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Giovanni Lindo Ferretti

Canta ancora, canta per grazia ricevuta. Canta dopo che tutto è cambiato, dopo che il tempo si è portato via gli amici e le idee. Dopo che il tempo gli amici glieli ha riportati. Con idee nuove, anzi antiche. E canta con la solita faccia scavata, senza età, con una voce che rischia continuamente la stonatura.

24 Dicembre 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 15 settembre 2002

Canta ancora, canta per grazia ricevuta. Canta dopo che tutto è cambiato, dopo che il tempo si è portato via gli amici e le idee. Dopo che il tempo gli amici glieli ha riportati. Con idee nuove, anzi antiche. E canta con la solita faccia scavata, senza età, con una voce che rischia continuamente la stonatura. È per questo che all’inizio dei concerti non ha mai gli occhi rivolti verso il pubblico. Guarda in basso, o in alto verso qualcosa che non si vede, o che vede solo lui. Lo fa per non perdere ritmo e cadenza, ma forse lo fa perché è semplicemente sua abitudine guardare in modo diverso dagli altri. Di questa diversità è conscio, paragona il suo sguardo a quello di un cavallo: “Cieco da distorsione nell’immediato fronte, docile e tranquillo, temerario e ardito…”. E con i cavalli ama parlare bisbigliando. Perché dice che chi non sa allevare gli animali non è capace di allevare i propri figli. Il buon allevatore capisce cosa un animale può dare e cosa no, lui vorrebbe riuscire a fare altrettanto con gli uomini.

Agli uomini per lo più parla con le canzoni e non parla una lingua facile, ma al contrario mutevole e cangiante. Una poesia in musica in cui le parole scivolano una nell’altra, dove l’allitterazione e le figure di suono si inseguono in infiniti giochi di specchi. Così canta ancora, “Per grazia ricevuta” si chiamano il nuovo disco e il nuovo gruppo. Chi capisce bene, gli altri pazienza. E a non stargli dietro, nel suo cambiare, sono in tanti. Ma lui è “disposto a stramazzare se l’occasione vale”. Com’è stramazzato qualche anno fa il suo cavallo preferito, Tancredi, che come lui era sempre acciaccato e ammaccato per i balzi fatti con troppa energia. Con quell’aspetto a metà tra Peter Pan e Nosferatu, con una decina di dischi alle spalle e centinaia di migliaia di copie vendute, Giovanni Lindo Ferretti si guarda indietro e ricomincia. E guardando indietro crea il nuovo. Come già aveva fatto con i CCCP, la grande truffa del punk italiano, o il più grande gruppo punk italiano che dir si voglia, e come aveva fatto poi con i CSI, il gruppo che venne dopo. Perché è testardo, volutamente sbagliato e fuori posto. Sempre a dire e fare qualcosa che sia un po’ troppo avanti o un po’ troppo indietro rispetto alla percezione altrui.

Caracolla, lamenta la debolezza di un’epoca e la sua, ma non molla. Forse è così perché è nato nell’Appenino profondo, nato orfano di un padre portato via dalla peritonite. Nato con l’aiuto della levatrice Armelinda che aveva novant’anni quando lo fece venire al mondo. A Cerreto, paese da cui tutti se ne vogliono andare e in cui lui cerca invece ostinatamente di tornare. Sin da quando bambino lo mandano a scuola dalle suore. Per farlo studiare in città, a Reggio Emilia, dovettero vendere tutte le bestie di casa alla metà del valore (quando ha avuto i soldi, la prima cosa che ha ricomprato sono stati i cavalli). E lui a scuola studiava, e cantava gli inni sacri, era l’unica via di fuga per riprendere la strada dei monti, nel luogo dove dice di essere sempre stato, dove tornerà comunque. Perché, anche se ora ha i capelli blu ed è la cosa più somigliante a una rock star reperibile nel raggio di un centinaio di chilometri, i vecchietti di lì parlano con lui. Gli chiedono di scrivere i loro testamenti, visto che ha studiato, visto che ha girato tanto del mondo. Perché nei paesi di montagna accettano il diverso a patto che sia uguale, e se questo concetto in pianura non ha logica, a Cerreto ce l’ha.

