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Nelson Mandela

Quando in una torrida sera del febbraio di sei anni fa Nelson Mandela si affacciò a una balconata del municipio vecchio di Città del Capo, le sue prime parole di uomo libero traducevano l’arte di un consumato retore: “Innanzitutto volli dire al popolo - scrive nella monumentale autobiografia ‘Lungo cammino verso la libertà’ - che non ero un messia, ma un uomo come tutti, diventato capo per una serie di circostanze straordinarie”.

21 Settembre 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 10 febbraio 1996

Quando in una torrida sera del febbraio
di sei anni fa Nelson Mandela si affacciò a una balconata del municipio vecchio di Città del Capo, le sue prime parole di uomo libero traducevano l’arte di un consumato retore: “Innanzitutto volli dire al popolo - scrive nella monumentale autobiografia ‘Lungo cammino verso la libertà’ - che non ero un messia, ma un uomo come tutti, diventato capo per una serie di circostanze straordinarie”. La folla non si lasciò disorientare dall’artifizio oratorio: sapeva bene che quell’uomo era veramente il messia dei neri sudafricani, chiamato a recare la salvezza all’intera nazione. Come ogni messia che si rispetti, Nelson Rolihlahla Mandela, detto anche Madiba, è nato in una povera capanna, ma nelle sue vene scorre sangue nobile. Figlio di un capo tembu, una delle tribù che compongono il popolo xhosa, ha visto la luce in un piccolo villaggio del Transkei nei giorni in cui a Versailles si firmavano i trattati di pace della prima guerra mondiale. Il nome Nelson gli è stato imposto dalla maestra alla vigilia del battesimo, impartitogli presso la locale chiesa metodista per volontà della madre Nosekeni, terza moglie del poligamo Gadla. Il nome tribale, imposto alla nascita dal padre, si traduce letteralmente “colui che tira il ramo”, ma il significato simbolico è “piantagrane” o “rompiscatole”. Tuttavia si rivelerà profetico solamente dopo un non breve lasso di tempo: il Mandela giovane non assomiglia per nulla al rivoluzionario della maturità. Per tutta l’adolescenza nutre un rispetto reverenziale per l’autorità dei bianchi, che giudica dei benefattori dediti all’emancipazione degli africani dalla loro arretratezza. Il suo schizofrenico ideale di vita è di assumere la funzione che è sua per nascita, cioè quella di consigliere reale, e contemporaneamente diventare un “inglese nero”. Anche quando si iscrive a Fort Hare, a quel tempo l’unica università aperta ai neri di tutta l’Africa a sud dell’equatore, il suo sogno è di diventare un funzionario del Dipartimento dell’amministrazione indigena.

A orientarlo verso gli studi di diritto e la professione di avvocato, che sarà il trampolino di tutte le sue avventure, è nientemeno che Kaiser Matanzima, futuro presidente collaborazionista del pseudo-indipendente Transkei, e suo cugino. Ma Nelson pare comunque avviato a una placida carriera nei ranghi dell’aristocrazia tribale quando un evento accidentale cambia radicalmente la sua vita: il reggente Dalindebo, suo tutore dopo la morte del padre, decide di trovargli moglie e organizza le nozze. Il ventitreenne Mandela, orgoglioso per ordine ed emancipato per formazione, rifiuta il matrimonio combinato e, benché totalmente sprovvisto di mezzi, parte alla volta di Johannesburg, la città tentacolare di cui favoleggiano gli emigrati che tornano nelle riserve. I primi tempi sono durissimi: Mandela deve adattarsi a un’occupazione repellente come il guardiano di miniera, salta spesso i pasti e veste un abito solo. Grazie all’intercessione di un giovane dirigente dell’African National Congress (Anc), Walter Sisulu, viene assunto come praticante presso uno studio legale retto da ebrei. Ed ebrei, avvocati e comunisti, e più spesso le tre cose insieme, saranno presenze quotidiane nella vita del neo cittadino Mandela, che con molti di loro si ritroverà più tardi a lottare fianco a fianco: Bram Fischer, Dennis Goldberg, Joe Slovo, Ruth First, eccetera. Ma il suo mentore politico personale è Gaur Redebe, un oscuro militante nero del partito comunista sudafricano da cui Mandela dirà di aver imparato tutto. A introdurlo nell’Anc è Sisulu, che ha intuito le grandi doti del giovane. La vita del ghetto, lo spettacolo dei minatori neri stravolti dal lavoro, le discussioni con amici e colleghi trasformano finalmente il giovanotto di campagna in un militante: nel 1943, alla bella età di 25 anni, Nelson partecipa per la prima volta in vita sua ad una manifestazione di protesta. Subito dopo crea insieme a Sisulu, Oliver Tambo e altri la Lega giovanile dell’Anc, per scuotere l’organizzazione dal torpore in cui allora vivacchiava: dopo trent’anni di petizioni ai monarchi inglesi e sonori proclami, la più antica formazione politica nera sudafricana appariva paralizzata da una dirigenza immobilista. Nonostante le frequentazioni di Mandela, il manifesto della Lega è esasperantemente africanista e decisamente anticomunista: egli teme che l’Anc sia fagocitato dai comunisti bianchi, più disciplinati e formati, e che questi sviino la lotta dei neri. Poco dopo apre uno studio legale insieme a Oliver Tambo: è il primo di tutto il Sudafrica gestito da avvocati neri, e il successo di pubblico è travolgente.

