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Soros, l'ultimo tycoon

Il magnate americano George Soros, finanziere e filantropo noto per aver messo al tappeto la Banca d'Inghilterra negli anni Novanta, ha deciso di abbandonare l'attività di gestione di hedge fund e di restituire il denaro agli investitori esterni. Con una mossa che appare "più simbolica che sostanziale", scrive il New York Times, Soros è l'ultimo dei tycoon che rinuncia a gestire i soldi degli investitori per dedicarsi a quelli propri e della sua famiglia. Ecco come il Foglio lo ritraeva nel 1996.

21 Settembre 2009 alle 00:00

Il magnate americano George Soros, finanziere e filantropo noto per aver messo al tappeto la Banca d'Inghilterra negli anni Novanta, ha deciso di abbandonare l'attività di gestione di hedge fund e di restituire il denaro agli investitori esterni. Con una mossa che appare "più simbolica che sostanziale", scrive il New York Times, Soros è l'ultimo dei tycoon che rinuncia a gestire i soldi degli investitori per dedicarsi a quelli propri e della sua famiglia. Ecco come il Foglio lo ritraeva nel 1996.

George Soros è una leggenda vivente. E’ stato definito “il più grande investitore del mondo” in base al lungo e ineguagliato successo delle sue attività d’investimento. L’influenza di Soros sui mercati finanziari del mondo è straordinaria: tanto gli analisti finanziari che le Banche centrali si vedono costretti a reagire alle sue dichiarazioni pubbliche e a tentare di decifrare le sue strategie segrete d’investimento. Si calcola che i fondi sotto controllo di Soros ammontino a più di dodici miliardi di dollari. Ma Soros non è semplicemente uno dei tanti miliardari di Wall Street. Soros ha distribuito centinaia di milioni di dollari per promuovere i valori della “società aperta” nei paesi ex comunisti dell’ Europa centrale e orientale. Soros è stato definito “il privato cittadino più influente tra il Reno e gli Urali”. Alcuni lo considerano un santo; altri nutrono qualche sospetto sui suoi reali obiettivi. Ma chi è in realtà quest’uomo e quali progetti ha? Robert Slater, autore di una biografia di Soros entrata nella lista dei best-seller, sostiene che Soros è convinto di essere Dio. Lo stesso Soros ha scritto: “Non sarà certo una sorpresa... che io ammetta di essermi sempre considerato con eccessiva presunzione: per dirla senza tanti complimenti, ho immaginato di essere una specie di dio... Il che mi ha anche procurato molta infelicità durante la maggior parte della mia vita di adulto. Oggi, che mi sono fatto strada nel mondo e che le mie fantasie sono arrivate vicine alla realtà, mi posso permettere di rivelare il mio segreto... E’ per questo che oggi mi sento molto più felice.”

Quando un giornalista disse a Soros che sarebbe
potuto diventare Papa, lui gli rispose: “E perché mai? Sono già il boss del Papa!” “Il boss del Papa” è nato a Budapest nel 1930, figlio secondogenito di genitori ebrei che erano felicemente riusciti a integrarsi nell’alta borghesia ungherese. Il padr e di Soros era un avvocato che durante la prima guerra mondiale aveva passato tre anni in Siberia per avere tentato la fuga come prigioniero di guerra austroungarico. Esperienza che gli tornò utilissima durante l’occupazione tedesca dell’Ungheria nella seconda guerra mondiale: grazie alle capacità di sopravvivenza che aveva acquisito, riuscì a salvare la sua famiglia dalla cattura e dallo sterminio nei campi di concentramento nazisti. I Soros per un anno intero vissero nascondendosi, spostandosi di  continuo da un nascondiglio all’altro, spesso separati e senza possibilità di comunicare fra di loro. Grazie a dei falsi documenti d’identità comperatigli dal padre, George Soros riuscì a farsi passare per il figlioccio di un funzionario non ebreo del governo ungherese, che aveva il compito di confiscare le proprietà degli ebrei internati nei campi di concentramento. Soros accompagnava quel funzionario in giro per il paese, imparando di prima mano che se si vuole sopravvivere, bisogna correre rischi calcolati. E a quanto pare quell’esperienza non dispiacque affatto al quattordicenne Soros: più tardi ha infatti descritto quell’anno vissuto tanto pericolosamente come il periodo più felice della sua vita. La fine della guerra tuttavia non portò alla famiglia Soros un ritorno alla vita normale. La divisione de facto dell’Europa in sfere di influenza e l’instabilità politica dei fragili regimi del dopoguerra, gettavano una cupa luce d’incertezza sui paesi dell’Europa centrale e orientale. Come molti altri ragazzi della sua età e della sua estrazione sociale, Soros dovette decidere in fretta se restare in un’Ungheria sotto il dominio dell’Unione Sovietica o lasciarsi alle spalle la famiglia e i beni ed emigrare in Occidente.

Scelse di andarsene. Nel 1947 partì per l’Inghilterra, con in tasca solo il denaro sufficiente per il viaggio. Appena adolescente e solo in mezzo alla Londra tetra e devastata del dopoguerra, Soros lavorò come cameriere, bracciante agricolo, imbianchino, facchino, passando da uno all’altro di questi lavoretti precari, sempre chiedendosi quando finalmente la sua sorte sarebbe cambiata. Quegli anni di povertà e di solitudine segnarono Soros in modo indelebile; come più tardi ammise egli stesso: “Uscii da quella esperienza portandomi dentro delle paure tutt’altro che positive. Soprattutto la paura di toccare - o di tornare a toccare - il fondo. L’avevo già toccato una volta e non volevo davvero riprovarci.” E’ lecito presumere che il ricordo di quegli anni bui abbia esercitato un’influenza decisiva sulla carriera posteriore di Soros e che la paura “di tornare a toccare il fondo” sia stata per lui una prepotente motivazione a fare tanto denaro da sentirsi salvo, al sicuro. I primi anni a Londra furono per il giovane Soros formativi anche dal punto di vista intellettuale. Era studente della London School of Economics, ma non era per niente soddisfatto dei corsi che frequentava.

