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Muammar Gheddafi

Tripoli, 11 giugno 1970. Il 1° settembre dell’anno precedente re Idris I è stato destituito da un colpo di Stato, mentre si trovava in vacanza nel centro termale turco di Bursa con la moglie e un seguito di trentacinque persone. Leader del nuovo regime è un capitano delle Trasmissioni di nome Muammar Gheddafi, che una volta al potere si è autopromosso colonnello.

27 Agosto 2009 alle 00:00

Tripoli, 11 giugno 1970. Il 1° settembre dell’anno precedente re Idris I è stato destituito da un colpo di Stato, mentre si trovava in vacanza nel centro termale turco di Bursa con la moglie e un seguito di trentacinque persone. Leader del nuovo regime è un capitano delle Trasmissioni di nome Muammar Gheddafi, che una volta al potere si è autopromosso colonnello. A 27 anni, è il più giovane capo di Stato del mondo.

In principio non è lui a trattare direttamente con William Rogers, il segretario di Stato Usa, cui i dirigenti del governo rivoluzionario chiedono la chiusura delle basi. I colloqui però vanno per le lunghe, e fuori dal palazzo la folla inveisce. Alla fine, il colonnello non ne può più e irrompe nella sala: divisa kaki da combattimento, mano sul pistolone sfilato a metà dalla fondina. Con un gesto che gli è ancora tipico quando discute, appoggia un piede sulla sedia mentre si tiene il mento con un palmo, e parla. «Rogers, io non so proprio che cosa lei stia cercando di trattare. Da questo momento lei ha tre ore di tempo per dirmi, con esattezza, quante settimane vi servono per sbaraccare e andarvene. Una settimana o due? Quanto? Naturalmente, ci pagherete l’affitto della terra dal 1954 a oggi, l’energia elettrica che avete consumato, l’acqua, le bollette del telefono, tutto per sedici anni. Intendiamoci: partono gli uomini, non le armi. Armi, aerei, carri armati, missili, apparecchiature se volete riprenderli ce li dovete pagare al prezzo di oggi e come se fossero nuovi di fabbrica. Qualcosa in contrario? Perché se c’è qualcosa in contrario lo dico al popolo, qui sotto, in piazza. E ci pensa il popolo a persuadervi».

Tripoli, trentaquattro anni dopo. Gheddafi è ancora al potere. Ma invece di esigere il ritiro americano a forza di tumulti popolari è lui che si è dovuto piegare a rinunciare alle armi di distruzione di massa che la Libia stava approntando: in particolare la bomba atomica, ma anche l’iprite e il gas nervino dell’impianto di Rabta, e forse perfino armi batteriologiche. È la seconda resa agli angloamericani, dopo che nel 1999 ha accettato di consegnare alla magistratura scozzese i due indiziati della strage di Lockerbie. E quando il 7 ottobre del 1999 è Berlusconi il primo leader straniero a venire in visita dopo la fine dell’ostracismo, un terzo gesto Gheddafi lo fa verso l’Italia: cancella la «giornata della vendetta» che commemorava la sconfitta delle nostre truppe coloniali a Sciara Sciat del 24 ottobre 1911, e permette di tornare in visita ad alcuni di quei 20.000 nostri connazionali che furono da lui espulsi il 21 luglio 1970 assieme a 40.000 ebrei. Anzi, dice che se glielo chiedono farà una foto ricordo assieme a loro.

L’Italia diventa poi il megafono attraverso cui spiega al mondo la sua evoluzione, quando il 6 dicembre riceve a Tripoli l’équipe Rai di Giovanni Minoli. Con sorpresa, quando dopo aver attraversato una città dal traffico caotico la troupe passa la triplice cinta di mura che circonda la residenza ufficiale, vi scopre un piccolo angolo di deserto. Tra palme e cammelli vi è infatti un gruppo di tende, tra le quali trascorre la vita il raìs. Solo sotto una tenda riesce infatti a dormire tranquillo, anche se forse non le fa più spostare ogni notte di qualche centinaio di chilometri, come avveniva al tempo in cui gli fece un’altra famosa intervista Oriana Fallaci.