Le idee di Mandela si modificano a partire dalla seconda metà del 1948: va al potere il Partito nazionalista dei boeri e l’apartheid viene inaugurato in grande stile. La supremazia dei neri non è più il suo ideale guida, la sua visione si fa più integrazionista: accetta l’alleanza politica con indiani, meticci e comunisti (poco dopo messi fuorilegge). Nel 1952 è uno dei leader della Defiance campaign, la campagna di disobbedienza civile nel corso della quale i neri bruciano i pass che regolano i loro spostamenti nelle aree bianche, entrano dagli ingressi a loro vietati e usano i servizi riservati alle altre razze. Viene arrestato insieme a migliaia di altri militanti: è l’inizio di una persecuzione che lo costringerà a trascorrere dietro le sbarre più di ventotto anni della sua vita. Fallita la campagna di disobbedienza civile, Mandela pensa già alla lotta armata; ma i compagni lo fanno desistere: è troppo in anticipo sui tempi. Lo incaricano però di stilare un “piano M” per un’eventuale entrata nella clandestinità da parte dell’organizzazione. La repressione tocca un nuovo apice alla fine del ’56: insieme a 155 esponenti del movimento antiapartheid Mandela viene arrestato e accusato di alto tradimento. Il clamoroso processo si concluderà solo nel 1961 con l’assoluzione di tutti gli imputati, ma nel frattempo molte cose sono cambiate. L’Anc ha subito una scissione, con l’uscita degli africanisti intransigenti che hanno creato il Pan-africanist Congress (Pac). Questi hanno organizzato la manifestazione di Sharpeville nel corso della quale la polizia ha sparato sulla folla causando 69 morti. Si hanno sommosse in varie località e il governo mette fuori legge Anc e Pac. L’organizzazione decide che Mandela entri in clandestinità e si dedichi all’organizzazione di un braccio armato che si chiamerà Umkhonto we Sizwe (noto sotto la sigla MK), che significa “la lancia della nazione”. Saluta la seconda moglie Winnie che gli ha dato due figlie, mentre dal matrimonio con la prima, finito in un divorzio a causa di un’incompatibilità politico-religiosa (lei era Testimone di Geova), erano nati due maschi e due femmine. Iniziano i primi attentati diretti contro strutture e installazioni strategiche. Mandela si reca all’estero in cerca di finanziamenti e appoggi. Incontra Nyerere, Hailé Salassié, Nkrumah, Senghor, Sekou Touré. Frequenta corsi di addestramento militare in Etiopia e Algeria. Ma al ritorno la “primula nera” (così l’etichettano i giornalisti) viene presa in trappola mentre torna da una visita al capo Luthuli, presidente dell’Anc. Passano undici mesi e cadono nella rete tutti i leader storici dell’Anc e i documenti segreti di Umkhonto we Sizwe. Si scopre che il capo della struttura armata è proprio Mandela. Il processo che segue (noto come il “processo di Rivonia”) si conclude con la con- danna all’ergastolo di lui e di altri undici leader. I primi diciotto anni di carcere li trascorre a Robben Island, l’Alcatraz sudafricana visibile dalle prime colline di Città del Capo. I primi tredici sono i più duri: l’abbigliamento è leggero anche in pieno inverno, la dieta è esclusivamente a base di mais bollito, i detenuti trascorrono la maggior parte della giornata a spaccare pietre in cortile o a estrarre calce da una cava dal bagliore accecante, giornali e libri politici sono proibiti. Il lavoro manuale viene abolito nel 1977, e più o meno a partire da quel periodo il carcere diventa più vivibile. In due occasioni i servizi segreti organizzano l’evasione di Mandela e compagni per poterli abbattere durante la fuga, ma in entrambe le occasioni le vittime predestinate subodorano la trappola per tempo. Nel 1976 iniziano i tentativi delle autorità di negoziare con Mandela stesso il suo rilascio: gli viene offerta la libertà in cambio della sua uscita dalla scena politica, ovvero della rinuncia alla lotta armata, ma lui rifiuta sempre, l’ultima volta nel febbraio 1985 con una lettera pubblica che viene letta dalla figlia Zindzi nello stadio di Soweto. Ma proprio in quei giorni, trasferito ormai sulla terraferma e separato dai suoi vecchi compagni, Nelson decide che è giunto il momento di negoziare. Intreccia una fitta rete di contatti con le autorità bianche, che darà frutti quando sale alla presidenza del paese F.W. De Klerk.

Quello che in tanti hanno definito il “Gorbaciov sudafricano” abolisce in pochi mesi le principali leggi dell’apartheid, legalizza i movimenti politici proibiti e libera i compagni di prigionia di Mandela. Tutto è pronto per la storica rentrée del vecchio combattente: l’11 febbraio 1990 le telecamere di tutto il mondo inquadrano un anziano ed elegante signore che avanza a pugno chiuso sorridendo largamente a una folla invisibile. Dopo i festeggiamenti iniziano mesi di negoziati accaniti, punteggiati da violenze senza precedenti e da numerose rotture. Ma alla fine vengono fissate le prime elezioni a suffragio universale nella storia del Sudafrica, che traducono in realtà lo slogan “un uomo, un voto” coniato dall’Anc cinquant’anni prima. Il 27 aprile 1994, a 75 anni suonati, Nelson Mandela depone per la prima volta nella sua vita la scheda in un’urna elettorale. Il voto popolare lo porta diritto alla presidenza del paese e di un governo di unità nazionale che i nazionalisti di De Klerk abbandoneranno nel maggio di quest’anno. Oltre a una serie di lutti (muoiono in successione Chris Hani, giovane leader comunista assassinato da un estremista bianco, Oliver Tambo e Joe Slovo), un ombra turba il successo di Nelson: nell’aprile del ’92 scandali, tradimenti e divergenze politiche lo costringono alla separazione da Winnie. Ma il vuoto sentimentale è presto occupato dalla mite figura di Graça Machel, vedova del defunto presidente del Mozambico. Due mesi fa, dopo anni di smentite, viene ufficialmente annunciato il fidanzamento fra i due. Nelson Mandela, il settantottenne più giovane del mondo, prosegue il suo cammino verso la libertà circondato da un’aureola messianica.

Mandela? Pochi al mondo sembrano essere immuni al fascino della sua personalità, e in questo gioca evidentemente la suggestione di una vicenda umana e politica unica. Ma il rispetto o l’ammirazione per un uomo che ha pagato il suo impegno politico con ventotto anni di galera, senza mai deflettere dalle sue convinzioni, non spiegano tutto: Mandela è il prigioniero politico sudafricano che ha trascorso più tempo dietro le sbarre, ma altri hanno sofferto quanto lui. Walter Sisulu, Raymond Mhlaba, Elias Motsoaledi, Andrew Mlangeni e gli altri compagni di prigionia a Robben Island non sono stati meno coerenti. Lo stesso dicasi delle qualità e caratteristiche personali: l’Anc degli anni Cinquanta, come pure quella di oggi, era ricca di personalità eminenti in grado di soddisfare tutti i palati. Chi amava il radicalismo poteva rispecchiarsi in Walter Sisulu o in Oliver Tambo, o se era africanista in Robert Sobukwe, che poi avrebbe creato il Pac. Albert Luthuli, premio Nobel per la pace nel 1960, incarnava invece la rispettabilità: univa l’intransigente impegno politico a un visibile fervore cristiano, una simbiosi molto apprezzata in un paese come il Sudafrica. Non mancavano gli intellettuali di vaglia come Z.K. Matthews, docente di Mandela all’Università di Frot Hare. Per non parlare di meticci e indiani: J.B. Marks leader del sindacato dei minatori, Ahmed Kathrada, eccetera. Per capire bisogna anzitutto tenere presente che ci sono due Mandela: il primo è il leader carismatico dei neri sudafricani oppressi da un governo razzista; il secondo è il messia di un’intera nazione che cerca la pace e il benessere nella ricchezza. Le due personalità rispecchiano due fasi cronologicamente distinte della vita del presidente sudafricano.

