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Alberto Malesani

Alberto Malesani viene dalla terra. Si vede e lo dice: le mani, le gote, l’umore, il sapore. Contadino del pallone. Siena è campagna come Verona: si dà arie più chic sapendo che l’agricoltura le dà da vivere come nient’altro. Alberto parla: “Io vengo da un mondo dove devi rimboccarti le maniche, dove ogni mattina devi portare a casa un raccolto.

15 Dicembre 2009 alle 00:00

Alberto Malesani viene dalla terra. Si vede e lo dice: le mani, le gote, l’umore, il sapore. Contadino del pallone. Siena è campagna come Verona: si dà arie più chic sapendo che l’agricoltura le dà da vivere come nient’altro. Alberto parla: “Io vengo da un mondo dove devi rimboccarti le maniche, dove ogni mattina devi portare a casa un raccolto. Ho sempre lavorato perché mi piace farlo. Ho sempre faticato perché senza non so stare. Nel pallone ogni domenica devi portare a casa un raccolto: se sarà buono avremo vinto la nostra sfida”. Ultimi non significa sconfitti. Non per lui, non ora. Dodici punti significa meno ventotto. Basta. La posizione è relativa: non è una graduatoria, ma una classifica, sottile differenza che spiega l’idea di potercela fare anche quando intorno tutti ti dicono che sembra impossibile. Malesani è stato in basso, poi in alto, poi in basso, poi nel vuoto. Dimenticato ed emarginato, lasciato a riposo forzato: il maggese del pallone e della vita. Finito adesso. Finito a Siena. Con i capelli imbiancati, ma sempre uguali, quindi scomposti, scompigliati, disordinati. E’ il suo look, lasciatelo stare. E’ il suo modo di essere, lasciatelo perdere. Malesani non chiede di essere capito, ma di essere rispettato. Naïf, gli hanno sempre detto. Perché? Per l’esultanza di quando allenava a Firenze? Per l’abbigliamento? Gli chiesero una volta: ma lei pantaloni con le pence ne possiede? “Sono pieno di vestiti, ma l’abito non fa il monaco, mi piace il casual”. Cravatte? “Tantissime, le compro da Lancini, qui a Verona. Scrivetelo così la prossima volta me ne regalano qualcuna”.

La battuta, Alberto. Prima del 4-3-3, prima del modulo e dello schema. La bocca e la lingua. Veloci e a volte confusionarie. Tipo qualche domenica fa a Verona. C’era Chievo-Bari: lui arrivò allo stadio per ritirare l’accredito e scoprì che c’era da fare la coda: “Ostia, che cos’è tutta ‘sta gente?… Orco”. Sembrava spaesato a casa sua, fuori contesto nel posto dove s’è sempre trovato più a suo agio. Non è che lo fosse davvero, era l’impressione scaturita da quelle parole pronunciate con semplicità. Avrebbe potuto avvicinarsi alla fila e dire: “Sono Malesani”. Non ne avrebbe neanche avuto bisogno, a dir la verità. Conosciuto, amato, stimato, amico di tutti. Però fermo lì con tutti. Era lì per guardare il suo futuro e il suo passato: il campo, la gente, l’erba, la panchina, il Bari che ha trovato come primo avversario e il Chievo che è stato la sua storia. Malesani quello qualunque. Che faceva simpatia e quando ha cominciato a vincere ha cominciato a stare un po’ sulle scatole a qualcuno. Troppo sincero, troppo filosoficamente terra terra, troppo normale in un mondo di gente che se la tira come se fosse ogni volta alla prima della Scala.