Aveva la sgradevole sensazione che la teoria economica non avesse nessun rapporto con il mondo reale: la descrizione di situazioni d’equilibrio raggiunte mediante l’interazione di operatori razionali in possesso di nozioni perfette, rendeva l’economia classica affatto irrilevante come guida al mondo reale. Come dice Soros, l’economia “è una costruzione teorica di grande eleganza che somiglierà magari alle scienze naturali ma non certo alla realtà.” La discrepanza tra la realtà, confusa e complessa, e la teoria, nitida e perfetta, è stata per molti anni oggetto di studio da parte di Soros. Soros non è mai riuscito a conquistarsi né approvazione né attenzione per le sue idee filosofiche, però continua a sostenere che alla base del suo successo finanziario c’è proprio questa sua capacità di capire lo scarto che esiste tra il fatto e la percezione. La London School of Economics esercitò su Soros un’influenza intellettuale positiva attraverso la prestigiosa figura di Karl Popper, filosofo della scienza. Il libro più famoso di Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, uscì mentre Soros era studente alla London School of Economics. Proprio perché era sopravvissuto al nazismo ed era da poco sfuggito all’imposizione del dominio sovietico in Ungheria, Soros fu profondamente impressionato dalla appassionata affermazione di Popper che le società “aperte” sono superiori a quelle “chiuse.” E appunto alla “società aperta” sono dedicate molte istituzioni filantropiche di Soros; alcune anzi ne portano addirittura il nome. Ma se Soros ha descritto Popper come il suo “mentore”, non pare tuttavia che da studente abbia fatto altrettanta impressione sull’anziano filosofo. Sembra addirittura che quando, anni dopo, mandò a Popper il manoscritto di una sua opera filosofica, questi non si ricordasse nemmeno chi fosse Soros.

Dopo aver invano cercato di ottenere una posizione nel mondo accademico e aver tentato di farsi strada come piazzista di borse, Soros entrò come apprendista in una società d’investimento mobiliare, ma dovette lottare per anni prima di poter raggiungere il successo finanziario. Dopo un periodo di scarsi risultati a Londra come operatore nell’arbitraggio dell’oro, Soros si decise a tentare la sorte a New York. Ma anche in America gli ci vollero dieci anni prima di riuscire a imprimere la sua orma nel mondo finanziario newyorkese. Conosceva però molto bene i mercati europei, e questo lo distingueva dall’isolazionismo e provincialismo degli analisti e dei trader delle altre società finanziarie americane. Fu così che nel 1967 Soros riuscì a convincere i suoi capi a lasciargli creare e gestire due fondi off-shore. Il resto, come si sa, è storia. Nel 1973 Soros creò la propria società. Tassi di rendimento senza precedenti gli attirarono un numero sempre maggiore di investitori. Il Soros Fund Management oggi è uno dei più importanti e vantaggiosi veicoli d’investimento del mondo. All’inizio degli anni 80, creò una rete di fondazioni nell’Europa centrale, distribuendo a giovani intellettuali borse di studio nelle università occidentali e supporti infrastrutturali alle istituzioni accademiche. Dopo i drammatici cambiamenti politici del 1989, le attività filantropiche di Soros si sono moltiplicate in modo esponenziale. Mentre i governi occidentali erano indecisi su cosa si potesse o dovesse fare per incoraggiare i cambiamenti politici ed economici nell’Europa centrale e orientale, Soros invece agiva. Viaggiando in lungo e in largo, distribuì straordinarie quantità di denaro a favore delle cause più disparate: cento milioni di dollari per pagare lo stipendio agli scienziati sovietici, cinquanta milioni di dollari per pagare le spese di carburante della precaria repubblica ex jugoslava della Macedonia e altri 50 milioni per i profughi bosniaci... Soros era ovunque e le sue tasche sembravano senza fondo. Poi nel 1992 ci fu la spettacolare speculazione di Soros contro la partecipazione dell’Inghilterra al meccanismo dei tassi di cambio europei e quella sfida portò Soros sulle copertine di tutti i maggiori giornali e riviste del mondo, col risultato che nell’immaginario collettivo fu identificato come l’uomo che aveva fatto crollare la sterlina. Da quella speculazione sulla sterlina, Soros ricavò un guadagno da capogiro: due miliardi di dollari e la fama del giocatore più importante sui mercati globali dei capitali. Da quel momento, ogni sua mossa è stata osservata e analizzata: i suoi (ben pubblicizzati) investimenti nell’oro e nell’immobiliare provocavano titoloni sui giornali e rialzi dei prezzi (e a questo punto Soros tranquillamente vendeva le sue partecipazioni, traendone considerevoli profitti).

