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Il maestro delle acciughe

Ci resta male, a volte. Gli è capitato più di una volta di non essere capito, apprezzato. Anche adesso che dovrebbe essere il nuovo periodo sì, ricomparso in televisione, omaggiato nel tempio degli omaggi di Fabio Fazio e uno show (quasi) tutto suo, suo e di Cochi & Renato, gli amici del tempo che fu, non fosse che a disturbare “Stiamo lavorando per noi” c’era pure una pletora di minori, figli di quest’epoca persa della televisione.

26 Agosto 2009 alle 00:00

Ieri 29 marzo è morto all'età di 77 anni Enzo Jannacci. L'artista milanese era stato così ritratto da Maurizio Crippa nel 2009.

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Ci resta male, a volte. Gli è capitato più di una volta di non essere capito, apprezzato. Anche adesso che dovrebbe essere il nuovo periodo sì, ricomparso in televisione, omaggiato nel tempio degli omaggi di Fabio Fazio e uno show (quasi) tutto suo, suo e di Cochi & Renato, gli amici del tempo che fu, non fosse che a disturbare “Stiamo lavorando per noi” c’era pure una pletora di minori, figli di quest’epoca persa della televisione. E soprattutto un disco, bellissimo e nelle intenzioni definitivo, “The Best”, cose vecchie e alcune nuove, gli arrangiamenti di suo figlio Paolo, un po’ jazz e un po’ altro, e una tournée, una tournée vera, definitiva anche questa fin dal titolo, “Teatro”. Restarci male gli era capitato quando era tornato a Sanremo, nel ’91, a cantare “La fotografia” con Ute Lemper, e al pubblico ovviamente non era piaciuta, e lui aveva mollato le canzoni per un bel po’. Così, quando nel 2001 finalmentre trova una nuova casa discografica, Ala Bianca, disposta a fargli incidere canzoni nuove invece di pigliarlo sempre per il collo e per il culo con la replica di quelle vecchie, e incide “Come gli aeroplani”, nel libretto del cd scrive: “Enzo Jannacci per questo suo lavoro non intende ringraziare nessuno, perché piuttosto amareggiato da chi, per più di quattro anni, ha trovato un modo sublime di umiliarlo, incensandolo prima e dandogli una pedata nel culo subito dopo, in silenzio, per non farsi capire”.

Tanto per dire il rapporto con l’establishment musicale, ma spesso anche con la critica. “Jannacci comunque intende dedicare queste ultime canzoni, completamente nuove, a suo padre e a tutti coloro che, malgrado tutto, continuano a credere in certi valori come l’altruismo e il rispetto”. Non si è mai atteggiato a maestro, ma gli ha sempre fatto un po’ male. Così, di pelle. Tre anni fa gli aveva fatto un male dell’anima quando passò praticamente sotto silenzio un altro suo disco, tutto in milanese, fatto per i suoi settant’anni, “Milano 3-6-2005”, il compleanno, cose vecchie ma mirabilmente rifatte con suo figlio, con cui ha grande “interplay”. Così anche adesso mette sempre lì quell’amarezza un po’ incazzata “con tutta questa ignoranza” che c’è intorno,  e alla fine, dopo quarant’anni, il suo rapporto con lo showbitz e la critica resta irrisolto, “quanta fatica per farsi accettare con le canzoni/ una vita intera per rincorrere due o tre illusioni”. Un modo un po’ scomodo per farsi consacrare come un monumento. Nelle fotografie che accompagnano “The Best”, c’è lui con l’impermeabile in giro per Milano. In compagnia del motorino. Lo stesso da cui era caduto qualche anno fa, e s’era “consciato in uno stato, me recordi ancamò adess”, cinque operazioni alla schiena e la fatica a rimettersi in piedi. Potrebbe essere venerato come un’icona, magari non ci tiene, più che altro ci tiene che lo riconoscano bravo. Tanto che quando finalmente ha potuto, ci ha tenuto a far sapere che la musica di “Via del campo”, che cantò da par suo al concerto per Fabrizio De André, insomma anche quella musica era appunto sua, mica del suo amico Fabèr. Ci soffre, ad esempio, che Milano se lo fili tuttora sotto gamba. Ma è così. Il fatto è che lui non è come il suo grande amico e antico sodale, mister premio Nobel Dario Fo. Si invecchia in un modo oppure nell’altro, come si era già da giovani. La risata autocompiaciuta, più a buon mercato, del suo amico non dà più fastidio a nessuno, se mai l’ha dato. La prosopopea naturale, le pisciate fuori dal vaso fanno ormai parte dell’arredo urbano, come le primarie per il sindaco e le prime della Scala.