Altro cambiamento: Gheddafi non si presenta più in divisa ma in una bizzarra camicetta chiara, decorata da mappe dell’Africa in marrone. Nel frattempo l’indefesso propugnatore dell’unità araba è infatti arrivato alla conclusione che il panarabismo è una chimera, è quindi uscito dalla Lega araba e si è dedicato a un’altra causa, quella dell’unità africana. Nell’intervista chiede all’Europa di trattare direttamente con l’Africa senza mescolarvi i dibattiti con i Paesi del Medio Oriente mediterraneo: «Sono Asia, è un’altra cosa». Il vecchio panislamista dice pure che se l’Unione europea ammetterà la Turchia tra i suoi Stati membri «avrà fatto entrare il cavallo di Troia di Bin Laden». E si vanta di aver fatto vincere le elezioni a George W. Bush: «Alla decisione della Libia di rinunciare al suo programma nucleare deve almeno il 50 per cento del successo della sua campagna elettorale». Insomma, il suo è il vero «Islam moderato»: «Né reazionario, né terrorista». Chiama alla sorveglianza contro i «regimi teocratici tipo quello dei talebani», e dichiara addirittura di sentirsi cittadino di quell’Italia cui per tanti anni ha continuato a rimproverare il passato imperialista e a rivendicare i danni di guerra, appellandosi proprio alle leggi promulgate dall’amministrazione coloniale che concedevano ai libici la cittadinanza italiana. «Potrei candidarmi alle elezioni» annuncia ridendo.

Un personaggio dunque totalmente diverso da quello che nel 1970 minacciò Rogers? Anche ora dice di parlare in nome del popolo, anzi, dice che è il popolo il vero sovrano in Libia. «Se io fossi al potere sarei già finito da tanto tempo. Il potere l’ho consegnato al popolo libico nel 1977». In effetti, dal punto di vista formale lui non ha oggi alcuna carica, se non quelle onorifiche di «Leader fraterno e Guida della Rivoluzione», che a un occidentale forse ricordano in modo preoccupante il «Grande Fratello» di George Orwell, ma tant’è. E l’altra carica di «Guida della Grande Rivoluzione del Primo Settembre della Jamahiriya socialista popolare araba libica»: l’abbiamo già spiegato, ma forse è utile ricordare ancora come Jamahiriya sia un neologismo creato dallo stesso Gheddafi modificando il termine jumuhiriya, «repubblica», in modo da farlo significare qualcosa tipo «Stato delle masse». L’uno e l’altro titolo lui li traduce in questi termini: «Sono l’incaricato di mobilitare il popolo a esercitare il potere senza rappresentanza»; «La rappresentanza è impostura ». Se entrasse in politica in Italia, dice, lo farebbe per «consegnare anche al popolo italiano il potere», attraverso il sistema di democrazia diretta per congressi del popolo e comitati di base previsto dal suo Libro verde. «Il comunismo è morto, ma ora verrà anche il turno del capitalismo. Resterà solo il socialismo popolare».
Il figlio del deserto

Nell’intervista concessa alla Rai Gheddafi parla anche del deserto. «Il deserto è pulizia, è purezza, è quiete, è una delle grandi testimonianze di Dio. Io non potrei vivere senza il deserto». Ma ammette che i suoi figli appartengono ormai a «un’altra generazione»: dal terzo figlio maschio Al-Sa’adi, che fa il calciatore in Italia, alla femmina Ayesha, l’avvocatessa che ha difeso Saddam Hussein. Il secondogenito, il pittore laureato alla London School of Economics Sayf al-Islam (Spada dell’Islam), è comunque indicato come possibile successore.

Nel deserto Gheddafi vi è nato, in una tenda di pelli di capra a 20 chilometri a sud di Sirte, da due beduini analfabeti. La data di nascita esatta non si sa, perché allora i nomadi si sottraevano ancora all’obbligo della registrazione anagrafica. Ma viene collocata attorno al 1942: cioè proprio mentre in Libia infuria la lotta tra le truppe italo-tedesche di Rommel e gli inglesi di Montgomery. Sull’avambraccio destro Muammar porta ancora la lunga cicatrice lasciatagli da una mina italiana che scoppiò in un campo dove stava giocando quando aveva 6 anni, e che gli uccise due cugini.

Più tardi, tra i 4 e i 19 anni, frequenta le scuole islamiche. È così povero, racconterà la madre, che dorme in moschea, per tornare con una camminata di 30 chilometri a dare una mano ai genitori nel week end islamico, giovedì e venerdì. Una volta è sospeso, per aver invitato un’insegnante di madrelingua inglese ad andarsene dal Paese. Ma quando poi si iscrive all’Accademia militare di Bengasi sarà mandato tra il 1965 e il 1966 proprio in Inghilterra, per studiare Trasmissioni a Sandhurst. Anche Chávez, vedremo, ha la stessa specializzazione: l’essere esperti in comunicazioni, evidentemente, aiuta sia a conquistare il potere, sia a gestirlo una volta conquistato. Dopo l’«Operazione Gerusalemme», nome in codice del golpe, sarà appunto Gheddafi a parlare alla radio, per promettere una società «in cui nessuno sarà né padrone né servo».

