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Sarah Palin

Nei circoli politici ed editoriali di Washington e di Manhattan si dice e si scrive che Sarah Palin

27 Dicembre 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 22 ottobre 2008

Nei circoli politici ed editoriali di Washington e di Manhattan
si dice e si scrive che Sarah Palin è stata il più clamoroso errore di John McCain, la scelta che ha sepolto la sua candidatura presidenziale e chiuso una volta per tutte la gara per la Casa Bianca a favore di Barack Obama. Se i sondaggi di questi giorni saranno confermati, il 4 novembre termineranno i famosi quindici minuti di notorietà che non si negano a nessuno, nemmeno a una giovane ragazza dell’Alaska: Obama entrerà alla Casa Bianca, McCain chiuderà la carriera al Senato e Palin tornerà repentinamente nel nulla dal quale era sbucata a inizio settembre.

La realtà però sembra essere un’altra. Prima della crisi di Wall Street, McCain era inaspettatamente passato in vantaggio nei sondaggi nazionali proprio grazie all’entusiasmo scatenato dalla governatrice dell’Alaska. Oggi la sua candidatura è ancora in piedi quasi esclusivamente grazie alla capacità di Sarah Palin di mobilitare la base conservatrice, da sempre scettica nei confronti di McCain. I comizi di McCain e Palin sono diventati improvvisamente simili a quelli di Barack Obama, più concerti rock che eventi politici. Palin ancora adesso raduna migliaia e migliaia di persone a ogni tappa del suo giro elettorale e la base conservatrice sembra impazzire per lei. Il dibattito con Joe Biden è stato più visto dei duelli tra i due candidati presidenti e la sua apparizione al Saturday Night Live, sabato scorso, ha fatto ascolti record. Il New York Times ha scritto che la Palin “è emersa come la più elettrizzante oratrice politica tra i quattri candidati dei due principali partiti politici”. Più elettrizzante di Barack Obama, addirittura. “Palin genera un enorme fervore ai suoi eventi – ha scritto – la gente qualche volta non smette di applaudire o di urlare parole di elogio nei suoi confronti fino a quando Palin fa una pausa”.

Nessun repubblicano può vantare un seguito di questo tipo. Se McCain dovesse ribaltare le previsioni e diventare presidente, Palin ovviamente avrà un futuro assicurato nella politica americana, ma anche in caso di sconfitta repubblicana è probabile che Palin avrà un ruolo politico nazionale, magari quello di favorita del suo partito alle prossime primarie del 2012, forse con l’ex speaker della Camera Newt Gingrich. Il Grand Old Party è un partito in profonda crisi ideologica. La coalizione reaganiana che ha dominato il dibattito politico americano negli ultimi venticinque anni (conservatori sociali, libertari, neoconservatori) si è sbriciolata e al momento non sembra emergere un’alternativa a quel modello. Ciò che è rimasto è il pilastro conservatore sociale, rurale ed evangelico di cui Palin è la rappresentante più amata. Palin, inoltre, porta con sé la carica riformatrice, indipendente e ottimista che ha convinto McCain a sceglierla come sua vice e che è nella tradizione di Teddy Roosevelt.

La Palin non è la partecipante a un reality show vestita di tutto punto dagli strateghi di McCain (150 mila dollari spesi per lei e la sua famiglia, ma poi gli abiti andranno in beneficenza) e che quanto prima sarà eliminata dal gioco. Palin è qui per restare, ha scritto Tina Brown sul suo The Daily Beast. Malgrado ciò, continua a essere descritta da politici e commentatori come “uno scherzo”, “una disgrazia”, “un cancro”, “una stupida”. E questo lo scrivono sui giornali d’establishment i commentatori conservatori, quelli che in teoria sarebbero dalla sua parte. I liberal hanno detto e scritto di peggio e gli insulti sono stati senza precedenti per una campagna politica nazionale. La sua “character assassination” ha distorto, manipolato e falsificato le sue posizioni politiche su quasi tutto, facendone la caricatura di una fondamentalista religiosa bigotta, rozza e ignorante.

