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Yasser Arafat

Se la “baraka”, quella protezione divina che lo assiste da decenni, non lo abbandonerà, Yasser Arafat sarà chiamato a guidare la creazione di uno Stato nazionale palestinese proprio alla fine di questo secolo e potrà continuare a guidare il proprio popolo agli albori del nuovo millennio. Senza Yasser Arafat, probabilmente, la storia del popolo palestinese sarebbe stata molto differente, avrebbe potuto rimanere ai margini delle tormentate vicende mediorientali.

16 Settembre 2009 alle 00:00

dal Foglio del 25 aprile 1997

Se la “baraka”, quella protezione divina che lo assiste da decenni, non lo abbandonerà, Yasser Arafat sarà chiamato a guidare la creazione di uno Stato nazionale palestinese proprio alla fine di questo secolo e potrà continuare a guidare il proprio popolo agli albori del nuovo millennio. Senza Yasser Arafat, probabilmente, la storia del popolo palestinese sarebbe stata molto differente, avrebbe potuto rimanere ai margini delle tormentate vicende mediorientali. Fino alla prima guerra mondiale i palestinesi erano una delle tante popolazioni arabe che vivevano sotto il dominio dell’impero ottomano nella provincia di Siria. Il protagonismo palestinese sulla scena dei conflitti mediorientali nasce, in sostanza, solo dopo la sconfitta araba nella Guerra dei Sei giorni del giugno 1967. Ed è proprio da qui che comincia a stagliarsi la figura di Yasser Arafat. Varie sono le biografie più o meno autorizzate e innumerevoli gli articoli sulla guida della rivoluzione palestinese, ma i contorni della vita di Arafat rimangono sempre un po’ avvolti in un alone nebuloso, certamente alimentato consapevolmente dallo stesso interessato. Curiosamente, per anni è stato il luogo della nascita a essere circondato dal mistero. Già, dove è nato Yasser Arafat? Per anni si è lasciato credere che Arafat fosse nato a Gerusalemme o a Gaza nel 1929. Altri portavoce dell’Olp in passato avevano fatto nascere Arafat chi a San Giovanni d’Acri, chi a Nablus, altri ancora a Safed o a Lydda. Solo più recentemente si è scoperto dagli atti di nascita che Arafat è nato al Cairo. Mahmud Abdul Rauf ( ma esiste anche la versione Abd el Rahman) Arafat al Qudwa è nato ed è vissuto nei primi anni di vita a Zekhakhini, un sobborgo del Cairo da Abd el Rauf Arafat el Qudwa el Husseini nato a Gaza e da Zehuva Abu Saud nata a Gerusalemme. Sesto figlio di una coppia di emigranti, Arafat solo dopo la morte della madre per una malattia renale fu portato a Gerusalemme con il fratello minore, dove soggiornò per due o tre anni ospite degli zii materni prima di ritornare al Cairo dove è vissuto fino a 28 anni, al termine degli studi universitari. Arafat ha sempre parlato con un accento marcatamente egiziano. Per gli esuli palestinesi è un motivo di distinzione e di rivendicazione d’identità parlare con un accento che marchi l’origine da questa o quella città o villaggio di una terra occupata di recente dallo straniero.

