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Lionel Messi

Lionel Messi è uno sgobbone. Pallone d’oro al talento creato, costruito, impostato. Il contrario di quello che appare, l’opposto di come vogliono rappresentarlo. Leo è una magia impostata, un genio naturale fino a un certo punto. E’ la modernità di un ruolo pallonaro che tutti vogliono romanticamente riportare in bianco e nero: dicono che è la purezza del calcio come dovrebbe essere, quindi come era, del pallone senza freni e senza troppe regole, senza tattica.

6 Dicembre 2009 alle 00:00

Lionel Messi è uno sgobbone. Pallone d’oro al talento creato, costruito, impostato. Il contrario di quello che appare, l’opposto di come vogliono rappresentarlo. Leo è una magia impostata, un genio naturale fino a un certo punto. E’ la modernità di un ruolo pallonaro che tutti vogliono romanticamente riportare in bianco e nero: dicono che è la purezza del calcio come dovrebbe essere, quindi come era, del pallone senza freni e senza troppe regole, senza tattica. Il trionfo della fantasia, l’umiliazione della potenza da parte della tecnica. Leo è dipinto come un marziano in un mondo fuorimisura per lui, invece è diventato quello che è perché è perfetto per il pianeta che abita: è la genialità mai fine a se stessa, ma adagiata su uno schema, su un’idea, su un modo di stare in campo. E’ il campione di tutti perché non assomiglia a nessuno di quelli che l’hanno preceduto. Non c’entra con Maradona, per esempio. Diego era la squadra, Leo è il più forte di una squadra: non esisterebbe senza gli altri, non sarebbe lui fuori da un contesto.

Messi è quello che esce se spremi il Barcellona e tiri fuori il succo
: dolce, sensuale, perfetto, raffinato. E’ il calcio passionale e perfetto che mette la classe al servizio di un’idea e l’idea al servizio della classe. L’ha scritto Gabriele Romagnoli: “A comprimere Messi nella cornice dell’erede di Diego lo si è spinto a togliersi in fretta i denti del giudizio. Si è fatto anche lui il suo bel gol saltando cinque avversari e, soprattutto, quello di mano con conseguente mancanza di scuse, anzi totale giustificazione (senza richiami però a interventi divini). Come l’aver Hegel liquidato in età giovanile la tentazione della fede e l’essersi certi uomini giocati nell’adolescenza i jolly della sregolatezza, il fatto che abbia già compiuto quei due gesti fa confidare in quel che verrà dopo la maturazione. Il Leo Messi incoronato è oggetto di ragionevole fiducia. Non esiste nel calcio del 2009 nessuno preferibile a lui e non solo per il talento che esibisce. La sua bravura è difficilmente esprimibile a parole.

Tutti i cantori che ci hanno provato sono, a diversa profondità
, precipitati nel pozzo della retorica. Il modo in cui gioca Messi non richiede ricorso al vocabolario dell’improbabile o al cassetto delle metafore perché è l’opposto della ricercatezza: è la cosa più semplice che si possa vedere in una partita. Non fa trivele, passi doppi, cucchiai. Leo tiene la palla incollata al piede, salta l’uomo, va in porta. Tutte e tre le cose, che sono poi i fondamentali dell’attaccante, le fa in modo estremo, nel senso di massimizzazione delle possibilità. Nessuno come lui ha ridotto la distanza tra il piede e la sfera, non solo nell’impadronirsi del pallone, ma anche nel portarlo avanti: incollato, calamitato, agganciato è la triade degli aggettivi che si lascia alle spalle. Nell’evitare il marcatore è oggi il più abile e meno plateale. Piccolo com’è, una sua finta di corpo è una virgoletta, quando ci mette l’altra, a chiudere, è già arrivato a destinazione. E la destinazione è la porta: non per la palla, per lui stesso”.
Messi è stato fregato da un gol di mano. E’ lì che l’hanno messo in alternativa a Maradona.

L’altezza, il dribbling, l’argentinità, la mano.
Furbo e osannato, perché gli altri che fanno cose così vengono fustigati, lui è stato esaltato. Perché la mano che aiuta ad arrivare dove il corpo non può portarti non è peccato. Per Diego era divina, per Leo è stata etica: la compensazione di un’altezza non adeguata. E poi era invenzione, istinto, magia fuorilegge. Quel gol rubato è una “figura del calcio”, come una rovesciata, come una rabona, una veronica, un colpo di tacco. E’ il lato oscuro della prodezza, un colpo immorale e spavaldo, che vale solo se l’arbitro è cieco, distratto e, comunque, in buona fede. “La mano di Dio resta roba di campo”, hanno scritto. Solo che per un po’ ha lasciato che tutti assimilassero Leo a Diego, l’istinto razionale di Messi, all’istinto irrazionale di Maradona, la voglia di vincere, alla voglia di essere il più forte di tutti. Maledetto Espanyol che ha trasformato Messi in un eroe mediato, in un copione talentuoso.