In quel momento grazie al petrolio la Libia ha il reddito pro capite più alto dell’Africa. Ma è distribuito malissimo, e disperso in gran parte in sprechi e corruzione. La rivoluzione raddoppia i salari minimi e dimezza gli stipendi dei ministri, creando ospedali e ambulatori e promuovendo la partecipazione dei lavoratori alla proprietà delle imprese. Ma Gheddafi è anche il primo antesignano di quella che sarà negli anni a venire l’agitazione integralista. Bandisce infatti l’alcol, chiude i casinò e i locali notturni, fa sparire i caratteri latini dalle insegne, vieta perfino le lingue straniere nelle scuole.

Fonte del diritto è proclamata la sharia, anche se in seguito ci si renderà conto che il raìs la interpreta a modo suo, escludendo in particolare tutti quei «detti» attribuiti dalla tradizione al Profeta, che però non fanno parte del corpus del Corano. Un’innovazione che per il mondo musulmano è quasi l’equivalente della Riforma di Lutero.

Comunque è all’unità islamica che Gheddafi esorta nei suoi primi appelli radio. «Tendeteci la mano; apriteci i vostri cuori; dimenticate le avversità e fate fronte, saldati in un unico blocco, al nemico della nazione araba, al nemico dell’Islam, al nemico dell’umanità; quel nemico che ha bruciato i nostri santuari e irriso il nostro onore. Ritroveremo così la nostra gloria e mostrandoci degni del nostro retaggio, vendicheremo la nostra dignità calpestata e i diritti violati».

Dopo che nel corso del primo anno di potere aveva proceduto alla chiusura delle basi militari straniere, alla nazionalizzazione delle imprese e alla cacciata di italiani ed ebrei, il 27 dicembre 1970 Gheddafi sottoscrive con il presidente egiziano Nasser e con il sudanese Nimeiry una Carta di Tripoli per federare i tre Stati. In seguito tenterà nel 1971 la Federazione delle Repubbliche arabe con Egitto e Siria; nel 1972 un’integrazione bilaterale con l’Egitto; nel 1974 una Repubblica araba islamica con la Tunisia; nel 1981 un’unione con il Ciad; nel 1984 una federazione con il Marocco.
Un disastro dopo l’altro. Con l’Egitto, finirà addirittura con una mini guerra di confine quando Sadat va a Gerusalemme, seguita da tali manifestazioni di giubilo in Libia quando il presidente egiziano è assassinato che Gheddafi sarà accusato di aver organizzato l’attentato. Un’altra mini-guerra di confine ci sarà tra Libia e Tunisia. Con il Marocco non ci sono scontri diretti, per la mancanza di un confine in comune. Ma Gheddafi riconosce e aiuta il Fronte Polisario, animatore della guerriglia contro l’annessione marocchina del Sahara Occidentale.

Un vero e proprio Vietnam libico è la guerra in cui si impantana in Ciad tra il 1980 e il 1987 il corpo di spedizione mandato in appoggio ai seguaci di Goukouni Oueddei in rivolta contro il regime filofrancese di Hissène Habré e con l’obiettivo di annettersi la fascia di Aouzou, ricca di uranio e petrolio. È passata alla storia come «Guerra delle Toyota», per il modo in cui le rapide camionette dei ciadiani fecero a pezzi i pesanti carri armati libici. Un’altra disfatta è quella, nel marzo 1979, del corpo di spedizione inviato in Uganda a sostenere il regime di Idi Amin Dada contro l’invasione dell’esercito tanzaniano, aiutato da milizie di esuli. E andrà male anche il confronto diretto con gli Stati Uniti nel Golfo della Sirte.