Magari il nodo chiave non è lì, e sta invece negli anni passati a lavorare come operatore psichiatrico, con i suoi dieci pazienti da accudire. Arrivava all’ospedale, andava nel bagno a vomitare. Poi tutto il giorno con i malati, la sera a vomitare di nuovo e poi a casa. In due anni aveva l’ulcera, ma ogni giorno si ripresentava lo stesso. E dire che il lavoro l’aveva trovato per caso dopo che un medico della Usl gli aveva dato un passaggio. E quando se ne è andato lo ha fatto per non cambiare metodo: per non rimpinzare i pazienti di farmaci. A lui coi pazzi piaceva parlarci, stargli dietro, ascoltare la loro campana. E molte delle canzoni delle origini altro non sono che la voce del disagio mentale, senza mediazione, senza sforzi di comprensione. Del resto, a divertirsi di più ai primi concerti erano proprio loro, i matti. Soprattutto quando arrivavano i Carabinieri a staccare l’impianto per il rumore eccessivo e molesto. E se uno molla il lavoro, dopo aver già mollato l’università e la politica (i compagni di Democrazia proletaria lo trovavano estetizzante e borghese), non gli resta che andare a Berlino. A Berlino perché lì c’è il punk, e a Reggio Emilia no. A Reggio Emilia ci sono solo i No Jap, che ci provano ma non ci riescono.

A Berlino ci va con una tenda. Delle case occupate a ridosso del Muro, un mito, quasi una rivoluzione per quegli anni, gli importa poco. Ma si ammala quasi subito, il posto non gli piace, si diverte solo quando va a ballare, vuole andarsene in aereo in Africa. Il risultato è che finisce in una casa occupata, accudito da Massimo Zamboni, uno di quel giro di Reggio Emilia che non reggeva più. Uno cento volte sfiorato e mai incontrato per davvero. Vanno assieme a Berlino Est. Quando escono dalla metropolitana qualcosa non fila: “Ma questa è una invenzione della Cia, non può essere una città comunista”. È l’orologio in Alexanderplatz a dare il colpo di grazia, un orologio con tutti i fusi orari del pianeta in paese da cui nessuno può uscire! Lì sull’Alexanderplatz, anche se non lo sanno, è già tutto deciso. I due vogliono fare qualcosa assieme, qualcosa che dia un senso, il resto verrà da sé. E verranno per prima cosa i Mitropank, più che un gruppo una meteora: i componenti fanno così in fretta ad andarsene che finiscono per non suonare mai con la stessa formazione.

Ferretti ulula dentro il microfono e Zamboni non ha ancora capito che strumento suonare, così martirizza un basso elettrico. Polverizzano comunque la scena punk di Reggio e dintorni. Sono molto più vecchi degli altri, più estremi, infinitamente più vistosi. Dario, uno dei ragazzini curati da Giovanni Lindo, appena lo rivede esordisce con: “Ferretti, era ora che tu saltassi dall’altra parte!”. Invece il salto Giovanni Lindo lo fa di nuovo a Berlino. “La prima volta a Berlino ci eravamo svegliati nel punk, la seconda ci siamo svegliati noi”, dirà anni dopo in un'intervista. Questa volta non tornano vestiti da punk, ma con tutta la paccottiglia possibile dell’Armata rossa. Vogliono fare colpo subito, vogliono che la stampa parli di loro. Per il Primo Maggio dell’83 Ferretti e compagnia trovano un camion e il gruppo gira per l’Appennino. Arrivano nelle piazze, aprono il cassone e iniziano a suonare, poi si stacca la spina e via verso un altro paese. All’ultimo paese la piazza è deserta, la voce è arrivata prima di loro: “Ci sono i punk in montagna”. Perché è proprio nei piccoli centri che Ferretti vuole portare l’onda lunga del ’77.

L’urlo che risuona nei concerti è: “Non a New York, non a Londra o a Parigi, a Fiorano, a Reggio, a Carpi”. La loro canzone “Emilia paranoica” diventa l’emblema di quest’idea. Il gruppo cambia nome, adesso sono i CCCP e il loro motto è “Fedeli alla linea”. Filosovietici in quanto nati in Occidente: “Fossimo nati in Urss saremmo andati in giro con le Coca-Cola, vestiti come Silvester Stallone…”. Il gruppo che più sentono vicino sono i Borghesia, un gruppo punk jugoslavo. Vogliono a tutti i costi suonarci assieme, perché è gente che piglia a schiaffi in faccia il regime comunista. E in tutto questo si sentono legati comunque alla tradizione della loro terra, l’Emilia, “la provincia più filosovietica dell’impero americano”. Alcune etichette discografiche anarchiche cercano di prenderli come portavoce. Una casa discografica serve, accettano. Però il loro primo disco lo chiamano “Ortodossia”, e quelli, i discografici, non capiscono. Anche se Ferretti didattico spiega: “Nei nostri intenti ‘Ortodossia’ avrebbe dovuto togliere di mezzo tutti gli alternativi del mondo”. Quando le cose diventano più chiare, al Leoncavallo di Milano saranno urla e fischi, gli tireranno di tutto. Ma restano sul palco come in trincea, quando possono rispondono al lancio, quando smettono di suonare a fine serata, quasi tutti applaudono.