Quel giorno abbiamo letto, quel giorno abbiamo sentito:
“E’ il riconoscimento che l’uomo è imperfetto, sbaglia, non vede. Vale nella vita e il calcio non fa eccezione. Chi vuole fare del calcio un paradiso dove tutto torna, dove ogni peccato non sfugge all’occhio divino della moviola, trasforma l’umanità in un videogame. E lì solo il computer bara. Niente morale. Qui la questione non è etica ma estetica. Non c’è furbizia nel gol di Messi. La mano di Dio è una citazione, un ritorno ai classici. E’ Petrarca che si specchia in Ovidio. E’ Scorsese che omaggia De Sica. E’ Messi che dice a Maradona: sono il tuo erede. Mancano due minuti alla fine del primo tempo. L’Espanyol sta vincendo uno a zero, la palla arriva alta, spiovente, quasi lenta. E’ un attimo. Il pugno nero di Idriss Carlos Kameni, portiere biancazzurro, sfiora la mano di Dio, ma è in ritardo. La palla rotola in porta. Tutti vedono, tranne l’arbitro e il guardalinee. Messi festeggia, gli avversari si sbracciano.


Il pubblico di mezzo mondo esclama: come lui, come Maradona
quel giorno del 1986 a Mexico City contro l’Inghilterra. A caldo tutti restano incantati. Poi c’è chi si indigna e chi si gode lo spettacolo. Tutto il resto non conta. Non conta il gol, tanto è inutile. Non conta il risultato: due a due. Non contano i discorsi sull’esultanza di Messi. Non conta chiedere scusa o perdono. Non conta che i giornali argentini scrivano: ‘Leo come Diego’. Non conta neppure che Messi dica: ‘Maradona è unico, non intendo emulare i suoi gol’. Perché comunque lo fa. Lo ha fatto due mesi fa al Nou Camp contro il Getafe. Parte da centrocampo, dribbla quattro giocatori e infine il portiere. Una reinterpretazione, più di vent’anni dopo, del gol dei gol. Ancora il Pibe, ancora Mexico City. E’ la firma di un ragazzo di 19 anni, di grande talento, che si diverte a mettere in scena degli esercizi di stile, come un viaggio a ritroso nella sua cultura, nelle viscere dell’Argentina, lì dove Diego è quasi tutto. E’ il ricordo di un genio della pelota. E’ l’albatros di Baudelaire, con le ali troppo grandi (e troppo grasso) per sopravvivere fuori da un campo di calcio. E’ l’uomo che a cavallo tra questi due secoli ha incarnato i vizi e le virtù del talento”.

L’abbiamo scoperto dopo che Leo non è Diego.
L’abbiamo capito quando hanno cominciato a lavorare insieme. Maradona starà sempre con quelli alla Aguero e mai con quelli alla Messi. Perché Aguero è nato nello stesso mondo di Dieguito, mentre Messi ne condivide solo qualche tratto pallonaro. No, non c’entrano: Maradona è la classicità, Messi ne è la sua interpretazione postmoderna: più veloce, più sobrio, più ordinario. Silenzioso, tranquillo, sereno. Uno che ha sublimato la vita dentro un campo di calcio e non il contrario. Basta sentirlo: non ha la rivendicazione sociale, né quella umana. Leo parla sottovoce: “Sono nato il 24 giugno dell’87 a Santa Fé. Mio padre Jorge faceva l’operaio, mia madre Celina casalinga. Ho due fratelli più grandi e una sorella che ha 12 anni. A pallone ho cominciato a giocare a 4 anni, prima per strada poi nel Grandoles a Rosario. A 13 anni scoprirono che avevo un problema di ormoni. Erano addormentati. Facevo fatica a crescere. Avevo bisogno di una cura costosissima che mio padre non poteva permettersi. Giocavo nel Newell’s Old Boys, il River Plate mi voleva, ma le spese mediche erano troppo alte. Arrivò il Barça, mi fece firmare un contratto, e mi portò qui. Per me è stata una fortuna venire a Barcellona. Anche se i primi tempi sono stati difficili. Lontano dalla mia terra, dalla famiglia, dalla mia gente. E poi ogni giorno dovevo fare l’iniezione che mi aiutava a crescere. In Argentina mi chiamano ancora ‘la Pulga’ (la Pulce), ma sono alto 1.70. Vivo con mio fratello Rodrigo che a Barcellona studia da cuoco, con sua moglie Florencia e con Augustin, mio nipote, che ha appena compiuto 6 mesi. Due volte all’anno ritorno a casa. Mio padre viene a trovarmi spesso e con mia madre passo le ore al telefono. Non sento più tanto la nostalgia. Il club e la squadra mi hanno aiutato molto. E nello spogliatoio, forse perché sono il più piccolo, mi coccolano”.

