Anche se, nelle operazioni finanziarie che lo hanno visto attore, ha per lo più ha rappresentato interessi francesi. A sua discolpa può dire che l’ingresso della cordata transalpina guidata da Vincent Bolloré in Mediobanca ha fatto parte di un conflitto tutto italico. Lo stesso è avvenuto con la scalata a Edison da parte della società elettrica francese Edf. E’ un classico. Anche Carlo VIII, l’ultimo dei Valois, venne sollecitato dal milanese Ludovico Sforza detto il Moro, a varcare le Alpi e cominciare le guerre italiane che tanto ripugnavano a Machiavelli.

La nuova carriera di Figaro della finanza, per molti versi anomala, coincide con il vuoto che la morte di Enrico Cuccia provoca nell’universo dei “poteri forti”. Ben Ammar sostiene di aver favorito l’ascesa di Bolloré in terra d’Italia. Anche se l’uomo d’affari bretone è l’erede di una grande fortuna ed è stato il poulin, il puledro da corsa, di Antoine Bernheim, il quale come partner di Lazard ha svolto un ruolo di primo piano in Italia almeno fin dai primi anni Settanta. Tanto che a Parigi lo chiamano, con affettuosa ironia, Tonio. A lui Cuccia aveva affidato una cassaforte tutta speciale, chiamata Euralux, che custodiva il pacchetto decisivo per il controllo di Generali. La sede in Lussemburgo, le chiavi nelle mani di Agnelli, Cuccia e Bernheim.
C’era davvero bisogno di Ben Ammar, dunque, per riorganizzare gli equilibri dell’alta finanza italiana? Oppure il produttore tunisino agisce come scudiero del Cavaliere, nel momento in cui Fininvest deve restare dietro le quinte? E’ la tesi diffusa a Piazza Affari, tanto più, dicono i suoi sostenitori, che Marina Berlusconi entra in consiglio Mediobanca nel 2008. Sono passati cinque anni, è vero; ma, al contrario delle mura di Gerico, quelle del salotto buono calano lentamente. E in questo bradisismo Tarak svolge il ruolo di abile mediatore.

Prendiamo le Assicurazioni Generali. Fin dalla nascita in pieno impero austro-ungarico, la compagnia ha una vocazione europea, o meglio centroeuropea. A Praga dava lo stipendio a Franz Kafka. Trieste era lo sbocco al mare degli Asburgo. Ma, inutile negarlo, è ormai il gioiello più importante nella Borsa di Milano. Ben Ammar ha sostenuto la presidenza Bernheim, facendosi portavoce della cordata francese che possiede poco meno del dieci per cento di Mediobanca, azionista numero uno di Generali. Interessi che molti hanno sospettato essere in sintonia con quelli della compagnia francese Axa che proprio Bernheim contribuì a far grande quando era socio di Lazard, aiutando lo spregiudicato e visionario Claude Bébéar, gran cacciatore di leopardi in Africa, a rovesciare come un guanto la vecchia unione di mutue regionali, per trasformarla in un colosso mondiale. Rumors e sospetti sempre smentiti.
Adesso è il momento di cambiare. Bisogna convincere Tonio a fare un passo indietro, accettando una carica onorifica per liberare una poltrona strategica nel risiko del potere. Chi meglio di Ben Ammar, si dice nel suo entourage, con la sua parlantina? In accordo con Bolloré, naturalmente, e con Geronzi. Il presidente di Mediobanca, considerato il candidato numero uno, nega di voler passare i suoi prossimi anni a Trieste. Sono stati messi in campo altri nomi eccellenti, dal capo dell’Eni Paolo Scaroni (che ha smentito una sua propensione a trasformarsi da petroliere in assicuratore) all’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa.

Sulla strada del rimpasto al vertice di Generali, c’è anche Alessandro Profumo. L’amministratore delegato di Unicredit ha un pacchetto del 3,6 per cento che deve vendere da tempo, ma di proroga in proroga è arrivato fino al 30 giugno prossimo, quando il nodo dei vertici dovrebbe essere ormai sciolto. Con il consenso di tutti, si augura l’ecumenico Tarak che non dimentica certo gli altri punti di riferimento: Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa della quale Generali possiede il cinque per cento, e il presidente Giovanni Bazoli.
I buoni rapporti con il vecchio banchiere cattolico potrebbero favorire persino un ruolo nel salotto di via Solferino, perché in primavera si dovrà discutere la presidenza di Piergaetano Marchetti e circola l’ipotesi di nominare Giuseppe Rotelli, primo azionista di Rcs con il 12 per cento, ma fuori dal patto di sindacato.

L’altra campagna di aprile, altrettanto ingarbugliata, riguarda Telecom Italia. Ben Ammar è membro del consiglio di amministrazione dal 2008, cinque anni dopo essere entrato nel cda di piazzetta Cuccia. E, di nuovo, interpreta il ruolo di stabilizzatore. In particolare con l’uscita dei Benetton. Aveva definito destituita di fondamento l’ipotesi di matrimonio con Mediaset della quale si era parlato con insistenza in Borsa. Ha negato qualsiasi progetto di fusione tra Telefonica, il socio spagnolo principale azionista non bancario, e Telecom. Posizione ribadita alla Consob dai soci finanziari, Generali, Mediobanca e Intesa, anche se voci e speculazioni si rincorrono. Adesso non passa giorno che Tarak non rilasci attestati a favore di Franco Bernabè; lo appoggia, soprattutto nel rifiutare lo scorporo della rete fissa. Per non ridurre il valore azionario della società, dice.
E’ il primo tempo di una partita più grande che si gioca attorno alla banda larga, l’infrastruttura delle infrastrutture, e vede una pluralità di interessi in conflitto tra loro. A cominciare da quelli di Ben Ammar. Nella sua veste di consigliere nella prima compagnia di telecomunicazioni vuole mantenere il controllo della rete, ma quando indossa la casacca Mediaset è interessato a diventare partner di una grande società che gestisca le comunicazioni ad alta velocità, veicolo per i contenuti che il finanziere franco-italo-tunisino produce e per le proprie reti televisive entrate nella dimensione digitale.

Il factotum della città, anzi delle città. Milano, Roma, Parigi, Tunisi.
L’amico di tutti. Sempre sulle orme di Figaro servitore che si fa padrone di se stesso, futuro borghese gentiluomo. Dalla sua casa parigina che ruota attorno a una “Crocefissione” di Francis Bacon, segue su un megaschermo l’ultimo progetto. Si chiama “Nessma”, dolce brezza in arabo, è un canale televisivo in chiaro di cui è promotore e comproprietario insieme a Mediaset e il partner tunisino Karoui&Karoui. Da questo mese si potrà vedere anche in Italia su Sky e su Tvsat. Testimonial, Afef Jnifen. “La conosco fin da quando era bambina”, spiega Tarak. Ça va sans dire. L’obiettivo è ambizioso: una rete televisiva che diventi punto di riferimento del Maghreb aperto all’occidente e in rapida via di sviluppo. In competizione con al Jazeera e gli sceicchi del Golfo. Una nuova missione, se mai ne avesse bisogno. Ma nella sfida all’islamismo radicale, non gli basterà certo l’aiuto di Beaumarchais.

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