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Alessia Filippi

Alessia è ferma lì sul bordo vasca. Si alza, asciuga il mento, alza le braccia, controlla la cuffia, controlla gli occhialetti, controlla il costume, si morde le labbra, si avvicina alla vasca, si avvicina all’acqua, si asciuga il viso, a destra il suo allenatore, Andrea Palloni, a sinistra gli spalti dello stadio del Nuoto. Ogni tre mesi l’assoluto, ogni settimana la gara, ogni giorno l’allenamento, ogni giorno Alessia così: mento, braccia, cuffia, occhialetti, costume, labbra, vasca, viso, Andrea.

28 Luglio 2009 alle 19:38

Alessia è ferma lì sul bordo vasca. Si alza, asciuga il mento, alza le braccia, controlla la cuffia, controlla gli occhialetti, controlla il costume, si morde le labbra, si avvicina alla vasca, si avvicina all’acqua, si asciuga il viso, a destra il suo allenatore, Andrea Palloni, a sinistra gli spalti dello stadio del Nuoto, dell’Aurelia Nuoto, della Guardia di Finanza, degli assoluti di Livorno, di quelli di Pesaro, degli autunnali, degli estivi, degli invernali. Alessia Filippi però non se ne accorge quasi mai. Ogni tre mesi l’assoluto, ogni settimana la gara, ogni giorno l’allenamento, ogni giorno Alessia così: mento, braccia, cuffia, occhialetti, costume, labbra, vasca, viso, Andrea. Ha fatto così a Budapest, ha fatto così agli Europei, ha fatto così agli assoluti, ha fatto così nelle gare in vasca corta, ha fatto così quando ha vinto a Shangai (Mondiali in vasca corta, un argento), quando ha vinto a Budapest (Europei, vasca lunga, un oro e un bronzo) e quando a Helsinki proprio non la vedeva nessuno (Europei vasca corta, oro). Alessia Filippi non è un fenomeno come Novella Calligaris (la prima donna italiana a vincere una medaglia olimpica nel nuoto e che smise di nuotare a ventuno anni), non è bella come Federica Pellegrini (l’ultima italiana a vincere una medaglia a un’Olimpiade, ad Atene, ora anche lei ai Mondiali), non ha la bracciata di Cristina Chiuso (la più forte italiana nei cinquanta stile libero), non ha il fiato di un fondista come Simone Ercoli, non ha la classe di Filippo Magnini (il nuotatore più veloce di tutti, campione del Mondo nei cento stile libero ai Mondiali di due anni fa e poi anche agli Europei dello scorso anno), non è una di quelle atlete che nuota sempre contro qualcuno, contro Schoeman, contro Neethling, contro il biolimpionico e primatista dei cento stile libero Pieter Van den Hoogenband.

Alessia non è così perché Alessia Filippi è un fenomeno anche se non è ancora una vera campionessa, anche se ai Mondiali di Melbourne, Alessia, poteva fare tutto e lei voleva fare davvero tutto: voleva fare dorso, misto, rana, stile e voleva davvero essere la stessa che aveva chiuso il 2006 ai primi posti della classifica mondiale, dopo che aveva vinto dappertutto, aveva cambiato società ma era rimasta con lo stesso allenatore, era rimasta a casa con la madre a Roma a Tor Bella Monaca (anche se ora ha una casa tutta sua), e quindi a scuola la mattina, il pomeriggio agli allenamenti, la sera a casa, la mattina a scuola, e il pomeriggio ancora allenamenti; con le gare vinte quando non riusciva a respirare e con le bracciate che entravano anche quando gli altri le dicevano: “Alessia, oggi è meglio che lasci perdere”.
Alessia Filippi però non se ne accorge mai. Quando vince, dice lei, non se ne accorge proprio. Non se ne accorge quando arriva e quando si ferma a bordo vasca e quindi cuffia, occhialetti, costume, labbra, vasca e via, e poi fa il record. Alessia Filippi attualmente detiene dieci primati italiani tra vasca lunga e vasca corta anche se poi Alessia preferisce la vasca da cinquanta perché in quella piccola non si diverte, ma le gare poi le deve fare lo stesso perché nel nuoto c’è una gara ogni settimana e non ne puoi perdere una, non devi perdere l’allenamento, non devi perdere la preparazione, non devi perdere i punti perché alle Olimpiadi non ci vai se fai sette gol all’Arzebaigian, non ci vai se arrivi in semifinale a Wimbledon; alle Olimpiadi, ai Mondiali, agli Europei chi nuota ci va soltanto perché lo dicono gli altri, perché lo dice il tuo fisico, perché lo dice la tua classifica, le tue gare, i millesimi e i centesimi di secondo ogni anno in meno, perché tutto deve essere sempre perfetto, perché non ti puoi permettere nulla, non ti puoi permettere una febbre, non ti puoi permettere di studiare, non ti puoi permettere di andare a dormire dopo mezzanotte, non ti puoi permettere di litigare con Rolando Howell, non ti puoi permettere di dire che oggi quest’allenamento non lo faccio perché non ne ho bisogno e non ho bisogno di allenarmi assieme ai bambini di quattordici anni e non ho bisogno di una società piccola, non ho bisogno di essere sempre quella brava, bella, simpatica, intelligente e che però non vince mai, quella che cerca di dimostrare il suo talento, e quella che cerca sempre di far vedere come sono belle le sue braccia, le sue gambe e i suoi occhiali con la montatura da 400 euro.

