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Susanna Camusso

Il Comitato direttivo nazionale della Cigl ha eletto una donna alla guida del sindacato. E’ Susanna Camusso, attualmente vice di Epifani, l’erede designata dal predecessore che lascia la guida del sindacato dopo otto anni.

16 Settembre 2009 alle 00:00

Il Comitato direttivo nazionale della Cigl ha eletto una donna alla guida del sindacato. E’ Susanna Camusso, attualmente vice di Epifani, l’erede designata dal predecessore che lascia la guida del sindacato dopo otto anni.

Il punto non è se un giorno Susanna Camusso
, sindacalista di trentennale esperienza, femminista di defilata militanza e velista di comprovata abilità, succederà o meno a Guglielmo Epifani ai vertici della Cgil – come pure hanno scritto i giornali e come bisbigliano i palazzi e come non confermano i muri del sindacato confederale, ché non si dà più per certo (anzi) che Epifani si candidi alle elezioni europee nel 2009 e non concluda il suo mandato naturalmente nel 2010. Né la voce che corre insistente su e giù per gli ascensori troppo carichi della Cgil (“sarà una donna il prossimo segretario”) significa per forza di cose “donna cioè Susanna Camusso”: ben cinque, infatti, in ottemperanza alla regola del sindacato – par condicio tra i sessi, una poltrona per uno – sono le donne che, assieme ad altrettanti compagni maschi, compongono la nuova segreteria, rinnovata in giugno. Il punto è che Susanna Camusso, avvezza all’insondabilità del mare, sa che su una barca parla uno solo, e soltanto quell’uno è il capitano. E lei è stata sola a parlare molte volte, quest’anno, al tavolo con la Confindustria e nei giorni bui dell’empasse Alitalia, quando a Walter Veltroni faceva arrivare il messaggio “ognuno faccia il suo mestiere” e al governo (specie al ministro del Welfare Maurizio Sacconi) una rispostaccia sul tema della “complicità tra imprese e lavoratori” – ai giornalisti che la intervistano mostra uno sguardo egualmente rassegnato sia che si parli di destra sia che si parli di sinistra, a causa dell’insostenibile (per lei) disattenzione per la crisi economica.

A Vittorio Zincone, che la intervistava per il Magazine del Corriere
della Sera, mostrò equanime energia nel picchiare il Pd (“ha diritto a interessarsi alle grandi vicende, ma ognuno deve conoscere i suoi confini”) e il Pdl (“la parola complicità si usa per i reati. Il sindacato costruisce accordi e mediazioni”). E a quel punto della trattativa Alitalia il capitano parve proprio lei, tanto che a “Porta a Porta” e a “Ballarò”, con tutto il rispetto per il segretario Epifani (e complice il fatto che Epifani non ama comparire nel salotto televisivo), ebbero spesso la tentazione di invitare Susanna – severamente ombrosa ma capace di bucare lo schermo con gli occhi azzurri che dicono “no” senza che i muscoli facciali si muovano (roba che neppure Massimo D’Alema) – invece del compostissimo Guglielmo.

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Addirittura c’era chi sosteneva che la Cgil, più che mai vista come il solito fronte del “no” dopo mesi di andirivieni dai tavoli contrattuali – no no e ancora no – potesse risorgere mediaticamente grazie all’allure polverosa di Susanna (e non perché lei dicesse dei “sì” ai suoi avversari, anzi). E però si faceva ascoltare, monolitica negli abiti rassicuranti di foggia professorale – blu, neri, soltanto un colore sgargiante a testimoniare un antico anticonformismo da ragazza del movimento studentesco, e un’eccentricità garantita dall’inspiegabile bracciale da odalisca che parte dal polso, attraversa leggero il dorso della mano e va ad abbracciare l’indice con una sottile catenella. E poi c’erano quegli improvvisi sorrisi timidi, quello sguardo che si abbassava e si rialzava quasi a voler prendere la mira per inchiodare l’interlocutore con un eloquio di ferrea implacabilità sindacale, privo però delle formule trascinapopolo da Cofferati di piazza (e d’antan), utili in tempi di girotondi ma non in tempi di crisi.

