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Caterina Caselli

di Maria Giovanna Maglie

“Cantava come una lavandaia ma io ero attratto proprio da quella diversità della voce”. Così disse Paolo Conte, che con lei lavora da tanti anni, che le ha scritto quell’“ Insieme a te non ci sto più” tornato un po’ piagnone ma più in auge che mai nella vulgata morettiana. Cantava solo apparentemente come le pareva, ché di lezioni ne aveva prese, e tante, dal famoso maestro Ivo Callegari di Modena, a spese di mamma e papà che a Sassuolo di soldi ne facevano pochini, ma alle aspirazioni di quella figlia dura come l’acciaio ci tenevano. Il gruppo l’aveva messo su a quattordici anni, nel 1960, si chiamava Gli amici, lei cantante e bassista, e nel 1964 ce la fece e andò a Castrocaro.

1 Settembre 2009 alle 00:00

di Maria Giovanna Maglie

“Cantava come una lavandaia ma io ero attratto proprio da quella diversità della voce”. Così disse Paolo Conte, che con lei lavora da tanti anni, che le ha scritto quell’“ Insieme a te non ci sto più” tornato un po’ piagnone ma più in auge che mai nella vulgata morettiana. Cantava solo apparentemente come le pareva, ché di lezioni ne aveva prese, e tante, dal famoso maestro Ivo Callegari di Modena, a spese di mamma e papà che a Sassuolo di soldi ne facevano pochini, ma alle aspirazioni di quella figlia dura come l’acciaio ci tenevano. Il gruppo l’aveva messo su a quattordici anni, nel 1960, si chiamava Gli amici, lei cantante e bassista, e nel 1964 ce la fece e andò a Castrocaro. Andava a fiuto e ci metteva una tenacia da pugile. Andrà avanti così tutta la vita, anche quando da cantante si farà talent-scout temuta e perfino odiata, anche quando si farà non solo imprenditrice ma un vero capitano d’industria. Canta i Rolling Stones e i Monkees, Donovan, Marvin Gaye, Otis Redding e i Them di Van Morrison, quel “Baby, please don’t go” che diventa “Sono qui con voi”. Fa la sua impressione nell’Italia tardo-neorealista, soprattutto dopo aver mollato per un po’ le balere emiliane per un giretto al Piper Club di Crocetta a Roma.

Gli stivali bianchi e i button sul giubbetto già se li metteva da sola, ma l’immagine definitiva gliela fecero i Vergottini, che avevano studiato a Londra. Diventò una Mary Quant biondissima e un po’ dentona, mai patinata, che ribelle restava sempre in almeno un particolare. Era però pronta per la popolarità, voce da lavandaia o no, e fu il destino a Sanremo nel 1966 a farle portare con tanto di coretto, che allora usava, “Nessuno mi può giudicare”. Trentaquattro anni dopo la signora Sugar commenterà con lieve compiacimento la decisione ufficiale degli organizzatori del Gay Pride di fare di quella vecchia canzone l’inno della manifestazione: “È bello quando una canzonetta attraversa il tempo e continua a restare nell’inconscio di tutti”. Poi è arrivato anche Nanni Moretti, e la consacrazione si può dire completa. Non è detto però che alla signora Sugar importi più di tanto delle sorti di Caterina Caselli; o forse sì, gliene importa, se serve a portare ancora più su il marchio dell’azienda. L’azienda per la verità già c’era, era quella dei Sugar, la CGD, casa discografica di importanza media, che Caterina sposa nel giugno del 1969, e a cui dà un erede nel 1971. Da esperta del mondo delle canzonette qual era già allora, Caterina capisce che è meglio chiudere in bellezza, finché dura l’ondata pop che le si adatta; non canterà più, il casco d’oro l’ha già lasciato a casa da due anni, mentre studia da signora e imprenditrice, Milano e l’area socialista liberale come patria elettiva. Quel che più le piace è la caccia di giovani talenti, si chiamerà Ascolto la casa discografica che dal 1978 produce Pierangelo Bertoli, Fanigliulo e Mauro Pagani, gli Area. Ascolto è la chicca, presto la signora comincia a lavorare per la casa madre, lancia un cantante che durerà, Enrico Ruggeri, ne produce un altro che fa nel suo piccolo la storia d’Italia, Paolo Conte. Scriveva da tanto canzoni per gli altri, da “Sotto le stelle del jazz” in avanti scriverà per sé e sarà legato senza riserve alla signora della canzone, quella che canta come una lavandaia ma è importante come Celentano, ed è anche una grandissima imprenditrice. Ornella Vanoni incide con lei, che si inventa per un Sanremo 1987 un trio improbabile, Tozzi-Morandi-Ruggeri, con “Si può dare di più”. E vince. Il maschio di casa da allora è Caterina. Nel 1989, venduta la CGD, fonda Sugar e va ai mondiali di calcio del 1990, sezione inno ufficiale.