E’ lo straniero a essere estraneo alla terra e non il palestinese. Arafat sia nel periodo della militanza nella gioventù sia fino a tempi recenti, quando la sua figura di leader non era ancora pienamente consacrata ha dovuto fare mille sforzi per non mettere in evidenza la matrice egiziana della propria formazione culturale e per evitare che venisse inficiata la propria rivendicazione di una specificità palestinese sempre minacciata dall’ideologia panarabista e dall’occhiuto padrinaggio dei diversi Stati arabi. Il nome di Yasser, “il cordiale”, gli è stato attribuito dai compagni di liceo, mentre Yasser Arafat, il nome con cui è passato alla storia è nato solo all’università. Nel periodo della clandestinità Arafat ha dovuto celarsi sotto diversi nomi. Il soprannome di Abu Ammar, con cui è conosciuto nel mondo arabo, è stato adottato durante la residenza in Kuwait quando Arafat con pochi compagni fondò Al Fatah, l’organizzazione che sarebbe divenuta l’asse portante dell’Olp. Già prima della guerra del 1948 Arafat conosce il famoso muftì di Gerusalemme Haji Amin El Husseini e il dirigente antisionista Abd El Kader El Husseini, caduto in combattimento nell’aprile del ’48 e padre di Faysal El Husseini, oggi dirigente dell’Olp a Gerusalemme Est. L’altro evento destinato a influire sull’impegno militante del giovane Arafat è il mas- sacro degli abitanti del villaggio di Deir Yassin che rappresenterà la causa principale di quella pulizia etnica che già prima dello scoppio, il 14 maggio 1948, della guerra tra i paesi arabi e l’appena nata Israele porta all’esodo di massa di centinaia di migliaia di palestinesi dai territori assegnati agli ebrei dalla risoluzione 181 delle Nazioni Unite nel novembre del ’47. Arafat partecipa a una manifestazione all’Università del Cairo in cui gli studenti palestinesi bruciano i propri libri giurando di impegnarsi nella guerra contro Israele. Il 10 maggio del ’48, con un gruppo di volontari attacca il kibbutz di Kfar Darom nei pressi di Khan Yunis nella striscia di Gaza. L’azione fallisce e il gruppo di volontari male addestrati viene bloccato da un’unità dell’esercito egiziano che sequestra i loro armamenti e li rispedisce nelle retrovie. Di ritorno al Cairo riprende i propri studi di ingegneria civile che termina nel ’55. Nel frattempo si impegna nell’attività irredentistica dell’Unione degli studenti palestinesi di cui diviene presidente nel ’52.

L’amico Salah Khalaf (Abu Iyad) sarà vicepresidente. Mentre alcuni si orientano verso posizioni ideologiche ben precise come l’islamismo, il progressismo e il comunismo, Arafat anteporrà fino da quei tempi l’opzione nazionale, cioè la liberazione e il ritorno in Palestina. Gli stati arabi erano allora particolarmente sospettosi verso qualsiasi organizzazione palestinese. L’ideologia prevalente negli anni Cinquanta fu il nasserismo. Il nasserismo aveva dei contorni ideologici meno definiti e meno dogmatici rispetto al baasismo. Nel baasismo il concetto di Nazione araba, una e indivisibile, aveva la netta prevalenza su tutto il resto. Il collante principale anche del nasserismo era la prospettiva dell’unione della Nazione araba all’interno della quale l’Egitto aveva una missione prevalente. Il socialismo e lo statalismo vennero assumendo con il passare degli anni un ruolo preponderante, soprattutto dopo la rottura nel ’54 con i Fratelli Musulmani poi ferocemente perseguitati e, ancor più dopo l’avvicinamento all’Unione Sovietica in seguito al rifiuto di finanziamento della costruzione della diga di Assuan da parte della Banca mondiale e della crisi di Suez del 1956. La sconfitta non militare, ma politica e diplomatica dell’invasione israeliana del Sinai e dell’intervento franco - britannico sul canale di Suez a protezione delle installazioni che erano state nazionalizzate da Nasser portarono al settimo cielo l’entusiasmo delle masse egiziane per quello che era stato il leader dei “Liberi ufficiali” egiziani che nel 1952 avevano rovesciato l’imbelle monarchia di re Faruk. Ben presto il nasserismo divenne nel mondo arabo una forza irresistibile, lo stesso giovane re Hussein rischiò di essere travolto ad Amman, mentre a Baghdad il cugino veniva rovesciato e ucciso con il premier Nuri Said dal regime nazionalista del colonnello Kassem a cui partecipava uno schieramento che andava dai nasseriani, ai comunisti, ai baasisti. Nel ’58 la Siria si fondeva con l’Egitto accettandone temporaneamente l’egemonia in quella fragile costruzione che si chiamò Rau, la Repubblica araba unita. Il Patto di Baghdad, fondato nel ’55 per contenere l’incipiente penetrazione sovietica verso il Medio Oriente, entrava in agonia e la figura di Nasser si stagliava sempre più come il condottiero dell’intero mondo arabo. Arafat, in recenti interviste, non nasconde di aver avuto, quantomeno prima del ’54 quando furono messi fuori legge da Nasser, intensi contatti con i Fratelli Musulmani egiziani che avevano fatto da tempo un’intensa opera di proselitismo nella zona del canale e nella striscia di Gaza. Afferma di aver conosciuto, come responsabile politico e militare degli studenti palestinesi, i futuri leader egiziani da Nasser, a Neguib, a Sadat, Khaled Mohieddin, Amer. Ma non nasconde di essere stato sempre visto da essi con notevole diffidenza a motivo della sua volontà di creare un’organizzazione palestinese indipendente e dei suoi contatti politici con gli islamisti, d’altro canto non sono mancati tra i palestinesi e gli altri leader arabi coloro che ritenevano che Arafat fosse per il suo accento e il suo passato egiziano un agente dei servizi segreti nasseriani. 

