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Claudio Ranieri

Ranieri non ha mai sofferto il complesso di romanità: tiferebbe Roma perché è nato a Testaccio, perché là il padre Mario c’aveva una delle macellerie storiche del quartiere, perché lui aveva giocato all’Oratorio di San Saba e poi finì a Dodicesimo Giallorosso, prima che Helenio Herrera lo andasse a pescare in un provino per portarselo nelle giovanili della Roma e trasformarlo in un terzino. Tiferebbe Roma perché certe cose uno se le porta dentro e perché tanto non si possono controllare.

1 Settembre 2009 alle 00:00

Viene in mente sempre il tempo del Chelsea. E non si sa perché: la faccia, l’idea, i giornali, Vialli fatto fuori per chiamare lui, Zola tornato grande, l’Italia di Londra, Cudicini junior prima della Marcuzzi, Stamford Bridge, il football pre-Abramovich. Viene in mente con la tuta, che non è manco il suo abbigliamento naturale. Però è così: la fotografia che ti ricordi di Claudio Ranieri è su un campo alla periferia di Londra, con la giacca a vento Umbro con le iniziali CR sul petto, i pantaloni infilati dentro i calzettoni e un berretto di lana messo un po’ sbilenco sulla testa. Tutto quello che non sembra c’entrare con lui incravattato dalla divisa della Juve e brizzolato sulla testa, è in quell’immagine che offusca Cagliari, Napoli, Firenze, Valencia, Parma. Tutti posti migliori, poi. Perché Ranieri è andato bene dovunque e forse i problemi più grandi ce li ha avuti a Madrid e poi proprio a Londra, quando i giornali lo prendevano per il culo e alcuni della società pare non lo amassero molto. Però il Chelsea resterà insieme al Valencia e al di là della Juventus arrivata quando qualcuno non ci credeva più. Resterà per dargli la dimensione internazionale che altri non hanno: perché Ranieri appartiene a una categoria di romani così poco romani da riuscire a respirare, vivere, godere anche fuori dal Raccordo anulare. Anzi lui più lontano ci sta e meglio vive: Torino è perfetta, allora. Che non c’è niente di più diverso, niente di più facilmente attaccabile dall’ironia romana e romanista sul Nord. Alla Juventus è ancora meglio: rivale e nemica, detestata e contestata.

Ci sono, oggi. Ranieri non ha mai sofferto il complesso di romanità: tiferebbe Roma perché è nato a Testaccio, perché là il padre Mario c’aveva una delle macellerie storiche del quartiere, perché lui aveva giocato all’Oratorio di San Saba e poi finì a Dodicesimo Giallorosso, prima che Helenio Herrera lo andasse a pescare in un provino per portarselo nelle giovanili della Roma e trasformarlo in un terzino. Tiferebbe Roma perché certe cose uno se le porta dentro e perché tanto non si possono controllare. Tiferebbe Roma perché è ovvio che un giorno gli piacerebbe allenarla, anche se invece che a Trigoria la casa l’ha comprata a Formello, cioè dove campa la Lazio. E comunque tiferebbe Roma, perché l’Olimpico e tutto il resto. Però mai una volta ne ha fatto una malattia, mai in un’intervista s’è autocandidato davvero: non volendo, invece, è finito sempre dove la Roma è avversaria da una vita: prima di Torino, Firenze e prima di Firenze, Napoli. Sarebbe andato anche alla Lazio, senza problemi.

