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Richard Holbrooke

E' morto a Washington all'età di 69 anni Richard Holbrooke, l'inviato della Casa Bianca per l'Afghanistan e il Pakistan, negli anni Novanta l'architetto della pace di Dayton per la ex Jugoslavia. Il presidente americano,  Barack Obama, lo ha ricordato come ''un vero gigante della politica estera americana, una persona che ha reso l'America più forte, sicura e rispettata". Il Foglio lo ricorda riproponendo un suo ritratto del 2009.

1 Ottobre 2009 alle 00:00

E' morto a Washington all'età di 69 anni Richard Holbrooke, l'inviato della Casa Bianca per l'Afghanistan e il Pakistan, negli anni Novanta l'architetto della pace di Dayton per la ex Jugoslavia. Il presidente americano,  Barack Obama, lo ha ricordato come ''un vero gigante della politica estera americana, una persona che ha reso l'America più forte, sicura e rispettata". Il Foglio lo ricorda riproponendo un suo ritratto del 2009.

Richard Holbrooke è nato vecchio. Nonostante le immagini di repertorio, è difficile immaginare questo barone della diplomazia americana diverso da come è oggi: capelli brizzolati, viso cadente vagamente plastificato, occhi azzurri che spiccano dietro un paio di occhiali che soltanto lui e il direttore della Cia, Leon Panetta, hanno ancora il coraggio di mettere in pubblico. Chiamarlo, come accade comunemente, l’“inviato speciale” in Afghanistan e Pakistan è un errore anche nella sostanza. “Inviato è un elegante termine diplomatico... Non ho nulla in contrario, ma io ho un altro compito”, ha detto al giornalista del New Yorker George Packer. Holbrooke è “rappresentante speciale” degli Stati Uniti per l’Afghanistan e il Pakistan, il che significa che ha una responsabilità diretta della situazione e riferisce alla Casa Bianca con un filo che aggira piuttosto che attraversare il dipartimento di stato di Hillary Clinton. Avrebbe voluto giurisdizione anche su India e Iran, scenari che giudica indisgiungibili dalla zona più calda della politica estera americana, ma la Casa Bianca ha deciso di dirottare i compiti su altri inviati, forse anche con l’idea di recintare l’ego ipertrofico di quello che negli ambienti diplomatici, fra i giornalisti, nelle lobby, nei corridoi della Casa Bianca, nei consigli di amministrazione delle banche d’affari e nel talk of the town di Washington è considerato l’uomo più potente della diplomazia americana. Sì: più del suo capo formale, Hillary Clinton.

Holbrooke è l’inventore del fortunato termine “Afpak”
, contrazione di Afghanistan e Pakistan che l’Amministrazione Obama sta usando per dissipare i dubbi sulla continuità anche linguistica con George W. Bush. Se i repubblicani consideravano i due paesi come irriducibili a un unico scenario, i democratici puntano su un approccio comprensivo che rappresenti l’idea vagamente multilaterale della nuova diplomazia, fatta di strategie concertate in scenari volutamente “broad”, ampi. Non sempre esplicitamente, Holbrooke è l’ispiratore delle linee con cui l’America sta affrontando gli scenari più tosti. In Afghanistan è la controparte civile del generale Stanley McChrystal; allargando l’inquadratura diventa la controparte civile di David Petraeus, il capo del Comando centrale che coordina le operazioni militari dalla penisola arabica alle province dell’Asia orientale. Allargando ancora, si scopre che è il nodo scorsoio che lega i fili asiatici alla scrivania di Barack Obama.