Escono anche i primi articoli sui giornali, la maggior parte semplici resoconti dei disastri fatti da quelli che vengono descritti come sghembi punkettoni. Ma quello sull’Espresso è diverso, è di Tondelli. L’autore di “Altri libertini” ha fiutato giusto: se lui rompe gli schemi del romanzo, qualcun altro sta rompendo gli schemi della musica, e non solo di quella. Perché nel frattempo sono saltate fuori le coreografie sessual-costruttiviste. Gli spettacoli sembravano freddi, così Ferretti ha reclutato Danilo Fatur e Annarella Giudici. Fatur fa il barista al Tuwat, un locale un bel po’ strano dalle parti di Carpi. Per motivi inspiegabili si fa chiamare José Lopez Macho Frasquelo, per motivi inspiegabili organizza uno spettacolo che chiama “Wojtyla sadomaso strip sex show”. Ferretti e Zamboni lo vedono e lo prendono con loro. Di solito si agita seminudo sul palco mentre loro suonano. Altre volte è più vestito, sale in scena indossando pezzi di trattore. In un concerto, a una Festa dell’Unità nella bassa, Fatur aizza un pubblico di contadini grandi e grossi. Tanto per cambiare iniziano a tirare di tutto e Fatur, nudo, salta giù dal palco urlando. È solo e quelli sono qualche centinaio, si mettono comunque a scappare. Dopo un po’ si girano in massa, realizzano che è solo nonché nudo e lo inseguono sino al palco, ricominciano il lancio.

In un’altra “coreografia” Fatur agita un falcetto, a un certo punto gli parte di mano, per miracolo rotea sopra il pubblico senza colpire nessuno. Per lo più c’è Annarella a tenere sotto controllo le intemperanze dell’ex barista. Lei è l’altro lato delle coreografie, appare vestita nelle più strane fogge, con i più vari cambi di costume. È di una bellezza quasi classica e il pubblico, nella maggior parte dei casi, preferirebbe veder spogliare lei piuttosto che Fatur. Non che in generale i CCCP facciano grossi sforzi per accontentare il pubblico, l’idea che hanno di concerto è quella di una seduta psichiatrica coatta. Per quanto riguarda loro, sul palco sostengono di fare autoterapia. Né si preoccupano di andarsi a cercare case discografiche, anche se per andare a fare un concerto a Barcellona devono usare una vecchia macchina scassata e Annarella, che lascia il posto agli strumenti, arriva in Catalogna in autostop.

Ma è la Virgin che trova loro, e questo li proietta in un altro mondo, un mondo in cui si mette assieme il pranzo con la cena. Un mondo in cui il gruppo diventa più stabile. Perché il numero dei componenti che se ne sono andati, per l’assurda mania di avere abbastanza soldi per campare, è tale da rendere difficile il computo. Con una grossa casa di produzione alle spalle gli eventi accelerano incontrollabili, ma il pubblico inizia a urlare: “Fedeli alla lira!”. Sotto pressione, Ferretti e Zamboni sbandano, li tiene uniti Annarella. Li aiuta a destreggiarsi Amanda Lear. Canta con loro “Tomorrow” che finisce nell’album “Socialismo e barbarie”. Li accompagna in televisione, spiega cosa fare e cosa no. È con i CCCP al Palatrussardi di Milano. Addosso ha soltanto una tutina aderente e trasparente, pezzi di nastro isolante sul seno e sul pube. Questa volta la parte politicizzata del pubblico pare proprio non volergliela perdonare, è un unico coro di “puttana, puttana!”. Amanda non fa una piega, sale sul palco con un grappolo d’uva. Succhia piano piano gli acini, li sputa sulle prime file. A quel punto la piantano e finiscono tutti per ballare come matti.

Ferretti però è gia pronto a cambiare percorso, rigetta in pieno il punk. Lo fa di colpo e si tira dietro Annarella. Prova per 25 giorni da solo una canzone, “Madre”. È una svolta verso le origini, gli inni sacri di quando era bambino. Alla Virgin, di una canzone che tira in ballo un misto tra la Madonna e la dea madre non ne vogliono sentire parlare. Ferretti non si preoccupa, “la canteranno tutti a pugno chiuso e con le lacrime agli occhi”. L’idea è che il comunismo sbaglia perché pensa alla possibilità di un progresso lineare: Ferretti si mette a dire che esiste solo il medioevo. Un medioevo che, a 500 anni dalla scoperta dell’America, ora coinvolge tutti i continenti. Una riscoperta religiosa per reazione al senso di vuoto: rabbiosa e integralista. Il cristianesimo, ma anche tutte le altre religioni. Arriva a pensare che la fatwa contro Rushdie sia giustificata (se ne pentirà poi amaramente). Mistica o no, la crisi è comunque generale, il pensiero debole dei punk è agli sgoccioli, e l’onda di ritorno li spinge in direzioni impensabili: a Verona un gruppo di punk fonda una chiesa lefebvriana.