Anche se poi varie incursioni sui mercati valutari lo portarono ad altrettanto colossali perdite (seicento milioni di dollari per una scommessa sbagliata sullo yen), la fama popolare di Soros non ne fu intaccata. Soros è ormai il nuovo re Mida. Eppure, per ironia della sorte, nonostante tutta questa pubblicità, neanche in questo modo Soros è riuscito a ottenere che la gente prendesse in seria considerazione le sue idee in fatto di politica internazionale. Come le sue speculazioni filosofiche sono state cortesemente ignorate da quegli stessi filosofi con i quali amava stare gomito a gomito, così governi e diplomatici hanno puntual mente ignorato le idee di Sor os sui processi di transizione dell’Europa centrale, sull’integrazione monetaria dell’Europa occidentale, sui conflitti nella ex Jugoslavia e nell’ex Unione Sovietica... La gente legge i suoi libri solo per scoprire come ha fatto a fare tanti soldi, saltando le pagine più noiose in cui Soros espone le sue idee di filosofia, di politica e di storia. Eppure, bisogna riconoscerlo, Soros va preso sul serio quando sostiene che il suo successo finanziario e le sue attività filantropiche poggiano sulle stesse basi filosofiche. Nei prossimi articoli cercheremo dunque di prendere in considerazione, una ad una, le varie facce di questo personaggio così complesso e affascinante.  George Soros è generalmente considerato l’uomo che come investitore ha avuto più successo al mondo. Gli altri professionisti del mondo finanziario hanno seguito con ammirazione il suo straordinario curriculum di manager dell’unico fondo d’investimenti che negli ultimi 25 anni è stato più costantemente redditizio. Eppure Soros è salito alla ribalta della pubblica notorietà solo nel 1992, quando la sua spettacolare speculazione contro la sterlina costrinse il governo inglese a svalutare la moneta e a uscire dallo Sme. Da allora, i suoi investimenti hanno provocato massicci movimenti sui mercati globali, visto che altri manager di fondi seguono il suo esempio. Mentre gli investitori professionali cercano di seguire le orme di Soros, gli investitori comuni comperano i suoi libri nella segreta speranza di riuscire a emularne l’esempio. E nonostante alcune débacle ampiamente pubblicizzate, nell’immaginario popolare Soros resta sempre “il nuovo re Mida.” Ma qual è dunque il segreto del suo successo?

Allan Raphael, uno dei suoi più stretti collaboratori negli anni 80, quando cerca di spiegare il successo di Soros, cita qualità apparentemente banalissime: “Lavora molto. Capisce le cose al volo. E’ aggressivo, spregiudicato... Questo è un business che non si basa necessariamente sulla logica e sulla razionalità. E’ un fatto intuitivo. E’ un campo in cui il cumulo delle esperienze può fare la differenza. E io credo che George possieda tutte queste doti.” Lo sfavillante successo pubblico di cui Soros ha goduto negli ultimi dieci anni, ha fatto dimenticare le sue difficoltà iniziali e quanto oscura sia stata la prima parte della sua carriera. Laureatosi in economia alla London School of Economics nel 1953 con voti mediocri, l’unico lavoro che riuscì dapprincipio a ottenere, fu quello di piazzista di borse sulla spiaggia di Blackpool, nella provincia inglese. Poi riuscì a farsi assumere come apprendista in una banca d’investimento londinese, dove lavorò per tre anni. Nel 1956 emigrò negli Stati Uniti e lavorò in altre banche d’ investimento come analista specializzato in titoli europei, un ramo allora sconosciuto alla maggior parte degli analisti americani. “Per un breve periodo”, scrive Soros, “fui come l’orbo che è re nel regno dei ciechi.” Questo breve periodo di gloria finì quando Kennedy venne eletto presidente e mise in vigore norme per impedire agli americani di acquistare titoli esteri. Soros passò gran parte dei tre anni successivi a tentare, senza successo, di esprimere le sue idee filosofiche. Finì per rinunciarvi il giorno in cui scoprì, con grande frustrazione, che neanche lui riusciva a dare un senso a quello che aveva scritto il giorno prima.

Decise allora di tornare a dedicarsi in pieno a un’attività più concreta: fare un mucchio di soldi. Essendo uno dei pochi analisti americani poliin grado di scambiare titoli europei, si trovava nella posizione perfetta per allargare la propria rete di contatti in Europa. E fu proprio questo patrimonio unico di contatti che lo aiutò non solo a progredire nel suo lavoro di analista di ricerca, ma anche a raggiungere un gruppo di investitori e ad attirarli a sé quando finalmente si decise a creare una propria impresa di gestione fondi. Nel 1967 Soros era riuscito a convincere i suoi capi, nella società d’investimenti Arnhold e Bleicheroder, a lasciargli creare un proprio fondo d’investimento offshore per trarre profitto dai movimenti al rialzo sul mercato azionario. Due anni dopo Soros creò un secondo fondo offshore, che era un hedge fund, o fondo di “copertura”, un veicolo flessibile d’investimento capace di assumere posizioni di rischio variabile simultaneamente su diversi mercati finanziari e di servirsi dei propri pacchetti azionari come garanzia collaterale per un indebitamento finanziario molto considerevole. Per la legge americana, nessun cittadino degli Stati Uniti poteva investire in un fondo offshore. La clientela dei fondi di Soros era dunque internazionale, per lo più composta di ricchi europei, arabi e sudamericani.

Questa specie di perspicace visione globale, ha dato a Soros un posto a parte rispetto ai suoi pari nel mondo finanziario americano; così come il suo eccezionale coraggio nel creare un hedge fund che per la sua redditività si basava su una aggressiva assunzione di rischio con capitale di credito. E’ tipico di un hedge fund prendere una posizione a breve termine in un mercato, al di là della sua stessa capitalizzazione: è il tipo di rischio che spaventa moltissimi operatori del mercato monetario assai meno sicuri di se stessi di quanto non sia uno come Soros. Mentre in genere i fondi d’investimento si accontentano della propria performance se riescono a battere il resto del mercato, Soros invece crede nella necessità di trarre sempre il massimo da ogni opportunità pur di raggiungere risultati davvero mozzafiato. Stanley Druckenmiller, braccio destro di Soros, dice: “Soros mi ha insegnato che quando uno è assolutamente convinto di un affare, deve attaccare alla giugulare. Ci vuole fegato, per essere dei porci...” La sicurezza di Soros nella propria capacità di giudizio è proverbiale. Colleghi e amici lo descrivono come un uomo dotato di grande fiducia in se stesso, di un’impressionante capacità di cogliere il quadro d’insieme della situazione, un investitore sempre all’erta per cogliere tracolli e trend che gli altri neanche hanno individuato, un uomo che esamina e analizza le conseguenze più ampie di ogni possibile mossa e le sue ramificazioni su altri mercati, sempre all’erta nell’individuare finestre di opportunità secondarie o terziarie per realizzare profitti sempre maggiori. Un suo stretto collaboratore dell’inizio degli anni 80, Jim Marquez, ha così descritto il tipo di fiducia che ha Soros in se stesso: “Aveva la sensazione che quando capiva qualcosa, era come se stesse parlando con Dio. Ed era così sicuro di quello che sarebbe accaduto, che era lui il primo a stupirsi se poi le cose andavano diversamente. Ma se andavano come lui pensava, be’, era così che doveva essere.” Non c’è da stupirsi quindi che i suoi subordinati abbiano spesso trovato insopportabile lo stress di lavorare con lui. Negli anni 80, Soros ha cambiato un collaboratore dopo l’altro: assumeva giovani operatori finanziari di talento e dava loro terribili responsabilità, ma gli stava sempre alle costole, criticandone le decisioni, facendoli sentire molto al di sotto della sua brillante lucidità e della sua travolgente fama.

