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Anwar al Awlaki

Il cittadino americano Anwar al Awlaki è nato nel Nuovo Messico nel 1971.  Quando suo padre completò gli studi tornò assieme alla famiglia nello Yemen, ma nel 1991, a vent’anni, era di nuovo in America. Laurea in Ingegneria civile alla Colorado State University, master in Pedagogia alla San Diego State University, nel 2001 si iscrisse per il dottorato alla George Washington University, nella capitale, dove cominciò a lavorare come cappellano islamico.

30 Dicembre 2009 alle 00:00

Il cittadino americano Anwar al Awlaki è nato nel Nuovo Messico nel 1971.  Quando suo padre completò gli studi tornò assieme alla famiglia nello Yemen, ma nel 1991, a vent’anni, era di nuovo in America. Laurea in Ingegneria civile alla Colorado State University, master in Pedagogia alla San Diego State University, nel 2001 si iscrisse per il dottorato alla George Washington University, nella capitale, dove cominciò a lavorare come cappellano islamico. Divenne anche imam in uno dei più grandi centri musulmani d’America, il Dar al Hijirah di Falls Church. Nel 2002 abbandonò gli Stati Uniti per Londra, dove conquistò un grande seguito. Da lì, tornò nello Yemen nel 2004.
Magro, con gli occhialini ovali, una vaga rassomiglianza con l’attore italoamericano John Turturro. L’educazione islamica di al Awlaki è povera. Pochi mesi qui e là, lui dice di avere letto e “contemplato” i lavori di diversi importanti teologi, attirandosi però su Internet parecchie insinuazioni sul suo effettivo spessore religioso. Eppure, a dispetto della mancanza di credenziali, al Awlaki diventa una guida religiosa rispettata da tanti giovani islamici anglofoni. Del resto già centinaia di ragazzi inglesi avevano abbracciato al Muhajiorun – “I Migranti”, un’organizzazione estremista poi bandita dopo gli attentati del luglio 2005 –  perché il leader del gruppo, Omar Bakri Mohamed, che si autodichiara maestro spirituale, li introduce – loro, che parlano ormai soltanto inglese – ai testi jihadisti fino ad allora disponibili soltanto in arabo e in urdu. Con al Awlaki è lo stesso.

E la voce di al Qaida recitata finalmente in inglese a orecchie attente.
E’ lui a dire ai discepoli: “La maggior parte della letteratura jihadista è disponibile soltanto in arabo e gli editori non vogliono prendersi il rischio di tradurla. Gli unici che se ne prendono la briga, e per farlo spendono il loro denaro, sono i servizi segreti occidentali, peccato che non vogliano condividerla con voi”.
In qualche modo però al Awlaki incontra il mercato. Interviene telefonicamente a conferenze pubbliche come ospite principale, da Washington a Londra al Sudafrica, i cofanetti di cd audio con le sue lezioni e i suoi sermoni registrati – secondo il suo editore – vendono cinque milioni di copie, venduti per posta e nei negozi islamici, anche in America. Tutto materiale confezionato con criteri professionali, cd stampati, box di cartone con immagini di cavalieri che alzano bandiere dell’islam e che è naturalmente finito su Internet: al Awlaki aveva un suo blog ed era attivo anche su diversi social network, incluso Facebook. Da tre mesi è sparito, ma i gruppi di fan che si scambiano i suoi messaggi e le sue lezioni sono ancora presenti, anche se stanno mimetizzandosi in fretta: cambiano nome e non pubblicizzano più il nome di Awlaki. YouTube trabocca dei suoi video e delle sue registrazioni, e dei messaggi preoccupati dei seguaci, che si rassicurano a vicenda: “Come sta? E’ vivo?”.