Sulla copertina del nuovo disco ci finisce un’immagine di Maria, i giornali vanno a nozze con il “Fedeli a Maria”. È il disco più orecchiabile e musicalmente rifinito, venderà meno di tutti. Subito dopo vanno a suonare in Russia, il sogno che Giovanni Lindo ha dalle origini. Suonano a Mosca per i soldati dell’Armata rossa. Uno spettacolo violentissimo, le performance di Annarella e Fatur che sarebbero al limite anche in un paese occidentale. Alla fine fanno l’inno sovietico, i soldati sull’attenti cantano. Non vuole essere una parodia, ma il guaio è che ai militari il dubbio che possa esserlo non viene nemmeno. Per il resto l’Impero sovietico è al crollo e se ne accorgono, per il resto Ferretti ha già deciso di sciogliere il gruppo. Non vuole più un misto di spettacolo e musica, vuole farla finita con le coreografie. La parte dura è perdere Annarella, che lascia un senso di vuoto permanente. Devono ancora due dischi alla Virgin, ma Ferretti più che alle prove si preoccupa di andare a messa. E poi, già che c’è, sta cercando di imparare a cantare. È il tempo dei CSI, il tempo dei viaggi in Mongolia, delle linee melodiche che si mischiano all’improvvisa violenza delle chitarre elettriche.

È il momento dell’Incontro con Battiato. Il nodo è la canzone “E ti vengo a cercare”. Due estremi della musica si toccano e si fondono. Anche gli estremi di due civiltà si toccano ma esplodono, nell’ex Jugoslavia. Ferretti guarda attonito il sacro macello e l’appena conquistata ortodossia religiosa si sgretola: “Ci fottono i preti i pope i mullah/ l’Onu la Nato la civiltà”. Non è più così scrupoloso nei confronti di Dio, lo sente nel bene e nel male a nostra immagine e somiglianza. E non è più così amante dell’ortodossia, di qualunque tipo di ortodossia. Adesso è l’instabilità che rende saldi. E nell’instabilità, nella “Tabula rasa elettrificata”, anche i CSI si sciolgono.

Giovanni Lindo Ferretti per la prima volta da tanti anni è solo. Da solo parte in una nuova esplorazione, spazi musicali che lo portino lontano, cioè al punto di partenza. La musica diventa elettronica, a esclusione dei suoni rauchi di un furioso trombettista giapponese. E niente sconti per nessuno. C’è una canzone, “Warum”, che prende di petto i pacifisti: “Quando sento la piazza urlare pace e amore/ trattengo a stento furore”. L’accusa che rivolge a loro è la stessa rivolta all’Europa che è stata a guardare a braccia conserte i Balcani in fiamme. Come al solito qualcuno capisce, qualcuno no e si arrabbia. Qualcuno balla i remix da discoteca. Ferretti è tranquillo, canta “Pace alla fine”, anche se dopo aver fatto il vuoto e il massacro attorno. Del binomio tra socialismo e barbarie resta solo la barbarie, resta “un muro dentro eretto dagli Dei, barbaro come gli avi miei”. Ma è proprio allontanandosi selvaggiamente da tutti che alla fine Ferretti tutti li ritrova, tutti quelli a cui voleva bene. Così adesso suonano ancora assieme, e sono i “Per grazia ricevuta”. Tutti tranne Zamboni. Dio le grazie le fa come può, somiglia a noi.

In breve
Nasce e vive a Cerreto. Suo padre è morto di peritonite prima che nascesse. La famiglia si trasferisce a Reggio Emilia. Entra al DAMS e in Lotta continua. Per 5 anni fa l’operatore psichiatrico. Nel 1981 parte per Berlino. Nell’83 fonda i CCCP. La canzone “Emilia paranoica” diventa una delle bandiere del punk italiano. Suonano con Amanda Lear. Sciolto il gruppo, crea i CSI (“Ko de mondo”, “Linea gotica”). Nel 2000 il primo disco solista, “Codex”. Il nuovo disco e il nuovo gruppo si chiamano “Per grazia ricevuta”.


Matteo Sacchi, milanese, si occupa di storia delle istituzioni politiche e del sito Piccoli Editori.it.

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