La prima va dal 1953, data simbolica dell’ingresso di Mandela in politica, al 1985, l’anno in cui si rivolge per iscritto al ministro della Giustizia Cotsee per chiedere l’apertura di un negoziato; la seconda corre dallo stesso 1985 a oggi. Il segreto del carisma del primo Mandela è lo spirit of defiance, cioè l’orgogliosa resistenza all’autorità dei bianchi. La società africana degli anni Cinquanta è caratterizzata da un forte complesso di inferiorità: dopo tre secoli di sconfitte per mano degli europei e di progressiva sottomissione, gli indigeni hanno interiorizzato la supremazia dei bianchi come un dato definitorio della loro stessa identità. La schiacciante superiorità del potere ispira in loro reverenza, timore, sentimenti di dipendenza, invidia, oppure un ribellismo adolescenziale e criminale che riafferma la maggiorità del padrone nello stesso tempo in cui la nega. Mandela rompe lo schema, mostrando che è possibile a un nero sfidare a pari il sistema bianco. Mentre la mancanza di realismo porta molti dirigenti dell’Anc a vedere nella defiance campaign del ’52 uno strumento per costringere il governo a modificare la legislazione razzista, Mandela ha chiaro sin dall’inizio che l’obiettivo della campagna è politico-pedagogico: insegnare agli africani a ritrovare l’orgoglio di sé attraverso la violazione della legge dei bianchi, a liberarsi del senso di impotenza di fronte al potere. Nei panni di avvocato duella con pubblici ministeri e giudici bianchi in difesa di imputati neri, spuntandola non di rado. Nei diciassette mesi della sua clandestinità costruisce il mito della primula nera, capace di tenere sotto scacco l’intero apparato poliziesco. Al processo che lo condanna all’ergastolo nel ’64 rivendica di essere il fondatore di Umkhonto we Sizwe, l’ala armata del movimento di liberazione decisa a portare la sfida sul piano militare, e al termine di un discorso di autodifesa lungo quattro ore si dichiara pronto ad affrontare la morte. E’ questa attitudine a competere con l’avversario sul suo stesso terreno che strega i cuori e le menti del popolo nero, ed è per questo motivo che continueranno a invocarlo per tutti gli anni della carcerazione. Il carisma del secondo Mandela è la capacità di unificazione: egli è l’uomo che indica ai neri la terra promessa e contemporaneamente rassicura i bianchi.

L’ideologia dell’unificazione è quella del “cammino verso la libertà”: il nuovo sistema sudafricano mira a liberare i neri dal bisogno materiale e i bianchi dal pregiudizio. Ma i fattori oggettivi sono molto sostanziosi: gli oppressori di ieri vedono in Mandela il leader saggio e realista che scongiura le rappresaglie, riconosce l’intangibilità della proprietà privata e impone la tutela del loro patrimonio di capacità professionali e di formazione tecnica. Gli oppressi di ieri si identificano con lui perché personifica il loro riscatto e si fidano della sua politica gradualista alla luce dei risultati ottenuti: le sensazionali trasformazioni del sistema sudafricano nel decennio trascorso dall’inizio del negoziato di Mandela con i suoi carcerieri. Il simbolo politico più compiuto di questa duplicità è la Commissione per la verità e la riconciliazione. Attraverso di essa Mandela cerca di conciliare le esigenze della giustizia e quelle della pacificazione nazionale: ai bianchi che commisero crimini nel contesto dell’apartheid è concessa l’amnistia purché ammettano pubblicamente le proprie responsabilità; ai neri è permesso di fissare la memoria storica della persecuzione subita, ma rinunciando a pretendere la punizione dei colpevoli. Il realismo e la disponibilità negoziale del Mandela coi capelli grigi possono aver sorpreso chi ricordava il radicalismo e i gesti di rottura del Mandela giovane, fautore della lotta armata quando la maggioranza dei suoi compagni era contraria, e fondatore di Unkhonto we Sizwe, e possono aver fatto pensare a un ammorbidimento senile. In realtà Nelson è sempre stato un pragmatico con una viva consapevolezza dei fattori obiettivi della realtà politica.

Quando i dirigenti dell’Anc istigavano genitori e studenti
al boicottaggio a oltranza della bantu education imposta da Verwoerd, che avviliva il sistema scolastico degli africani, Mandela biasimava questo oltranzismo che non offriva alternative formative, e i cui effetti disgregatori sono ben visibili sia nella generazione passata attraverso quegli anni che nella realtà giovanile odierna. Quando l’Anc lanciava l’anatema sul sistema dei bantustan, accusando di collaborazionismo i neri che ad esso partecipavano, Mandela proponeva un approccio più sofisticato, comprendente l’infiltrazione delle nuove strutture. L’apertura del dialogo col governo nel 1985, infine, è l’intuizione solitaria di un leader che inizialmente tiene all’oscuro della sua decisione sia i compagni di prigionia che la dirigenza esterna. La stessa opzione della lotta armata in lui è l’espressione di un realismo da materialismo storico, percepibile quando con piglio leninista afferma che “è l’oppressione a definire la natura dello scontro”. Il carisma di Mandela non funziona però con la gioventù nera sudafricana. L’uomo di Robben Island lo sa, e se ne cruccia. Dell’indole ribelle e irrispettosa delle nuove generazioni ha fatto esperienza sin dalla fine degli anni Settanta, quando in prigione incontra gli intrattabili ragazzi della rivolta di Soweto e di Black consciousness. Nei trionfali comizi degli anni Novanta gli unici che lo fischiano sono proprio i giovani delle township: quando li invita a tornare a scuola o a rinunciare alla vendetta nei confronti di Inkatha e dei bianchi, il dissenso è sonoro. E come portavoci della protesta giovanile si presentano i suoi oppositori politici all’interno dell’Anc: Winnie Mandela, Bantu Holomisa, Peter Mokaba. Con loro il vecchio Madiba ha tentato tutte le forme di seduzione: dalla proposta di abbassare l’età per il voto a sedici anni al look giovanilista a base di sfavillanti camicie di seta (anche italiane, quelle dello stilista Stefano Brioni) indossate sopra i pantaloni. Ma non si fa soverchie illusioni di riuscire ad addomesticarli; ricorda bene i suoi ardori giovanili, e si arma di instancabile pazienza. Il visitatore politicamente aggiornato che a metà degli anni Cinquanta fosse capitato nel modesto tinello del numero 8115 di Orlando West, primo nucleo del ghetto di Soweto, difficilmente avrebbe potuto nascondere la sorpresa per l’insolito assortimento che si offriva alla sua vista: appesi alle pareti e disposti a intervalli regolari, campeggiavano i ritratti di Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill, Josif Stalin, Ghandi e un’incisione raffigurante la presa del Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo. Il singolare accostamento di icone con cui aveva decorato la sua casa, priva di impianto elettrico e provvista di un semplice tetto di lamiera e pavimenti di cemento come quelle di tutti gli africani legalmente residenti nei dintorni di Johannesburg, esprime alla perfezione l’inclinazione di Nelson Mandela: l’eclettismo. Nella sua attività politica il futuro presidente del Sudafrica si è ispirato alle esperienze più varie e ai personaggi più diversi.

