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Luigi Del Neri

Peter Sellers mastica una vigorsol. I capelli, i baffi, il mento, il cinema, lo sport. La panchina della pantera rosa è un giardinetto di Parigi o il campo del Ferraris. Luigi Del Neri sembra nervoso anche quando è sereno. Primo. La classifica non è fatta di numeri: c’è la sensazione di stare dove si respira meglio, dove si lavora di più, dove si gioca per un pubblico, una società, una squadra, se stessi.

4 Ottobre 2009 alle 00:00

Peter Sellers mastica una vigorsol. I capelli, i baffi, il mento, il cinema, lo sport. La panchina della pantera rosa è un giardinetto di Parigi o il campo del Ferraris. Luigi Del Neri sembra nervoso anche quando è sereno. Primo. La classifica non è fatta di numeri: c’è la sensazione di stare dove si respira meglio, dove si lavora di più, dove si gioca per un pubblico, una società, una squadra, se stessi. E’ la rivincita su una storia che troppi avevano dato già per finita: “Bruciato”. Perché sembrava che il Chievo fosse stato solo un episodio fortunato precedente e contemporaneo a una serie di esperienze bislacche tra il Portogallo, Roma e Palermo. La Samp è un mondo diverso, la provincia di una provincia che ha la forma di una metropoli. Perché è Genova senza essere Zena, è un ricordo più fresco di uno scudetto, di una finale di Coppa dei Campioni, di una vittoria in Coppa delle Coppe. E’ il mare e la tranquillità di un club che ha smesso di avere problemi. Del Neri ci sta perfettamente, col mare di fronte e con il vento opposto a quello del Friuli.

Aquileia è l’origine, il calcio è il mondo.
La città che lo ospita è un dettaglio: Genova, però, è la dimensione che appaga contemporaneamente l’ambizione e la normalità. C’è una rivalità che lo diverte, c’è una passione che lo esalta. Ha sentito e visto. Ha pensato: perché quelli del Genoa cantano “salutate la capolista?”. Ora il fronte è cambiato, la Samp è davanti, il ruolo è invertito. Non conta molto, ma fa bene. Fa quello che non aveva da un po’: la fame di giocare per arrivare da qualche parte che non sia solo una giornata di gloria. Perché Bergamo era stretta: buona per ripartire, ma non per restare; perfetta per tornare a sentire l’entusiasmo, ma non sufficiente a placare le aspirazioni. La Samp è diversa. E’ il Chievo dello scudetto: cioè, a Verona partiva per salvarsi e arrivò in Europa; a Genova parte per l’Europa e si trova primo. Campionato? Dice di no, certo. Però anche all’epoca parlava solo di permanenza in A all’ultima giornata. Cose che si dicono e si pensano, però poi il campo è un’altra cosa. Sempre. Si gioca per vincere e dalle sue parti è così da una vita, da quando prendeva le squadre e le portava sempre nella serie più alta: Ravenna e Nocerina dalla C2 alla C1, Ternana dalla C alla B, Chievo dalla B alla A. Gli esterni, sempre. Ali, come non gli piace chiamarli, però come le intende ancora. Cioè due che spingono come i matti per tutta la partita. Corrono anche ora, perché questo è lo spirito di Del Neri, la fatica della qualità e la qualità della fatica. Si spinge per vincere. “Chi non è assatanato nell’uno contro uno non lo voglio, chi non è strepitoso senza palla viene rispedito al mittente. Se cambio, cambio solo per attaccare di più”.