Il sistema di alleanze fra Obama e Hillary
Il presidente lo ha convocato nel suo ufficio qualche settimana dopo essere stato eletto alle urne, nei mesi frenetici di transizione del potere. Holbrooke si è presentato all’hotel Hilton di Chicago senza un’idea precisa sull’uomo che avrebbe guidato il paese di lì a pochi mesi. Sembra strano che un uomo di potere a dir poco navigato e il neo presidente non fossero in confidenza, ma i due esprimono mondi e narrazioni storiche completamente diversi; questo oltre al mero dato anagrafico: quando Obama aveva cinque anni, Holbrooke lavorava alla Casa Bianca. Di certo c’è che il presidente non poteva non avere stima per questa specie di mastino che negli anni di Clinton ha fatto l’attore protagonista nella vicenda dei Balcani, riuscendo a concludere, come esito finale, gli accordi di Dayton. Da una parte, la scelta di Holbrooke per la sfida più delicata della politica estera di Obama è stata caldeggiata dai molti clintoniani del transition team, primo fra tutti John Podesta, l’ex capo dello staff di Clinton che ha coordinato il passaggio di consegne. Dall’altra, il presidente guardava con un certo timore ai tratti aggressivi di un personaggio che fino a qualche mese prima si era speso anima e corpo per la candidatura di Hillary. A giugno dello scorso anno, quando Clinton è finita fuori gara, Holbrooke ha iniziato a intessere trame con il coté di Obama con uno zelo che alcuni suoi consiglieri hanno bollato come decisamente eccessivo. Il suo contatto più stretto fra gli uomini di Obama era Samantha Power, l’esperta di diritti umani che è stata temporaneamente allontanata per avere chiamato Hillary un “mostro”; chi infondeva dubbi alle orecchie di Obama era invece Anthony Lake, amico e alto consigliere di politica estera di Obama con il quale Holbrooke aveva fatto più di un frontale durante il Vietnam prima e al dipartimento di stato poi.

L’aggravante definitiva era il fattore Iraq
: Holbrooke era l’espressione esemplare di quell’establishment democratico che aveva sostenuto la guerra in Iraq sulla base di valutazioni politiche, lasciando scivolare sotto il tavolo le motivazioni “di fondo” della dottrina Bush, proprio quelle da cui Obama aveva bisogno di smarcarsi. Per superare il timore misto a scetticismo di Obama serviva la mediazione di Hillary Clinton. Qualche giorno dopo la nomina alla segreteria di stato, in un colloquio di tre ore a New York, Clinton e Holbrooke hanno concordato i dettagli, e il nuovo rappresentante speciale ha colto l’occasione per riscuotere qualche credito con Hillary. Nel 1996 la svolta nella carriera di Holbrooke era a portata di mano: sarebbe stato nominato segretario di stato di Bill Clinton, se soltanto all’ultimo momento non si fosse inserita Hillary nella trattativa, imponendo a Bill di assumere la prima donna a capo della diplomazia americana, Madeleine Albright. La cosa non è piaciuta affatto a Holbrooke, che, mortalmente offeso, ha abbandonato la carica informale di inviato speciale nei Balcani per un ritorno al mondo della finanza, lavorando alla Credit Suisse Boston First e diventando vicedirettore.

Dal 1981 al 1993, Holbrooke era stato manager di Lehman Brothers
, una posizione naturale per entrare nei salotti presidiati da(i) Clinton dalla porta principale. Con le credenziali accumulate fra la Casa Bianca e Wall Street, avrebbe di sicuro sfondato nella carriera diplomatica. A Washington tutti sanno che se Al Gore avesse vinto le presidenziali contro George W. Bush il dipartimento di stato sarebbe finito pacificamente nelle mani di Holbrooke. Ma c’era una sindrome da eterno secondo a perseguitarlo e per guarire decide di diventare il numero uno ufficioso, quello che lascia le etichette agli altri. Un eroe carsico che è auctor e agens della narrazione.

Un Ulisse multiforme
Holbrooke aveva in rubrica numeri interessanti molto prima dell’era Clinton. Il suo compagno di banco alla Scarsdale High School di New York si chiamava David Rusk, figlio di quel Dean Rusk che pochi anni dopo la fine della scuola sarebbe diventato il segretario di stato di John F. Kennedy e poi di Lyndon Johnson. I due amici avevano in comune la passione per il giornalismo e pubblicavano un foglio scolastico troppo serio per la loro età. Nel frattempo il padre di Holbrooke, un medico ebreo originario di Varsavia, era morto e il  giovane Richard passava quasi tutti i pomeriggi a casa Rusk, ed era diventato praticamente uno della famiglia. A scuola aveva sentito Dean parlare della “new frontier” di Kennedy, quel confine oltre il quale si gioca il destino dell’America e dell’umanità. Holbrooke aveva avuto un’illuminazione. Anche oggi continua orgogliosamente a proclamarsi “un prodotto dell’era Kennedy”, pur temperato da un metallico realismo coltivato in quarant’anni di vita di palazzo.