Con Enzo Jannacci è più difficile. Capace che ti mandi a quel paese. Capace che tiri ancora fuori canzoni che tagliano come una lama. Perché ’sta balla che le fabbriche della Vincenzina non ci sono più; che i barboni all’Idroscalo non ci sono più, o si chiamano “homeless”; che la classe operaia e “quelli che crederebbero anche in Dio, se riuscissero ad arrivare alla terza settimana, oh yeah” non ci sono più, insomma sono balle e basta. Non è cambiato un tubo e non è cambiato lui. Jannacci è comunista ancora, e al Berlusca non gli perdona ancora. Dice: “Mi piace Giordano, mi piace Prodi” e tutto questo può essere irritante, fuori tempo. Ma ci vuole orecchio. Così quando canta vecchie canzoni, come “La costruzione” presa a prestito da Chico Buarque De Hollanda e mai più restituita, la nenia funebre del muratore che “baciò la moglie come se fosse l’ultima e ogni suo figlio come se fosse unico, prima di cadere sul selciato disturbando il sabato”, ecco, allora tocca ammettere che sta parlando di qualcosa che vede. Lui la vede. Non come quelli che parlano degli operai come ne parlerebbe Fassino. Lui ha ancora il veleno, non come quelli “che fanno tutte queste circoncisioni intellettuali”. Nel frattempo si è fatto vecchio, de bùn. Anche se “quei là” continuano a considerarlo uno del cabaret, del dialetto, o peggio l’umorista “stralunato” (messo tra virgolette e non lo useremo più), il poeta dei diseredati. E allora alla gente è meglio farglielo sapere che Jannacci è un pezzo importante della storia dello spettacolo italiano. Non solo musica, lui già diplomato al conservatorio quando iniziava a striracchiare il rock’n roll al Santa Tecla nei Rocky Mountains con Tony Dallara. Lui che negli anni Cinquanta faceva buon jazz con gente come Giorgio Gaslini e Bud Powell, Franco Cerri e Gerry Mulligan. Lui che ha scritto per il teatro serio e per quello faceto, che ha composto e arrangiato musica per un sacco di artisti. Che ha fatto la colonna sonora di “Pasqualino Sette Bellezze” e recitato con Ferreri e Monicelli. Lui che il primo complessino in cui ha fatto il pianista era quello in cui muoveva i primi molleggi Celentano, e Gaber stava alla chitarra. Gaber tagliente come lui, risate amare come lui. Un po’ più scettico sulla politica, anche prima che i giornali scoprissero cos’è la destra e cos’è la sinistra, e non la smettessero più. Con Gaber anche lui a lungo bistrattato (“al mio amico Gaber/ non gli han mai perdonato di aver fatto canzoni”), si sono ritrovati dopo un po’ sul tardi. Si sono ritrovati per Beckett, un memorabile “Aspettando Godot” agli inizi degli anni Novanta: “Enzo da Beckett ha preso forse più di me. La sua logica dell’assurdo viene da lì”.