E’ durante il soggiorno in Kuwait, dove aveva trovato lavoro come ingegnere dopo un breve periodo in Arabia Saudita, che Arafat con Abu Yiad (Salah Khalaf), Abu Jihad (Khalil Wazir), Abu Lutuf (Faruk Kaddumi), Abu Said (Khaled Hassan), un po’ più tardi seguiti da Mahmud Abbas (Abu Mazen, quello che sarà l’architetto degli accordi di Oslo), dà vita ad Al Fatah, “la Conquista”, nome che letto al contrario significa in arabo “morte” e il cui acronimo in senso opposto significa “Harakat al Tahrir al Falastini”, ovvero Movimento per la liberazione della Palestina. Punto centrale dell’ideologia e della tattica di Al Fatah è che la violenza rivoluzionaria praticata dalle masse è l’unica via per liberare la Palestina e liquidare tutte le forme del Sionismo. Fino al ’64 Al Fatah rimane nella clandestinità. Si ritiene che l’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) sia stata creata ufficialmente dalla Lega Araba, ma sotto impulso di Nasser e sotto la debole guida del patriota palestinese Ahmed Shukairi, proprio per arginare l’influenza crescente di Al Fatah e per sottolineare il prestigio di Nasser nel mondo arabo. Nell’intraprendere la lotta armata, deter- DRAMATIS PERSONAE minante è stata l’influenza del modello vietnamita, ma soprattutto di quello algerino. E’ proprio il Fronte di liberazione nazionale con le sue strategie improntate agli esempi delle guerre di liberazione con l’accerchiamento delle città da parte delle campagne teorizzate da Mao, Lin Piao, Giap e Ho Chi Minh a esercitare un’influenza preponderante su Al Fatah. Nel fronte algerino coesisteranno a fianco di fattori ideologici islamici, elementi della cultura occidentale e dell’ideologia marxista. In Al Fatah avverrà un processo analogo, dovuto anche alla necessità di perseguire una strategia unitaria di sopravvivenza da parte di un’organizzazione dispersa ai quattro angoli della diaspora palestinese nel mondo arabo. Alla tradizionale strategia volta a creare zone liberate di contropotere nelle aree che sfuggono al controllo della potenza coloniale si affianche- rà la tattica del terrorismo urbano.

L’Algeria indipendente è il primo paese ad autorizzare l’apertura di una sede di Al Fatah ad Algeri. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1965 i guerriglieri di Al Fatah, che conta circa 200 membri, tentano di far esplodere delle cariche per distruggere in Alta Galilea l’acquedotto nazionale israeliano, che trae le proprie acque dai fiumi Yarmuk e Giordano, proprio in quei tempi al centro di una controversia tra Israele, Siria e Giordania. Il fallito attentato ha una vasta eco nel mondo arabo palestinese e attrae nuovi affiliati e l’interesse e la preoccupazione dei governi arabi. Il primo mix di lotta popolare di massa, guerriglia e azione terroristica avviene già da quei tempi. Tra il ’65 e il ’67 numerose operazioni di guerriglia, singolarmente poco rilevanti sul piano militare, trovano un sostegno crescente tra le masse e costringono i dirigenti degli Stati arabi ad aprirsi a qualche forma di sostegno alle organizzazioni non ufficiali, anche per non perdere il contatto con l’opinione pubblica sempre più radicalizzata. Lo stesso Shukairi tenta di mettere in piedi delle formazioni militari palestinesi (all’origine dell’Alp , Armata di liberazione palestinese) per far concorrenza ad Al Fatah e ai gruppi più radicali.