Anche al momento di tradurre operativamente la scelta della lotta armata Madiba si è abbeverato alle fonti più disparate. Con disinvoltura passava dalla lettura delle gesta di Che Guevara, Mao Tse-tung e Fidel Castro al classico “Della guerra” del prussiano von Clausewitz e al diario della lotta armata sionista “La rivolta” scritto da Menachem Begin. Lo attiravano le tattiche guerrigliere dei generali afrikaner nella guerra anglo-boera descritte in “Commando” di Deneys Reitz, in particolare la figura del comandante De Wet, che ammira quasi quanto i più famosi re guerrieri xhosa delle guerre di frontiera dell’800. Non di rado l’eterogeneità delle sue convinzioni sconfina in un’irritante mancanza di chiarezza e in contraddizioni palesi. Interrogato sulla sua opinione riguardo al sistema a partito unico nel corso del processo per alto tradimento nel 1960, Mandela risponde che quella del sistema partitico è solo una questione formale, perché a seconda dei contesti la democrazia può realizzarsi altrettanto bene nei sistemi monopartitici che in quelli pluralisti; al processo dopo l’arresto nel 1962 tesse le lodi del “governo democratico” del re xhosa e dei loro consigli tribali, giudicandoli “il germe di una democrazia rivoluzionaria”; infine al “processo di Rivonia” del ’64 che lo condanna all’ergastolo esterna la sua stima per la democrazia parlamentare e la condensa in una recisa affermazione: “Considero il parlamento inglese l’istituzione più democratica del mondo”.

Non meno erratico è il suo umanesimo
: Mandela dichiara di credere nella fondamentale bontà dell’essere umano e nella naturale capacità di amare del suo cuore, e dice di aver scoperto questo proprio in prigione, allorché scorgeva barlumi di pietà e generosità nei suoi carcerieri. Ma altrove spunta una visione più massificante, come quando sostiene che per diventare “combattenti per la libertà” si devono “abolire quei sentimenti personali che ci fanno sentire individui a sé stanti anziché parti di un movimento di massa”. E alla psicologia delle masse di Gustave Le Bon sembra rifarsi quando affronta la crisi del processo di pace susseguente all’assassinio di Chris Hani nel 1993: decide che si organizzi una settimana di manifestazioni in tutto il paese come valvola di sfogo della rabbia dei militanti, che altrimenti rischierebbe di scompaginare i disegni della leadership. La visione ideologica di Mandela è certamente composita, ma la fonte di ispirazione più influente sul suo pensiero è decisamente il social-comunismo. Il che non significa che egli sia mai stato iscritto al partito comunista o abbia subordinato a esso la sua azione politica. La questione ha suscitato controversie incandescenti per un trentennio, e non riguardava solo la sua persona ma l’identità politica dell’African National Congress in quanto tale, accusato, non solo dal governo di Pretoria, di esser e uno strumento nelle mani del comunismo internazionale. A Muro di Berlino caduto la materia si può analizzare con animo più sereno. Uno dei primi a preoccuparsi della possibile subordinazione del movimento a Sacp (il partito comunista sudafricano) è stato proprio Nelson Mandela, che, anche per scongiurare questa eventualità, crea nel 1943 la Lega giovanile dell’Anc. Questa organizzazione era imbevuta di nazionalismo africanista quasi mistico, di cui era gran sacerdote Anton Lembede, un intellettuale che esercita su Mandela un potere magnetico. In nome della specificità africana veniva respinto ogni sistema di pensiero “straniero” all’Africa: sia l’ideologia colonialista della civilizzazione sia il comunismo. Per Lembede e Mandela i neri sono oppressi come razza e non come classe, devono liberarsi da sé senza associare a questa lotta chi nero non è. La conversione di Nelson alle ragioni del materialismo dialettico avviene fra il ’49 e il ’50. In seguito alle accalorate discussioni con Moses Kotane, segretario del Sacp e membro dell’esecutivo dell’Anc, il giovane leader decide di farsi una cultura sull’argomento. Acquista in blocco e legge di un fiato le opere di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao Tsetung. Ammette di aver capito poco del “Capitale”, ma è molto stimolato dal “Manifesto del Partito Comunista”. L’idea di una società senza classi, il principio “da ciascuno secondo la sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” e l’analisi materialista dell’economia lo attirano enormemente, e lo ammetterà apertamente al “processo di Rivonia”.

