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Erica e Richard Newbury, “the real free press family”

Il viaggiatore che nel tardo pomeriggio di un giorno soleggiato arrivasse a Cambridge e, varcando il fiume là dove la curva dell’argine allinea le armi gloriose delle “boathouse” dei college, proseguisse per Victoria Road, prima di affrontare il luccichio abbagliante delle guglie dell’università contro il sole già basso potrebbe decidere di indugiare, come alle porte della città di Oz, nel verde smeraldino di Jesus Park o di Midsummer Common.

21 Settembre 2009 alle 00:00

Il viaggiatore che nel tardo pomeriggio di un giorno soleggiato arrivasse a Cambridge e, varcando il fiume là dove la curva dell’argine allinea le armi gloriose delle “boathouse” dei college, proseguisse per Victoria Road, prima di affrontare il luccichio abbagliante delle guglie dell’università contro il sole già basso potrebbe decidere di indugiare, come alle porte della città di Oz, nel verde smeraldino di Jesus Park o di Midsummer Common. Assistito dalla fortuna, si perderebbe allora, superata la trafficata Newmarket, in mezzo a stradine, giardini e basse casette che sanno ancora di campagna inglese, fino a trovarsi d’un tratto in Prospect Row, davanti all’insegna austera del Free Press Pub. Entrando, potrebbe avere la ventura di scorgere a un tavolo appartato, dietro alla sua pinta, un signore ancora biondo e dal colorito allegro, visibilmente a suo agio negli abiti da dandy che ha smesso di crederci, immerso nella lettura di quotidiani o di libri dalle copertine gualcite. Un professore in cerca di tranquillità, forse, là dove un confine invisibile tiene lontani gli studenti chiassosi. Aguzzando la vista, il viaggiatore rimarrebbe forse sorpreso di scoprire, tra i quotidiani appoggiati sul tavolo, anche i titoli dei giornali italiani. Ne ha fatta di strada Richard Newbury, con il suo passo ginnico e le gambe lunghe, prima di sedersi al Free Press Pub nei pomeriggi brevi di West Anglia. È nato a Brocket Hall, sontuosa residenza di Elisabetta I e di Lord Palmerston a una ventina di miglia da Londra, dove il London Maternity Hospital, evacuato sotto i bombardamenti, rimase per un paio d’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

E proprio durante un bombardamento si erano incontrati i suoi genitori, nella poco romantica stazione del metro di Leicester Square a Soho, trasformata in rifugio. Entrambi in divisa da ufficiale. Jean, alta, bionda, sottile, bellissima, era responsabile della contraerea. Roy, dallo staff di Montgomery per il D-Day era da poco passato a quello di Alan Brooke, The Chief of Imperial General Staff. Suo compito era selezionare e trasmettere le notizie che, grazie al codice Enigma, gli venivano direttamente da Bletchely Park “for the eyes of the CIGS only”. Come molti dei suoi compagni di studi a Cambridge, Roy era finito per dovere patriottico “nel mondo segreto”. E ci rimase. Nel 1950 partì per quello che doveva essere un weekend di lavoro a Washington; tornò solo due anni dopo, alla fine della guerra di Corea. A quei tempi Richard non sapeva che lavoro facesse suo padre, e lo ignorò ancora a lungo. Nella domanda per l’ammissione a Cambridge, la madre – che dopo l’università, le attività sociali e la guerra si era dedicata a crescere i tre figli – gli consigliò di scrivere che papà lavorava per il ministero della Difesa. Fino agli anni 90, quand’era ormai cresciutello, Richard non seppe che Roy Newbury era stato il direttore del Defence Intelligence Staff, al vertice della British Intelligence.

L’alone di mistero qualche effetto sulla formazione del carattere di Richard deve averlo avuto. Fino ai dodici anni, a scuola il suo massimo impegno era consistito nel guardare dalla finestra. Poi, a tredici, inizia a scrivere poesie e di colpo diventa il primo della classe. La sua carriera scolastica e accademica è sempre proseguita così, in altalena tra il fondo e la cima. La madre, a cui era molto vicino, si ammala di cancro e muore quando Richard ha diciotto anni ed è ormai un ateo feroce e dichiarato. Eppure, affronta questa morte come una profonda esperienza religiosa, probabilmente illuminato dalla grande fede di lei, che veniva da una famiglia di predicatori, missionari, giudici, sindaci e finanzieri metodisti. Negli stessi anni, nelle valli valdesi del Piemonte una bambina ascolta con acerba passione i racconti dei grandi. Parlano della guerra tremenda terminata pochi anni prima della sua nascita, parlano di politica, rivangano episodi della guerra partigiana combattuta tra quei monti che furono già teatro, secoli prima, di altre persecuzioni e di altre resistenze. Cerca di capire il mondo degli adulti, le appare pauroso e confuso. Frequenta la scuola ebraica di Torino. In terza elementare scopre un tatuaggio sul braccio del padre di una compagna. Il padre dell’amica si chiama Primo Levi. D’accordo con i suoi genitori, deciderà di rispondere alle domande, prima incredule e poi costernate, della bambina. Dell’Olocausto aveva già sentito parlare, ma il racconto di quel tragico papà la travolge in tutto il suo orrore. È in quegli episodi infantili che Erica Scroppo rintraccia le radici del suo precoce impegno politico e delle battaglie per quello che, così credeva allora, era il modo giusto per evitare altre guerre e altri orrori.

