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Muhammad Ali

L’ultima volta che l’ho visto, un paio d’anni fa, Muhammad Ali era seduto su una sedia al centro della lobby di un grande albergo di Las Vegas. Con la mano tremante firmava autografi per un centinaio di persone che ordinatamente si erano messe in fila, senza calca e senza fretta, per strappare un ricordo e magari una fotografia. Nell’episodio c’era la conferma della solidità di uno dei miti più certi che la storia dello sport abbia mai costruito.

17 Settembre 2009 alle 00:00

L’ultima volta che l’ho visto, un paio d’anni fa, Muhammad Ali era seduto su una sedia al centro della lobby di un grande albergo di Las Vegas. Con la mano tremante firmava autografi per un centinaio di persone che ordinatamente si erano messe in fila, senza calca e senza fretta, per strappare un ricordo e magari una fotografia. Nell’episodio c’era la conferma della solidità di uno dei miti più certi che la storia dello sport abbia mai costruito. Ne avevo avuto una dimostrazione più personale e più clamorosa molto tempo prima, a Roma nel 1979, quando Ali era ancora ufficialmente in attività, anche se i suoi tempi migliori erano ormai passati. Avevo saputo che sarebbe arrivato a Fiumicino all’alba, proveniente dall’Australia. Un rapido scalo tecnico prima di proseguire per Torino, dove l’attendeva una delle tante premiazioni. Fu disponibile come sempre. O meglio come sempre sapeva essere, quando la presenza di troppa gente non lo costringeva a recitare un copione ormai logoro ma sempre efficace. Accettò di scambiare alcune considerazioni, sulla boxe in genere e sul suo momento in particolare. Ricordò di avere vissuto proprio a Roma uno dei momenti più importanti della sua vita, la conquista della medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1960. Quella medaglia che qualche mese dopo avrebbe gettato nel fiume Ohio con un gesto di protesta e di ribellione perché il gestore di un ristorante per soli bianchi aveva rifiutato di servirlo. L’aereo privato che avrebbe dovuto portarlo a Torino sarebbe partito da Ciampino solo a mezzogiorno. Avendo a disposizione qualche ora e una città da attraversare, Alì mi disse: “Mia moglie vorrebbe vedere il Colosseo”. Viaggiava con un piccolo gruppo di persone e con la moglie, credo fosse la terza.

Fu così che con la mia macchina, alle 8 e 30 del mattino, da Fiumicino giungemmo al Colosseo. C’erano già moltissimi turisti. Credo che in quel periodo Ali fosse la persona più riconoscibile del mondo, più del Papa, più del presidente degli Stati Uniti. Vivevo a Roma da più di vent’anni, ma al Colosseo c’ero stato solo in gita scolastica, quando abitavo a San Benedetto del Tronto. In un attimo Ali fu riconosciuto, i giapponesi fotografavano, gli americani chiedevano autografi. Lo avevo conosciuto a Londra nel 1963. Il mio amico Angelo Dundee, che lo ha seguito all’angolo per tutta la carriera, me lo aveva presentato il giorno prima che Ali, che allora si chiamava ancora Cassius Clay, incontrasse l’inglese Henry Cooper nello stadio calcistico di Wembley. Eravamo nello stesso albergo, l’Hotel Piccadilly, a pochi passi da Piccadilly Circus e dall’ufficio di Jack Solomon, il grande organizzatore inglese. Fu allora che scoprii il meccanismo. Quella sorta di moltiplicatore che trasformava gli atteggiamenti del pugile in funzione del numero delle persone che si trovavano attorno a lui. Fino a quattro-cinque persone Clay era perfettamente normale; da cinque a dieci gigioneggiava. Oltre le dieci recitava, lanciava proclami, teneva autentici comizi con foga proporzionale all’uditorio. È un gioco impossibile ancorché affascinante quello di stabilire il più grande atleta di ogni tempo.