E’ il caso e anche la professione: per Ranieri non esiste l’idea che uno debba rinunciare a un incarico perché è nato in una città rivale di quella dove lo vogliono. Non deve sopportare molto neanche i calciatori che si rifiutano di esultare contro le ex squadre e che si dispiacciono perché fanno il loro mestiere. Figuriamoci gli allenatori, che devono essere ancora più professionisti: in panchina ci si va per un’idea, non solo per lo spirito di corpo. Ci si siede per lavoro, non per fare il tifo. Si fanno scelte per vincere, non perché così dice il cuore. La Roma oggi sono gli altri, punto. Se potesse direbbe la stessa frase con cui ha esordito di nuovo nel calcio italiano a Parma, a febbraio scorso: “Io non faccio feriti, faccio solo morti”. Non può dirla più e anzi quando l’ha detta è stato costretto alla rettifica: troppo politicamente scorretta a pochi giorni dagli scontri di Catania e dalla morte dell’ispettore Raciti. Qualcuno ha storto il naso in quei giorni, non s’è accontentato né delle scuse di Ranieri né della spiegazione: “Ho usato una metafora”. Voleva raccontare il suo stato d’animo sportivo: carico, convinto, pronto. “Sembra cambiato”, hanno detto. Tutti lo ricordano come bravo, educato, gentile, ben vestito, moderato, composto, tutte cose che in effetti fanno parte del personaggio, ma non escludono la possibilità che sia uno da combattimento. Così non può manco confessare che da giocatore per fermare gli attaccanti non aveva molte occasioni: “Certe volte devi menà”.

Alla fine è un’etichetta scomoda pure questa, quasi peggio di quella di “cattivo”: ogni volta che ti parte un po’ di nervosismo se ne accorgono tutti, ciascuna frase più forte viene presa come una perdita di autocontrollo, un’analisi tecnica un po’ accesa è immediatamente una spia della difficoltà a gestire lo spogliatoio. Quando chiedi in giro informazioni su di lui, senti rispondere tutti alla stessa maniera: è una scala di aggettivi che va dal serio, al preparato, al moderato, al tranquillo, al sereno. Signore. Cioè quello che è perché uno lo vede in tv e lo sente che sembra l’anti-Grillo: la parola giusta detta col tono giusto, senza offendere nessuno, per-carità-signora-mia-non-sia-mai. La Juve dice di averlo scelto proprio per quello. Il giorno della presentazione, Jean Claude Blanc era tutto orgoglioso: “l’abbiamo preso perché è in linea con il suo stile”. E lui è proprio così, però non sempre: che non fa feriti, ma morti, lo ripeterebbe ancora, perché è una frase che racconta di grinta e non vuole offendere nessuno.

A lui la grinta piace e invece non piace starsene lì a prendere ordini: a Napoli discusse a distanza con Maradona e da vicino con Ferlaino, a Firenze cominciò e poi finì un battibecco prolungato con Vittorio Cecchi Gori, ha litigato con Galliani. Non è solo quello che tutti si aspettano che sia. E’ uno vero, che a un certo punto perde la brocca. Quest’anno ha zittito Chiellini in un secondo. Quello voleva il posto assicurato e un contratto da campione e l’allenatore l’ha trattato così: “E’ stato precipitoso, se volete è fin troppo bambino. Se c’è rimasto lui, uno come Del Piero? Lui non ha vinto nessun campionato del mondo, e se dovesse vincere qualcosa cosa fa, si ammazza?” E non è che se la prenda solo con i tipi di seconda scelta, Ranieri. Quando arrivò a Napoli era il 1991: il primo anno del dopo Diego. Cioè non era ancora finita la storia di Maradona: se ne era andato, poi era rientrato, poi era fuggito. Claudio arrivava da Cagliari e allora la società forse credeva di poterlo gestire tranquillamente. La dirigenza cominciò la trattativa con lo staff del calciatore convinta che tanto il mister avrebbe detto sì a qualunque decisione. Arrivò la domanda, finalmente.

Ranieri lei che cosa pensa del ritorno di Maradona? “Mi immagino cosa potrebbe accadere in trasferta con Maradona in squadra: i cori, gli sfottò dei tifosi; una situazione difficile. Tutti ancora oggi pensano al Maradona immenso di una volta: temo che questa realtà non esista più. In ogni caso, Maradona lo voglio prima conoscere. Quando sono venuto a Napoli sentivo dire che Careca era un giocatore finito, che non aveva voglia di lavorare. Ho invece conosciuto un professionista serissimo che ha segnato fra l'altro 15 gol. Non posso bocciare Maradona prima di conoscerlo, ma, se dovesse comportarsi come ha fatto nell’ultima stagione, allora sarei io il primo ad andare via dal Napoli. Se Maradona torna nelle stesse, discutibili vesti che hanno offuscato la sua immagine si perderebbero tre anni: l’attuale che rappresenta il dopo-Maradona, quello successivo con lui in squadra e il terzo che ci costringerebbe a ricominciare tutto daccapo. Non potrò mai essere un allenatore succube di Maradona. In quel caso sarei pronto ad andarmene subito. Non me ne importerebbe nulla”.