Marquez ricorda che “aveva un modo di guardarti con quei suoi occhi penetranti, da darti l’impressione di stare sotto a un raggio laser. Soros ti trapassava con lo sguardo. Avevi la sensazione che ti volesse sempre intorno, ma che non pensasse mai che tu la stessi imbroccando giusta. Semplicemente ti tollerava. Come se tu fossi un essere inferiore.” Verso la fine degli anni 80, tuttavia, Soros decise di dedicarsi soprattutto alle attività filantropiche. Avendo quindi bisogno di un abile collaboratore che badasse alla gestione quotidiana dei suoi fondi d’investimento, dichiarò pubblicamente che il suo “successore” sarebbe stato Stanley Druckenmiller, ancora prima di avergli offerto il posto. Ecco come andarono le cose secondo Druckenmiller: “Andai a casa di Soros per un colloquio e suo figlio mi informò che io ero il decimo ‘successore’ di suo padre, ma che nessuno degli altri nove era durato a lungo... E il giorno dopo, quando arrivai nell’ufficio di Soros, i dipendenti già parlavano di me come del ‘successore.’ E anche avevano l’aria di trovare la cosa molto spassosa.” Ma per fortuna di Druckenmiller (e di Soros) i drammatici avvenimenti del 1989 costrinsero Soros a concentrare la propria attenzione su come promuovere i valori della “società aperta” nell’Europa centrale e orientale. Così Druckenmiller fu lasciato libero di gestire i fondi d’investimento senza sentirsi addosso la presenza di Soros che controllava e ricontrollava ogni sua mossa. Le strategie di Druckenmiller si basano in pieno sulla filosofia d’investimento di Soros; tenere posizioni lunghe in un certo nucleo di azioni, e posizioni corte in un altro nucleo di azioni, usare denaro preso a prestito per speculazioni nei global future, nelle obbligazioni, nei mercati valutari e delle materie prime. Da quando se ne occupa Druckenmiller, i fondi d’investimento di Soros hanno avuto una straordinaria fioritura. Soros sembra soddisfatto: ha perfino definito Druckenmiller il suo alter ego. Indubbiamente il successo più sensazionale ottenuto dai fondi di Soros durante la gestione Druckenmiller è stato l’aver scommesso che la speculazione dei mercati valutari avrebbe costretto il governo inglese a ritirare la sterlina dall’alto tasso di cambio a cui la moneta si era stabilizzata nello Sme. Da che la riunificazione della Germania aveva creato una significativa disparità tra i tassi d’interesse in Germania e quelli nel resto dell’Europa occidentale, Soros aveva cominciato a dubitare della vitalità dello Sme.

L’erba del vicino è sempre più verde: le belle donne e gli uomini ricchi vogliono essere ammirati per il loro cervello piuttosto che per la loro bellezza o il loro denaro. George Soros non si accontenta di essere l’investitore di maggior successo della sua generazione: vorrebbe essere preso sul serio anche come filosofo. Infatti Soros parla spesso del proprio lavoro finanziario come di un’impresa filosofica. Per lui “decidere di fare un investimento è come formulare un’ipotesi scientifica e poi sottoporla a una verifica pratica.... E i mercati finanziari possono essere visti come laboratori per sperimentare delle ipotesi”. Immagine quanto mai azzeccata: di fronte alla frenetica attività dei mercati finanziari globali, alla compravendita di beni e titoli per migliaia di miliardi di dollari, con tutte le conseguenze che questo comporta sulla vita della gente comune sulla faccia della terra, Soros sembra ostentare lo stesso distacco che lo scienziato mostra quando osserva al microscopio l’andirivieni dei microbi che si agitano nella sua provetta. Soros ostenta costantemente questo olimpico distacco dai mercati finanziari. Scherzando si definisce “il critico più pagato del mondo” e scrive: “Sono un critico delle operazioni. Non sono un imprenditore che crea business. Sono un investitore che li giudica. La mia funzione sui mercati finanziari è quella del critico e i miei giudizi critici si esprimono nelle mie decisioni di acquistare e vendere”. Questo atteggiamento di distacco riflette il fondamentale disprezzo che nutre per gli altri operatori dei mercati finanziari. Secondo lui, quei microbi nella sua provetta non sono molto intelligenti. Soros ammette di avere “una scarsissima opinione della sagacità degli investitori professionali: “Quanto più influente era la loro posizione, tanto meno li ritenevo capaci di prendere le decisioni giuste. Il mio socio e io ci divertivamo malignamente a fare soldi vendendo allo scoperto titoli che erano tra i favoriti istituzionali”. Una così proterva sicurezza di sé accompagnata da una dose così grande di disprezzo per i concorrenti, sa tanto di presunzione e di megalomania. Tuttavia il suo straordinario e duraturo successo come investitore sembra giustificare questo atteggiamento di superiorità. Soros ritiene semplicemente di avere qualcosa che gli altri on hanno: la capacità di capire il modo in cui funzionano i mercati finanziari. E’ convinto di poter leggere nella mente del mercato perché è in possesso di una struttura teorica con una solida base filosofica. Come ha scritto nel suo libro “The Alchemy of Finance”, “sarebbe un’esagerazione dire che questa è la spiegazione del mio successo, ma non c’è dubbio che mi ha dato un vantaggio”.