E l’“Estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato è prima in classifica per nove mesi in Italia, Europa e Sudamerica. È allora che il gioco si fa serio, la signora è la prima italiana a produrre una canzone sigla di un evento internazionale, da allora tutti la prenderanno sul serio e la invidieranno tanto. Lei è frenetica, comincia a portare giubbetto già se li metteva da sola, ma l’immagine definitiva gliela fecero i Vergottini, che avevano studiato a Londra. Diventò una Mary Quant biondissima e un po’ dentona, mai patinata, che ribelle restava sempre in almeno un particolare. Era però pronta per la popolarità, voce da lavandaia o no, e fu il destino a Sanremo nel 1966 a farle portare con tanto di coretto, che allora usava, “Nessuno mi può giudicare”. Trentaquattro anni dopo la signora Sugar commenterà con lieve compiacimento la decisione ufficiale degli organizzatori del Gay Pride di fare di quella vecchia canzone l’inno della manifestazione: “È bello quando una canzonetta attraversa il tempo e continua a restare nell’inconscio di tutti”. Poi è arrivato anche Nanni Moretti, e la consacrazione si può dire completa. Non è detto però che alla signora Sugar importi più di tanto delle sorti di Caterina Caselli; o forse sì, gliene importa, se serve a portare ancora più su il marchio dell’azienda. L’azienda per la verità già c’era, era quella dei Sugar, la CGD, casa discografica di importanza media, che Caterina sposa nel giugno del 1969, e a cui dà un erede nel 1971. Da esperta del mondo delle canzonette qual era già allora, Caterina capisce che è meglio chiudere in bellezza, finché dura l’ondata pop che le si adatta; non canterà più, il casco d’oro l’ha già lasciato a casa da due anni, mentre studia da signora e imprenditrice, Milano e l’area socialista liberale come patria elettiva.

Quel che più le piace è la caccia di giovani talenti, si chiamerà Ascolto la casa discografica che dal 1978 produce Pierangelo Bertoli, Fanigliulo e Mauro Pagani, gli Area. Ascolto è la chicca, presto la signora comincia a lavorare per la casa madre, lancia un cantante che durerà, Enrico Ruggeri, ne produce un altro che fa nel suo piccolo la storia d’Italia, Paolo Conte. Scriveva da tanto canzoni per gli altri, da “Sotto le stelle del jazz” in avanti scriverà per sé e sarà legato senza riserve alla signora della canzone, quella che canta come una lavandaia ma è importante come Celentano, ed è anche una grandissima imprenditrice. Ornella Vanoni incide con lei, che si inventa per un Sanremo 1987 un trio improbabile, Tozzi-Morandi-Ruggeri, con “Si può dare di più”. E vince. Il maschio di casa da allora è Caterina. Nel 1989, venduta la CGD, fonda Sugar e va ai mondiali di calcio del 1990, sezione inno ufficiale. E l’“Estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato è prima in classifica per nove mesi in Italia, Europa e Sudamerica. È allora che il gioco si fa serio, la signora è la prima italiana a produrre una canzone sigla di un evento internazionale, da allora tutti la prenderanno sul serio e la invidieranno tanto. Lei è frenetica, comincia a portare  giubbetto già se li metteva da sola, ma l’immagine definitiva gliela fecero i Vergottini, che avevano studiato a Londra. Diventò una Mary Quant biondissima e un po’ dentona, mai patinata, che ribelle restava sempre in almeno un particolare. Era però pronta per la popolarità, voce da lavandaia o no, e fu il destino a Sanremo nel 1966 a farle portare con tanto di coretto, che allora usava, “Nessuno mi può giudicare”. Trentaquattro anni dopo la signora Sugar commenterà con lieve compiacimento la decisione ufficiale degli organizzatori del Gay Pride di fare di quella vecchia canzone l’inno della manifestazione: “È bello quando una canzonetta attraversa il tempo e continua a restare nell’inconscio di tutti”.