E la Samp attacca: Pazzini, Cassano, Bellucci, Padalino, Mannini. Avanti per starci, per sentire che si può provare a essere qualcosa di più di quello che i pronostici hanno previsto. E’ l’occasione, questa. Non significa doverci riuscire, significa volerci provare. Lo sa che la realtà è un’altra, che Inter, Juve, Milan e Fiorentina sono superiori. Forse anche il Genoa. Però boh, vede che le cose funzionano in un certo modo, quest’anno. Sarà l’equilibrio, saranno le botte di culo di squadre piccole, saranno le amnesie e il mercato un po’ improvvisato di qualche grande. Sarà qualunque cosa: Del Neri è lì con la Samp e con le sue possibilità. L’occasione, appunto. L’altra dopo quella strana di Porto. Era il 4 giugno del 2004: Il 4 giugno scorso, però, era tutto vero. Mourinho al Chelsea, lui al Porto. Fa male quello che ha detto José l’altra sera. Fa male perché Mou lo sa che Gigi in Portogallo fu silurato da un gruppo di giocatori che gliela giurarono presto: fu un esonero vigliacco e misterioso. Il presidente Da Costa parlò di “motivi particolari”. Quali? Che cosa? Perché? Difficile credere che fosse l’assenteismo, che qualcuno tirò fuori per depistare. Impossibile che fosse la poca voglia di allenare o l’improbabile nostalgia di Gigi per l’Italia che altri usarono come assurdo pretesto.

Del Neri fu cacciato per altro e quell’altro era quello che a volte succede
e non si può dire: i calciatori, alcuni calciatori, comandano più dei presidenti. A Porto successe, dai.
Gigi tornò in Italia alla vigilia della Supercoppa europea a Montecarlo. Una vita passata a inseguire l’occasione e poi finisce tutto in due mesi. Allora o si muore dentro, o si risorge. Del Neri s’è rimesso a spingere. A Roma, a Palermo, poi di nuovo a Verona. Perché c’è chi dice che i ritorni non funzionano e chi invece ha bisogno di ritrovare se stesso dove è cominciato tutto. Gigi sarà sempre l’allenatore del Chievo fino a quando non arriverà un altro club che farà più di quello che gli altri credono che possa fare. La Samp sta lì per questo, anche. Però non vuol dire che si debba rinnegare il passato felice. Anzi. Allora Gigi parla del presente sapendo che c’è un modello a cui ispirarsi non per ripetere qualcosa di irripetibile, ma per pensare che si può anche andare oltre se stessi. Correva il suo Chievo. Gli asini che volano, dicevano. Una domenica notte del marzo 2003, dopo un Milan-Chievo 0-0, Silvio Berlusconi volle conoscerlo. Il Corriere della Sera lo raccontò così: “Si affacciò alla porta dello stanzone di San Siro e domandò del baffo che stava rivoluzionando le gerarchie del calcio italiano. Il baffo era già dentro la doccia e andò incontro al presidente del Consiglio e del Milan in accappatoio gialloblù. ‘Piacere, Del Neri’”.

Lo Sport Hotel di Veronello, tre stelle, in quel periodo oltre ai tedesch
i accoglieva gli inviati della Bbc, spediti sul lago di Garda a raccontare la “favola Chievo”. E lui, Gigi, s’arrabbiava ogni volta “Macché favola del menga, a noi non ci ha regalato niente nessuno. Ci conquistiamo tutto con il duro lavoro”. Cioè corsa, movimenti, dai e vai, inserimenti, cross. Gol. Un piccolo Manchester di provincia. E Gigi era come Alex Ferguson, o di più, perché il sogno vero, quello inconfessabile e invece confessato in qualche intervista era questo: “M’immagino il Chievo che gioca una partita di Champions League all’Old Trafford contro il Manchester United e Beckham che finisce in fuorigioco dieci volte…”. Sarebbe bastata una a Gigi. Una vera, però, non immaginaria. Una, per ricordare quello che diceva suo nonno Gino: “Magari una volta, una sola nella vita, può anche capitare”. E quel giorno degli anni Cinquanta successe: si ghiacciò la laguna di Marano e lui riuscì ad andare a piedi dall’isolotto di Sant’Andrea di Aquileia fino a Grado, camminando per chilometri su quelle acque gelate. Una volta, appunto. Una volta sola. Come il Chievo del nipote. E come qualcos’altro. La Samp? Magari sì. Riccardo Garrone lo dice: “Siamo una bella squadra, ma la differenza la sta facendo Del Neri”. Incassa e gode in silenzio. E’ un po’ come l’anno scorso a Bergamo. Però di più. Perché a lui piacciono le cose fatte in un certo modo. Lo disse all’arrivo nell’Atalanta: “Questa volta non rientro in corsa ma ho la possibilità di poter programmare il lavoro con la società. Ho avuto la possibilità di fare altre esperienze che molti considerano negative. Non per me. A Roma ho trovato una squadra in piena crisi. A Palermo ho lanciato giovani come Caracciolo e una squadra che giocava bene. Con il Porto non mi è stata data la possibilità di lavorare. Lo spogliatoio si sentiva campione d’Europa e la società non aveva voglia di cambiare”.