Preso per un vice Trapattoni, non per il pallone, ma soltanto per quello sfogo in diretta televisiva ai tempi del Panathinaikos: “Perché deve esserci sempre un resp… un deficiente di turno qua, che paga per tutti, cazzo? Dodici anni, ventiquattro allenatori: e cazzo, sarà mica sempre l’allenatore qua che deve pagare. Sempre l’allenatore… i tifosi diano una mano alla squadra oggi invece di contestarla, che sono giovani, abbiamo fatto una squadra, diano una mano. Abbiano i coglioni di dare una mano alla squadra. Io son là ventiquattro ore al giorno, io. Ventiquattro ore al giorno sono là io. Tutti i giorni, cazzo. Non è possibile una roba del genere… vergognatevi, cazzo. E sono arrabbiato no perché ho pareggiato… sono arrabbiato perché è uno schifo ‘sta roba qua. Io non ho mai visto una roba del genere. Ma come dove siamo, cazzo? Cos’è diventato il calcio? ‘na giungla, cazzo. No, no no calma… e ridono, e ridono, cosa ridete cosa? Vi divertite a scrivere cosa dopo? Cosa ridete che? Cosa ridete, cazzo? Cosa ridete? Cosa ridete? Abbiate il rispetto della gente. Con voi bisogna dire bugie e fare i ruffiani, come coi tifosi… io non lo sono, cazzo. Okay? Io guardo tutti in faccia, tutti, dal primo all’ultimo. Perché sono serio, cazzo! Vado a lavorare con serietà. No, no parlo io adesso… è finita qua, cazzo. Parole. Parole di che, cazzo? Dopo quattro mesi che giochi a calcio, parole. Ma fatemi un piacere, dai, su. Cazzo. Fatemi un piacere. E’ ora di finirla qua, state calmi tutti, cazzo! State calmi! Non ho mai visto una roba del genere! Tutti presuntuosi, ironici, ridono: eh eccolo, arriva lo scemo di turno. Qua si fanno le cose seriamente, cazzo. No è meglio che… e vabbè lo stesso… va… non preoccup… dont uori det saum, samuan, sam pipol andestèn dett ai sei, don dont uori. Bravo. Ecco, se hai capito traducilo te allor’. Lascia che, traduci te, avanti. No no, io non ce l’ho con te. No no, io non ce l’ho con te, eh. Ho detto ‘traduci te’. No no, io non ce l’ho con te, eh. Oh, io posso andar fuori. Scusami, no no, io posso andar fuori. A me non me ne frega neanche se m’ammazzano, perché la coscienza ce l’ho a posto. Cazzo. Lavoro 24 ore al giorno, fatela finita, cazzo. Fatela finita. E domande del cazzo, sempre. E la pubblico, e qua e là. E si lavora, lasciate mister Varidoia… ringraziate mister Varidoianis, ringraziatelo, cazzo, ’na brava persona. E aiutatelo mister Varidoianis, cazzo! No contestarlo, il pubblico. Cosa contesta che, il pubblico, cosa vuol contestare, cazzo. Cosa contesta? Varidoianis? Ma se se… Dopo se se ne va vedremo dopo, cosa succede. Cazzo. Cosa contestiamo, Varidoianis qua? Ma dai, su… Figa, su, basta”.

Ce l’aveva col mondo. Ce l’aveva con i giornalisti. Non li ha mai amati. S’è aperto volentieri solo con Alberto Costa del Corriere della Sera. Forse nasce tutto da quella passione per il Milan. Tifoso, sì. Tifoso senza mai smentirlo e senza tirarsi indietro. Se avessero chiesto di commentare il tifo giovanile di Balotelli per il Milan, avrebbe risposto con una risata. Lui non ha mai pensato che una passione significa fare male il proprio lavoro per un altro club. Allora ha lavorato per il Chievo e per l’Hellas. Senza problemi e senza voglia di crearne. “Nella vita è importante sentirsi liberi. Anche se magari non pensi al dopo, nella vita devi dare sfogo a quello che sei. Quanta gente si sforza di apparire quello che non è. Che fatica che fa… Non invidio chi deve fingere”. Lui non l’ha mai fatto, dice. Il look è la dimostrazione. Lo sfogo di Atene pure. La celebre esultanza di Udinese-Fiorentina anche. Si torna sempre agli stessi punti, con Alberto. Flash nella e della memoria, direbbe Marzullo. Lui ha questi: Chievo, Parma, Firenze. Poi la Grecia, già. “Esperienza bella ma stressante. Un amico mi ripete spesso: tu sei un neorealista. Io invece mi sento un po’ donchisciottesco. Sono Don Chisciotte contro un modo di pensare che è diffuso e che è da sradicare. In Grecia c’è molta più pressione che in Italia. I quotidiani sportivi sono 9 e poi ce ne sono 3 politici che dedicano tantissimo spazio al calcio. I greci un po’ ci assomigliano. C’è euforia e poi depressione, è un continuo saliscendi. Non si riesce ad avere equilibrio. In Grecia, come da noi, se uno fa tre gol è Maradona, ma se poi sbaglia due partite non è più nessuno. E se una squadra vince per tre volte di fila è il Real Madrid. Nella vita c’è un tempo per tutte le cose: si può scherzare ma, quando i tifosi contestano, l’ironia pesa. Prima facevo tutto bene: possibile che adesso sia tutto sbagliato? Ecco, mi sono voluto ribellare a un sistema che non funziona. Quel giorno della conferenza stampa show volevo difendere il lavoro della società. La verità è che si dà eccessiva importanza al lato spettacolare delle cose. Si usa lo spettacolo per fare audience. Però in quel momento ero me stesso”. Cioè quello che adesso sta in panchina. Monte dei pascoli di Siena, perché viene dalla terra, appunto.

Quindi il pallone e poi la bici. Come quelli delle sue parti. Come i suoi.
“Da generazioni la bici appartiene alla cultura della mia famiglia. Adesso però mi sembra diventata un po’ una moda. Il mio idolo? Gimondi. E poi Francesco Moser. Ma soprattutto Gimondi. Il ciclismo è bistrattato. Ai ciclisti si chiede più di quello che possono dare. I corridori sono vittime del business. Il business delle case farmaceutiche. Con la prospettiva dei guadagni ti promettono di andare più forte… Se negli altri sport ci fossero i controlli che si fanno nel ciclismo, ne vedremmo delle belle”.