Quando studiava alla London School of Economics, Soros trovava poco soddisfacenti certe premesse chiave che stavano alla base della teoria classica dell’economia. L’economia classica presuppone che gli operatori che agiscono sul mercato siano esseri razionali che elaborano giudizi obiettivi sulla base di una perfetta conoscenza delle condizioni di mercato. Per Soros, tale supposizione semplicemente non corrisponde alla realtà, che viene invece modellata in modo decisivo dalle percezioni e dalle distorsioni degli operatori. I quali, per definizione, non possono essere obiettivi perché fanno anche loro parte della struttura che stanno cercando di capire. Per anni Soros ha tentato di esprimere questa elementare idea filosofica nella forma della “teoria della proprietà riflessiva”. Come molti filosofi dilettanti, Soros crede di essere la prima persona a essersi imbattuta nel senso del mondo. In realtà l’idea della proprietà riflessiva è una versione naive dell’ermeneutica, una specie di filosofia che mette in evidenza la centralità dell’interpretazione. Ma è da un pezzo che gli economisti sono alle prese proprio con questi problemi di conoscenza imperfetta. (Quest’anno il premio Nobel per l’economia, ad esempio, è andato a due economisti che stanno lavorando sul carattere asimmetrico dell’informazione disponibile a chi opera sul mercato). Inoltre Soros è un pessimo scrittore. Negli anni 60 i suoi tentativi di formulare la “teoria della proprietà riflessiva” in un’opera filosofica (intitolata pretenziosamente “The Burden of Consciousness”) incontrarono l’incomprensione degli amici e dei colleghi del mondo finanziario ai quali aveva mostrato la sua opera. Ma ben più devastante per lui fu il fatto che quando presentò il manoscritto a Karl Popper, il filosofo della scienza che aveva avuto un’influenza decisiva su di lui ai tempi in cui frequentava la London School of Economics, ne ricevette un’accoglienza decisamente tiepida. Accantonò quindi per il momento il suo progetto filosofico (riservandosi di riformu- lare le stesse idee nei libri che scrisse dopo essere diventato ricco e famoso), ma scoprì che le sue teorie gli potevano tornare utili nelle sue attività d’investimento. Scrive: “Avevo un certo vantaggio sugli altri investitori perché io almeno avevo un’idea di come funzionano i mercati finanziari. Mentirei se dicessi che riuscivo sempre a formulare ipotesi valide sulla base della mia struttura teorica. A volte non c’erano processi riflessivi da scoprire; a volte ero io che non riuscivo a vederli; e quel che è peggio, a volte li travisavo... Ma ero in sintonia coi processi riflessivi nei mercati finanziari e i miei maggiori successi scaturivano proprio dalla mia capacità di sfruttare le opportunità che presentavano”. La “teoria della proprietà riflessiva” usata da Soros nelle sue attività sui mercati finanziari, a prima vista sembra essere poco più di quel che comunemente si chiama investimento contrarian, cioè in controtendenza rispetto alla generale opinione, ma si basa invece su un’intelligente anticipazione e un’attenta previsione dei movimenti ciclici del mercato.

Nei primi anni della sua attività di gestore di fondi
andava a caccia di opportunità d’investimento che non fossero ancora state individuate dagli altri analisti. Soros e il suo primo socio, James Rogers, studiavano la performance industriale, settore per settore, cercando di collocare ciascuna industria all’interno del più ampio contesto dell’economia in generale, e di prevedere come queste industrie avrebbero reagito ai futuri sviluppi tecnologici, economici e politici e come i mercati azionari avrebbero alla fine rivalutato quei titoli. Uno dei primi colpi in borsa di Soros fu quello con le azioni dell’industria della difesa all’inizio degli anni 90, quando, diversamente da tutti gli altri analisti, capì che la spesa per la difesa americana era destinata a salire e dunque che le azioni del settore erano sottovalutate. Come puntualizza Soros, “c’è sempre divergenza tra i trend di fondo e il riconoscimento dell’investitore e un investitore furbo può trarne vantaggio”. Il che si potrebbe dire per qualsiasi “value investor” a caccia di azioni temporaneamente impopolari ma che secondo l’investitore presto o tardi riguadagneranno il loro valore fondamentale. Eppure quello che distingue Soros da investitori come Warren Buffets è proprio il fatto che Soros nega che esistano valori fondamentali. Soros ritiene che i prezzi riflettano le percezioni degli operatori del mercato piuttosto che una realtà di fondo, sottostante. I valori “fondamentali”, allora, sono essi stessi una funzione delle percezioni di mercato di “auto-correzione” o di “auto-rafforzamento”, variabili fluttuanti che fanno parte dei trend ciclici che riflettono altre variabili, come la disponibilità di credito sul mercato. Di conseguenza, Soros si distingue dagli altri investitori controcorrente per il suo sfruttamento calcolato dei macro-trend ciclici sui mercati finanziari. Ma non si limita semplicemente a scoprire i trend di fondo e a trarne profitto: lui cerca attivamente di creare questi trend. Un esempio interessante di tale ruolo attivo di creazione dei trend lo troviamo già all’inizio degli anni 70, quando intuì un’opportunità nei fondi fiduciari immobiliari e creò un trend facendo circolare nel mondo finanziario americano un rapporto che metteva in evidenza tale opportunità. Gli altri investitori seguirono il suo esempio, facendo così lievitare il prezzo delle azioni di questi fondi fiduciari. Alla fine gli investitori decisero che queste azioni erano sopravvalutate, causando un crollo del prezzo. Ma avendo previsto esattamente il ciclo ed essendosi posizionato di conseguenza, Soros fece denaro sia quando i prezzi delle azioni salirono, che quando scesero, arrivando perfino a favorire il crollo dei prezzi vendendo con aggressività queste azioni allo scoperto con leverage a credito. In un’altra occasione simile e ancora più redditizia, Soros individuò la sequenza di ribassi e rialzi dei prezzi di azioni di conglomerati industriali, facendo un sacco di soldi sia coi rialzi che coi ribassi. Come osserva lui stesso, il carattere ciclico dei prezzi “si adatta così bene a un normale schema del mercato azionario, che ci si aspetta che tutti gli investitori lo conoscano a menadito. E invece non è così. Perché?...