La svolta più importante per l’insieme del Medio Oriente e per i destini della resistenza palestinese si situa all’indomani della storica sconfitta dell’Egitto di Nasser nella Guerra dei Sei giorni. Il mito dell’invincibilità del leader carismatico esce profondamente devastato. La perdita della Cisgiordania, di Ga- za e Gerusalemme indebolisce fortemente il prestigio di Ahmed Shukairi alla testa dell’Olp il cui Consiglio nazionale era stato boicottato da Al Fatah e dagli altri gruppi radicali e armati. Il passaggio di un milione e mezzo di palestinesi sotto il dominio di Israele costringe Arafat e la direzione di Al Fatah a riunirsi in fretta e furia il 23 giugno ’67 a Damasco per decidere di trasferire le cellule e i nuclei di comando nei territori occupati. Lo stesso Arafat, sotto travestimento e munito di falsi documenti, si trasferisce per alcune settimane nei territori occupati e a Gerusalemme. Al Fatah tenta di applicare la strategia algerina della “guerra di popolo” alla situazione palestinese. Arafat installa il proprio quartier generale nel villaggio giordano di Al Karamè da cui vengono lanciati attacchi alle forze di occupazione israeliane nella West Bank. Nel marzo del ’68 mentre Arafat si trovacon i suoi uomini a Al Karamè, il villaggio venne investito dai blindati israeliani. I guerriglieri palestinesi oppongono una vivacissima e inaspettata resistenza. Arafat riesce fortunosamente a riparare in Giordania su una motocicletta. Gli israeliani lasciano sul campo alcuni blindati, un numero relativamente alto di vittime e si ritirano. Da allora la battaglia di Al Karamè è entrata nel mito della resistenza palestinese: celebrata da poster, quadri, bandiere, canzoni e poesie.

E Al Fatah divenne la maggiore e più combattiva organizzazione palestinese, raggiungendo la dimensione di circa 15 mila militanti. Nel luglio del 1968 Al Fatah e altri gruppi radicali partecipano al Consiglio nazionale palestinese. Arafat sale alla presidenza dell’Olp, che ancora oggi detiene, dopo che la strategia della lotta armata di liberazione era stata adottata come l’unica linea ufficiale dell’Olp nell’articolo 9 della Carta nazionale palestinese. Dei 33 articoli della costituzione palestinese, in gran parte cancellati solo nella primavera dell’anno scorso dopo le elezioni generali del gennaio 1996, i più importanti decretano l’indivisibilità della Palestina nei confini del mandato britannico, l’attribuzione del diritto di essere considerati palestinesi per gli ebrei residenti in Palestina prima delle immigrazioni sioniste, una piccolissima minoranza. E’ altresì dichiarata l’illegalità non solo della dichiarazione Balfour, ma anche della risoluzione 181 delle Nazioni Unite che sancisce la spartizione del territorio in una entità araba e in una ebraica. I palestinesi rigettano ogni soluzione considerata come alternativa alla totale liberazione, come le 242 e 338, colpevoli di trattare i palestinesi solo come rifugiati e non come soggetti sovrani. Infine, il sionismo (il movimento e l’ideologia, prevalentemente laica, che ha dato vita al nazionalismo e allo Stato ebraico) viene definito come un’ideologia colonialista, espansionista, imperialista e razzista. Per due decenni questi oltranzismi verbali sono il supporto ideologico per ogni genere di operazione terroristica contro obiettivi dello Stato di Israele, civili e militari, e contro gli stessi ebrei a livello mondiale.