La siepe del Foro Italico
Alessia Filippi non è così. Perché nel nuoto funziona che se tu trovi il campione per un anno o per un Mondiale, ci punti davvero, lo spremi ma non glielo dici, lo carichi ma non glielo ricordi; e aspetti. Poi però se un Rosolino non va, se un Brembilla non trova la bracciata, se un Bossin sbaglia il tempo, se un Marin non prende la medaglia, succede che tu non esisti più e non ci sono più le sfilate di moda, non ci sono più le serate a Porta a Porta, non ci sono più i divanetti di Scherzi a Parte e non c’è più niente, non ci sono i millesimi di secondo e non ci sono più braccia, cuffie e occhialetti; non c’è più il ritmo: stile, dorso, stile, dorso, misto, stile, dorso, delfino. Perché per bruciare un nuotatore ci vuole un attimo, per diventare un campione e diventare un fenomeno è soltanto un po’ più complicato.

Alessia Filippi però non se ne accorge mai. Non si accorge delle sue braccia, non si accorge delle sue gare, non si accorge dei duecento metri, dei trecento metri, di quando in acqua sembra che stia correndo e sembra sia lì con le scarpette, con gli occhi chiusi, a destra una corsia, a sinistra l’altra, e quindi una, due, tre bracciate, virata, stile, poi dorso, poi delfino e a destra le panchine, a sinistra l’allenatore che non parla mai, con gli occhiali, la maglietta bianca, che non sorride davvero mai perché lui non è lì in vasca ma è come se ci fosse, anche se è lì in piedi dietro la siepe del Foro Italico (dove c’è una delle piscine più importanti d’Italia), con il cronometro nero nella mano destra e quindi uno-due, virata, tre-quattro, virata, hop, hop, hop e poi subito via perché ragazze, ora basta, dobbiamo liberare le corsie, tempo scaduto, ci vediamo alla gara. Perché nel nuoto non funziona come nel tennis, non funziona come nel calcio, non funziona come nel rugby e non funziona come nel basket e nella pallavolo. Nel nuoto sei tu, l’acqua, le braccia, le gambe, venti, trenta, cinquanta, cento, duecento, quattrocento metri e quattro minuti zero otto secondi e cinquantasei millesimi nei quattro cento stile libero e quattro minuti e trentacinque secondi e ottanta millesimi nei quattrocento misti, vasca da cinquanta metri, primati italiani, i migliori risultati di Alessia. Otto minuti e quattro minuti e in acqua Alessia sembra che nuoti con le suole chiodate, senza guardarsi mai attorno perché poi il tempo che conta è quello tuo, anche con le braccia pesanti e le gambe che diventano rigide, il cronometro e hop, hop, hop. L’avversario esiste solo prima ed esiste dopo a fine gara, lì in mezzo però sei solo tu, e te la godi. Ma Alessia, in acqua, degli altri non se ne accorge proprio.