Tra il ’65 e il ’68 Richard è a Cambridge, studia Storia e Letteratura inglese e soprattutto si fa notare per la ribelle eccentricità, la sofisticata eleganza e la scarsa docilità ai canoni sacri degli studi storici e letterari. Convinto che il compromesso con quella paccottiglia avrebbe tarpato la sua creatività e il suo stile espressivo, non si adegua. Meglio dedicarsi a recitare, scrivere, cantare e sobillare gli animi. Finisce che la Track Records, la casa discografica degli Who e dei Rolling Stones, gli offre un contratto per diventare il front man di un nuovo gruppo. Bello, elegante, eccentrico e intellettuale quanto basta, non gli sarebbe stato difficile provare l’avventura nel pop internazionale. Eccentrico e intellettuale un po’ più di quel che basta, decise invece di partire per Reggio Calabria, un po’ come partire oggi per Cochabamba, a insegnare lingua e letteratura inglese e a scrivere poesie. Avrebbe preferito la byroniana Grecia, non ci fossero stati i Colonnelli. Ma in Calabria scopre un mondo quasi omerico, lega con la locale jeunesse doreé, decisamente meno con le locali camicie nere e con i rampolli della malavita. Passa pure qualche brutto quarto d’ora, prima di essere nominato viceconsole britannico quando a Reggio sbarcano due fregate inglesi e sta a lui, l’inglese di Calabria, organizzare “riposo e ricreazione” per la ciurma. Ma è ora di tornare a Londra, prima a Soho e poi in King’s Road. E poi ancora in Italia, a Firenze e a Roma quando ancora si poteva pranzare in Campo de’ Fiori con 450 lire e al tavolo accanto c’era seduto Pasolini. Pasolini o no, in un “impulso di fervore missionario”, dice, decide di insegnare ai ragazzi difficili e di prendere per la bisogna un diploma in Pedagogia e Psicologia.

Con la vocazione pedagogica torna nuovamente a Londra; ma a Notting Hill fa preferibilmente vita mondana. Tanto che nel 1975 sposa la debuttante dell’anno, figlia di un eccentrico Lord scozzese e torna a Cambridge, testa a posto e vocazione da insegnante. Ma già Richard maturava quella sua idea di scrittura, o di vedere il mondo, in bilico tra poesia e storiografia, le sue passioni. E affinava quella sua attitudine umana così somigliante al suo modo di scrivere, una sorta di ritrosia programmatica. Un non volersi mai dire se non attraverso uno specchio, usando le storie o le persone da raccontare come fossero un teatro di marionette. Parla sempre di altri, Richard, quasi mai di se stesso. Ride molto, ma attraverso le battute dei personaggi, Churchill e tutti gli altri, che cita come fossero i suoi amici di sempre. “Un uomo che parla sempre dei suoi white dead men”, lo definisce Erica. Lui abbozza e non ci sta, per lui è solo poesia, una sorta di ermetismo, di sguardo ritirato e divertito sul mondo, sardonico e scettico, di uno che preferisce “selezionare le persone da frequentare” e disposto a stupirsi proprio perché, dalle cose, non si aspetta granché. Un modo guardingo e segreto, imparato da suo padre Roy, che anche quando aveva smesso di dare la caccia alle “talpe”, continuava a uccidere gli omonimi roditori che gli rovinavano il prato del giardino. Intanto Erica a quattordici anni partecipa alla sua prima manifestazione antifranchista; a sedici battezza il cane Fidel – i cani sono l’altro amore e l’altra chiave di volta della sua vita. Prima del ’68 è già un’agitatrice del nascente movimento studentesco; né sovietica né cinese, è per la “terza via” del castrismo-guevarismo. Il ’69 la trova davanti ai cancelli della Fiat e dentro a Lotta Continua.

Poi inizia a insegnare, e fa presto ad accorgersi del deserto creato da quel nichilismo ribellistico che ha contribuito a diffondere. La sua età della ragione si chiamerà Pci, quello della Torino degli anni 70, gli anni del compromesso storico. Ma il destino ha ormai dato le carte, tutto è pronto per la grande svolta. Il burrascoso matrimonio di Richard finisce presto. È il settembre del 1978 e lui è a zonzo per Venezia, in attesa di divorzio e di illuminazione. L’illuminazione di chiama Isotta, è un terrier un po’ psicopatico, ma più facile da abbordare della signorina dall’aria intellettuale e progressista che lo tiene al guinzaglio in zona Biennale. E che, per essere contraria al matrimonio, sposerà Richard per ben due volte: prima in municipio a Cambridge e poi in una chiesa valdese in Val d’Angrogna. La nuova vita si chiama Cambridge, e da quella prospettiva Erica inizia la sua lunga marcia fuori dal comunismo. Anzi, fuori dalla sinistra tout court.

Con leggerezza, ironia e umorismo Richard le smantella a poco a poco certezze e dogmi. Ah, la sinistra inglese… Specie quella di tradizione imperiale: non si può dire che Richard sia un conservatore thatcheriano, eppure è antisovietico e atlantista convinto, l’antiamericanismo non sa neanche cos’è e pacifista non lo è mai stato. Così, quando nel 1995 ritrovano un vecchio amico degli anni di Torino, che si è messo in testa la brillante idea di fondare un giornale corsaro e anglosassone di sole quattro pagine, tutto è pronto per la nuova avventura. In mezzo ci sono state un po’ di guerre, l’11 settembre e tanto altro ancora. Quest’anno Erica ha scritto un libro, l’ha intitolato “Memorie di un’utile idiota”. L’amico degli anni di Torino nella prefazione ha scritto che è una “lunga lettera di Erica a se stessa”. Richard non perde occasione per scherzare su quel titolo che molto si presta. Lui che di sé, dice, non confesserebbe mai nulla, neanche sotto tortura. Vivono un po’ a Cambridge un po’ a Torre Pellice. Viola, Tancredi e Cressida sono cresciuti.

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