Tutti ricordano l’equazione “sionismo uguale razzismo uguale nazismo”. Questa definizione fa violenza alla verità storica e pone sullo stesso piano le vittime e i carnefici. Non solo nell’estrema destra, ma nell’estrema sinistra e nella sinistra ufficiale l’ostilità al sionismo con la negazione del diritto degli ebrei a darsi uno Stato nazionale copre sia un non troppo latente sostrato antisemita presente anche tra le forze più democratiche o moderate, sia una identificazione tra lotta anticapitalista e antimperialista cara al marxismo. Sarebbe eccessivo trasformare tutti i sostenitori a sinistra di Arafat in espliciti o cripto antisemiti, come un po’ facilmente è stato anche fatto, ma è un fatto che le ambiguità abbondavano quando si trasformò Abu Ammar in un idolo della sinistra italiana. Nel 1970, alla vigilia del Settembre Nero, Al Fatah raggiunge i 40 mila membri di cui circa la metà attivi nelle formazioni militari Al Assifa “la tempesta”. Arafat, allora come oggi, rappresenta il centro politico dell’organizzazione, in perenne mediazione tra l’ala sinistra capeggiata da Abu Iyad e Faruk Kaddumi e Khaled Hassan e Abu Jihad esponenti dell’ala destra più nazionalista e sensibile E’ dal 1970 che Yasser Arafat diventa una figura internazionale. Nel settembre di quell’anno Al Fath e l’Olp avevano assunto una dimensione di massa tra la maggioranza palestinese dello Stato giordano e libanese. Nel ’69 dopo gli accordi del Cairo intervenuti tra il capo dell’esercito libanese Emile Boustani con la mediazione di Kamal Junblat e sotto l’egida di Nasser a seguito di una delle prime crisi tra Stato libanese e palestinesi all’Olp venne riconosciuto il diritto di organizzare dal territorio del Libano meridionale la resistenza armata contro Israele. Alcune centinaia di chilometri quadrati attorno al Monte Hermon erano state ribattezzate “ Fatahland”. Ma la situazione era divenuta ancora più esplosiva in Giordania dove il flusso di rifugiati dalla West Bank cresceva e dove aumentava a vista d’occhio il potere politico e militare dell’Olp e al suo interno di Al Fatah, dell’Fplp di Habbash e dell’Fdlp di Hawatmeh. Si era ormai creata una tipica situazione di dualismo di potere con la dinastia hashemita di re Hussein minacciata alle proprie radici. Ciò aveva creato grandi tensioni con Israele e con gli Stati Uniti allora impegnati a far passare il “piano Rogers” in un accordo tra Egitto, Israele e Giordania che prevedeva il ritiro di Israele da buona parte dei territori occupati tagliando fuori completamente i palestinesi trattati semplicemente come profughi.

Quell’autunno del ’70 fu un periodo altamente drammatico che rischiò di precipitare l’insieme del Medio Oriente in una guerra aperta. I commandos dell’Fplp guidati dalla pasionaria Leilah Khaled riuscirono a dirottare tre aerei di linea sul piccolo aeroporto di Zarqa in Giordania dove vennero poi fatti esplodere. Questo atto terroristico portò all’intervento delle truppe di re Hussein di Giordania che in una battaglia casa per casa durata alcune settimane riuscirono a scacciare verso il nord del paese a Irbid i quartieri generali delle organizzazioni palestinesi. Qui la guerriglia proseguì fino al luglio del ’71, quando i palestinesi dovettero ripiegare sul Libano, dove si apprestarono negli anni successivi a ricreare una situazione di extraterritorialità analoga a quella giordana. Nel pieno del conflitto del Settembre Nero, in cui furono massacrate dalle truppe beduine giordane parecchie migliaia di palestinesi, Arafat riuscì a guidare le operazioni di ripiegamento mantenendo intatto il nucleo della resistenza. In quelle settimane nel corso dei tentativi di mediazione tra giordani e palestinesi morì di crepacuore Gamal Abd El Nasser, gli succedette Anuar El Sadat. A partire dalla sconfitta in Giordania Arafat iniziò una lenta opera di recupero in Libano, accompagnata da un susseguirsi di operazioni di guerriglia dal Sud del Libano. Proprio da quell’infausto mese di settembre prese il via una serie di azioni terroristiche sotto la sigla di Settembre Nero che passando per l’uccisione al Cairo del premier giordano raggiunsero un apice tragico ed odioso con il massacro ad opera di terroristi palestinesi appartenenti o vicini ad Al Fatah degli atleti della squadra israeliana alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Le prese di distanza dei vertici dell’Olp da questa strage vi furono, ma furono ambigue e parziali. Gli anni Settanta furono il succedersi di uno stillicidio di azioni terroristiche contro militari e civili ad opera delle più varie milizie palestinesi. In queste azioni i vertici dell’efferatezza furono raggiunti dal Fplp - Comando generale di Ahmed Jibril e da Al Fatah - Consiglio rivoluzionario di Abu Nidal un gruppuscolo fuoriuscito da Al Fatah e passato alternatamente al servizio dell’Irak di Saddam, della Siria di Assad e rifugiatosi in Libia dopo aver perpetrato massacri negli aeroporti di Vienna e Fiumicino nel 1985 e aver ucciso Abu Iyad ( Salah Khalaf), il numero due dell’Olp a Tunisi nel gennaio del ’91 in piena crisi del Golfo.