Diversamente da molti suoi compagni,
Mandela non ha mai visitato l’Unione Sovietica e la Cina, ma durante il tour africano del 1962 visita l’Egitto di Nasser, e torna a casa con l’idea che quello dovrebbe essere il tipo di socialismo nazionalista da applicare al Sudafrica. A Robben Island le sue idee non cambiano di molto. Contro le opzioni di alcuni suoi compagni continua a predicare la distinzione fra Anc e Sacp. Ma nei corsi dell’Università clandestina creata in prigione dai detenuti insegna economia politica e presenta il modo di produzione socialista nientemeno che come “la fase più avanzata dell’economia sviluppata dall’uomo”. L’azione politica di Mandela presidente non riflette praticamente nulla delle sue preferenze ideologiche. Il programma di politica economica presentato a investitori e imprenditori stranieri dal leader sudafricano durante la sua visita trionfale in Francia e Gran Bretagna nel luglio scorso non ha nulla di socialista. Sotto la sigla “Gear” (acronimo inglese che sta per “Crescita, occupazione e ridistribuzione”, e che di per sé significa “motore”) il governo dell’Anc si impegna pubblicamente all’ortodossia monetaria e fiscale, a operare per un tasso di cambio stabile, a favorire maggiori investimenti privati e pubblici, ad abbassare le tariffe doganali e stimolare una crescita guidata dalle esportazioni. Già nel dicembre di due anni fa Mandela aveva tessuto le lodi della “stabilità macroeconomica” di fronte ai delegati della 49ª conferenza nazionale dell’Anc. Sulla questione delle privatizzazioni Madiba si trincera nel mutismo più assoluto, ma sarebbe pretendere troppo: per quasi quarant’anni l’Anc ha fatto della nazionalizzazione delle industrie strategiche una delle sue bandiere, e un’abiuria pubblica sarebbe umiliante. Il pragmatismo trasformista di Mandela non deve stupire: nell’Africa nera sono almeno una decina i capi di Stato con una formazione ideologica solidamente di sinistra che attuano politiche economiche favorevoli allo sviluppo capita - lista. Ex combattenti anticolonialisti come Mugabe (Zimbabwe) e Chissano (Mozambico), ex guerriglieri come Museveni (Uganda), Zenawi (Etiopia) e Afeworki (Eritrea), militari progressisti come Rawlings (Ghana) e Compaoré (Burkina Faso) si piegano alle costrizioni dell’attuale fase storica dell’economia mondiale.

Tutti loro sanno che il socialismo non è per domani
e molto più probabilmente è qualcosa di ieri, quando, come dichiarava Mandela imputato nel 1962, “la terra apparteneva all’intera tribù, non esisteva la proprietà privata; non c’erano classi sociali, ricchi e poveri, non c’era lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. L’ultima è di un mese fa: Nelson Mandela ha invitato il presidente dello Zambia Frederick Chiluba a rinviare le elezioni generali, boicottate dai partiti di opposizione per la mancanza di garanzie democratiche, ma questi ha tirato diritto per la sua strada e ha bollato il benintenzionato intervento del guru nero come “un’illegittima interferenza”. In giugno erano stati i governi di Marocco e Algeria a rispondere picche alla proposta del presidente sudafricano di convocare un vertice maghrebino per risolvere l’annosa questione del Sahara occidentale: i militari algerini ponevano come condizione la partecipazione del Fronte Polisario al vertice, la monarchia sceriffiana la escludeva per principio. Poco più di un anno fa era stato Sani Abacha, arcigno dittatore con le stellette della Nigeria, a ingiuriare Mandela nei giorni della crisi innescata dall’esecuzione capitale di Ken Saro-Wiwa e degli altri leader ogoni. Il Sudafrica aveva inizialmente assunto una posizione morbida e conciliante nei confronti della giunta militare di Lagos, ma dopo l’impiccagione degli oppositori, Mandela aveva invocato sanzioni internazionali contro il regime, e Abacha lo aveva preso a male parole: “Il presidente sudafricano - aveva dichiarato - è un uomo anziano che ha trascorso troppi anni in prigione e non capisce la dplomazia moderna”. Fuori dai confini del Sudafrica e lontano dai trionfali viaggi di Stato in Occidente e dalle grandi ribalte internazionali, il carisma di Nelson Mandela si scioglie come neve al sole. In Africa la sua facoltà di influire sulle realtà politiche del continente è praticamente nulla. All’indomani della vittoria dell’Anc nelle prime elezioni multinazionali della storia sudafricana, molti pronosticavano e auspicavano un ruolo da protagonista sulla scena internazionale per quella che era stata la patria dell’apartheid.

L’Europa e soprattutto l’amministrazione Usa si attendevano che il nuovo Sudafrica, trascinato dall’imponente personalità del suo capo, si sarebbe dedicato anima e corpo all’espansione della democrazia e del rispetto dei diritti umani sul continente africano, se necessario prendendo la testa di interventi multilaterali di peace enforcement (imposizione della pace). Niente di tutto questo è accaduto nei due anni e mezzo trascorsi dall’insediamento di Nelson Mandela alla presidenza. Solo nel caso della Nigeria, e con molte titubanze e voltafaccia improvvisi, il Sudafrica dell’Anc ha ipotizzato l’arma delle sanzioni, invocata a ogni piè sospinto quando c’era di mezzo il regime dell’apartheid. Quanto ai corpi di spedizione multinazionali incaricati di spegnere le crisi regionali, la patria di Mandela recalcitra non solo ad assumerne la guida, ma anche più semplicemente ad offrire le sue truppe. Tre indizi fanno una prova: nel ’94 Mandela ha respinto le richieste del vicepresidente americano Al Gore e dell’ex ministro francese Kouchner per un intervento sudafricano in Ruanda affermando che il paese non era ancora pronto; nell’ottobre scorso ha rigettato le profferte dell’allora segretario di Stato Warren Christopher, che gli proponeva di assumere la guida di una forza interafricana per interventi nelle aree di crisi, rispondendo che un’iniziativa del genere “non doveva venire da un solo paese”; infine tra novembre e dicembre ha avanzato tutte le obiezioni possibili all’eventualità di un intervento militar-umanitario nel Kivu, affermando che “la pace non si può imporre” e che comunque prima di impegnare delle truppe nella regione il Sudafrica sentirà il parere dei governi dei Grandi Laghi (che sono quasi tutti contrari all’intervento). Tutto questo - le umiliazioni del grande saggio e la ritrosia del Sudafrica ad assumere ruoli di leadership al di là dei suoi confini - ha una logica. Nelson Mandela ha stabilito di assegnare priorità assoluta alla soluzione dei grandiosi problemi interni del suo paese; la politica estera è dunque pensata in funzione di quella interna, il suo scopo principale è attirare investimenti e penetrare nuovi mercati. Tutto ciò che eccede questa prospettiva è affidato all’autonoma iniziativa di Nelson Mandela, che getta sulla bilancia il suo prestigio personale e la sua autorevolezza, ma non il peso politico, economico e militare del Sudafrica. Il risultato di questo dualismo è una politica estera quasi sempre velleitaria o di basso profilo.