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La crisi (economia a rotoli, lavoratori a rischio, pensioni da baratro) è il pallino di Susanna Camusso – e ci mancherebbe, è il suo mestiere. Solo che Camusso è ontologicamente preoccupata su tutta la linea, e su tutti i giornali e in tivù e in ufficio e pure con le amiche di vecchia data vuole parlare di crisi crisi e ancora crisi (e pensionati disastrati) – e siccome ha assimilato la prudenza marinara paterna, mentre dice “crisi” ha l’aria di aver letto qualsiasi tabella e qualsiasi studio, e d’altronde è una che non si mette mai in mare se il bollettino minaccia un’increspatura di troppo, e poi sceglie sempre il porto sicuro, seguendo la legge non scritta della natura: se l’evento imprevisto è forte, meglio mettersi in fuga ed evitare di contrastare la furia delle onde. Camusso sa cos’è la crisi e d’altro canto è abituata alla frugalità, ché passa quasi tutte le vacanze sulle barche di uno spartanissimo centro velico bretone: turni per i piatti, doccia contingentata, poca elettricità, notti insonni a scrutare una lucina rossoverde all’orizzonte (non sia mai che passi un traghetto, racconta la sindacalista a chi si informi sui suoi corsi estivi), momenti di convivialità con sette-otto sconosciuti con cui dividere le giornate in tre metri per due. E pure se cucini bene, come Susanna, pure se sai improvvisare pietanze etniche, valle poi a cucinare sul fornelletto basculante del piccolo veliero, mentre si dondola a forza cinque – e però, nel silenzio della notte, magari ti passano accanto i delfini, racconta Camusso agli amici, rapita.

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Veramente da ragazzina Susanna Camusso non era molto prudente, e terrorizzava le sorelle maggiori perché se ne andava in giro, da sola, su una deriva, tutti i santi giorni, su e giù per le coste liguri, non presentandosi a casa in tempo per la cena, e papà si arrabbiava e però alla fine Susanna riusciva, contrattando un po’, a strappare il “sì” per una barca sempre più grande da portare. E anche da adulta la temerarietà, a volte, prendeva il sopravvento sulla saggezza da bar del porto, come quando Camusso diede in mano a sua figlia Alice, piccolissima, una specie di guscio di noce galleggiante su cui la bambina poteva scorrazzare liberamente a pochi metri da riva.

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E dunque oggi Susanna Camusso quasi si muove a suo agio, nella crisi, ma si allarma come e più di un Giulio Tremonti in fase catastrofista, e non vede l’ora che sia il 12 dicembre per mettersi, idealmente e fisicamente, alla testa dello sciopero generale, e al momento non gliene importa nulla se i politici giocano a nascondino – ci vado o non ci vado – e se i giornali continuano a cambiare in pagina le fotine dei possibili aderenti e se Walter, Massimo, l’Espresso, Panorama e finanche Silvio Berlusconi vogliono dare la precedenza all’imperscrutabile crisi del Pd. E uno allora se la vede, Susanna Camusso, non tanto alla guida del sindacato, ma quasi quasi alla guida dello stesso Pd, come dice un anonimo parlamentare veltroniano esasperato dai sobbalzi di partito – Camusso, invece, alla guida del Pd, a suo tempo, avrebbe visto bene Anna Finocchiaro, che avrebbe voluto addirittura presidente della Repubblica. Non che vedesse male Emma Marcegaglia alla guida del moloch avversario storico, la Confindustria, anzi, le era piaciuto il suo discorso d’investitura attento ai ritmi di vita delle donne, e però poi l’aveva un po’ delusa, Emma, perché non era più tornata sull’argomento, e oggi non c’è nulla che la innervosisca di più dello scenario che recita: Marcegaglia lì, Camusso là, due donne al vertice. E a quel punto Camusso ricorda seccata agli intervistatori che l’attuale segretario Cgil è un uomo.

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Uno pensa: sindacato ovvero stanze fumose, austerità, riunioni, voci roche, cartacce, sedie girevoli, bottiglie d’acqua, morte dell’avventura (politica e non). Susanna Camusso fuma, è austera, fa riunioni, conserva cartacce, ha la voce roca e un accento variamente nordico – a metà tra quelli di Natalia Aspesi, Emma Bonino e Gianfranco Fini, comprese le “e” aperte – e insomma sarebbe una sindacalista con vizi e phisyque du rôle della sindacalista, epperò, proprio lei, Susanna la lady di ferro, ha smentito il luogo comune del sindacato come luogo antiromantico. Camusso infatti ha trovato – anzi, ritrovato – il grande amore, fortunosamente, nel bel mezzo di un’assemblea di metalmeccanici Fiom, il luogo dove ha cominciato a lavorare nel 1975, e dove si è messa prima a spiegare (storia dell’arte agli operai) e poi a contrattare. Erano tempi di sogni egualitari, alfabetizzazione di massa, corsi universitari per mimimetallurgici, centocinquantaore e postcontestazione, e Susanna era una giovane studentessa impegnata, di bellezza teutonica – occhi di ghiaccio e portamento saldo. Una ragazza con una tiepida passione per l’archeologia, scappata di casa in pieno sturm und drang adolescenziale per evitare di essere troppo sgridata da mamma e papà, lei piccola di famiglia con animo (già) polemico. Il principe azzurro, invece, era un giovane cronista d’agenzia, come raccontò la stessa Susanna, nel 1995, alla giornalista Nunzia Penelope, sua talent scout mediatica, ed è una storia che fa impallidire i divoratori di favole – quel ragazzo in fondo alla sala Susanna lo conosceva già, era Andrea il primo amore, quello del bacio che non si scorda mai, delle farfalle nello stomaco, dei bigliettini con troppe citazioni, degli occhi a cuore che come te nessuno mai, del “siamo troppo piccoli ma voglio sposarti” e poi però, di solito, la favola perde quota sulla realtà e tu, dopo varie vicissitudini più o meno felici, sposi il terzo, quarto o quinto amore, peraltro diversissimo dal primo. Invece in quel caso la favola vinse sulla realtà e Susanna, paladina dei metalmeccanici, sposò il fidanzato del liceo (e ci fece una figlia, oggi studentessa alla Normale di Pisa).