Il pluralismo ideologico e politico che ha consentito di mantenere uniti nell’Olp anche gli spezzoni più intransigenti, almeno fino all’avvio del processo di pace attuale tra il ’91 e il ’93, allo scopo di mantenere l’unità e la rappresentatività di un’organizzazione di raccolta nazionale, ha avuto anche come effetto non desiderato quello di appiccicare ad Arafat, più del dovuto e del voluto, l’etichetta di feroce terrorista internazionale che ha potuto scrollarsi di dosso quando alla fine degli anni Ottanta ha accettato la rinuncia alla lotta armata contro Israele come mezzo per raggiungere l’indipendenza. Nel 1974 in seguito al parziale successo politico e diplomatico ottenuto da Sadat nella guerra del Kippur l’Olp mutò la propria posizione da quella massimalistica a quella che prevedeva la costituzione di uno Stato palestinese anche in una porzione limitata dei territori occupati come tappa di approccio alla liberazione totale della Palestina mandataria. L’embargo petrolifero decretato dai produttori arabi di petrolio dell’Opec segnò il momento più alto del fronte arabo. In quell’anno la Lega Araba riconobbe l’Olp come unico rappresentante legale del popolo palestinese e l’Olp venne ammessa nelle sue file. Nel novembre del ’74 Arafat partecipò al dibattito sulla questione palestinese all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Il 22 di quel mese la risoluzione 3236 dell’Onu riaffermava il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza del popolo palestinese e riconosceva l’Olp come legittimo rappresentante del popolo palestinese assegnandole un seggio di osservatore all’Assemblea dell’Onu. E’rimasto negli annali l’ingresso teatrale di Arafat alle Nazioni Unite reggendo un pistolone in una mano e un ramo di ulivo nell’altra. Mentre l’azione diplomatica di Henry Kissinger riusciva a intessere un dialogo con Hafez el Assad e a portare gradualmente l’Egitto di Sadat in direzione di quella pace separata con Israele che sarebbe poi stata sancita dal vertice di Camp David e dagli accordi di Washington sotto la presidenza Carter, l’Olp riscuoteva successi diplomatici in sede internazionale che avrebbero provocato un fortissimo risentimento da parte israeliana e americana. Nel decennio della segreteria di Kurt Waldheim al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite venne tra l’altro approvata dall’Assemblea dell’Onu una risoluzione che paragonava il sionismo ad una forma di razzismo. Quell’infausta decisione fu cancellata solo dopo la guerra del Golfo nel contesto del processo di pace avviato con la Conferenza di Madrid nel 1991. Nella seconda metà degli anni Settanta e fino all’invasione del Libano nel 1982 Arafat e l’intera Olp furono coinvolti nell’interminabile guerra civile libanese. Anche se formalmente la centrale palestinese proclamava la propria neutralità nel conflitto, in realtà l’Olp aveva preso posizione di fatto a favore del Movimento nazionale libanese, la coalizione delle forze della sinistra e dei partiti musulmani contrapposta al Fronte libanese incentrato sui cristiani maroniti e sulle forze falangiste. Nella guerra civile libanese, il paese dei cedri fu invaso due volte da Israele, nel 1978 e nel 1982. Quella che sembrava una sconfitta definitiva della resistenza palestinese dopo settimane di assedio a Beirut nell’estate dell’82, in un episodio che viene unanimemente riconosciuto come un momento di grande coraggio morale e fisico da parte del leader dell’Olp così come accadde l’anno successivo durante l’assedio di Tripoli messo in atto dai dissidenti di Abu Mussa e dai siriani, si delineò una svolta diplomatica verso la moderazione e, contemporaneamente un importante riconoscimento internazionale anche da parte del presidente americano Reagan e della comunità internazionale.