Lo definirono emergente, la passata stagione. Emergente a 57 anni. Perché chi ricomincia è sempre uno che deve dimostrare: in fondo è facile aspettare una chiamata a metà campionato. C’è uno che sta andando male, arrivi tu e se la squadra non è malaccio, fai quasi sempre una bella figura. Il problema è cominciare dall’inizio. Gigi lo preferisce, comunque. E “emergente” non l’ha mai infastidito. La gomma in bocca, di nuovo. Serio anche quando è sereno: “E’ vero sono emergente. Del giovane mi è rimasto tutto: il carattere, la determinazione, la voglia di trovare nuove idee da portare in campo. Sono sempre audace e non sparagnino. Una squadra sparagnina alla fine non vince mai. Per me il bel gioco conta molto. Una squadra deve, prima di tutto, essere organizzata e poi attaccare. Il pubblico vuole bel gioco, spettacolo e gol. Un tecnico deve lavorare sulla qualità dei giocatori per farli rendere al massimo. Mi piace il dialogo. Ho grande rispetto e lo esigo. Non ci vado a cena se non quando sono in ritiro. Come mi definisco da allenatore? Diciamo democratico dittatoriale”.

Così è rimasto, così è. Qui casca la storia di Cassano. Avevano detto la cosa più ovvia: “Arriva a Genova e litigherà con Tonino”. Certo, perché è sempre così. E’ il gioco facile: l’allenatore troppo generale per uno come Cassano. E poi il precedente, no? “Hanno già litigato a Roma, vedrete che non dureranno troppo”, la sentenza. Tutto scritto, tutto semplice, tutto ovvio. Eccola la storia di Roma: Antonio aveva elogiato Capello nonstante Don Fabio se ne fosse appena andato e al suo posto ci fosse proprio Del Neri. “Sgarbo al mister”, dissero i bene informati del calcio romano. La verità è che una lite ci fu, ma per motivi strettamente pallonari. Cassano non era in forma, Del Neri lo sostituì un paio di volte e Tonino fece uno show in diretta tv. All’inizio di questo campionato nessuno ha voluto ricordare il seguito di quella vicenda. E cioè la fine della lite, la spiegazione, la pace. No, ci dev’essere guerra per forza, anche oggi. Perché non è possibile che Gigi e Antonio vadano d’accordo e se succede c’è qualcosa che non va. Sempre in contrasto agli occhi degli altri. Sempre come a Roma. Così una volta per elogiare Gigi, Franco Cordelli trovò l’unica formula che sembrava possibile: la chiave anti-Tonino. “Il personaggio di domenica 3 ottobre 2004 all’Olimpico naturalmente non è stato Cassano. A Cassano gli spettatori dell’ Olimpico sono abituati e, alla fine, anche chi impreca contro di lui sta con lui. Anche io sto con lui, non dimentico il suo ardore nell’Europeo, Cassano è uno di noi – come tante volte gli hanno scritto i suoi tifosi.

