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Mstislav Rostropovich

Il suo diminutivo, Slava, significa “gloria”. Il grande musicista azero Mstislav Rostropovich si è spento ieri a Mosca, dove il Cremlino lo aveva da poco onorato per il suo ottantesimo compleanno. Il pensiero corre a quel giorno. Rostropovich è a Parigi, squilla il telefono. “Accendi la televisione” gli dice un amico. Il violoncellista vede centinaia di tedeschi che prendono a picconate il Muro di Berlino.

10 Novembre 2009 alle 00:00

Il suo diminutivo, Slava, significa “gloria”. Il grande musicista azero Mstislav Rostropovich si è spento ieri a Mosca, dove il Cremlino lo aveva da poco onorato per il suo ottantesimo compleanno. Il pensiero corre a quel giorno. Rostropovich è a Parigi, squilla il telefono. “Accendi la televisione” gli dice un amico. Il violoncellista vede centinaia di tedeschi che prendono a picconate il Muro di Berlino. “Come un pazzo la mattina successiva ho preso il violoncello, sono salito su un aereo”. E’ la sera del 10 novembre 1989. Il maestro apre la custodia ed estrae il suo piccone. L’inseparabile Duport Stradivari del 1711 che diceva di abbracciare “come una bella donna”. Sceglie una suite di Bach. “Chiusi gli occhi e piansi”. Più che un atto politico, fu una forma di preghiera. “Sono a Berlino per ringraziare Dio”. I natali glieli aveva dati Baku, capitale dell’Azerbaigian. Suo padre cominciò a dargli lezioni di violoncello quando aveva quattro anni. I suoi occhi diventavano lucidi nel ripensare alla famiglia, poverissima, aiutata da una donna armena nel 1931. La musica in quel periodo doveva adeguarsi al “formalismo”. “Deve essere compresa senza sforzo dalle masse”, diceva il commissario Andrei Zdanov.

Quella tipica saggezza dell’esule in patria gliela trasmise Sergej Prokofiev,
nella cui dacia Slava trascorse cinque estati. Prokofiev morì quaranta minuti prima di Stalin e la salma non raggiunse le austere sale dell’Unione dei compositori, tanta era la folla che aveva invaso le strade. Tutte le lacrime dovevano essere per il compagno di ferro. Poi l’incontro, nel 1943, con Dimitri Shostakovich. “Sarei onorato se tu accettassi l’invito a prendere parte alla mia classe”. Un giorno il maestro lo chiamò agitato, gli tremavano le mani. Gli fece promettere di registrare a ovest le sue sinfonie. Rostropovich obbedì.

Gli attacchi del regime cominciarono così:
“Gli hanno proposto di suonare per i militari dell’esercito sovietico in Austria e ha rifiutato” scrisse la Pravda. In quel periodo difese Alexander Solzenicyn: “Allora ero un bravo cittadino sovietico. Quando sentii delle sue sofferenze, andai a trovarlo. Era trattato come un cane”. Lo accolse in casa sua, “almeno c’era il riscaldamento”. Lo convocarono al ministero della Cultura: “Lui è un nemico del popolo sovietico, caccialo di casa”. Rostropovich rispose: “Se gli date una stanza va via da solo, non c’è bisogno che lo cacci”. “No, lo devi cacciare per strada” replicarono gli apparatchik. “Nemmeno un topo, con quest’inverno, caccerei per strada”. Ruppe con il regime attraverso una lettera alla Pravda. La spedì dall’aeroporto. “La tenevo con le dita e pensavo: la imbuco o non la imbuco? Dopo due settimane ero in Germania, arrivo all’auditorium e vedo un sacco di giornalisti. Ho subito capito”. In quella lettera scriveva che “ogni essere umano deve avere il diritto di esprimere le proprie opinioni senza paura”. Dirà in seguito: “La cosa migliore che ho prodotto non è stata la musica, ma la lettera alla Pravda. Da allora mi sono sentito in pace con la mia coscienza”.

Fu cacciato dal teatro Bolshoi, gli fu vietato di fare tournée all’estero e di dirigere orchestre. Negli anni più cupi fu tentato dal suicidio, “la sola cosa che mi trattenne fu di avere due figli e una moglie”. Il giorno in cui gli ritirarono la cittadinanza russa, viveva già in America, due uomini bussarono alla sua porta: “Dalla lunghezza delle maniche delle loro giacche capii che era gente dell’ambasciata sovietica. Mi rifiutai di consegnargli il passaporto. Gli dissi che lo avrei messo all’asta”, in caso fosse rimasto senza soldi. Non provava rabbia per il passato: “Ho visto il male, ma ho perdonato”. Il giorno in cui Boris Eltsin si barricò negli edifici governativi, Slava sapeva di dover andare, ma non sapeva come entrare nel paese. Così, all’aeroporto, si fece passare per emigrante. Una fotografia lo ritrae che imbraccia un fucile davanti al Parlamento. Un’altra che suona ai piedi della sede del Kgb.
Conobbe Galina, soprano del Bolshoi, nella hall di un hotel di Praga. Il primo giorno cosparse di lillà la sua stanza, il secondo di orchidee, il terzo di scatole di cioccolatini, il quarto decisero di sposarsi. La musica ha segnato la vita dei figli: Elena fa la pianista a Parigi, Olga, suona il violoncello negli Stati Uniti.
Compose fino alla fine, “Non ho intenzione di andare in pensione. L’esilio mi ha reso libero”. Il Washington Times, giornale duro e spiccio ma efficace, lo chiama “moderno Odisseo che non ha perso la fede”. Il gigante azero riposerà nel cimitero Novodevichy. Accanto a Eltsin e a Shostakovich. Diceva di considerare la musica come una forma di preghiera. Citava spesso il detto di Mozart per cui “grazie alla potenza del suono noi procediamo attraverso l’oscura notte della morte”.

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