Dopo una vita da lottatore, Mandela ha ritagliato per sé il ruolo del grande riconciliatore, e cerca di stimolare repliche dell’esperienza sudafricana di dialogo risolutore fra antichi nemici. Ma la diversità dei contesti e la sopravvalutazione del suo proprio ascendente su personalità con una formazione culturale molto distante dalla sua producono risultati scoraggianti: Mandela incontra l’integralista islamico Anwar Haddam, vicino ai terroristi del Gia, e rischia la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Algeria, che non era stata nemmeno avvertita; dichiara la sua disponibilità a incontrare i terroristi palestinesi di Hamas, e subito si leva un coro di proteste internazionali e interne; riceve Louis Farrakhan convinto di poterlo convertire a posizioni integrazioniste, e non ottiene altro che l’irritazione dell’amministrazione e del Congresso Usa. Ma non demorde, è convinto di avere il diritto e il dovere di incontrare qualunque parte in lotta per convincerla che, come ha insegnato lui dieci anni fa in tutto il mondo, l’unica soluzione è sedersi attorno a un tavolo con gli avversari e negoziare un onorevole compromesso. L’altro motivo guida della politica estera condotta personalmente da Mandela è la gratitudine storica: appestati internazionali come Fidel Castro e Gheddafi si sono guadagnati un invito ufficiale, con conseguente protesta diplomatica di Washington, perché “si tratta di amici che ci sono stati vicini quando eravamo soli” e perché “i nemici dell’Occidente non sono i miei nemici”. Fino a dieci giorni fa il Sudafrica intratteneva rapporti diplomatici con Taiwan e non con la Cina comunista per riconoscenza verso il governo di Taipei che aveva sostanziosamente finanziato la campagna elettorale dell’Anc nel 1994. Poi le prosaiche realtà dell’economia e della geopolitica hanno indotto Nelson a voltar gabbana. Non è questo l’unico caso in cui considerazioni realistiche hanno relegato in secondo piano i debiti morali: Angola e Mozambico sono stati, in periodi diversi, santuari dell’Anc e del braccio armato, ma è difficile individuare nell’attuale politica sudafricana verso di essi qualcosa che faccia pensare al saldo di un debito di riconoscenza.

Pretoria si guarda bene dal mettere becco nel trentennale conflitto angolano, mentre i rapporti commerciali con i due paesi lusofoni, come con gli altri paesi dell’Africa australe, sono improntati esclusivamente al criterio del massimo profitto. D’altra parte all’interno del Sadc (Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale), il Sudafrica esercita un’egemonia schiacciante per nulla ben tollerata dai partner: da solo il paese di Mandela vanta un prodotto interno pari a quattro volte la somma di quelli degli altri dieci paesi. E soprattutto domina il mercato regionale senza contropartite; invade i vicini con le sue merci e contemporaneamente pratica uno spietato protezionismo contro i loro prodotti. Il paradigma della dipendenza che caratterizza i rapporti fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo viene così replicato in un contesto africano: il Sudafrica acquista dai vicini materie prime a basso prezzo e rivende loro prodotti finiti ad alto valore aggiunto. Al summit annuale della Sadc del 25 agosto scorso Pretoria si è finalmente impegnata ad abbassare le sue barriere doganali e a riconoscere che l’obiettivo della comunità è la creazione di un vero mercato comune basato sul libero scambio. Ma di libertà di movimento della persona proprio non se ne parla: con quattro milioni di immigrati clandestini provenienti quasi tutti dagli altri paesi dell’Africa australe, il Sudafrica giudica di aver dato prova di sufficiente generosità nei confronti dei suoi vicini. In questa materia più che mai Mandela cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte: lo scorso anno la polizia ha ricondotto alla frontiera ben 150 mila clandestini, mentre una sanatoria ne ha regolarizzati altrettanti. Nella sua saggezza, Nelson Mandela ha annunciato con largo anticipo che non si ripresenterà alle elezioni del 1999, quando avrà quasi 81 anni, e ha designato da subito il suo successore: si tratta di Thabo Mbeki, l’attuale vicepresidente, 54enne funzionario di partito già braccio destro di Oliver Tambo quando l’Anc era esiliata all’estero e i suoi capi storici imprigionati. Ma visto che, nonostante questi annunci, le voci su una lotta senza esclusioni di colpi per la successione non si placavano, Mandela ha pure deciso di far trasmigrare dai banchi del Parlamento al consiglio di amministrazione della principale società finanziaria controllata da neri Cyril Ramaphosa, il più accreditato contendente di Mbeki nella corsa alla poltrona presidenziale.