Ora Alessia è a Melbourne, scenderà in vasca la prossima settimana, si diverte molto a dire cose come “il finale lo dobbiamo scrivere”, che è vero che la federazione ha fatto un lavoro incredibile, che starebbe lì sempre a studiare la Laurie Manaudou, che le mie colleghe sono anche amiche, che le mie amiche sono tutte delle bravissime ragazze, che non è vero che la mia rivale Federica Pellegrini è una mia rivale anche se poi lo è davvero, ma Alessia non può dirlo e non può dirlo soprattutto ora dato che a questi Mondiali voleva fare tutto ma poi era rimasta un mese senza nulla, senza allenamenti, senza piscina, senza gare e quindi ora, anche se gareggerà nei duecento dorso, nei quattrocento stile, nei quattrocento misti nella staffetta quattro per cento stile libero e in quella mista, Alessia punterà sui quattrocento misti e sui duecento dorso della prossima settimana. E poi magari li vincerà pure. Alessia Filippi è arrivata due anni fa alle Fiamme Gialle dopo aver passato quindici anni all’Aurelia Nuoto e cioè in una delle società più piccole ma più famose e importanti di Roma. Ma quando arrivi in un posto come sono le Fiamme Gialle, così come quando arrivi all’Aeronautica, al Corpo forestale, alla Polizia, ai Carabinieri, nello sport cambia tutto perché diventi uno sportivo vero, inizi a prendere qualche soldo, inizi a fare sport per passione ma anche per professione e perché senza Fiamme Gialle, poi, Alessia sarebbe continuata a essere un fenomeno ma non si sarebbe mai messa nelle condizioni di poter diventare davvero una campionessa.

Le tipologie Aldo Montano
Perché poi, nel nuoto, ci sono quattro tipi di nuotatori. Ci sono i campioni che lo sono sempre stati quelli che lo saranno sempre e che non possono che esserlo e che proprio per questo spesso sbagliano, spesso dimenticano di controllare l’avversario in corsia, spesso fanno la gara sugli altri, spesso arrivano e sanno di aver vinto e non si accorgono invece di aver perso. Perché poi c’è la tipologia Aldo Montano o Francesco Coco, ci sono i nuotatori quelli così così, quelli che vincono nel momento giusto ma che poi non vincono più, quelli che azzeccano un Mondiale, un’Olimpiade, un Europeo o una vasca corta e che poi si fermano lì e non gliene frega più nulla se non vincono un campionato italiano, se la bracciata inizia a non essere più quella giusta, se gli allenamenti non sono più divertenti come lo erano prima e che iniziano ad andare sulle isole, o cominciano a chiedere di entrare nelle fattorie. Ci sono i nuotatori veri, quelli che nascono in piscina, vivono in piscina, sono i gregari del nuoto, quelli che ci provano sempre e non saltano una gara, mattina, sera, pomeriggio, mattina, pomeriggio, sera sempre lì, sempre in acqua, sempre quarti, quinti, al massimo terzi, quelli che non vincono mai e quando vincono foto, premiazione, pacca sulla spalla e poi si ricomincia e non esisti più. Poi ci sono quelli come Alessia Filippi, quelli che fanno un millesimo di secondo al mese in meno, che ogni giorno non pensano agli altri, che pensano alla bracciata, alla gara, alla corsia, non guardano a destra e non guardano a sinistra, uno-due, hop, quelli che ascoltano sempre l’allenatore, quelli che non fanno nulla per far sì che ogni gara diventi una favola, quelli che aspettano il Mondiale, aspettano l’Olimpiade e sanno di essere i più forti, sanno che non c’è nulla da raccontare, non c’è nessuna favola, nessun problema, nessun romanzo, solo millimitri, millesimi, assoluti, Rimini, Pesaro, Helsinki, Budapest, Melbourne. E sono quelli che dicono: non me ne frega nulla di partecipare, io devo vincere. Anche se poi spesso i record da battere sono quelli propri, anche se poi c’è qualcuno che pensa che i Mondiali non contano perché quello che conta sono solo le Olimpiadi quelli che a Melbourne in questi giorni leggono sui giornali “Fast lane to Beijing”, e quelli che quindi davvero credono che i Mondiali sono solo la corsia preferenziale per i cinque cerchi, per la vera gloria, per essere i nuotatori da copertina e quindi click.
Alessia ai Mondiali però ci tiene davvero. Due anni fa a Montreal due quinti posti (duecento dorso e quattro per cento mista), ora è in Australia ma tra due anni, dopo Melbourne, dopo il Beijing e dopo le Olimpiadi, i prossimi Mondiali Alessia lì avrà a Roma, a settecento metri dagli occhialetti di casa sua.

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