Il colonnello e gli americani
L’odio-amore degli americani per Gheddafi è speculare a quello di Gheddafi per gli italiani. Dopo averci cacciato come coloni il raìs ci richiamerà infatti subito come tecnici e imprenditori, mantenendo il nostro Paese come suo primo partner commerciale. Già nel 1972 l’Eni dà vita a una società mista con il governo libico, e la nostra tecnologia fornisce non solo impianti petrolchimici, ingegneria del territorio e macchinari ma perfino armamenti. Nel 1976 Gheddafi compra il 10 per cento delle azioni della Fiat, procurandole oltre ai capitali una straordinaria iniezione di fiducia in un momento difficile. E già nel 1978 si è ricostituita in Libia una comunità di 16.000 italiani. Il 1978 è anche l’anno in cui va a Tripoli il presidente del Consiglio Andreotti, per convincere Gheddafi sulla bontà degli Accordi di Camp David.

Anche gli americani all’inizio hanno continuato a puntare sulla Libia, perfino dopo la piazzata contro Rogers. Per l’amministrazione Nixon in fondo un regime musulmano è comunque anticomunista, e Gheddafi non manca di fare dichiarazione antisovietiche: specie in occasione di quella Guerra indopakistana del 1971 in cui Mosca ha preso le parti di New Delhi contro il Paese islamico, e all’indomani del trattato tra Mosca e Baghdad del 1972. Inoltre Gheddafi appoggia l’espulsione dei consiglieri sovietici decisa dal presidente egiziano Sadat in quello stesso 1972, e ancora nel novembre di quell’anno un editoriale dell’«Observer» definisce Gheddafi «il più grande flagello del comunismo internazionale dopo Foster Dulles. Ha contribuito a impedire l’affermazione dei comunisti in Sudan; ha incoraggiato il presidente egiziano Sadat ad allontanare i consiglieri sovietici. In Africa utilizza armi e denaro per sganciare i movimenti di liberazione del Mozambico e della Guinea-Bissau dall’influenza sovietica. Se non esistesse, gli statunitensi avrebbero dovuto inventarlo».

Poi i rapporti peggiorano, anche per il riavvicinamento tra Tripoli e Mosca, che specie dopo la visita di Gheddafi del 1976 inizia a fornirgli materiale bellico. Ma secondo il biografo di Gheddafi J.K. Cooley ancora sotto l’amministrazione Ford la Cia «era probabilmente più incline a proteggere che non a far cadere Gheddafi», pur se il Pentagono inizia a studiare l’ipotesi di occupazione delle aree petrolifere libiche.

Sotto Carter le tensioni iniziano a venire alla luce, anche se fanno lobbying per la Libia alcuni importanti ambienti affaristici e lo stesso fratello del presidente, Billy. In particolare, Washington è delusa per la mancata risposta alla richiesta di mediazione con l’Iran dopo il rapimento del personale dell’ambasciata Usa a Teheran, mentre la Libia sta portando al parossismo la sua campagna contro la pace tra Egitto e Israele.

Quando Reagan va al potere, dunque, il colonnello è un comodo obiettivo per un’amministrazione che vuole mostrare i muscoli dopo le umiliazioni subite negli ultimi decenni, ma scegliendosi avversari non troppo ostici. Nei Caraibi un ruolo del genere sarà ricoperto alla perfezione dall’isoletta di Grenada, invasa dopo un convulso rivolgimento interno del locale regime marxista. E per la prima volta dal 1945 un Paese cessa di essere comunista: una prima picconata alla dottrina Breznev, destinata in capo a poco a scatenare effetti a catena.

L’equivalente di Grenada in Medio Oriente è Gheddafi. Un «cattivo» stravagante e antipatico quasi come un personaggio cinematografico. Porta i tacchi alti, si trucca, ha le unghie laccate, si fa crescere i capelli, indossa camicioni colorati come un hippy, e fa assurde sparate in cui rivendica alla civiltà islamica praticamente tutto: dall’invenzione del calcio alle opere teatrali, che secondo lui Shakespeare avrebbe copiato da originali arabi. Tutto sommato però è isolato, e alla testa di uno Staterello che non arriva ai 4 milioni di abitanti.

Ovviamente, nel suo tentativo di essere amica di entrambi i contendenti, Libia e Stati Uniti, l’Italia si trova presa fra due fuochi. Da una parte, nel territorio italiano i servizi segreti libici attaccano e uccidono in quantità gli esuli: brutale risposta del regime alla sfida interna che dopo i moti studenteschi del 1976, le purghe di intellettuali del 1977 e la fallita rivolta militare di Tobruk del 1980 ha portato nel triennio 1980-83 a vari tentativi di golpe. In aggiunta, ventitré pescatori di Mazara del Vallo sono arrestati e detenuti a Tripoli con l’accusa di essere sconfinati nelle acque territoriali libiche, e in cambio della loro liberazione Gheddafi chiede ai nostri servizi gli indirizzi di questi dissidenti, per poterli più facilmente raggiungere.