Tutto deciso, dunque? No di certo. Mbeki può essere sicuro di prendere il posto di Mandela solo se quest’ultimo sarà ancora in buone condizioni quando si verrà al dunque. Diversamente, non potrà evitare il testa a testa non solo con Ramaphosa, ma anche con un terzo incomodo: Gabriel Tokyo Sexwale, l’estroverso premier del Guateng, la ricca e iperindustrializzata regione attorno a Johannesburg. In Africa i “delfini” designati raramente resistono abbastanza da poter cingere la corona, e una designazione tanto anticipata espone Mbeki a tre anni di colpi bassi e critiche malevole. Ma Mandela aveva cento ragioni per bruciare i tempi: il Sudafrica deve a tutti i costi moltiplicare i segnali di stabilità se vuole attirare gli investimenti stranieri, evitare la fuga dei capitali finanziari già presenti e trattenere i bianchi più qualificati. In tutti questi ambiti chi deve prendere decisioni impegnative per il medio e lungo periodo ha bisogno di sapere con chi avrà a che fare dopo l’uscita di scena di Mandela. Il grande guru lo sa bene, e ha provveduto senza esitare facendo leva ancora una volta sul ricco patrimonio del suo carisma, che all’interno dell’Anc resiste intatto. La prova del rispetto sacrale che i compagni nutrono per il vecchio leader si è avuta in agosto, quando il viceministro per l’ambiente Bantu Holomisa è stato defenestrato dalle sue funzioni ed espulso dall’Anc (nonostante fosse uno degli esponenti più in voga) per reato di lesa maestà. Aveva dichiarato alla stampa che in una conversazione privata Mandela gli aveva confermato l’esistenza di finanziamenti illegali all’Anc da parte di Sol Kerzner, sulfureo magnate dei casinò. I quadri del partito sono insorti come un sol uomo gridando allo scandalo: non perché l’Anc avesse ricevuto fondi non dichiarati da un controverso uomo d’affari, ma per il fatto che un ministro aveva tradito la fiducia del presidente. Nemmeno gli “africanisti”, compagni di corrente di Holomisa, critici della politica di conciliazione nazionale condotta da Mandela, hanno fiatato: il sacrilegio era troppo grave. Nel caso che la salute di Madiba non reggesse abbastanza a lungo, i giochi per la successione potrebbero essere decisi proprio dalla corrente africanista (o populista, come la definisce di solito la stampa), la più estremista all’interno dell’Anc. Predica l’esproprio delle proprietà dei bianchi a vantaggio dei neri e raccoglie alcuni dei politici più popolari sulla scena sudafricana: Winnie Mandela, che anche dopo la rimozione da viceministro della Cultura e il divorzio dall’illustre marito entusiasma vasti strati del sottoproletariato, Peter Mokaba, presidente della Lega giovanile dell’Anc e, fino a quando non è stato espulso, Bantu Holomisa. Alle elezioni per il rinnovo dei 60 membri elettivi del Consiglio esecutivo nazionale dell’Anc, che si sono svolte nel dicembre di due anni fa, hanno spuntato nientemeno che la quinta, la terza e la prima piazza. Ma nonostante la loro forza gli africanisti non sono in grado di esprimere uno sfidante per la successione che abbia davvero delle chance: il loro radicalismo ideologico spaventa troppo l’establishment del partito, che teme di perdere per causa loro la fiducia dei bianchi e la rispettabilità internazionale. Però sono in grado di far pendere la bilancia dalla parte di uno dei tre concorrenti virtuali. Thabo Mbeki, Cyril Ramaphosa e Tokyo Sexwale non si differenziano sul piano ideologico: tutte e tre sono militanti di sinistra, adorano Fidel Castro ma seguono scrupolosamente il sentiero del pragmatismo e della schietta ancorché forzata adesione all’economia di mercato tracciata da Nelson Mandela. Non hanno nessuna intenzione di spogliare i bianchi perché sanno che non è nell’interesse del paese.

Mbeki, figlio di un dirigente del partito comunista sudafricano, si è laureato in economia presso l’Università del Sussex e ha sviluppato notevoli talenti diplomatici. L’aria distinta e i modi signorili ne fanno l’erede naturale di Mandela nel ruolo di garante della stabilità. Ha dalla sua parte non solo il carismatico Nelson, che in pratica gli ha delegato tutte le responsabilità di governo, ma il vecchio apparato dell’Anc in esilio e la cricca dei prigionieri storici di Robben Island. Il suo punto debole è il modo maldestro con cui ha gestito i conflitti personali e le crisi all’interno della compagine governativa e del partito: l’intempestivo irrigidimento con Buthelezi a proposito della mediazione internazionale per il conflitto nel Kwazulu, la procedura incostituzionale del licenziamento di Winnie PROTAGONISTI DI FINE SECOLO José girò il mondo per ritrovare il Cile, Alain restò in Francia per fare il presidente di riserva Renato Bazzoni Non fu come in Polesine, con immagini di famiglie in attesa di soccorsi sui tetti dei casolari. Con gli occhi esterrefatti in volti rigati di lacrime e di pioggia di gente che aveva poco, che aveva perduto tutto. Quando l’Arno trascurato colpì, colpì Firenze. E la televisione mostrò immersi nell’acqua una marea di capolavori, di libri rari. Inconsapevole del patrimonio artistico minacciato ogni giorno dall’incuria o dall’interesse, a Firenze la gente accorse. A estrarre tempestiva dal fango codici unici . A inserire paziente tra pagina e pagina di rari incunaboli fogli di carta assorbente. Tempestivo, solo un anno dopo, l’architetto Renato Bazzoni organizzò per Italia Nostra la grande mostra “Italia da salvare”. Paziente ne curò numerose edizioni in Italia e all’estero. Non mancavano gli esempi. Di incuria. Di speculazione disinvolta. Di disinteresse delle istituzioni pubbliche nei confronti del patrimonio artistico e paesaggistico del paese. Ma la gente aveva già dato. In un impeto di generosità collettiva era accorsa a Firenze. Ora aveva altro da fare. Aveva da cambiare il mondo. Quando sentivano parlare di Italia Nostra, alcuni degli spiriti più forti affermavano di appartenere a un’associazione denominata Italia Loro. Gli ambientalisti si occupavano di energia pulita. Di grandi soluzioni politiche. Quando lo conoscevano, liquidavano il Fai, il Fondo ambiente italiano, come un passatempo per ricchi sfaccendati, votato a salvare qualche magione patrizia. Renato Bazzoni non era sfaccendato. Aveva un gran da fare come architetto. Ma alle commesse lucrose che disseminavano di brutture coste, clivi e pianure, preferiva le ricognizioni sullo stato dei litorali italiani, la redazione di una “Carta della montagna”.