Nella boxe, poi, alle volte non sappiamo scegliere il vincitore
alla fine di un incontro che abbiamo appena visto. Dopodiché, abbiamo la presunzione di sapere se Ali sia stato migliore di Jack Dempsey, di Joe Louis, di Rocky Marciano o di Mike Tyson. Al riguardo mi sono formato una solida opinione, che ritengo applicabile a qualsiasi disciplina: ci sono campioni che hanno diritto a essere presi in considerazione, e per il resto la scelta è una questione di gusti, di conoscenze personali, magari di età. Non so quindi se Ali sia stato il più grande peso massimo di ogni tempo, ma sicuramente è stato l’atleta più famoso di ogni epoca e di ogni sport. La leggenda è stata naturalmente ampliata dalle vicende che hanno caratterizzato la sua carriera e la sua vita. La sua decisione di rifiutare l’arruolamento nell’esercito e di rinunciare ai tre anni atleticamente ed economicamente per lui più importanti gli ha donato un’aureola che ne ha ingigantito la personalità. Prima ancora c’era stata la conversione alla religione islamica, ufficializzata il 28 febbraio 1964, solo tre giorni dopo la conquista del titolo mondiale dei pesi massimi, e il conseguente ripudio di un nome allora famoso e ancora oggi ricordato. Cassius Marcellus Clay è nato a Louisville, nel Kentucky, il 17 gennaio 1942. Aveva dunque 18 anni quando nel 1960 conquistò a Roma il titolo olimpico nella categoria dei medio-massimi. Esordì nel professionismo il 29 ottobre dello stesso anno battendo ai punti, sulle sei riprese, tale Tunney Hunsaker. Al settimo incontro da professionista affrontava già la rotta delle dieci riprese, battendo pugili di provata esperienza come Duke Sabedong, Alonzo Johnason e Alex Miteff.

Ma l’incontro che lo ha consacrato campione
e personaggio di statura mondiale è stato il sedicesimo della sua carriera: Cassius Clay affrontava a Los Angeles il grande Archie Moore, che era stato per anni campione del mondo dei medio- massimi. Fu alla vigilia di quella sfida che Ali inaugurò una fortunata gag, di quelle che hanno contribuito ad aumentare la sua popolarità: pronosticare il round nel quale avrebbe concluso l’incontro. “Don’t block the doors, for y’all may go home, after round four” (“Non bloccate le uscite, perché potrete andare tutti a casa dopo la quarta ripresa”). Naturalmente vinse in quattro round. Nel 1961 compilavo classifiche pugilistiche per il quotidiano Tuttosport. Con dieci mesi di anticipo sulla rivista americana The Ring inserii Ali tra i primi dieci pesi massimi del mondo. Quando, nel 1964, giunse l’appuntamento mondiale con Sonny Liston, fui tra i pochi a pronosticare la sua vittoria. Detto questo, sono convinto che quell’incontro non sia stato pulito. Liston abbandonò alla settima ripresa per un infortunio alla spalla, situazione inedita in un mondiale dei massimi. Ugualmente ho forti dubbi sulla conclusione della rivincita, svoltasi il 25 maggio 1965 a Lewiston, una cittadina del Maine, davanti a 1.500 spettatori. Liston fu messo k.o. da un pugno che io, rivedendo il filmato molte volte, non sono riuscito a vedere. La mia opinione è che Ali avrebbe comunque battuto Liston, che era uno straordinario picchiatore ma non aveva una grande personalità. Tuttavia chi controllava la situazione non volle rischiare.

A me l’hanno venduta così: Liston avrebbe percepito una cifra per perdere e una percentuale sui successivi guadagni di Ali. E fino a quando questi guadagni rimasero entro certi limiti, tutto andò bene. Ma quando arrivò la prima sfida con Frazier, le “borse” raggiunsero i cinque milioni di dollari. Tre mesi prima dell’incontro Liston fu trovato morto in un albergo di Las Vegas. Fantaboxe? È possibile, ma il ragionamento quadra. Così come è possibile che, come tanti campioni prima e dopo di lui, anche Ali sia stato strumentalizzato sul piano religioso e su quello politico. La sua conversione all’islam ebbe un grande rilievo, anche perché resa pubblica nel periodo di maggior splendore per il campione. Ugualmente la sua rinuncia al servizio militare, in un momento in cui la guerra in Vietnam era al centro di enormi polemiche e motivo di grande turbamento e incertezza per la gioventù americana, probabilmente influenzò molti altri giovani nel prendere la stessa decisione. Come si sa, l’esito fu che la carriera pugilistica di Ali subì un buco di tre anni e mezzo, quanti ne sono passati tra il 22 marzo 1967 e il 26 ottobre 1970, le date della sua nona difesa del titolo mondiale e del suo ritorno al ring, quando finalmente gli fu stata restituita la licenza. Tuttavia la sua popolarità non ne soffrì. Ma al mito hanno giovato soprattutto gli aspetti sportivi: la rivalità con Joe Frazier e le loro tre indimenticabili sfide, le prime due a New York, la terza a Manila. Il primo di incontro, l’8 marzo 1971, è stato certamente il migliore che io abbia mai visto. Ricordo che alla fine di quelle 15 riprese ero fisicamente stanco per le emozioni che mi aveva trasmesso. Quel match lo vinse Frazier, grazie a un knock-down inflitto ad Ali nella quindicesima ripresa. Qualche anno dopo andai a trovare Frazier nel suo ufficio di South Philadelphia: dietro alla sua scrivania c’era una gigantografia di Ali al tappeto, il momento più importante – mi disse – della sua carriera.