Senza Diego, Claudio ha tenuto in piedi Napoli, prima che Ferlaino lo chiamasse per dirgli che non era tanto contento del lavoro. Fu un po’ il principio della fine di quel Napoli, cioè l’ultimo Napoli vero prima di questo. Ferlaino mollò Ranieri anche se al pubblico quella squadra piaceva. Perché qui c’è il trucco di Ranieri: ogni volta ha trascinato calciatori e gente dalla sua parte. La prima volta a Pozzuoli, nel 1988. Era al secondo anno da allenatore, veniva dalla Vigor Lamezia in Interregionale. Questa era già una discreta serie C: Campania Puteolana, la squadra; salvezza, l’obiettivo. Fu sconfitta a Francavilla, il presidente chiamò Ranieri: “E’ finita”. Esonerato con riserva: una giornata di riposo, prima della decisione. Al ritorno agli allenamenti i calciatori si rifiutarono di mettersi al lavoro, proclamarono un’assemblea improvvisata e fecero le loro richieste al club: reintegrate Ranieri, altrimenti non ci alleniamo. Lo richiamarono a cinque giornate dalla fine del campionato per cercare di salvare la squadra dalla retrocessione. A Firenze, quando la discussione con Cecchi Gori era diventata scontro, furono i tifosi: “Presidente, il mister non si tocca”.

Ranieri piace ed è difficile trovare uno che ti parli male di lui. Ha la stima degli allenatori pre-Sacchi perché non ha mai esasperato un concetto di gioco, perché in teoria preferisce la prudenza agli attacchi in massa. Però ha la simpatia di Arrigo e dei suoi seguaci, perché alla fine Claudio è uno di loro anche se ha cambiato sempre prospettiva: “Io non posso essere schiavo di uno schema, mi piace l’individualità. Però ho difeso Sacchi quando attaccarlo era diventato lo sport nazionale”. Quando invitò Maradona a non tornare, lo spacciarono per uno anti-campioni. La storia ha dimostrato il contrario: l’unico con cui davvero è andato ai materassi è stato Romario. Epoca del Valencia. Claudio si fece portare la scheda sul calciatore: 5 miliardi di ingaggio per sette presenze. Totale dei minuti giocati: 74. Perché? Perché il giocatore non era in forma. Ranieri lo convocò: “Ho saputo che ieri sera sei stato fuori fino alle quattro. Di questo passo ti giochi i mondiali”. Romario aspettò di tornare in Brasile per vendicarsi: “Con gli schemi di Ranieri, è impossibile fare gol. Non ci riuscirebbe nemmeno Pelé”. Con gli altri, Ranieri s’è divertito: s’è goduto Zola prima a Napoli, poi a Londra, ha allevato Batistuta e Rui Costa, ora si coccola Del Piero e Nedved e Buffon e Trezeguet più di chiunque altro. Però se qualcuno si ricordasse di chiedergli quali sono i calciatori che è stato più felice di allenare, è probabile che risponda come fece alla Gazzetta qualche anno fa: “Francescoli. Non saltava mai un allenamento, non accendeva mai una polemica, era sempre disponibile. Ricordo che, il suo primo anno a Cagliari, non riusciva a rendere ai suoi livelli. Una volta mi disse: ‘Mister, se le lo ritiene opportuno, io sono pronto a farmi da parte’. Un gesto da vero campione: Francescoli aiutò il Cagliari a conquistare la salvezza. Nell’intervallo delle partite, i massaggiatori dovevano fargli degli impacchi al polpaccio. Poi, a fine anno, i medici scoprirono che aveva una tibia incrinata. Capito?”

