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Catherine Ashton

Dura vita, quella dei nominati. Perché mentre agli eletti nessun analista se la sentirebbe di negare una pur temporanea “luna di miele” con l’opinione pubblica, per i nominati non c’è pietà. Se ne è accorta, a sei giorni dalla sua nomina, Catherine Ashton, nuovo Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, nominata – appunto – assieme al nuovo presidente dell’Ue, Van Rompuy.

25 Novembre 2009 alle 00:00

Dura vita, quella dei nominati. Perché mentre agli eletti nessun analista se la sentirebbe di negare una pur temporanea “luna di miele” con l’opinione pubblica, per i nominati non c’è pietà. Se ne è accorta, a sei giorni dalla sua nomina, Catherine Ashton, nuovo Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, nominata – appunto – assieme al nuovo presidente dell’Ue, Van Rompuy. La baronessa britannica è da giovedì scorso che sfoglia i giornali, senza poter fare a meno di imbattersi in titoli e commenti quantomeno tranchant: “Resta aperto l’interrogativo se l’Ue abbia scelto davvero i migliori candidati possibili” (Financial Times); “personaggi semisconosciuti per una scelta minimalista” (Herald Tribune); “Bruxelles fa una figuraccia” (Bild). Certo non sono mancate le analisi più ponderate e controcorrente, innanzitutto Mario Monti sul Corriere della Sera e Wolfang Munchau sul Financial Times. Ma poi è sceso in campo l’ex direttore del Times, per il quale le nomine di Rompuy e Ashton equivalgono a “un grosso insulto al popolo europeo”. Ancora ieri, nonostante il momento della scelta ormai si allontani e quello dell’insediamento si avvicini (per la Ashton avverrà il primo dicembre), Martin Schulz, capogruppo dei socialisti al Parlamento europeo, ha pensato di incoraggiare così la collega laburista: “D’Alema è stato e continua a essere il mio preferito”.

E pensare che giovedì scorso, quando il nome della Ashton era svettato inaspettatamente su quello di candidati molto più blasonati per il posto di ministro degli Esteri dell’Ue – da Massimo D’Alema a David Miliband – la più sorpresa sarebbe stata proprio la baronessa inglese. Ignara di tutto, così pare, si stava dirigendo alla stazione di Bruxelles per prendere l’Eurostar delle 20 alla volta di Londra. Pendolare tra isola e continente la Ashton lo è da almeno un anno: nell’ottobre 2008 fu infatti designata Commissario europeo per il Commercio. Ancora una volta, a sorpresa. Preferita ad altri concorrenti – dicono i maligni – perché, essendo tra i membri non eletti della Camera dei Lord, la sua dipartenza non avrebbe costretto i laburisti al confronto elettorale anche in un solo collegio.

Pressoché sconosciuta nei circoli di Bruxelles, succedeva a esponenti di peso come Pascal Lamy, attualmente direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, e Peter Mandelson, oggi ministro delle Attività produttive di Gordon Brown, per ricoprire quello che è uno dei pochi ruoli europei a essersi effettivamente rafforzato a danno degli omologhi nazionali. “Mandelson faceva il bello e il cattivo tempo, era sprezzante e brutale nel ricoprire la sua carica”, dice al Foglio un esponente del mondo imprenditoriale europeo che ha lavorato con entrambi i commissari inglesi, “mentre la Ashton ha fin da subito mostrato la sua ‘patente di maggior malleabilità’”. Che a Bruxelles può anche funzionare. Si prendano le trattative per gli accordi di scambio bilaterali tra Ue e resto del mondo (Mercosur, Canada, paesi del Golfo, Corea del sud).

Per anni si sono trascinate senza risultati,
poi in meno di dodici mesi la Ashton è riuscita dove non erano riusciti i predecessori, chiudendo sostanzialmente l’accordo con Seul: un affare da circa 96 miliardi di dollari l’anno, che il presidente Barack Obama vorrebbe assicurarsi anche per gli Stati Uniti. In attesa di un’Europa politica, e con il fantasma del protezionismo alle porte, anche un accordo di questa portata non va sottovalutato. Meglio ancora se associato a un attento dosaggio di misure antidumping – è il caso dei tubi di acciaio cinesi – e tensioni finalmente allentate, come per la questione delle carni con ormoni importate da Washington. “Non sarà una personalità di grido, ma ha il merito indiscusso di studiare i dossier e ascoltare le controparti”, sostiene un osservatore che ha avuto modo di seguirla in numerose missioni.

Affabile, cortese anche con i pochi collaboratori che la seguono come un’ombra e che lei non molla nel momento delle risposte difficili, il Foglio l’ha incontrata in occasione di una delle sue missioni in Italia. Qui si è confrontata soprattutto con Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico con delega al Commercio estero, che scommette anche sul futuro: “Stupirà molti per la sua capacità di diventare la migliore, anche nell’importante ruolo di Mrs. Pesc”.  

Qualche sorpresa la riserva anche il passato della Ashton.
Classe 1956, prima di essere nominata commissaria europea, e prima ancora di essere scelta per la Camera dei Lord nel 2001, non ha mai preso parte a una competizione elettorale. Su di lei si poteva tutt’al più scommettere: come ha fatto il marito Peter Kellner, noto opinionista politico e soprattutto fortunatissimo e ricchissimo scommettitore, oggi padre di due figli. Prima di diventare “Lady”, la Ashton non disdegnava comunque la politica – purché, beninteso, non si arrivasse a votare – e l’impegno nel sociale: dal 1998 al 2001 è stata responsabile dell’autorità sanitaria nell’Hertfordshire; dal 1983 al 1989, direttrice di Business in the Community, un’associazione di imprese che si batteva contro le disuguaglianze.

E prima ancora? La Ashton, da ventenne, non lascia quasi traccia. Una foto risalente all’aprile 1982, nella quale figura – allora tesoriera del gruppo “Campagna per il Disarmo Nucleare” – nel manipolo che presidia il numero 10 di Downing Street, protestando contro l’inquilina di allora, Margaret Thatcher, e la sua decisione di portare la guerra sulle Falkland. Materiale al quale si aggiunge una schedatura del 1977 a opera dei servizi di sua Maestà che la descrivono come una “simpatizzante comunista”. Di sorpresa in sorpresa, prudenza vuole che si attenda qualche mese prima di affibbiare epiteti: “Europigmeo”, “nano da giardino”… “Il suo è sicuramente un ruolo fondamentale, più importante di quello del presidente che sarà soprattutto un coordinatore – dice al Foglio Silvio Fagiolo, già rappresentante permanente presso l’Unione europea ed ex ambasciatore a Berlino – rappresenterà all’estero un’Unione che, con il trattato di Lisbona, per la prima volta avrà un’unica personalià giuridica.

Sempre per la prima volta, potrà trattare essendo forte del suo doppio cappello di vicepresidente della Commissione, sostenuta per di più da un servizio diplomatico di oltre tremila persone”. E il retroterra inglese? “Non sarà un handicap. La cultura britannica ha una concezione forte della politica estera, che deriva dall’esperienza imperiale”. Quanto al carisma, “glielo può dare il suo nuovo ruolo – conclude Fagiolo, oggi docente alla Luiss – in fondo è stato così per personalità come Adenauer e Kohl”.

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