La presidenza della sezione milanese del Fai, che assumerà nel 1973, non sarà una sinecura. Un titolo onorifico da esibire in società. Sarà il luogo in cui esercitare la grande passione per un restauro filologico e minuzioso. Sarà l’ufficio in cui immaginare modi per autofinanziare il Fondo senza attingere unicamente alla borsa dei sostenitori. Sarà la postazione da cui condurre una guerra logorante con le istituzioni insensibili, con le sovrintendenze sorde. Una guerra non priva di successi. Una guerra condotta per tutti. Giorno per giorno. Fino a lunedì 10 dicembre. José Donoso Dilatare il tempo di una giornata in un anno è il privilegio della letteratura. O il privilegio dell’infanzia. O la maledizione. Se la giornata porta sovvertimenti e ferite incurabili. Nella realtà o nell’immaginazione. Come nella grande dimora estiva di Marulanda (“Casa de campo”, 1978). Delimitata da una cancellata di diciottomila lance. In una pianura gialla di grano, chiusa all’orizzonte da montagne azzurrine, su cui indios antropofagi scavano l’oro. Per i signori di Marulanda. Dilatare la propria vita in molte vite è il privilegio del romanziere. Un privilegio di cui José Donoso, incapace di sopportare limiti e cancellate, ha approfittato con ingordigia. Nato a Santiago del Cile nel 1924, in una famiglia di professionisti, Donoso abbandona presto la scuola per esercitare lavori provvisori. Per riprenderla presto. Per laurearsi rapidamente e insegnare. In università cilene. In università americane. Per trasferirsi in Spagna. La terra della sua lingua. Lontano dai contrasti coloriti dell’America Latina. Non per fuggirli. Ma per viverli con più agio. Nella tessitura complessa di romanzi sovrappopolati. Di personaggi estremi. Di contrasti insanabili. Tra padroni e servi. Tra adulti e ragazzi. Nella Casa de Campo di una grande famiglia, con i trentatré cugini che restano soli per un giorno. Nel posto senza confini, “El lugar sin lìmites” (1967), in un bordello di campagna gestito da un’algida tenutaria con padre travestito. In uno stile duttile che sa plasmarsi intorno allo diverse forme dello sregolamento del quotidiano. Come nel carosello erotico nella Madrid degli anni Venti di Blanca Arias, nata a Managua, vedova del marchese di Loria (“La misteriosa desapariciòn de la marquesita de Loria” , 1980). Ma Donoso avverte che lontano dalla Arte Un re, un governatore, un ministro. Tre collezioni, patria la sua lingua si sta facendo vuota. Nel tre secoli, due mostre 1980 sente di dovere tornare in Cile. Nel Cile di Augusto Pinochet. Per continuare a scrivere. Per rivivere con “La disperazione” (1986) il turbamento del suo paese il giorno dei funerali di Pablo Neruda. Per morire sabato 7 dicembre. Alain Poher Il tricolore non sventolava mai sull’Eliseo per segnalare che il presidente era in sede. Che Alain Poher fosse o non fosse presente non interessava. I funzionari erano rimasti fedeli a Charles de Gaulle. Che si era dimesso dopo essere stato sconfitto sul referendum sull’ordinamento regionale. Al suo posto, secondo le disposizioni costituzionali, era entrato all’Eliseo Alain Poher, il nemico, il presidente di quel Senato che De Gaulle voleva ridimensionare. Era il 1969. Alain Poher, senza convinzione, sfidò alle elezioni presidenziali Georges Pompidou, successore naturale di De Gaulle. Fu sconfitto 58 a 42. Ritornò alla presidenza del Senato. Che lasciò ancora per un breve periodo. Per tornare all’Eliseo. Alla morte di Pompidou. Sempre le disposizioni costituzionali imponevano ancora a Poher di rivestire la carica di presidente supplente. Questa volta i funzionari furono più solerti. Più affettuosi.

Alain Poher era un uomo cui ci si abituava.
Cui non piaceva dare fastidio, creare problemi. In sordina rimase presidente del Senato francese per 24 anni. Lo era ancora nel 1981, quando all’Eliseo entrò Mandela dal governo e l’affrettata rimozione del leader meticcio Allan Boesak sono gli episodi più incresciosi della sequela di infortuni che ha collezionato e che gli sono valsi il soprannome di “mister gaffe”. Ramaphosa (43 anni) è uomo di grandi qualità: negoziatore temibile e abile organizzatore, è forse il dirigente dell’Anc che in questi anni ha svolto la maggior mole di lavoro. Che si trattasse dei negoziati del Codesa che hanno deciso la transizione, durante i quali faceva coppia fissa col giovane leone del Partito nazionalista Roelf Meyer, della funzione di segretario generale dell’Anc e della presidenza dell’assemblea costituente, le sue doti di timoniere dal polso fermo e dall’intelligenza pronta sono puntualmente emerse. Alla NAIL (la più grande finanziaria interamente controllata da neri, creata dall’ex medico di Mandela, Nthato Motlana) Ramaphosa farà certamente bene. Si è fatto le ossa nel sin- dacato dei minatori neri, legalizzato nel 1992, di cui è stato segretario fino all’elezione in Parlamento. Ma le sue debolezze sono numerose: non ha fatto parte della pattuglia degli esuli né è stato internato a Robben Island. E’ un venda, etnia poco numerosa, e quindi è privo di una base etnicoregionale. Ma soprattutto si è fatto troppi nemici all’interno dell’Anc. Lo stesso Mandela fino a qualche tempo fa non lo vedeva di buon occhio per ragioni personali: era stato proprio Ramaphosa a cavalcare i primi scandali contro Winnie Mandela quando ancora Madiba era in prigione, e questo non gli era stato perdonato al momento della scelta del vicepresidente, che infatti era caduta su Mbeki. Per questo stesso motivo Ramaphosa non potrà mai contare sul sostegno dei populisti: Winnie M a n d e l a gliel’ha giurata da allora. Mbeki invece continua a corteggiarli, prendendo le loro difese contro le campagne di stampa che li dipingono come i pierini della politica sudafricana. E Winnie ha fatto capire che in cambio di concessioni significative (leggi: posti di comodo) è disposta ad appoggiarlo. Resta però l’incognita dei tre difficili anni di governo che separano dalla scadenza elettorale: se l’esecutivo deluderà le attese dell’elettorato nero, come in realtà è accaduto fino a ora, il bersaglio naturale delle critiche sarà proprio Mbeki. E allora la sponsorizzazione dei populisti potrebbe trasferirsi su un personaggio che vola alto nei sondaggi: il battagliero Tokyo Sexwale (41 anni). Ex internato di Robben Island sfuggito per un pelo alla pena di morte, cintura nera di karatè, pimpante giornalista radiofonico, sposato con una bianca e padre di due figli color cappuccino, sembra l’uomo ideale per l’opinione pubblica in cerca di un personaggio per il dopo- Mandela. Mbeki ha già esercitato pressioni sulla tv di Stato perché riduca gli spazi di prime time che Sexwale regolarmente si accaparra abilmente per pubblicizzare la sua azione amministrativa nel Guateng. La sfida all’OK corrall è fissata per il dicembre 1997: in quella data si svolgerà il congresso dell’Anc, e Sexwale ha già fatto sapere che si candiderà alla presidenza (la più alta carica del partito) in concorrenza con Mbeki, designato a succedere a Mandela anche in questa funzione. Se non ci saranno intoppi. 

Di Rodolfo Casadei 

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