L’atteggiamento radicato è che i prezzi azionari siano il riflesso passivo di una certa realtà di fondo e non un ingrediente attivo del processo storico. E’ un’idea totalmente falsa”. Soros è convinto che i trend di mercato, lo schema secondo cui i prezzi salgono e scendono, non solo possano essere previsti, ma addirittura creati. A patto di avere abbastanza leverage (speculazione con denaro preso a prestito). Soros può creare dei trend di mercato anche perché può disporre di enormi quantità di denaro a credito per sostenere le scommesse su queste tendenze del mercato. Il clima più semplice delle operazioni di raccolta alla fine degli anni 80 fu un fattore determinante che rese possibile la straordinaria redditività dei fondi di Soros in quel periodo. Come ha detto un finanziere di Wall Street: “Gli hedge fund hanno un tipo di bilancio patrimoniale che permette loro di chiedere fidi bancari... Se si parte con un capitale di un miliardo di dollari, si può raccogliere (borrow ) una grossa quantità di denaro e lasciare grandissime impronte [sui mercati]... se lo si fa con un miliardo di dollari o con cinque miliardi di dollari, non si deve fare altro che presentarsi alla mattina!” La speculazione intelligente porta ad alti tassi di rendimento; e questo attira un numero sempre più grande di investitori, pronti ad affidare al fondo il loro capitale. Il che aumenta la capitalizzazione del fondo, e questo a sua volta permette un borrowing ancora maggiore, e un leverage ancora più grande sui mercati... Insomma, viene messa in moto una spirale dinamica che fa pensare al grandioso disegno di una piramide dell’antichità o più modestamente a quelle sequenze rialzi-ribassi che Soros ha sfruttato con tanta abilità. Dopo i suoi spettacolari successi sui mercati valutari nel 1992 i premi di partecipazione ai suoi fondi d’investimento salirono alle stelle e gli analisti del mercato facevano la posta alle sue “orme”, cercando di seguire le tracce delle sue attività d’investimento valutario. Soros era l’uomo da tenere d’occhio e appena correva voce di un suo supposto investimento, i mercati si mettevano in moto. Come ha commentato un acuto osservatore di Wall Street, la gente “deve pur proiettare su un essere vivente le proprie ansie e i propri rancori, la propria invidia. La gente vuole credere che ci sia qualcuno che muove i mercati... E vuole credere che questo qualcuno sia Soros”.

Soros naturalmente ha tratto il massimo vantaggio dal suo nuovo status di “guru”. In modo del tutto insolito per un investitore dal profilo tradizionalmente basso, cominciò tutt’a un tratto a sbandierare i suoi investimenti sull’oro, nel settore immobiliare e nelle obbligazioni europee. Altri investitori se ne accorsero e fecero altrettanto, facendo lievitare i prezzi: ma a questo punto Soros vendette i suoi investimenti e rastrellò tranquillamente i suoi profitti. Come ha detto uno stratega: “E’ un modo nuovo di fare soldi: una combinazione di assennati investimenti al bottom, cioè al livello più basso del mercato, e di colpi pubblicitari”. Nonostante le grosse perdite che ha subito in seguito sui mercati valutari, Soros resta uno degli investitori più influenti del mondo, uno dei pochi che possano far muovere i mercati. Eppure, come lui stesso ha fatto notare, i rialzi tendono a essere seguiti da ribassi. I mercati si muovono secondo schemi ciclici e l’investitore intelligente fa soldi sia quando il mercato sale sia quando scende, se prende aggressive posizioni corte e punta su un’ulteriore discesa delle azioni. Avendo fatto la sua fortuna identificando i trend del mercato e capitalizzando su di essi, adesso Soros è diventato lui stesso il trend. E come si fa a vendere se stessi allo scoperto? Oggi George Soros è famoso soprattutto per il suo straordinario successo come finanziere. Eppure lui ama definirsi soprattutto un “filantropo internazionale”. Negli ultimi quindici anni Soros ha distribuito centinaia di milioni di dollari per creare le Soros Foundations in quasi tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale. Scopo di queste fondazioni è promuovere i valori della “società aperta”. “I ricchi sono diversi da noi,” disse una volta Scott Fitzgerald a Ernest Hemingway. “Sì,” gli rispose Hemingway. “E’ vero, hanno più soldi”. La battuta sarà anche stata divertente, ma in fondo Scott Fizgerald non aveva torto.