Il grande personaggio è di colpo diventato Gigi Del Neri.
Ai miei due consiglieri spirituali in fatto di calcio, due librai di opposta fede, avevo già chiesto, sul Del Neri, un’opinione. A Ettore Molli, laziale della Feltrinelli di via del Babuino, tempo fa avevo chiesto: ‘Tu vorresti Del Neri alla Lazio?’, mi aveva risposto: ‘Ma che sei matto? Urla troppo’. A Oresto Raucci, romanista dell’Arcobaleno di via Faà di Bruno avevo chiesto: ‘Le piace Del Neri?’, aveva risposto: ‘E che c’entra con la Roma uno che scrive sulla Padania? Ormai vado allo stadio per pura abitudine’. Invece Gigi Del Neri è un grande personaggio. E’ vero che Del Neri urla e si agita come un ossesso. Ma che lo facesse a Verona era un conto e che lo faccia a Roma, al debutto, è tutt’altra cosa. Era come se fosse qui da noi da mezzo secolo! E non avete notato la sua cravatta? Non ricordo (dai derby) che Capello portasse una cravatta con i colori sociali. Invece, Del Neri aveva proprio una cravatta giallorossa. Questo era magnifico, era un puro spettacolo! Lo spettacolo precisava i suoi significati con l’uscita dal campo di Cassano. Il gesto con cui Del Neri gli spiegava, ammorbidiva i fischi del pubblico, lo sgridava e, nello stesso tempo, lo placava, era da antologia del buon padre di famiglia, severo e giusto. L’insieme, invece, era qualcosa di più. Gesto, cravatta, urla e entrate in campo da invasato ribadivano il ritratto del perfetto italiano.

Fino a ieri Gigi Del Neri scriveva sulla Padania e allenava il Chievo?
Non importa. Era già romano, perfettamente e del tutto romano. Perfettamente e del tutto italiano. Mai Ennio Flaiano, scrivendo ‘Un marziano a Roma’, avrebbe immaginato di trovarne uno su misura come Del Neri: a Roma anche a un marziano bastano pochi giorni. Pochi giorni per diventare romano come noi che ci viviamo da sempre”.
Genova non è Roma. Cassano non è Totò, come lo chiamavano a Trigoria. E’ così, anche se per molti non può essere. Questa è un’altra era, un altro mondo. Primo, già. “Con un Cassano così possiamo arrivare ovunque”, ha detto Del Neri alla fine della partita con il Siena. Ovunque è l’innominabile, non la persona, ma l’obiettivo. Stare sopra al Genoa interessa alla città e non a Gigi. Ha sentito Gasperini che diceva così: “Veramente a noi, della Sampdoria non ce ne frega niente”. Ha pensato la stessa cosa. Qui non c’è in gioco il primato in città. Qui c’è qualcosa di meglio, di più. Si va oltre. Si spinge sulla fascia, destra o sinistra è uguale. A turno lui ha vicina prima una e poi l’altra. Urla, Gigi. Urla e non si capisce molto. Parla, poi. Parla come uno che sa, uno che ha visto, uno che ha patito. “Se Mourinho ha detto quello che mi riferite era meglio che fosse rimasto zitto”. Si può tenere testa a Mou così: Del Neri non continua perché il seguito sarebbe troppo, sarebbe un rinfaccio, sarebbe dire che a Porto la sua epurazione fu colpa di qualcuno vicino a José.

E’ passato, quello. Roma, Palermo, Chievo, Atalanta
hanno sciacquato le delusioni, la rabbia, la felicità, anche. Si ricomincia una cosa che in realtà è già cominciata: avanti a tutti si sta bene, indipendentemente dalle parole di circostanza, dalle ironie degli altri, dagli errori degli avversari. Primi, in testa. Del Neri l’ha provato quando non aveva una macchina attrezzata, adesso sa che è un’altra cosa. Significa che ci si può provare, non per vincere per forza, ma per dire di esserci comunque. Le fasce spingono sempre verso il centro, a un certo punto. La palla balla: Cassano-Pazzini. C’è un gol, ci sono tre punti. Ci si diverte. Gigi esulta senza farsi capire troppo.

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