Il suo record prima da sindaco e poi da governatore dell’Alaska dimostra che Palin non è niente di tutto ciò – non ha mai censurato libri, non ha mai imposto l’insegnamento del creazionismo, non ha mai vietato la diffusione degli anticoncezionali, non ha mai detto che la guerra in Iraq è un compito dettato da Dio – come hanno confermato anche un paio di inchieste senza pregiudizi, tipo quella di Philip Gourevitch del New Yorker e anche i rimbrotti del garante dei lettori del New York Times ai suoi giornalisti troppo faziosi. Su Palin sono state dette e scritte cose infondate e diffamatorie che vanno oltre la legittima battaglia politica. S’è dato spazio a storie, rivelatesi inesistenti, di relazioni extraconiugali. S’è detto che il figlio affetto dalla sindrome di Down in realtà non fosse suo, ma della figlia minorenne. Sono circolate foto taroccate in bikini e bazooka. C’è già il dvd di un film porno con un’attrice che le somiglia e si porta a letto i soldati dell’Armata rossa. Tutto con una naturalezza e una facilità di divulgazione delle calunnie – in Italia pagine sul Corriere, foto in prima sulla Stampa e video piccante sul sito di Repubblica – inimmaginabili per qualsiasi altro candidato (pensate a qualcosa di simile su Obama o Hillary), senza essere accusati di sessismo, razzismo e manganellismo mediatico.

Sarah Palin non è un’intellettuale, non ha una conoscenza approfondita dei grandi temi economici e internazionali e i suoi tic verbali possono far sorridere, ma è una “natural”, un talento politico naturale. La sua ideologia politica è convenzionale, non radicale né visionaria. Ciò che affascina la base conservatrice è la sua biografia, la storia di donna di frontiera e di madre capace, da sola, di sconvolgere l’assetto politico del suo stesso partito in Alaska. Gli avversari, e anche gli alleati, spesso la sottovalutano, ma oggi Palin è il governatore con il più alto indice di gradimento degli Stati Uniti nonché il politico conservatore con più seguito nel paese. Il salto dalla politica locale alla ribalta nazionale non è stato facile e la Palin non è stata aiutata dallo scudo protettivo che la campagna McCain le ha creato intorno. Indottrinata a dare le risposte giuste, come se avesse dovuto partecipare a un panel del Council on Foreign Relations, Palin ha dato un paio di interviste timide, impacciate e a tratti imbarazzanti ai grandi media nazionali che l’hanno interrogata più che intervistata. Al Weekly Standard, ha svelato di essere molto arrabbiata con gli strateghi di McCain che non si erano fidati di lei e che l’hanno messa in questa situazione.

Poi s’è liberata. E già nel dibattito con Joe Biden s’è visto che sa reggere il confronto con uno dei più esperti e navigati politici di Washington. A mano a mano che è aumentato il numero dei comizi, Palin ha preso in mano il pallino e ora sembra la veterana del gruppo. Negli ultimi giorni, s’è concessa alle domande dei giornalisti e ha dato interviste in modo efficace e naturale, confermando che le sue prime uscite sono state un’eccezione e un errore della campagna McCain.

“Sarah Palin mi ricorda il personaggio interpretato da Nicole Kidman nel film ‘Da morire’ – ha scritto Tina Brown – La rossa di provincia inesorabilmente ambiziosa che è allo stesso tempo spiritosamente acuta e scema, ma soprattutto concentrata in modo maniacale per ottenere l’incarico di condurre uno show in tv”. Lorne Michaels è il produttore del Saturday Night Live che in queste settimane ha preso in giro Palin con le formidabili imitazioni di Tina Fey. Sabato Palin è stata ospite dello show e Michaels ha avuto modo di conoscerla. Michaels non condivide niente delle idee politiche di Palin, ma a Tina Brown ha detto che è sbagliato giudicarla come se fosse la fine del mondo. Lo stesso errore è stato fatto con Ronald Reagan: “C’è vera intelligenza in lei, Palin ha fiducia in se stessa. Qualsiasi cosa voglia dire essere una rock star, lei lo è. In più è una che si dà da fare. Ha una disciplina incredibile, chiaramente non è una pigra. Ha gestito cinque figli, perdio. Ha una forza vera”.

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