Non conosce la diplomazia, Malesani. E’ il bello del suo essere diverso
. Dicono che sia questo che l’ha tenuto fuori dai campi per qualche tempo. Un anno senza panchina e prima di quello il passaggio a vuoto di Empoli e prima ancora quello di Modena. Forse è lì che s’è rotto qualcosa. Alberto era uno brillante e per qualcuno è diventato eccentrico. “Mi hanno detto che ero troppo naïf. Una cattiveria che hanno messo in giro a Modena. Quando sono stato mandato via eravamo ancora salvi. Non aggiungo altro”. Non ci sono colpevoli, ma colpe. Non ci sono accuse, ma considerazioni. Se il protagonista è lui non troverete rivendicazioni personali. Troverete giudizi sul pallone, però. Sugli altri: difesa e non attacco. Prendi Calciopoli: “Io dico solo che quando c’è un casino, va sempre a finire che uno paga per tutti. Come per l’allenatore. Chi vuol capire, capisca. E’ giusto far pagare chi ha sbagliato ma di tutti i santi che sono spuntati come funghi, in tanti hanno voltato le spalle a chi è stato condannato. Io sono un isolato. Sono sempre andato avanti con i risultati. Quando i risultati non sono arrivati, ho pagato”.

La terra non funziona perché non piove abbastanza o perché qualcuno non sa coltivarla. Vale per tutto, anche per il calcio. Alberto è la saggezza popolare della singolarità: non gli puoi chiedere di essere ingabbiato, né di confinarsi in un personaggio che non gli appartiene. “Vedo una cosa triste. Si va sempre a mode. Ora giocano tutti a quattro in difesa. Si va per periodi e per modelli, non per quello che uno sente di dover fare. Qualcosa di bello c’è comunque, nel calcio di oggi. C’è una nuova frontiera di giovani e bravi allenatori. Magari questo dipende dalle scelte economiche dei presidenti, però la verità è che l’Italia resta sempre una buona scuola”. Sono quelli che gli hanno tolto il lavoro per un po’. Vendetta? Rivalsa? Malesani può anche non piacere, ma resta uno di cui fidarsi. Sta nella categoria senza considerarla una corporazione. Non ha paura dei ragazzi, dei rampanti, dei nuovi, perché lui un nuovo lo è stato. Quando nessuno sapeva chi fosse, gli è stata data l’opportunità di farsi vedere.

L’ha avuta lui e ora la abbiano anche gli altri.
“Se una società ti vuole per davvero, ti chiama. Io sono andato al Panathinaikos perché sentivo che questi mi volevano. Per non sbagliare scelta ci vogliono cuore e ragione, ci vuole un misto. Con calma, non c’è fretta. Anche perché ho capito una cosa: l’allenatore non è al centro dell’universo calcistico. Al centro c’è la società. E’ fondamentale scegliere una società che può essere piccola ma anche grande nella sua organizzazione. I grandi allenatori sono stati tutti costruiti dalle grandi società, non viceversa”. Per lui è stata Parma. Il massimo della carriera e della vita. Lui, la squadra, i risultati, le vittorie. Malesani godeva. Però gode ancora. E’ questo il trucco, il segreto, la verità.

Se lo ami, il pallone riempie la vita fino a quando lo vedi rotolare.
Allora può essere A, B, C, la lotta per lo scudetto, o quella per la salvezza. Siena vale il Milan che non avrà mai, anche se continua a sognarlo. Siena è una sfida, un incarico, un contratto. Soldi uguale impegno. L’equazione della serietà: “Io vengo da un altro mondo, più professionale del calcio: è il mondo del lavoro. Il pallone è un incrocio tra gioia e lavoro. E’ felicità e passione. E poi, forse, non sono più quello di anni fa. Quando esultavo alla mia maniera, passavo per un’icona. Ora vedo gente che si catapulta in campo senza che nessuno si meravigli più. Perché un allenatore non deve poter gioire esattamente come un giocatore?”. Già, perché? Trovate una risposta. Chi l’ha detto che in panchina uno deve avere un atteggiamento più contenuto? Abbiamo voluto calciatori che si esaltano e poi gli abbiamo praticamente imposto di non esultare dopo un gol. Il rispetto per la squadra avversaria che una volta era sua, oppure il rischio dell’ammonizione. Abbiamo cercato di contenere il pallone dentro un modo di fare politicamente corretto: non si esagera, non si parla se non per dire banalità, non si dice nulla di sconveniente.

Che cos’è questo? Malesani mancava perché smonta il buonismo
senza essere un simbolo ribelle. Anarchico è quello che basta. Diverso, comunque. Piace o non piace, chissenefrega. Non bisogna essere per forza amato, basta lavorare seriamente. A Siena dove tutti si conoscono, dove sembrano tutti perfetti, dove la terra a volte non è un orgoglio, dove sono riusciti a far fuori due allenatori in quindici giornate, serviva uno così. Giovane anche se non più giovane. Serviva a noi. Al pallone e ai pallonari. Uno che le spara grosse, senza sbagliare. E senza prendersi troppo sul serio.

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