Gli piaccioni i grandi che non fanno i protagonisti a tutti i costi. Gli piacciono quelli che si sacrificano, ance se sono i più forti. Gli è piaciuto Gianfranco Zola che con lui è diventato numero dieci quando forse trovare un altro dieci a Napoli era impossibile e poi ha chiuso da 25, senza strafare, senza esagerare, senza fare il fenomeno. Sempre così, anche con i presidenti: non riesce a lavorare bene con quelli che vogliono appropriarsi della scena. A Cagliari fu preso da Orrù e andò via prima che arrivasse Cellino, a Napoli chiuse la porta della stanza di Ferlaino il giorno dell’esonero e dopo qualche mese spiegò il motivo dell’addio: “Forse il presidente era un po’ invidioso del fatto che la gente era più pro-Ranieri che pro-Ferlaino”. A Firenze decise di andarsene il 3 gennaio di dieci anni fa, quando si presentò tutto serio in conferenza stampa: “Qui sento di aver fatto il mio tempo. Ho la sensazione di star seduto su un vulcano”. Ci rimase qualche altro mese, prima di mollare a fine campionato.

A Valencia mollò tutto prima che arrivasse Soler, il palazzinaro figlio di papà che ha costruito una squadra infame e antipatica. A Londra ha resistito solo per poco con Abramovich. Col Chelsea, Claudio è diventato global: ha cominciato a fare i paralleli con il calcio italiano, a raccontare differenze e analogie, a ricordare il modello anti-violenza e il caso economico della Premier League. Gli è piaciuta la vita british anche se continua a ripetere che il pezzo di sé l’ha lasciato a Valencia. Però al Chelsea è entrato nelle radici del club tanto che quando se ne è andato per far spazio a Mourinho, la società non credeva di dover faticare tanto per farlo dimenticare alla gente. Il suo ricordo ha continutato ad aleggiare per mesi: una specie di passaparola che oggi dev’essere tornato di moda, visto che José se ne è andato via sms. Comunque all’epoca, tre anni fa, per cancellare questa specie di fantasma italiano che si muoveva sulle gradinate di Stamford Bridge, il Chelsea ha cominciato una specie di campagna di cancellazione.

A settembre 2004, ha scritto il Mirror, è stata fatta circolare tra lo staff dei Blues una mail in cui si invitava a non menzionare in nessun contesto l'uscita dell'autobiografia di Ranieri, “Proud Man Walking”. Quasi contemporaneamente, il nome dell'ex tecnico è scomparso dal sito del club, dal match-day programma e da tutta la pubblicistica ufficiale del club. Secondo il tabloid i vertici dei Blues hanno invitato i propri giornalisti a citare il meno possibile il nome di Ranieri nei loro articoli, nelle trasmissioni di Chelsea Tv così come nei programmi radiofonici di radio station Big Blue. Quando gliel’hanno raccontato, Claudio s’è fatto una risata. Forse c’è rimasto male, ma non s’è visto. Ha coperto con un suono caldo. Bello grasso, come quelli che gli si sentono fare ogni tanto in diretta, quando decide di auto-rilassarsi e smettere i panni del paludato e serioso allenatore, allora tira fuori una battuta di Eduardo de Filippo. Che alla fine poi neppure lui sa quale parte di sé gli piaccia di più: si vede col completo di Pignatelli a reverve stretto e cravattino nero e però si vede anche figlio di Mario e difensore che in allenamento a Catanzaro doveva tenere Massimo Palanca e a un certo punto non ce la faceva più. Si vede anche rompiscatole, che è una parola adorata e usata come segno distintivo: arrivò in A col Cagliari e gli chiesero mister qual è l’obiettivo di quest’anno? “Salvarci e poi rompere le scatole a tutti”. Uguale a Firenze con un’idea un po’ articolata: “Dobbiamo essere i rompiscatole del campionato. Quello che dà fastidio a Juve e Milan”. A Parma pure: “Per salvarci abbiamo un solo modo. Fare i rompiscatole, andare ovunque a giocare per vincere”. Alla Juve ancora: “Ci sono squadre che hanno fatto un mercato più forte del nostro. Noi siamo i rompiscatole di questa stagione”. L’ha detto a inizio campionato e non lo ripete più: Cagliari, Livorno, Udinese. Prima deve mettere a posto la difesa. L’ha capito domenica scorsa, quando ha visto Tomas Zapotocny entrare in area della Juve e fare sette metri prima che qualcuno gli si mettesse davanti. I rompiscatole sono altri. Lui è la Juve, non è la stessa cosa. E comunque Zapotocny giocava sulla fascia di Chiellini.

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