Proprio l’evacuazione delle truppe palestinesi da Beirut sotto protezione occidentale e l’attraversamento del Canale di Suez consentirono al leader palestinese di riprendere i contatti con l’Egitto di Mubarak. In seguito alla drammatica evacuazione dei guerriglieri dell’Olp dai campi profughi in Libano nell’82 e dopo l’assedio siriano di Tripoli nell’83, le forze armate palestinesi vengono distribuite in vari paesi arabi lontani dal fronte israeliano, tra l’Irak, lo Yemen, il Sudan, l’Algeria eccetera. Il quartier generale della centrale palestinese viene trasferito a Tunisi. In tutti gli anni 80 Arafat fa freneticamente la spola tra le capitali arabe ed europee, le comunità palestinesi, per cercare di mantenere unita l’Olp. Se il trasferimento della direzione dell’Olp in Tunisia rende difficili i contatti con i campi profughi in Libano e in Giordania, paradossalmente accresce le possibilità di rapporti con i paesi europei. Particolarmente importante è il miglioramento delle relazioni con la Francia di Mitterrand, dopo che il presidente francese ha riequilibrato la politica mediorientale di Parigi a favore di Israele all’inizio del proprio mandato. Ma rapporti molto cordiali vengono stabiliti con il Vaticano di Papa Giovanni Paolo II e, soprattutto, con l’Italia di Giulio Andreotti e Bettino Craxi. Con quest’ultimo, all’interno dell’attività dell’Internazionale socialista e durante il suo governo tra l’83 e l’87, si strinse un’amicizia e collaborazione che ha resistito fino ad oggi, negli anni della disgrazia del leader socialista. L’azione politico-diplomatica di Craxi durante il dirottamento della Achille Lauro e l’uccisione dell’ebreo americano Leon Klinghoffer nell’85 ad opera del gruppo di Abu Abbas, alleato di Arafat nei complicati giochi interni all’Olp, e il confronto di Sigonella, che causa una seria incrinatura nei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti di Ronald Reagan, valgono la salvezza dell’Olp in un frangente delicatissimo e crea, probabilmente, un debito di riconoscenza di Arafat nei confronti di Craxi.