Ronaldinho lo chiamava “hermanito”, fratellino.
E’ con Dinho che Leo ha cominciato a essere qualcuno. Gli stava accanto, a sinistra o a destra. In mezzo Eto’o. Oggi è rimasto soltanto Lionel. E’ cambiato anche l’allenatore: Guardiola al posto di Rijkaard. Pep che alla notizia del Pallone d’oro sembrava più felice di Messi. Perché qui, adesso, la cosa si fa complicata: c’è il cuore, la mente, la consapevolezza e però l’incoscienza. Messi non sarebbe così con un altro allenatore né con un’altra squadra. Lionel è il portabandiera straniero di un’identità localistica. E’ il simbolo di un club che ci sforziamo di comprendere e che invece non riusciamo a capire. Perché usiamo schemi e letture nostre invece che loro, così ci rifugiamo sempre in Manuel Vásquez Montalbán: “Lo straordinario, però, è Leo Messi, il ragazzino che liberato da Ronaldinho è diventato tanto grande da ambire a sfidare Cristiano Ronaldo. Barcellona tifa per lui: lo ha adottato ragazzino e ora lo venera senza limiti. Come fanno gli spagnoli, che tutto ti danno e tutto sono pronti a riprendersi nel semplice spazio di una notte. Perché è di notte che s’intuisce l’umore di una città colorata e passionale. Il Barcellona è una specie di democrazia allargata: 165 mila soci che ogni quattro anni eleggono il presidente. Joan Laporta un anno fa è stato ad un passo dal baratro e ora è vicino al paradiso.

Avvocato e imprenditore, Laporta nel 2010, quando terminerà il suo mandato, potrebbe decidere di candidarsi a sindaco della città antimadridista. Amato dai moderati, odiato dagli ultras dei Boixoas Nois Casuals e Chicos locos per aver cacciato cento di loro, i più feroci, dal Camp Nou, Laporta riunisce le due caratteristiche principali del catalano: la razionalità e la vena di follia che soltanto in apparenza non vanno d’accordo tra loro. Ma il Barcellona va oltre Laporta, che sarà ricordato per aver cancellato un debito di 180 milioni di euro e aver riportato la squadra sul tetto d’Europa. Il Barcellona è Barcellona. ‘Mes que un club’ lo slogan che ogni barcellonista che si rispetta sbandiera con orgoglio. Il Barcellona è una maglia, la storia, uno stadio da 95 mila posti che si riempie, quasi per magìa, appena cinque minuti prima della partita. E’ una passione, che si trasmette di padre in figlio. E sulle maglie, invece dello sponsor, i giocatori portano il logo dell’Unicef. Una scelta in controtendenza di cui la Catalogna va fiera: anziché prendere i soldi dallo sponsor, è il Barça a sponsorizzare un’organizzazione umanitaria. E poco importa, se alla fine, il bilancio è in rosso. Conta lo spirito, l’amore per quello che si fa”.

Quello che fa Leo è incantare. Giocare per giocare e giocare per vincere.
Il calciatore sceso dal cielo, l’ha definito Marca: “Ha solo 22 anni, e il presente e il futuro gli appartengono. Sembra umano, ma non lo è, sembra poca cosa, ma nessuno riesce a fermarlo, non sembra un calciatore, ma è il migliore di tutti. Quando Leo ha il pallone, una luce lo illumina”. Lui, Messi, l’ha spiegata così al País: “Sono sempre stato il più piccolo. In campo non do ordini a nessuno. Se devo dire qualcosa, cerco di farlo con il pallone. Non sono uno che parla molto. Parlo quando ho la palla. So che ho un dono, ogni giorno ringrazio Dio, ne approfitto e gioco come mi viene”. Allora Messi non può essere una figurina del Real Madrid: per appartenenza al Barça e per spirito personale. Non sarà mai il marketing preferito al risultato sportivo: Leo deve scendere in campo e buttarla dentro. La mano contro l’Espanyol serviva a quello, così come il tuffo spregiudicato contro il Chelsea di Mourinho che gli fece prendere un rigore e quindi la qualificazione in Champions qualche anno fa. C’è un fine, Leo sceglie il mezzo. Gol. Bomber molto di più di altri, come un centravanti, come uno da puntata sgraziata verso la porta. Lui ci mette la classe mai fine a se stessa.

Leo è utile. Leo è comodo. Leo è proficuo. Con Leo non ci si deve divertire, ma bisogna segnare. Allora prendi la finale di Champions dello scorso maggio. Il suo gol di testa è stato una magia possibile. Una da calciatore completo: che salta al momento giusto per prendere una palla di testa che i centimetri non gli avrebbero permesso di raggiungere. “Per vincere ci vuole statura e non altezza”, ha scritto Roberto Beccantini. Leo, contro il Manchester United, l’avrebbero voluto tutti vedere in porta con la palla al piede: destro, sinistro, dribbling, scatto, piroetta e gol. Ha segnato come un Huntelaar, ma alla Messi. E’ la differenza con l’immagine che vogliono costruirgli su misura: l’originale è più furbo e intelligente dell’invenzione. Qual è il risultato? La tecnica è il mezzo per raggiungere un obiettivo, non l’autoerotismo di un gol da fenomeno. E’ questo che lo rende unico. E’ questo che lo rende moderno. E’ questo che lo rende il più forte.

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