Poi è arrivato anche Nanni Moretti, e la consacrazione si può dire completa. Non è detto però che alla signora Sugar importi più di tanto delle sorti di Caterina Caselli; o forse sì, gliene importa, se serve a portare ancora più su il marchio dell’azienda. L’azienda per la verità già c’era, era quella dei Sugar, la CGD, casa discografica di importanza media, che Caterina sposa nel giugno del 1969, e a cui dà un erede nel 1971. Da esperta del mondo delle canzonette qual era già allora, Caterina capisce che è meglio chiudere in bellezza, finché dura l’ondata pop che le si adatta; non canterà più, il casco d’oro l’ha già lasciato a casa da due anni, mentre studia da signora e imprenditrice, Milano e l’area socialista liberale come patria elettiva. Quel che più le piace è la caccia di giovani talenti, si chiamerà Ascolto la casa discografica che dal 1978 produce Pierangelo Bertoli, Fanigliulo e Mauro Pagani, gli Area. Ascolto è la chicca, presto la signora comincia a lavorare per la casa madre, lancia un cantante che durerà, Enrico Ruggeri, ne produce un altro che fa nel suo piccolo la storia d’Italia, Paolo Conte. Scriveva da tanto canzoni per gli altri, da “Sotto le stelle del jazz” in avanti scriverà per sé e sarà legato senza riserve alla signora della canzone, quella che canta come una lavandaia ma è importante come Celentano, ed è anche una grandissima imprenditrice. Ornella Vanoni incide con lei, che si inventa per un Sanremo 1987 un trio improbabile, Tozzi-Morandi-Ruggeri, con “Si può dare di più”. E vince. Il maschio di casa da allora è Caterina. Nel 1989, venduta la CGD, fonda Sugar e va ai mondiali di calcio del 1990, sezione inno ufficiale. E l’“Estate italiana” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato è prima in classifica per nove mesi in Italia, Europa e Sudamerica. È allora che il gioco si fa serio, la signora è la prima italiana a produrre una canzone sigla di un evento internazionale, da allora tutti la prenderanno sul serio e la invidieranno tanto. Lei è frenetica, comincia a portare  amico Guccini, il Morandi ripescato e la schiera di ragazzi e ragazzini che culminerà (per ora) nel 2001 con i Gazosa a Sanremo, cinquant’anni in quattro e qualche polemica.