Dall’altra, nel giugno 1980 c’è il misterioso episodio di Ustica. Un aereo di linea italiano precipita in uno scenario che molte ricostruzioni hanno letto come un errore compiuto nel tentativo di attacco di caccia francesi e americani a un aereo con a bordo Gheddafi, per il quale il velivolo della Itavia sarebbe stato scambiato.

Il 19 agosto 1981 due caccia libici sono abbattuti da due caccia americani nel Golfo della Sirte. Tra il 1981 e il 1982 la Libia è colpita da un’offensiva sui mercati petroliferi e poi è soggetta a embargo. Gheddafi era già allora sospettato di aver finanziato il commando di Settembre Nero, responsabile della strage di Monaco del 1972, e anche dello spettacolare sequestro dei ministri dell’Opec compiuto dal terrorista venezuelano Carlos «lo Sciacallo» nel 1975. Che abbia risposto alle pressioni Usa a colpi di nuovi attacchi terroristici è stato ormai lui stesso a confessarlo, anche se forse non è farina del suo sacco tutto quello che gli è stato attribuito. È per esempio tuttora non chiara la responsabilità libica in due dirottamenti avvenuti nel 1985: di un aereo e della nave Achille Lauro, dove un ebreo americano paralitico è ucciso e buttato in mare.

Nel marzo 1986 comunque gli americani fanno una nuova esercitazione aeronavale in quelle acque del Golfo della Sirte che loro considerano internazionali e Gheddafi invece libiche. E il 5 aprile 1986 una bomba piazzata sotto un tavolo esplode nella discoteca La Belle di Berlino Ovest, frequentata da soldati Usa. Una cittadina turca e due sergenti statunitensi muoiono; 230 persone restano ferite, tra cui una cinquantina di militari americani. Washington accusa subito Gheddafi, e in effetti, anni dopo, il 10 agosto 2004, la Libia ammetterà con la Germania la propria responsabilità, pagando un indennizzo di 35 milioni di dollari. La rappresaglia sarà il bombardamento aereo di Tripoli e Bengasi del 14 aprile 1986, in cui il palazzo di Gheddafi è distrutto e una sua figlia adottiva rimane uccisa.

Clamoroso ma innocuo è il susseguente lancio di due missili libici Scud-B sull’isola italiana di Lampedusa: l’obiettivo è fuori portata e i due ordigni finiscono in mare. Ma in quello stesso 1986 i libici sono accusati di aver «acquistato» un ostaggio americano in Libano che poi morirà nelle loro mani, e di un attentato all’ambasciata Usa in Togo.

Nel 1987 i servizi inglesi intercettano un carico di armi libiche destinato ai guerriglieri nordirlandesi dell’Ira, e dicono che «non è il primo». Il 21 dicembre 1988 due agenti libici compiono il famoso e già citato attentato di Lockerbie, facendo saltare il volo 103 della Pan American: 270 morti, tra cui 200 americani. Sempre nel 1988 agenti libici compiono attentati a librerie Usa in Colombia, Perú e Costa Rica. Nel 1989 sono presi a Chicago agenti libici che si stanno preparando a colpire aerei con dei missili. Il 4 gennaio 1989 in una nuova battaglia aerea sul Golfo della Sirte gli americani abbattono altri due Mig libici. Il 19 settembre 1989 il volo francese Uta 772 in volo da Brazzaville a Parigi esplode sul Sahara: 170 i morti, tra cui 9 italiani; anche qui la colpevolezza di 6 libici stabilita da un tribunale francese nel 1999 sarà poi ammessa dal regime di Gheddafi nel 2003. Inoltre ci sono gli omicidi di oppositori eseguiti in varie capitali europee: il 17 aprile 1984 a Londra è addirittura la poliziotta britannica Yvonne Fletcher a essere colpita a morte da una rivoltellata partita dall’ambasciata libica contro un raduno di oppositori.