Nel frattempo si è fatto vecchio e a tanti amici ha detto addio. Rien ne va plus, che gran puttana che è la vita. Non c’è più Gaber e non c’è più De André. Così la sinistra sempre a caccia di padri da metter in bandiera, raramente a caccia di capirli, c’ha un po’ provato, ci sta provando, a eleggerlo nuovo totem della sua ragione sociale. Ci hanno provato, quando era fuori dal giro buono, con i concerti Primo maggio (ci è andato volentieri, “speriamo di fare una buona figura”). Ma chi se lo ricorda, chi l’ha visto, tra quei ragazzi che visibilmente manco sapevano chi era, stretto tra Claudio Amendola e Paola Cortellesi, beh insomma non si può dire che abbia funzionato. Ci prova più di tutti il gran cerimoniere della sinistra a caccia di padri (“la factory di Fazio è diventata un’autentica galleria dei maestri più venerati e venerabili… perché evidentemente la sinistra consapevole ama i maestri, e più sono vecchi e più li ama, e vuol far vedere in ogni modo che li ama”, ha scritto sull’Espresso Edmondo Berselli). Fabio Fazio è l’unico che l’ha avuto ospite tre anni di fila, ogni volta sinceramente lo presenta come “uno a cui voglio bene”. E anche Enzo gli vuole bene davvero, a Fabio, l’ha detto sempre. Come del resto ne vuole a Pippo Baudo, “c’è sempre un posto per me nei suoi programmi”, e questo magari lascia un po’ più interdetto il pubblico di riferimento di Raitre, quello che c’è solo Raitre e tutto il resto “è facce false della pubbliciteria”. Ma non riesce bene, l’operazione, neanche a quel mago raffinato di Fazio. Per fare di De André un’icona s’è dovuto aspettare che non ci fosse più. Con lui che è vivo e tiene duro (da Fazio ha fatto una strepitosa gag sulla polmonite scampata e sul dottorino che lo dava per spaccià), c’è sempre lo scarto dell’imprevisto, la sproporzione tra l’uomo non rappacificato né consacrato, e i suoi volenterosi cerimonieri. Perché alla fine non s’è mai inteso troppo con quella sinistra lì, quella che era giovane negli anni 70. La sinistra in cui “la creatività era piallata dalle ideologie, c’erano gli studenti figli di papà che facevano gli stalinisti. Nanni Ricordi, Gaber e Jannacci in quella situazione erano i minoritari dei minoritari”, secondo la meritoria testimonianza di Gad Lerner riportata nel libro di Guido Michelone, “Ci vuole orecchio” (Stampa alternativa/Nuovi equilibri), maniacale monumento enciclopedico alla vita e all’opera di Enzo Jannacci.

Colpa anche di certe stranezze che sono dell’uomo. La meticolosa naturalezza con cui ha portato avanti fino a età pensionabile la rigida separazione delle carriere tra l’artista e il medico (bravo medico, studiò pure con Christian Barnard). La riservatezza degli affetti, per la moglie con cui “sto da quando eravamo ragazzi”, un affetto che tiene insieme anche le rughe e le acciughe, “io, io e te/ che guardi le mie rughe/ io, io e te/ che mangi le mie acciughe”, trovando una delle rime d’amore più belle che ricordiamo da molti anni in qua. E un figlio che non è un figlio d’arte, ma è musicista anche lui e da anni la musica la fanno insieme. Si vede, si sente. Così che se spesso sono i figli che s’appoggiano ai padri, con Paolo sembra quasi lui, umilmente (“si diventa più lenti, più fragili, più imbarazzati. Ma anche più saggi”).
Ha affinato negli anni quella sua sprezzatura, che di solito tutti pensano sia solo ironia, ma non lo è: è un modo di togliere melodia per rendere il pathos più forte. Il suo cantare fuori tempo, i versi che sembrano uscire dalla gabbia della musica, che reclamano una loro metrica più lunga. Ci vuole orecchio. Soprattutto ci vuole una concezione binaria, in asincrono e un po’ schizotica, come un modo sempre in bilico di guardare nel libro della vita, delle cose che fanno piangere e ridere. In questo non ha palesemente eredi, avendolo preceduto di là Gaber, dietro di lui essendoci solo gente che magari sa far ridere, ma non commuovere. Bisogna avere talento per la musica, saper usare la mano sinistra per fare tutto, come gli insegnò Bud Powell sul pianoforte, o così almeno narra la leggenda. Ma bisogna anche sapere usare le parole e far sembrare facile il difficile, basso quello che è alto. E usare due lingue, l’italiano e il milanese, usarle bene. Le rughe e le acciughe. E quel modo di tirar lunghe le note, come quello di Rogoredo che “vusava me’n strascé”. Stracciato, straziante. Ma se ne sbattono tutti se sei bravo. Ti vorrebbero più facile, più nella casellina.