Il vero colpo da maestro, il colpo di una vita di Caterina Caselli
Sugar è Andrea Bocelli, pop e lirico, cieco e bellone, la sintesi senza eguali di trash e bel canto. Dai tempi della grande Oriana Fallaci nessuno conquistava l’America così stabilmente. Lei lo scalda piano piano, comincia con le “Giovani proposte” di Sanremo nel 1994, tutti in piedi per applaudirlo al Teatro Ariston di Sanremo. L’anno dopo è sempre lei che gli costruisce addosso “Con te partirò”, e partono per davvero. Stati Uniti, Australia, Germania, Gran Bretagna vendite di tre quattro milioni di dischi per paese, finché la rivista ufficiale delle classifiche mondiali, Billboard, non decreta nel 1997 che la Sugar è la terza produttrice d’Europa, che mai una etichetta italiana era riuscita così impetuosamente a passare le frontiere. È già nata da tempo la fama della signora glaciale e spietata, che spolpa fino agli ossicini le sue scoperte e quando non servono più, o la campagna di lancio si rivela sbagliata, li butta giù dal castello incantato. Lei risponde a colpi di comunicati stampa e di piccole calibrate interviste, spiega che la sua è una bottega artigiana, dove ogni particolare è curato fino all’esasperazione, il rispetto per la tradizione si deve armonizzare con la ricerca del nuovo, e così, solo così, un po’ come una griffe del made in Italy si raggiungono i risultati di Davide contro i Golia del mercato massificato mondiale. Poi si dà al cinema, fa l’attrice in un filmetto d’élite, anche troppo, “Tutti giù per terra”; torna in televisione per Rai Tre, con “Qualcuno mi può giudicare”, titolo da lei voluto, forse perché gli avversari si rodano meglio il fegato; rilancia il “liscio” della sua infanzia, balere e lambrusco ma niente Raul Casadei. Si rimette pure, era una vecchia tradizione della Sugar, a produrre colonne sonore di film, come “Tano da morire”, imprevedibile successo (ma lei lo aveva previsto) di Roberta Torre. Basterebbe Bocelli per far stare tranquilla l’imprenditrice Sugar: il pop tenore entra ed esce dalla Casa Bianca, Clinton non può vivere senza di lui, Bush la penserà allo stesso modo; prende tutti i riconoscimenti internazionali, compreso il Golden Globe per il quale gli artisti americani ogni anno spasimano e sono praticamente pronti a tutto; vende, tra 1997 e 1999, circa quaranta milioni di dischi.

Ma per Caterina tutto non è mai abbastanza, c’è Sanremo da vincere possibilmente in tutte le sezioni disponibili, video e produzioni internazionali. È diventata nonna e sotto i capelli lunghi e un po’ ricci porta poco trucco, veste sportivo o al massimo etno chic. È così naturalmente raffinata che Sassuolo sembra lontano da lei come Pozzuoli dalla Loren. La chiamano la signora Mida e non lo dicono con aria lieve, suggeriscono pressioni e strapotere fra i giurati di Sanremo e non solo, insomma Sugar e affiliate sarebbero diventate una piccola Microsoft che soffoca la libertà d’impresa discografica in Italia. Lei per una volta risponde. L’invidia, spiega, non porta bene a chi la coltiva; la sua è una piccola azienda, e non un colosso, solo che lei si comporta come avrebbe tanto voluto che i discografici avessero fatto con lei trent’anni fa. Artigiani di talento, lei e suo figlio Filippo. Una coppia alla pari, altro che matriarcato e uomini estromessi. Caterina Caselli Sugar lavora tanto e frequenta poco. Quando tutti erano più giovani cantava ancora a casa di un caro amico milanese, da dilettanti, con la chitarra di famiglia. Quando lui subì l’esilio, lei continuò ad andarlo a trovare, però non cantarono più. In Italia il suo talento e i suoi successi vengono mandati giù con gran pena; altrove sarebbe una madre della patria.

L'amico Guccini, il Morandi ripescato e la schiera di ragazzi e ragazzini che culminerà (per ora) nel 2001 con i Gazosa a Sanremo, cinquant’anni in quattro e qualche polemica. Il vero colpo da maestro, il colpo di una vita di Caterina Caselli Sugar è Andrea Bocelli, pop e lirico, cieco e bellone, la sintesi senza eguali di trash e bel canto. Dai tempi della grande Oriana Fallaci nessuno conquistava l’America così stabilmente. Lei lo scalda piano piano, comincia con le “Giovani proposte” di Sanremo nel 1994, tutti in piedi per applaudirlo al Teatro Ariston di Sanremo. L’anno dopo è sempre lei che gli costruisce addosso “Con te partirò”, e partono per davvero. Stati Uniti, Australia, Germania, Gran Bretagna vendite di tre quattro milioni di dischi per paese, finché la rivista ufficiale delle classifiche mondiali, Billboard, non decreta nel 1997 che la Sugar è la terza produttrice d’Europa, che mai una etichetta italiana era riuscita così impetuosamente a passare le frontiere. È già nata da tempo la fama della signora glaciale e spietata, che spolpa fino agli ossicini le sue scoperte e quando non servono più, o la campagna di lancio si rivela sbagliata, li butta giù dal castello incantato. Lei risponde a colpi di comunicati stampa e di piccole calibrate interviste, spiega che la sua è una bottega artigiana, dove ogni particolare è curato fino all’esasperazione, il rispetto per la tradizione si deve armonizzare con la ricerca del nuovo, e così, solo così, un po’ come una griffe del made in Italy si raggiungono i risultati di Davide contro i Golia del mercato massificato mondiale. Poi si dà al cinema, fa l’attrice in un filmetto d’élite, anche troppo, “Tutti giù per terra”; torna in televisione per Rai Tre, con “Qualcuno mi può giudicare”, titolo da lei voluto, forse perché gli avversari si rodano meglio il fegato; rilancia il “liscio” della sua infanzia, balere e lambrusco ma niente Raul Casadei.