Nel dossier vi è poi il contrabbando di armi di fabbricazione statunitense scappate al controllo del governo di Washington che la Libia svolge in particolare negli anni Settanta. E le azioni di gruppi terroristici sponsorizzati dalla Libia. L’Ira e l’Eta, per esempio, che in Libia hanno campi di addestramento. Il palestinese Abu Nidal che, oltre che del dirottamento dell’Achille Lauro, nel 1987 si renderà responsabile di quello di un aereo in Pakistan in cui verranno uccisi vari americani. L’Armata rossa giapponese, un cui commando è arrestato nel 1988 in New Jersey mentre cerca di organizzare l’attacco a una base Usa nel secondo anniversario del bombardamento sulla Libia. Il Fronte rivoluzionario unito della Sierra Leone, famigerati rapitori e mutilatori di bambini. E la guerriglia integralista filippina, anche se dopo il suo «ravvedimento» Gheddafi userà la propria influenza con questi gruppi per mediare la liberazione di ostaggi.

Pentimento e trasfigurazione
Qualcuno ritiene che il pentimento di Gheddafi sia conseguenza dell’embargo Usa, che avrebbe creato all’economia libica enormi difficoltà. Qualcun altro invece ha apprezzato la sua capacità di comprendere i nuovi scenari aperti dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e dalla Guerra del Kuwait: l’esatto contrario di Saddam Hussein. Ma altri pensano piuttosto alla sua crescente contrapposizione all’integralismo islamico, di cui pure è stato antesignano, e che finisce per creare un’inopinata convergenza di interessi tra lui e gli americani.

Già dal 1981, va ricordato, una commissione teologica riunita alla Mecca aveva definito «antislamica e apostata» l’interpretazione del Corano contenuta nel suo Libro verde, definendolo senza mezzi termini un kafir: «infedele». «Tagliate loro la testa e gettatela nella strada come quella di un lupo, di una volpe, di uno scorpione» ritorce lui sugli integralisti «più pericolosi dell’Aids, del cancro e della tubercolosi». Ai jihadisti sono attribuiti in particolare il tentato golpe del 1993 e i moti del 1996.

Certo, il processo non è lineare, visto che nel 1992 il governo libico finisce sotto un nuovo embargo, questa volta Onu, per aver rifiutato di consegnare i due sospetti della strage di Lockerbie, mentre nel 1993 è annunciato l’allestimento dell’impianto per la produzione di armi chimiche di Tardunah. Ma nel 1999, come si è ricordato, i due imputati di Lockerbie sono infine estradati; dopo l’11 settembre 2001 Gheddafi sostiene il diritto degli americani di attaccare il regime dei talebani; e infine arriva la già citata riammissione nella comunità internazionale del 2004.
Certo, però, che la Libia continua a non operare la minima apertura all’interno: i vari provvedimenti di  clemenza che periodicamente svuotano le carceri sono presto compensati da nuove purghe, e nel 2006 sono stati stimati in 343 gli oppositori uccisi dal regime. Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, dopo una serie di schermaglie legate all’ondata di africani che usano la Libia come base per tentare di introdursi clandestinamente nel nostro Paese, è da annoverare la sommossa che si scatena in seguito all’esibizione del ministro Calderoli in un programma televisivo con una maglietta su cui compare una delle vignette danesi su Maometto: la folla dà l’assalto al nostro consolato di Bengasi «decisa a uccidere il console e la sua famiglia». E, osservando che i manifestanti «non protestavano contro la Danimarca, perché non hanno idea di cosa sia la Danimarca: è l’Italia che odiano», ripetendo che «i libici approfittano di ogni opportunità per sfogare la loro rabbia contro l’Italia fin dal 1911, data dell’occupazione italiana», Gheddafi torna alla carica sul fronte dei danni di guerra, dicendo che «l’Italia non ha compensato il popolo libico per le sue sofferenze».

Un ultimissimo esempio delle oscillazioni del regime di Gheddafi arriva lo scorso luglio, quando viene confermata la condanna a morte di cinque infermiere bulgare e di un medico palestinese accusati di aver provocato nel 1998 un’epidemia di Aids nell’ospedale di Bengasi in cui lavoravano, infettando oltre quattrocento bambini. Pressoché tutti gli osservatori esterni ritengono che i sei non siano che comodi capri espiatori per l’inefficienza del sistema sanitario libico. Ma subito dopo la sentenza le condanne sono commutate in ergastolo, e in capo a pochi giorni i sei sono estradati in Bulgaria, dove vengono liberati. Mentre il governo libico parla di «violazione dell’accordo di estradizione», i sei affermano che le loro confessioni sarebbero state estorte sotto tortura. Comuque, in cambio dei sei il neoinsediato presidente francese Sarkozy, protagonista della mediazione, ha fornito alla Libia armi e ha siglato un accordo di cooperazione nel nucleare civile.

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