E’ però un fatto che l’Olp alla fine degli anni 80 rischia di diventare una forza residuale radicata solo tra gli esuli ed i profughi. La svolta decisiva per la politica palestinese viene il 9 dicembre dell’87, quando si solleva il campo profughi di Jabaliya nella striscia di Gaza: inizia l’Intifada. Vent’anni di frustrazioni tra le giovani generazioni, formatesi sotto l’occupazione israeliana dal 1967, portano a continue manifestazioni e scioperi di massa di studenti, lavoratori, commercianti contro le leggi e i regolamenti oppressivi del regime di occupazione israeliano. E’ la rivolta delle pietre e delle bottiglie molotov lanciate contro le pattuglie dell’esercito e della polizia israeliane. Durante i primi quattro anni dell’Intifada 1413 palestinesi vengono uccisi dalle forze armate di Israele, alcune centinaia sono i palestinesi uccisi da connazionali con l’accusa di essere dei collaborazionisti. Ciò contribuisce fortemente a smantellare la rete di controllo di Israele sui territori occupati. Dall’inizio dell’88 viene creata una rete di comitati di coordinamento della rivolta sotto la Direzione unificata nazionale della sollevazione che vede un’alleanza fortemente competitiva tra le strutture dell’Olp e di Al Fatah e quelle dei fondamentalisti islamici di Hamas e della Jihad islamica. Il governo israeliano e il ministro della difesa di allora, Itzakh Rabin, sono colti di sorpresa e reagiscono con brutalità pensando di poter stroncare sul nascere un’insurrezione che per alcuni versi si apparentava a quella degli anni ’36-’39. Le immagini dei pestaggi a sangue, fino alla morte, dei giovani palestinesi responsabili del lancio di sassi, fanno il giro di tutte le televisioni del mondo procurando un danno immenso ad Israele. L’abilità particolare del capo dell’Olp è quella di capitalizzare in termini di nuovo radicamento di massa, di organizzazione capillare sindacale, cooperativa e culturale la forza d’urto della sollevazione. E’ una questione di vita o di morte, poiché già da anni si è enormemente rafforzata la struttura scolastica, universitaria, ospedaliera e caritativa messa in opera dal movimento Hamas dello sceicco Ahmad Yassin, erede a Gaza ed Hebron dei Fratelli Musulmani egiziani. Negli anni 80 i governi di destra di Menahem Begin e Yitzakh Shamir non hanno ostacolato la crescita di Hamas, credendo di poter indebolire l’Olp. E’ per Israele un errore esiziale che permette ai fondamentalisti di ridare una vitalità autonoma al soggetto politico palestinese nei territori occupati. Allo scoppio della crisi del Golfo con l’invasione del Kuwait da parte dell’esercito iracheno, Arafat commette il grave errore di trovarsi o schierarsi dalla parte perdente. Un errore che gli costa particolarmente caro. Centinaia di migliaia di palestinesi durante e dopo la fine dell’occupazione del Kuwait vengono scacciati dagli emirati del Golfo e dall’Arabia Saudita troncando, in pratica fino a oggi, non solo gli aiuti ufficiali all’Olp da parte delle monarchie arabe, ma anche quell’importantissima risorsa che sono le rimesse degli emigrati palestinesi dai paesi del Golfo. Quello di Arafat non è un vero e proprio schieramento a sostegno di Saddam Hussein, ma così viene interpretato un ambiguo tentativo di mediazione interna al mondo arabo tra l’aggredito e l’aggressore. Arafat, in questo errore, si trova in cattiva quanto numerosa compagnia con re Hussein di Giordania, lo Yemen unificato, l’Algeria e la Tunisia moderata e filo occidentale. Ciò non di meno questo errore viene considerato un tradimento dal fronte americano, egiziano e saudita. Probabilmente la causa principale di questo schieramento risiede nella necessità per Arafat di non isolarsi dalle veementi passioni nazionalistiche panarabe che percorrono le masse del mondo arabo e islamico. Arafat il nazionalista per eccellenza non può permettersi più di tanto calcoli di realpolitik che possono concedersi regimi nazionalisti, ma rivali dell’Irak come la Siria, che però godono di una propria sovranità statuale: gran parte delle forze armate e dell’apparato logistico dell’Olp si trova allora schierato in Irak, paese che si era mostrato generoso con la centrale palestinese scacciata da tutti negli anni 80. Quell’amministrazione Bush - che ha saputo creare un imponente schieramento arabo e internazionale anti iracheno sotto l’egida delle Nazioni Unite in cui non si fa più sentire quel diritto di veto spesso utilizzato dall’Unione Sovietica in quasi mezzo secolo e nel cui Consiglio di Sicurezza anche la Cina ha tutto l’interesse a non rimanere isolata dopo i fatti della Tien An Men dell’89 - assume dopo la schiacciante vittoria su Saddam un atteggiamento di apertura lungimirante verso l’Olp e le sue istanze per opera dell’allora Segretario di Stato James Baker, nell’ottica della creazione di un Nuovo ordine mondiale, perlomeno a livello del Medio Oriente. Il 30 ottobre del 1991 si apre a Madrid la Conferenza di pace per il Medio Oriente con la partecipazione indiretta dei rappresentanti dell’Olp dei territori occupati all’interno della delegazione giordana. Alla conferenza sponsorizzata da George Bush e da Michail Gorbaciov ha dato la propria adesione anche la Siria di Assad. Nel corso delle trattative che devono affrontare le questioni dell’autonomia dei territori occupati mantenendo distinti i problemi dell’indipendenza statale palestinese, lo status degli abitanti da quello dei territori, gradualmente su pressione americana i rappresentanti israeliani devono riconoscere la presenza autonoma dei delegati palestinesi legati all’Olp. Israele inizia ad accettare di trattare sulla base del principio “pace in cambio dei territori”, secondo la risoluzione 242 dell’Onu. Ma non è un segreto per nessuno che il governo di destra di Itzhak Shamir è intenzionato a condurre avanti le trattative per un intero decennio senza concedere nulla di sostanziale. La svolta viene dalla vittoria laburista nelle elezioni del giugno ’92. Il governo di Itzakh Rabin e del ministro degli esteri Shimon Peres capisce che è indispensabile affrontare un processo di pace al termine del quale vi sarà la trasformazione dell’autonomia palestinese in un vero Stato indipendente e sovrano. 

di Pietro Somaini
 

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