Evidentemente ci vuole anche un bell’attaccamento a un modo di essere e di vederla, per aver voglia di cantare ancora in milanese senza fare la filologia o peggio la nostalgia. Ci vuole cocciutaggine per cantare dopo cinquant’anni un padre che era nell’aviazione di Piazzale Novelli, che nel ’43 fu l’unica a provare a far la resistenza ai tedeschi. Ci vuole un bell’attaccamento anche alla sua città. Prevalentemente la parte destra della sua città. Il ventricolo destro, se fosse un cuore. La toponomastica della sua vita sta tutta lì. Dalle parti di viale Romagna, in quella mezza Milano di media borghesia ha passato la vita. Rogoredo, l’Idroscalo. L’Ortica pure, che una volta era un quartiere est di Milano e adesso, adesso non si sa più. “Ora parlo volentieri col fiume, col lago, con l’Idroscalo, col Naviglio”.  Dall’altra parte meno, anche se aveva iniziato a ovest, al Derby, il locale in via Monterosa, ultime case allora prima di tuffarsi nel vuoto verso San Siro, dove adesso Renzo Piano ha tirato su il molok cristallo e cemento della Confindustria. E a Baggio c’ha sconfinato solo una volta, per il Gigi Lamera, ma forse solo per la rima in “catena di montaggio”. La Milano del Derby, di Cochi & Renato e di tutti gli altri, invecchiati come lui. Quasi tutti peggio di lui. A rivederli in tivù si capisce un po’ meglio anche la storia del maestro che non c’è: perché che cosa c’entrano gli altri? Aveva detto tempo fa parole di fuoco: “I nuovi comici in tv sembrano tutti animatori di villaggi turistici. Braccia rubate all’agricoltura, altro che neocomici. Non fanno che togliere spazio a chi se lo merita. Anche Zelig non mi fa ridere per niente. E’ tutto troppo facile. Perché hanno successo? E’ un sintomo di una malattia più grave: la crisi della cultura italiana”. Tanto per dire come lo vede lo showbitz di oggi. Tanto che i profeti dello show di sinistra e politicamente dominante (corretto va da sé), Gino & Michele, quella volta se la presero molto e lo sfancularono per bene su Repubblica. Era il 2003: “Come fa Jannacci a non riconoscere in Ale e Franz gli eredi di Cochi & Renato, o il talento assoluto di Ficarra  e Picone?”. E Michele, finto indulgente: “Ma lui ogni tanto ha uscite che fanno parte del suo personaggio. Jannacci è il nostro maestro”. Tanto per dire quanto gliene freghi delle sassate del vecchio “maestro”. Di uno che spiazza, perché va a pezzi tutta la sicumera di una generazione morettiana, quando si scopre l’ammirazione di Jannacci per uno che dovrebbe stare agli antipodi come Alberto Sordi. Sì, proprio quello di “te lo meriti Alberto Sordi”. E invece: “Senza Alberto non ci sarei io, non ci sarebbe il cabaret, non ci sarebbero tante cose”.

Non c’e più Milano, dove c’erano le fabbriche di “Romanzo popolare”, il film per cui scrisse “Vincenzina e la fabbrica”, ci sono gli hub degli spedizionieri. A Rogoredo non ci va più nessuno a reclamare i soldi e l’amore, c’è la giungla delle gru di Zunino, per la nuova città satellite del nuovo boom edilizio che sta trasformando la città a ritmi degni di Shanghai. E allora cosa cavolo stai lì a menarla ancora col comunismo? Bisogna essere allucinati forte per vederli, ancora la classe operaia e i barbùn. Per avercela ancora col Bossi e gli americani che son brutta gente, e i ragazzini “che stanno lì coi telefonini a vedere immagini insulse che mi fanno incazzare”. Ma lui ce l’ha, non gli è ancora andato via il magone. Così insomma, pensare che lo trattino come un monumento, che gli facciano il monumento, è difficile. A uno poi che manco i suoi riescono a metterlo nella formalina dell’ideologia. Solo le note si fanno più raffinate, e la voce sempre quella, che gratta, che strappa. Con lo swing e il jazz, come il suo amico Paolo Conte, ma con meno storia e meno whisky sul pianoforte, che gli avvocati alla fine rompono un po’ i coglioni. Lui che invece si commuove più spesso, lui che gli viene da piangere davvero, altro che la risata appagata e lo sberleffo a comando. E se gli dicono: insomma, cos’è ’sto comunismo che ormai ci credi solo tu, lui risponde “la sinistra è essere vicino alla gente che ha bisogno”. Altruismo. E se gli dicono: ma insomma, cosa continui a fare il medico gratis ancora adesso, lui risponde sempre: “Altruismo”. Così difficile da ingabbiare per tutti. Per la destra, e per forza. Ma anche per i pacificati professionisti della correttezza e dei diritti. Lui che dei suoi amici veri una volta ha detto: “Non abbiamo smarrito il significato del latino Charitas, che non si celebra e non si gonfia d’orgoglio”. Lui che resta diverso, “e piange e ride per quel grande assurdo amor”.

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