La gente molto ricca ha un genere di preoccupazioni completamente diverso da quelle dei comuni mortali che devono far quadrare il bilancio e limitare i propri desideri nell’ambito dei propri mezzi. Perfino un multi-miliardario medio deve domandarsi almeno di tanto in tanto se in quel dato momento può realmente permettersi uno yacht nuovo o l’aereo privato. La gente veramente molto ricca, invece, ha ben altre preoccupazioni. Quando Soros si rese conto di avere fatto più soldi di quanti ne avrebbe mai potuto spendere in vita sua, cominciò a porsi anche lui le solite domande esistenziali. Come più tardi egli stesso ha scritto: “Nel 1980, quando ormai non potevo più negare il mio successo, ebbi una specie di crisi d’identità. Che senso ha, pensai, aver fatto tanta fatica e patito tante tensioni, se poi non mi posso godere il successo?” A questo punto, altri avrebbero magari deciso di mollare la corsa sfrenata al successo e darsi alla bella vita. Soros invece decise di mettersi a regalare mucchi di denaro. Strano ma vero, Soros in realtà non ha mai veramente approvato la filantropia. Quando era un povero studentello a Londra, si rivolse a una fondazione di carità, la Jewish Board of Guardians, per ottenere un aiuto finanziario per continuare gli studi. Ma la Board rifiutò di aiutarlo: non davano soldi agli studenti, gli dissero, ma solo a gente povera che lavorava. Poi, durante le vacanze natalizie, si ruppe una gamba lavorando come facchino alla stazione ferroviaria. Così di nuovo fece domanda per un sussidio alla Jewish Board, e la Board stavolta, sia pure a denti stretti, gli diede un po’ di denaro. Esaurito il finanziamento, Soros scrisse una lettera “strappalacrime” all’istituto di carità, dicendo loro quanto lo addolorava vedere degli ebrei trattare a quel modo un altro ebreo. Quella lettera funzionò: e la Board gli rinnovò subito il sussidio. Ciononostante Soros per molti anni rimase ostile all’idea stessa di carità. Come disse più tardi, la filantropia “è malvista perché la nostra società si fonda sulla ricerca dell’interesse personale, non sulla preoccupazione dell’interesse degli altri”. Come molti self-made men, Soros è convinto che la gente dovrebbe aiutarsi da sola. Inoltre ha un atteggiamento profondamente scettico nei confronti delle istituzioni in generale. Ogni istituzione genera una propria particolare inerzia. Conservatrici nel loro intimo, le istituzioni odiano il rischio e sono tetragone al cambiamento. Essendosi malignamente divertito nel corso della sua carriera finanziaria a farla in barba ai grandi investitori istituzionali, Soros è sempre stato un perfetto outsider. Il suo atteggiamento critico nei confronti delle istituzioni non ha risparmiato nemmeno le organizzazioni messe in piedi da lui. Ed è anche per questo che l’aspetto necessariamente burocratico della filantropia è rimasto per Soros un problema. L’atteggiamento critico di Soros non risparmia nemmeno se stesso. Soros ha sempre avuto la sensazione che anche il proprio successo finanziario sia basato su un atteggiamento di auto-critica.

Descrivendo la differenza tra se stesso e James Rogers, il suo primo socio, ha scritto: “Avevamo un atteggiamento diverso nei confronti della nostra attività. Lui riteneva le idee degli altri operatori piene di pecche, mentre io pensavo che anche noi avevamo le stesse possibilità di sbagliare di chiunque altro”. Più volte ha manifestato la preoccupazione che il successo potesse corromperlo, guastarlo, che potesse farlo diventare compiacente. Il che sarebbe un bel guaio per un uomo che ha sempre affermato: “Faccio errori come tutti. Ma penso di essere meglio degli altri per il fatto che io riconosco i miei errori... Questo è il segreto del mio successo. La mia intuizione chiave sta nell’ammissione dell’intrinseca fallibilità del pensiero umano”. Il suo atteggiamento sospettoso nei confronti della filantropia organizzata gli fece dire: “Fondamentalmente io sono contrario alle fondazioni filantropiche. C’è un senso di potenziale corruzione dovuto all’influenza del fondatore. L’unica giustificazione che secondo me può avere una fondazione, è se quello che vogliamo realizzare importa più della fondazione stessa”. Dopo molta introspezione e autoanalisi, Soros ha creduto di avere trovato uno scopo cui teneva più di qualsiasi altra cosa al mondo. L’avvenimento cruciale della sua vita è stata la decisione di lasciare l’Ungheria nel 1947, di fuggire dalla società “chiusa” che vedeva arrivare. E’ stato allora che Soros ha deciso che l’importanza di promuovere società aperte ha la precedenza sulla propria sfiducia nelle istituzioni e sulla propria ostilità nei confronti della carità. La prima Soros Foundation fu creata nel 1979 in Sudafrica. Soros offrì delle borse di studio per dare modo agli studenti neri di frequentare la Capetown University. Però poi scoprì che il suo denaro non veniva usato per questo scopo e lo ritirò subito. Come disse più tardi, “Il Sudafrica è una valle di lacrime. Era difficilissimo riuscire a fare qualcosa senza diventare parte del sistema”. E chiuse la sua fondazione. In questo primissimo esperimento già si possono vedere tutte le caratteristiche del suo discutibile stile di filantropia: la decisione spiccia, per non dire brusca, di chiudere una cosa che secondo lui non funziona, piuttosto che accettare qualche problema iniziale e lasciare che la fondazione si sviluppi e cresca. Soros ha sempre preteso risultati rapidi e netti, senza ambiguità. Se i suoi investimenti non funzionano, li liquida senza rimpianti. Questo suo modo di agire ha amareggiato parecchie persone impegnate con lui in opere filantropiche, specie individui del Centroeuropa, che trovano una freddezza del genere adatta forse al mondo degli affari, ma arrogante e inadeguata all’impegno filantropico, specie nell’area post-comunista. In un primo tempo tuttavia l’Europa centrale e orientale si dimostrò il terreno più fertile per i suoi esperimenti nella filantropia.