Si rimette pure, era una vecchia tradizione della Sugar, a produrre colonne sonore di film, come “Tano da morire”, imprevedibile successo (ma lei lo aveva previsto) di Roberta Torre. Basterebbe Bocelli per far stare tranquilla l’imprenditrice Sugar: il pop tenore entra ed esce dalla Casa Bianca, Clinton non può vivere senza di lui, Bush la penserà allo stesso modo; prende tutti i riconoscimenti internazionali, compreso il Golden Globe per il quale gli artisti americani ogni anno spasimano e sono praticamente pronti a tutto; vende, tra 1997 e 1999, circa quaranta milioni di dischi. Ma per Caterina tutto non è mai abbastanza, c’è Sanremo da vincere possibilmente in tutte le sezioni disponibili, video e produzioni internazionali. È diventata nonna e sotto i capelli lunghi e un po’ ricci porta poco trucco, veste sportivo o al massimo etno chic. È così naturalmente raffinata che Sassuolo sembra lontano da lei come Pozzuoli dalla Loren. La chiamano la signora Mida e non lo dicono con aria lieve, suggeriscono pressioni e strapotere fra i giurati di Sanremo e non solo, insomma Sugar e affiliate sarebbero diventate una piccola Microsoft che soffoca la libertà d’impresa discografica in Italia. Lei per una volta risponde. L’invidia, spiega, non porta bene a chi la coltiva; la sua è una piccola azienda, e non un colosso, solo che lei si comporta come avrebbe tanto voluto che i discografici avessero fatto con lei trent’anni fa.

Artigiani di talento, lei e suo figlio Filippo.
Una coppia alla pari, altro che matriarcato e uomini estromessi. Caterina Caselli Sugar lavora tanto e frequenta poco. Quando tutti erano più giovani cantava ancora a casa di un caro amico milanese, da dilettanti, con la chitarra di famiglia. Quando lui subì l’esilio, lei continuò ad andarlo a trovare, però non cantarono più. In Italia il suo talento e i suoi successi vengono mandati giù con gran pena; altrove sarebbe una madre della patria. amico Guccini, il Morandi ripescato e la schiera di ragazzi e ragazzini che culminerà (per ora) nel 2001 con i Gazosa a Sanremo, cinquant’anni in quattro e qualche polemica. Il vero colpo da maestro, il colpo di una vita di Caterina Caselli Sugar è Andrea Bocelli, pop e lirico, cieco e bellone, la sintesi senza eguali di trash e bel canto. Dai tempi della grande Oriana Fallaci nessuno conquistava l’America così stabilmente. Lei lo scalda piano piano, comincia con le “Giovani proposte” di Sanremo nel 1994, tutti in piedi per applaudirlo al Teatro Ariston di Sanremo. L’anno dopo è sempre lei che gli costruisce addosso “Con te partirò”, e partono per davvero. Stati Uniti, Australia, Germania, Gran Bretagna vendite di tre quattro milioni di dischi per paese, finché la rivista ufficiale delle classifiche mondiali, Billboard, non decreta nel 1997 che la Sugar è la terza produttrice d’Europa, che mai una etichetta italiana era riuscita così impetuosamente a passare le frontiere.

