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Mohammed Sheikh Khalid

E’ l’uomo che su ordine di Osama bin Laden ha prima pensato e poi organizzato nei dettagli il grande attacco suicida dell’11 settembre. Ci sono voluti quattro anni di prigionia, quattro anni passati allo strano confino sull’isola tropicale, in barba a ogni norma di diritto penale in tempo di pace ma non alle leggi di guerra. Ora Sheikh Mohammed sta raccontando agli americani i tre livelli in cui era separata la sua vita.

17 Giugno 2009 alle 00:00

C’è una collinetta brulla in mezzo alla base navale di Guantanamo Bay, a Cuba. In cima c’è un edificio di vetrocemento tirato su da poco, fuori due palmizi troppo secchi per fare ombra e dentro tanta moquette, roba da ufficio governativo, che i marine calpestano forte con gli anfibi. E’ lì che la commissione americana che giudica lo status di nemico combattente dei detenuti sta ascoltando le confessioni del capo militare di al Qaida, Khalid Sheikh Mohammed. E’ l’uomo che su ordine di Osama bin Laden ha prima pensato e poi organizzato nei dettagli il grande attacco suicida dell’11 settembre.

Ci sono voluti quattro anni di prigionia, quattro anni passati allo strano confino sull’isola tropicale, in barba a ogni norma di diritto penale in tempo di pace ma non alle leggi di guerra. Ora Sheikh Mohammed sta raccontando agli americani i tre livelli in cui era separata la sua vita. Sono quegli stessi tre livelli che in dieci anni lo hanno fatto diventare il terrorista più ricercato in circolazione. Più pericoloso anche di Osama bin Laden e del suo vice Ayman al Zawahiri, che restano due cattivi maestri del salafismo guerriero, mentre a lui toccava attivamente abbattere grattacieli, cercare materiale radioattivo, incendiare petroliere e arruolare nuovi fanatici.

Primo livello. E’ quello della taqiyya. La dissimulazione islamista. Khalid Sheikh Mohammed era un maestro nello scivolare indisturbato in America, in Europa e nel sud-est asiatico con la sua aria da uomo d’affari grassoccio, in camicia, cravatta e rasatura impeccabile. Pronto a farsi perdonare l’accento lontano con l’inclinazione occidentale, occidentalissima, alle avventure galanti e al divertimento. Bar con spogliarelliste. Serate al karaoke. Feste. Eccesso di alcol. Mance esageratamente goffe. Hotel di lusso. Nel 1995, quando si trovava nelle Filippine nelle vesti di Abdul Majid, esportatore di pannelli di legno compensato dal Qatar, per impressionare una fidanzata dentista noleggiò un elicottero, si fece portare davanti alle finestre di lei e le chiese via telefonino di rispondere ai suoi sbracciamenti. In volo sospeso a pochi metri dalla facciata del grattacielo dov’era lo studio della ragazza. Chissà che cosa gli è passato per la mente, quel giorno. Nessuno, tra quelli che lo hanno conosciuto con addosso la sua maschera di manager gaudente, sospettava di avere di fronte un feroce veterano della guerra santa prima contro i sovietici negli anni Ottanta e poi contro i serbi, in Bosnia Herzegovina, nel 1992. Due fronti di scontro atroci, da lasciare per sempre addosso a un uomo il puzzo della guerra. Eppure l’anno seguente, dicono le ragazze, lui si presentava agli appuntamenti in tight bianco e pagava le cene con un mucchio di contanti.

Il secondo livello della vita di Khalid Sheikh Mohammed è quello degli attacchi terroristici preparati in clandestinità. Davanti alla corte, il suo rappresentante legale, un militare americano, ha letto con voce piatta le sue ammissioni di colpa, la litania degli assalti più brutali mai sferrati contro civili in tempo di pace. Per alcuni funzionari dell’intelligence americana lui è “il Forrest Gump del terrorismo”, e non per l’aria da ragazzotto ebete, ma perché l’effetto è lo stesso del film: non c’è grande attentato tra il 1993 e il 2003 in cui lui non compaia sullo sfondo. C’era nel primo attacco contro il World Trade Center nel febbraio del 1993, sette morti, un furgone carico di nitroglicerina e fusti di idrogeno che scoppia nel parcheggio sotterraneo. Lo scopo dell’attentato era abbattere le torri. Secondo i calcoli del suo esperto fabbricatore di bombe, Ramzi Yousef, la prima avrebbe dovuto inclinarsi e abbattersi sull’altra. Non succede. Soltanto vetri rotti e uno sbuffo di fumo che soffia via i tombini.

“Se avessi avuto più soldi a disposizione – mormora Yousef, fissando con gli occhi azzurri le due torri mentre l’Fbi lo trasferisce al carcere in elicottero – quelle non sarebbero più in piedi”. Ci avrebbe di nuovo pensato Sheikh Mohammed, che in udienza a Cuba si è dichiarato “direttore operativo in nome dello sceicco Osama bin Laden per l’organizzazione, la pianificazione e l’esecuzione dell’operazione dell’11 settembre sotto il comandante del braccio militare di al Qaida, lo sceicco Abu Hafs al Masri Abu Sittah”. “Sono responsabile dell’’11 settembre – ha detto – dalla A alla Z”. E poi, ancora, si è proclamato con fierezza “Comandante operativo militare per tutte le operazioni all’estero sotto la direzione di bin Laden e di al Zawahiri”, e “Emiro (comandante) della Beit al Shuhada, la Casa dei martiri, a Kandahar, in Afghanistan, dove fui responsabile dell’addestramento dei dirottatori”.

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