Soros descrive allegramente quei primi anni:
“Era eroico, eccitante, gratificante e anche molto divertente. Il nostro obiettivo era scalzare il sistema. Davamo il nostro sostegno a qualsiasi cosa. Distribuivamo una gran quantità di piccolissime donazioni, perché eravamo convinti che ogni operazione autonoma avrebbe minato il dogma del totalitarismo”. Cominciando con l’Ungheria nel 1984, Soros a poco a poco creò delle fondazioni in tutti i paesi dell’Europa centrale. I regimi socialisti avevano bisogno di valuta forte e volevano migliorare la propria immagine in Occidente. Speravano di controllare e monitorare le attività delle Soros Foundations e perfino di usare la filantropia di Soros per tacitare lo scontento tra gli intellettuali. Da parte sua, egli trattò abilmente con questi regimi, rifiutandosi di rinunciare all’autonomia o di condividere con altri il controllo sulle attività delle fondazioni. Con quei regimi era prontissimo a giocare duro, arrivando anche a minacciarli a volte di mandare tutto all’aria. Negli anni 80, le fondazioni Soros erano essenzialmente impegnate a minare in modo sottile il monopolio di accesso all’informazione dei regimi socialisti. Perciò dotò ogni biblioteca ungherese di fotocopiatrici, a condizione che non ne venisse controllato l’uso. I giovani intellettuali ricevevano borse di studio per frequentare le università occidentali, come Oxford o Cambridge: e anche se non tornarono nei loro paesi come missionari della democrazia e del libero mercato, non c’è dubbio tuttavia che quei contatti internazionali aiutarono ad aprire le menti. Dopo il 1989, le attività filantropiche nell’Europa centrale e orientale si ampliarono notevolmente. Sentiva che era avvenuto un fatto storico di portata mondiale. Il crollo dei regimi socialisti aveva screditato in tutto il mondo l’ideologia comunista. Adesso era necessario consolidare la causa della società aperta, per garantire che in quei paesi si raggiungessero gli obiettivi democratici. Profondamente preoccupato per la reazione incoerente dell’Occidente, decise di dedicare grosse somme di denaro a iniziative che dessero una base concreta alla “società civile”. Decise perciò di unificare tutte le sue precedenti iniziative in una università di livello internazionale, con vari campus: a Varsavia, Praga e Budapest.

La Central European University avrebbe dovuto attirare studenti da tutta l’area, creare una élite che costituisse il nucleo umano della nuova società civile che Soros voleva aiutare a costruire. Ma in pratica, la Central European University non è mai riuscita a stabilire un mandato internazionale e nemmeno ad attirare studenti e un corpo insegnanti di vero calibro accademico. Quell’università ha finito per diventare un luogo di transito, dove alcuni studenti vengono preparati ad andare nelle università occidentali, mentre il resto si gode un anno di vacanze pagate, lontano dalle frustrazioni e dalle difficoltà della vita normale. Il fallimento di quell’università rivela il problema fondamentale della filantropia di Soros. Per risolvere i problemi, non basta investirci un sacco di soldi. Lo stile di gestione autocratica, il suo modo di prendere nel giro di pochi minuti rapide e radicali decisioni, le stesse virtù che gli hanno procurato il suo enorme successo finanziario, sono anche l’ostacolo alla sua filantropia. La sua sfiducia nelle istituzioni ha paradossalmente indebolito le sue stesse istituzioni, rendendole spesso fiacche e inefficienti, con un personale demoralizzato o servile, che risponde a ordini arbitrari impartiti dall’alto. I supposti beneficiari della sua filantropia guardano per lo più con indifferenza se non con cinismo alle elevate aspirazioni del loro benefattore. Una filantropia di così alto profilo si attira anche una pioggia di critiche pubbliche. Soros è stato il bersaglio di un ostinato antisemitismo in Romania, fin dal momento in cui lì fu creata la sua fondazione nel 1989. Soros è persona non gradita anche in Slovacchia, dove i nazionalisti al governo (che prima erano comunisti) hanno trovato molto da ridire sull’allarme lanciato da questo ebreo ungherese di fronte al sorgere del “nazionalcomunismo” nella regione. Perfino in Ungheria, una corrente antisemita del principale partito conservatore parla oscuramente di “termiti che divorano il paese”. Soros non dà grande importanza a questi attacchi. E’ lui il primo a dire che “questa gente in realtà sta cercando di stabilire una società chiusa basata sull’identità etnica. E’ per questo che io sono sinceramente contrario a loro e sono ben felice di averli come nemici”. Così insiste, viaggiando freneticamente da un capo all’altro del mondo, pranzando con presidenti e ministri dell’Europa centrale, facendo allarmate concioni contro i pericoli di nuove forme di società chiusa, scagliandosi contro il nazionalismo e la xenofobia, promettendo cento milioni di dollari per pagare i salari degli scienziati russi in modo che restino nella ex Unione Sovietica; cinquanta milioni di dollari per aiutare i profughi bosniaci... Finora ha devoluto oltre mezzo miliardo di dollari alle sue cause filantropiche e pare non sia affatto diminuita la sua voglia di continuare a distribuire grosse somme.

Ultimamente ha spinto la sua attenzione ancora più lontano. Poche settimane fa, prendendo posizione nell’attuale dibattito in America sulla necessità di ridurre l’immigrazione, la California ha deciso di smettere di distribuire buoni pasto anche agli immigrati legali. Indovinate un po’ chi ha promesso cinquanta milioni di dollari per aiutare la gente colpita dalla nuova legge? E’ difficile non applaudire Soros quando fa sortite del genere, quando si comporta come una specie di Robin Hood mondiale o come un Superman dei fumetti. Al mondo non esistono più di duecento miliardari. Molti di loro probabilmente verranno dimenticati, alla fine della loro vita. George Soros, forse, sarà l’eccezione. 

di Sakumar Periwal

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