E si capisce che se una ragazza vive quello che ha vissuto Susanna – la prova che le favole esistono – la vita poi le appare rosea anche nel mezzo di una trattativa con Cesare Romiti (i corridoi Fiat narrano di un Romiti quasi messo in soggezione dallo sguardo caterpillar di Camusso, e però Camusso dice di non averlo mai incontrato personalmente, Romiti). Fatto sta che la vertenza dei primi anni Novanta, quella della grande ristrutturazione Fiat, quella del lungo inverno di protesta, quella della rottura dei negoziati e della successiva tormentatissima soluzione, fecero sì che Susanna, la donna della trattativa Fiom, venisse alla ribalta, lei trentaseienne in un mondo per soli uomini. E siccome Camusso era stata femminista, le compagne cominciarono a vederla come avamposto per lo sfondamento del soffitto di cristallo, e però le femministe storiche erano diffidenti: ma come, adesso sembra che abbia fatto tutto lei, lei che negli anni Settanta non era così tanto in prima linea? E Susanna guardava e passava – la vendetta arrivò molto più tardi, qualche anno fa, quando da un messaggio in bottiglia (via e-mail) la superdirigente Cgil organizzò la manifestazione milanese “Usciamo dal silenzio”, donne per le donne, e da allora le femministe storiche la adorano. Il tutto cominciò con una riunione nottetempo: non possiamo più stare zitte, si disse all’indomani del non raggiungimento del quorum al referendum per la fecondazione assistita. “Questi ci vogliono togliere pure la 194”, dissero le compagne lì convenute. La cosa funzionò, le mail partirono, gli sms si moltiplicarono, la piazza si riempì e, per il momento, le compagne rientrarono nel silenzio e ripresero a tenere contatti via mail (Susanna però uscì di nuovo dal silenzio lo scorso anno, in fase preelettorale, quando scrisse articoli dal titolo “E’ di nuovo caccia alle streghe”: “L’Italia è un paese laico, lo dimostra qualunque inchiesta, lo ha sancito più volte nel voto, aborto e divorzio, e per buona memoria lo ha sancito grazie al voto delle donne. La crociata contro l’aborto, quella assurda misoginia che permette di paragonare il boia di stato alla scelta di una donna, non ha al centro la vita”). E a quel punto anche le più scettiche tra le ex compagne femministe storiche, quelle che l’avevano idealmente ostracizzata, idealmente la riabbracciarono in massa, e oggi sono molto d’accordo con lei quando scrive che la cosa peggiore che si possa dire di una donna immigrata è “poverina”: “Lo stereotipo è di compatirle invece che di confrontarsi come con altre donne”.

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Nel 1997 Susanna lasciò la Fiom. Dicono fosse diventata troppo moderata agli occhi dei vertici (specie a quelli di Claudio Sabattini). Insondabile è la nemesi, visto che oggi, dopo vent’anni in Cgil, dopo l’elezione a segretario generale in Lombardia, dopo l’ingresso in segreteria, all’interno del sindacato c’è chi la considera troppo intransigente e chi, al contrario, troppo riformista come alla fine del periodo Fiom, e magari questo doppio giudizio, chissà, è la sua forza, assicurano gli estimatori interni ed esterni– di certo c’è che Camusso ha un passato socialista (non craxiano: allora avrebbe smantellato il Psi, oggi è alfiera della questione morale).

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Se è un raro giorno di tempo libero – sempre che non vada al cinema a vedere un film, possibilmente non deprimente come certi film d’autore – Susanna Camusso entra in libreria e di solito non può esimersi dall’accumulare volumi su delitti, segreti, investigatrici goffe e investigatori scorbutici (prima però, d’abitudine, compra qualcosa di utile per la professione: chessò, un saggio di Tito Boeri). Ed ecco che improvvisamente, dalla sua pila ideale di letture d’evasione, traspare la soluzione al mistero: “Perché piace Susanna Camusso?”. La risposta è lì, basta vedere Camusso muoversi davanti alle telecamere, rigida ma non ostile, seria ma appena sorridente, forte di quell’aria serena e furba da Signora in Giallo.

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