I video di solito cominciano in stile new age, ruscelli che scorrono, albe, la terra che rotea nello spazio; poi arrivano le sequenze prese da Gaza, dall’Afghanistan e dalla Cecenia. La sua platea occidentale dimostra di avere molta più fame di cose forti rispetto al fedele arabo medio. E’ una costante del terrorismo islamista. Persino Osama bin Laden fu influenzato dalla pubblicistica degli esuli sunniti a Londra negli anni Novanta, che chiamavano alla guerra globale.
Il ruolo di ponte di al Awlaki funziona anche in senso inverso, per aiutare sauditi che tentano di operare in America. Gli attentatori dell’11 settembre Khalid al Midar e Nawaf al Hazmi entrano in contatto con al Awlaki da quando lui è a San Diego, studente ma già imam alla locale moschea Rabat. Secondo la Commissione d’inchiesta sull’11 settembre al Midhar e al Hazmi stringono con lui una “relazione speciale”: lui è il loro mentore spirituale e i tre hanno “meeting a porte chiuse”. Nell’aprile del 2001, quando Awlaki è diventato imam a Falls Church, in Virginia, il futuro dirottatore al Hazmi si presenta da lui, questa volta con un terzo dirottatore Hani Hanjour.

In Virginia al Awlaki conosce un fedele che è anche psicologo nell’esercito: è Nidal Hasan, che otto anni dopo compie una strage – la seconda più grave dopo l’11 settembre – a novembre dentro la base militare di Fort Hood in Texas, mettendosi a sparare all’improvviso contro una fila di soldati – ne uccide tredici –  che aspettano di partire per l’Afghanistan. L’Fbi interroga al Awlaki già dopo il 2001, a ripetizione, per i suoi legami con individui sospetti. Nel 2004 torna nello Yemen a insegnare alla Iman University, che tra i suoi volenterosi studenti annovera anche John Walker Lindh, il primo “talebano americano”, catturato mentre combatte a fianco dei guerriglieri afghani nel 2001.
La vigilia di Natale al Awlaki è sopravvissuto a un bombardamento aereo americano – ma il governo dello Yemen sostiene di averlo compiuto senza aiuti esterni – nella provincia yemenita di Shabwa. Amici e parenti hanno confermato di avere visto il predicatore vivo, ma rifiutano di aggiungere altri particolari e soprattutto dove si trova. Al Awlaki era nel mezzo di un incontro di al Qaida in Yemen – Aqap in gergo militare, “Al Qaida in the Arabian Peninsula” – per fornire la sua approvazione religiosa a una campagna di rappresaglia contro il raid americano della settimana precedente. La campagna è cominciata ugualmente.

Due giorni dopo i passeggeri di un volo transatlantico per Detroit hanno bloccato un nigeriano di 23 anni mentre tentava di far scoppiare una piccola carica di esplosivo militare dall’effetto potenzialmente disastroso. Tra le prime ammissioni dell’attentatore c’è che l’ordigno gli è stato dato in Yemen, e che altri dopo di lui tenteranno di compiere stragi.
Il giorno prima della vigilia e del bombardamento, al Awlaki, che vive di mass media e comunicazione, aveva rilasciato un’intervista ad al Jazeera. Deride i sistemi di sicurezza americani. Quando nel dicembre 2008 il maggiore dell’esercito Nidal Hasan lo contattò chiedendogli se fosse lecito ammazzare soldati e ufficiali lui dice di averlo incoraggiato e aggiunge: “Mi chiedo dove fossero le forze di sicurezza americane, che sostengono di poter leggere persino i numeri di una targa dovunque nel mondo”. Al Awlaki nega di essere coinvolto materialmente nella strage, ma lo fa a malincuore: “Se avessi potuto avrei fatto di più. Io ho soltanto indicato la direzione”. Ma non è stato – chiede al Jazeera – un tradimento di un ufficiale americano ai danni del proprio paese? “La cosa più importante è che non ha tradito la propria religione. A un musulmano non è permesso servire nell’esercito americano a meno che non abbia intenzione di seguire i passi di fratello Nidal. La lealtà, nell’islam, va ad Allah e al suo profeta e a i suoi fedeli, non a una manciata di terra che loro chiamano ‘nazione’. La lealtà del musulmano americano va alla nazione dell’islam, non all’America, e per questo l’azione di Nidal è così eroica e benedetta”.

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