È già nata da tempo la fama della signora glaciale e spietata, che spolpa fino agli ossicini le sue scoperte e quando non servono più, o la campagna di lancio si rivela sbagliata, li butta giù dal castello incantato. Lei risponde a colpi di comunicati stampa e di piccole calibrate interviste, spiega che la sua è una bottega artigiana, dove ogni particolare è curato fino all’esasperazione, il rispetto per la tradizione si deve armonizzare con la ricerca del nuovo, e così, solo così, un po’ come una griffe del made in Italy si raggiungono i risultati di Davide contro i Golia del mercato massificato mondiale. Poi si dà al cinema, fa l’attrice in un filmetto d’élite, anche troppo, “Tutti giù per terra”; torna in televisione per Rai Tre, con “Qualcuno mi può giudicare”, titolo da lei voluto, forse perché gli avversari si rodano meglio il fegato; rilancia il “liscio” della sua infanzia, balere e lambrusco ma niente Raul Casadei. Si rimette pure, era una vecchia tradizione della Sugar, a produrre colonne sonore di film, come “Tano da morire”, imprevedibile successo (ma lei lo aveva previsto) di Roberta Torre. Basterebbe Bocelli per far stare tranquilla l’imprenditrice Sugar: il pop tenore entra ed esce dalla Casa Bianca, Clinton non può vivere senza di lui, Bush la penserà allo stesso modo; prende tutti i riconoscimenti internazionali, compreso il Golden Globe per il quale gli artisti americani ogni anno spasimano e sono praticamente pronti a tutto; vende, tra 1997 e 1999, circa quaranta milioni di dischi. Ma per Caterina tutto non è mai abbastanza, c’è Sanremo da vincere possibilmente in tutte le sezioni disponibili, video e produzioni internazionali. È diventata nonna e sotto i capelli lunghi e un po’ ricci porta poco trucco, veste sportivo o al massimo etno chic. È così naturalmente raffinata che Sassuolo sembra lontano da lei come Pozzuoli dalla Loren.

La chiamano la signora Mida e non lo dicono con aria lieve
, suggeriscono pressioni e strapotere fra i giurati di Sanremo e non solo, insomma Sugar e affiliate sarebbero diventate una piccola Microsoft che soffoca la libertà d’impresa discografica in Italia. Lei per una volta risponde. L’invidia, spiega, non porta bene a chi la coltiva; la sua è una piccola azienda, e non un colosso, solo che lei si comporta come avrebbe tanto voluto che i discografici avessero fatto con lei trent’anni fa. Artigiani di talento, lei e suo figlio Filippo. Una coppia alla pari, altro che matriarcato e uomini estromessi. Caterina Caselli Sugar lavora tanto e frequenta poco. Quando tutti erano più giovani cantava ancora a casa di un caro amico milanese, da dilettanti, con la chitarra di famiglia. Quando lui subì l’esilio, lei continuò ad andarlo a trovare, però non cantarono più. In Italia il suo talento e i suoi successi vengono mandati giù con gran pena; altrove sarebbe una madre della patria.    

In breve

È nata a Modena il 10 aprile 1946. A vent’anni è la rivelazione di Sanremo con “Nessuno mi può giudicare”. Da “Perdono” a “Insieme a te non ci sto più”, scritta da Paolo Conte, i successi si susseguono. Negli anni 70 abbandona il palcoscenico, diventa produttore. Ha scoperto talenti come Bertoli, Pagani, gli Area; ha prodotto Ruggeri e Conte; ha inventato il trio Tozzi-Morandi- Ruggeri che vince il Festival nell’87. Nell’89 fonda una nuova etichetta, Sugar. Tra le altre scoperte: Bocelli ed Elisa, vincitrice dell’ultimo Sanremo.

 Maria Giovanna Maglie è stata inviato televisivo e della carta stampata, scrive per il Foglio e per altre testate. 
 

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