Ali fu poi il grande protagonista di uno degli eventi sportivi più celebri e più particolari che si siano mai svolti, il famoso incontro con George Foreman a Kinshasa del 30 ottobre 1974, il match che, per dirla con un manifesto dell’epoca, portò lo Zaire sulla carta geografica. Quel match Ali lo vinse sul piano psicologico, sfruttando a proprio favore il rinvio di un mese imposto da una ferita subita in allenamento da Foreman. Quel mese i due pugili lo trascorsero a Kinshasa, nel cuore di un’Africa appena uscita dal colonialismo. Ali si conquistò le simpatie del pubblico, ma soprattutto tolse ogni sicurezza all’avversario con un bombardamento di spavalde dichiarazioni. Il mito ha assunto proporzioni tali da resistere all’inevitabile degrado del pugile e al desiderio di allungare la propria carriera oltre ogni ragionevole limite. Ali ha sostenuto l’ultimo incontro della sua carriera l’11 dicembre 1981, un mese prima del suo quarantesimo compleanno: una ingloriosa sconfitta ai punti contro il mediocre Trevor Berbick. Ma la pagina più triste era stata scritta nell’ottobre del 1980, l’assurdo tentativo di affrontare un suo ex sparring-partner, Larry Holmes, che in quel momento era campione del mondo. Holmes lo risparmiò in modo imbarazzante fino a quando l’arbitro non fermò il match all’undicesima ripresa.

A molti anni di distanza Ali ha assunto il ruolo
che tra il 1908 e il 1915 era stato di Jack Johnson, il primo campione del mondo dei pesi massimi di razza nera. Johnson era stato perseguitato e costretto all’esilio perché gli americani non gli perdonavano di picchiare i bianchi sul ring e di portare a letto delle donne bianche. Le donne di Ali sono state tutte rigorosamente nere. Lui non ha mai dovuto fuggire all’estero, ma ha ugualmente dovuto pagare un prezzo importante, sempre consapevole di rappresentare un simbolo, di svolgere una crociata. La sua è stata una vita passata sempre sotto le luci dei riflettori, protagonista volontario, perché in lui ha sempre prevalso la ricerca del palcoscenico a tutti i costi. Per questo non è stato capace di fermarsi in tempo, per questo accettò quegli ultimi due incontri, quelli che non avrebbe mai dovuto sostenere. Eppure il mito ha resistito a tutto, alle scelte religiose e a quelle politiche, alla malattia. L’immagine di Ali che compare a sorpresa durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 ha commosso tutto il mondo. The Greatest era ancora lui.   Cassius Marcellus Clay è nato a Louisville, Kentucky, il 17 gennaio 1942. Nel 1960 conquista a Roma il titolo olimpico dei medio-massimi. Lo stesso anno passa al professionismo. Nel 1964 si converte all’islam. Nel ’67 un tribunale americano lo condanna a 5 anni per renitenza alla leva e la World Boxing Association gli ritira titolo mondiale e licenza professionistica. Tornerà a combattere nel 1970, si riprenderà il titolo nel 1975 contro Joe Frazier. Si è ritirato nell’81, nell’82 gli è stato diagnosticata il morbo di Parkinson. Rino Tommasi è nato a Verona, è stato tennista, manager pugilistico, cronista. Ha scritto “La grande boxe”.

di Rino Tommasi 

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