Il primo lavoro in area diplomatica, Holbrooke lo ottiene un paio di settimane dopo la laurea, come volontario nel Foreign Service, un corpo paradiplomatico che si occupa delle attività civili nelle zone di guerra. Entrare nel Foreign Service nel 1962 significava una sola cosa: Vietnam. Viene assegnato nella cittadina di Ba Xuyen, sul delta del Mekong, per svolgere le mansioni più umili: costruire case, aiutare la popolazione con le coltivazioni, tenere i rapporti con i capi locali. Per un brillante prodotto d’élite, carico di ambizioni idealizzanti, la vita rurale del Vietnam non sembrava avere l’aria di un’esperienza elettrizzante. Per lui era vero il contrario: “Ero al centro del mondo, proprio dove volevo essere. Volevo vedere la guerra, come Stephen Crane, e volevo far parte della storia: in Vietnam facevo entrambe le cose”, ha scritto molti anni dopo Holbrooke. Il suo destino era comunque quello di stare al centro. Durante gli anni della formazione si era innamorato del giornalismo: avrebbe voluto raccontare il mondo, uscendo dal giro tutto sommato puerile dei giornali universitari.

Per questo, appena laureato, aveva mandato il curriculum
e un po’ di articoli al direttore del New York Times, James Reston, che però aveva rifiutato di assumerlo a scatola chiusa. Holbrooke non aveva dubbi: o il Times o niente. Era partito per il Vietnam combinando l’occhio dell’inviato con il carattere del diplomatico e dopo due anni nel Vietnam rurale era diventato assistente all’ambasciata americana a Saigon, confermando le parole dell’ex ambasciatore Frank Wisner: “Richard non è il tipo che rimane isolato in provincia”. Nel 1966 viene richiamato a Washington per fare l’assistente di Robert Komer, il consigliere di Lyndon Johnson che tutti conoscevano come “blowtorch”, la fiamma ossidrica. A venticinque anni si muove con un certo agio nei corridoi della Casa Bianca e non passa molto tempo prima che i colleghi gli diano un soprannome che atterrisce la fiamma ossidrica: “Bulldozer”. L’anno dopo approda al dipartimento di stato, diventando l’uomo di fiducia di Nicolas Katzenbach. Ogni giovedì pomeriggio lo convoca assieme a un’altra manciata di diplomatici per discutere della strategia in Vietnam davanti a una birra. E’ in questo “non-group” che Holbrooke può esprimersi liberamente, rivelando un talento purissimo per l’arte diplomatica. Inizia a formarsi in lui quella strana alchimia di minimalismo feroce e loquacità che rimane anche a distanza di decenni il tratto tipico della sua personalità.

Una volta Henry Kissinger ha detto
: “Se Richard ti chiede qualcosa, devi dire di sì. Se dici no, alla fine dirai di sì, ma il passaggio dal no al sì sarà molto doloroso”. Così Holbrooke è diventato un ulisse multiforme: a suo agio con i pantaloni mimetici, mentre sale sorridente su un elicottero militare in in una base afghana; a suo agio nei colloqui ufficiali; a suo agio con il presidente, che deve piuttosto gestire il disagio fra i suoi. Gli assistenti che reggono il suo carattere per i primi mesi, finiscono con l’adorarlo: crea attaccamento alla maglia. Il suo ufficio è aperto, i colleghi possono entrare liberamente. Visitandolo, il generale Petraeus gli ha fatto a suo modo un complimento impareggiabile: “E’ l’organizzazione più piatta che abbia mai visto”.

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