cerca

Ricardo Kaká

Va bene così, quando s’incazza: guarda Oddo e lo manda affanculo con lo sguardo, ché gli ha dato un pallone impossibile da controllare. Poi guarda verso il cielo e chiede scusa. Va bene così, quando si alza di scatto: gli viene di reagire a un calcio, allora punta l’avversario e gli racconta con gli occhi che alla prossima un pestone non glielo toglie nessuno.

9 Giugno 2009 alle 00:00

Va bene così, quando s’incazza: guarda Oddo e lo manda affanculo con lo sguardo, ché gli ha dato un pallone impossibile da controllare. Poi guarda verso il cielo e chiede scusa. Va bene così, quando si alza di scatto: gli viene di reagire a un calcio, allora punta l’avversario e gli racconta con gli occhi che alla prossima un pestone non glielo toglie nessuno. Va bene così, quando è lui che rincorre e sgambetta da dietro, come gli altri, quelli smaliziati e inaciditi: “Non ti preoccupare questo è solo il primo”. Va bene così perché è umano. Perché sennò sarebbe un mostro, Kaká. Perché a leggerlo quando lo intervistano il dubbio ti viene e allora bisogna trovare nella vita l’appiglio della normalità. Sì, lui lo ripete: “Sono un ragazzo come tutti gli altri”. E però è un casino credergli davvero, conoscendo che mestiere fa, come sono i suoi colleghi, sapendo quanti anni ha e quanti soldi guadagna.

Il corollario del pallone prevede regole consuetudinarie che questo ragazzo brasiliano smonta una alla volta. “Non vado in discoteca, se non con mia moglie. Se sono solo non torno a casa dopo mezzanotte. Mi piace leggere. Vado in chiesa ogni settimana e ringrazio ogni giorno il Signore per quello che m’ha dato. Sono arrivato vergine al matrimonio”. Perfetto Kaká. Tanto perfetto che rischia di sfiorare la noia: allora, prima che accada, lui s’umanizza. Il gesto, la reazione, la fotografia ammiccante che cala all’angolo di via dell’Orso e via Broletto, a Milano. Torna quello che è: non un santo, ma uno normale. Figo, forte, miliardario. Il profeta della modernità. La speranza, però. Perché il ruolo suo se l’è preso da solo, se l’è cercato per assecondare la sua indole, l’ha voluto per sentirsi a suo agio. Lui esemplare vuole esserlo: glielo chiede l’educazione che ha ricevuto. Non è Maradona che deve giocare contro il mondo per sentirsi il re, non è Roberto Baggio che deve portarsi sempre dietro il peso di qualcosa più grande di sé, non è Ronaldo che deve scontare le bizze da ex povero diventato ricco e bisbetico, non è Francesco Totti che deve ridursi a feudatario di una città per paura di essere ripudiato.

Kaká s’è preso l’eredità di Shevchenko, partito per una tangente diventata parallela. Lui, invece, c’è rimasto dentro: è il calciatore che deve purificare il cattivo mondo del pallone, che deve dare una possibilità ai conformisti pronti a puntare il dito contro l’immoralità di questo sport immerso nei miliardi e nella boria. L’esempio. Tocca sempre a lui dimostrare che ci sono giocatori diversi da quelli buoni solo per i rotocalchi: educati, civili, che parlano poco e senza polemiche, che fanno divertire la gente senza esasperarla, che sanno perdere senza nascondersi dietro ai complotti. Allora non può sbagliare, Kaká. E non sbaglia. Sorride anche quando s’innervosisce: come se un disegno superiore abbia voluto cancellare quei pezzettini d’imperfezione, come se bisogni sempre evitare di trascinare anche lui nel caos, perché se così fosse non ci sarebbe più una certezza e morirebbe l’idea che in fondo c’è un futuro fatto di gente seria. E’ sempre stato così da quando il mondo lo conosce: Kaká è l’anima buona che si distingue dai cascatori e dai farabutti, è il modaiolo che però non si confonde con gli eccessi di Beckham, è l’impegnato che non si mischia con i fidelizzati alla Lucarelli o alla Di Canio.

Lui ha il suo Dio e non ideologie, ha le magliette che ringraziano il cielo. Se c’è, la politica è legata alla fede. E allora due anni fa la sua famiglia ha fatto campagna elettorale per il prefetto di San Paolo José Serra, cristiano e credente avversario dell’ateo Lula alle presidenziali. Kaká faceva il tifo per lui per amicizia e per visione comune: “Secondo la Bibbia è Dio che sceglie i re, i principi, i senatori, i presidenti. Se Dio sceglierà un cristiano lo farà al momento giusto”. Il momento in Brasile non è arrivato ancora, allora. E’ arrivato quello di Kaká, che di nome fa Ricardo.

Il nomignolo è nato con Digao, cioè suo fratello: quando erano bambini non riusciva a pronunciare Ricardo e gli veniva fuori una parola incomprensibile. Un giorno tirò fuori un Kaká. Rimase. Quel nome che sarà il prossimo pallone d’oro. Quel nome che è complicato pronunciare controvoglia. Kaká piace anche agli avversari: lo rispettano, perché lui li rispetta; lo invidiano perché è un fenomeno. Il migliore, adesso. Il migliore chissà per quanto. Il migliore partito da dietro. All’inizio non gli davano fiducia: troppo magro, troppo signorina, troppo educato, troppo buono. La prima volta fu nel San Paolo, quando andò in panchina nella Copa Rio-Sao Paulo, contro il Botafogo. Era il 7 marzo 2001 e Kaká in quei giorni era riserva nelle giovanili. Al minuto 14 del secondo tempo, l’allenatore Oswaldo Alvarez lo mise in campo. Non ci voleva credere nessuno: “Quel mister è un pazzo, fa entrare uno che fa la riserva nei juniors”. Ricardo entrò e dopo due minuti la mise dentro: pareggio. Altri due minuti: gol, 2-1, doppietta e coppa, quella mai vinta dal San Paolo. Allora Oswaldo arrivò di fronte ai microfoni e sorrise: “Voi che vi siete scandalizzati tanto, non sapete chi è questo ragazzo e non sapete neppure che sta rientrando da una convalescenza. Io sapevo che era fortissimo”.

Non bastò. Nei quarti di finale del campionato brasiliano contro l’Atletico Paranense lo marcava un difensore che si chiamava Cocito. Gli stava addosso: calcetto, poi una gomitata, un’entrata da dietro, una forbice, un’altra gomitata. Al 39’ del primo tempo Alvarez lo richiamò in panchina. Kaká uscì piangendo e i giornali lo massacrarono: “Sì, è bello da vedere, però non può giocare le partite importanti”. Oggi al Milan nessuno si permette di dire una cosa del genere. Nelle partite che contano lui c’è. Sempre. Con quell’andatura che è solo sua: testa alta, gambe lunghe e svelte, un tocco sempre prima dell’avversario. Non imita nessuno, ha uno stile suo e di nessun altro. Riconoscibile. Più veloce di Platini e di Cruyff, più bomber di Boban. Segna: di potenza, di classe, da opportunista. Se uno vuole un calciatore moderno prende Ricardo Izecson dos Santos Leite fa una fotocopia e ha il prototipo. Forte fisicamente, agile, scattante, tecnico, goleador. Completo. Per dirne una: Kaká prende palla nella sua metà campo, arriva davanti alla porta avversaria e ha la lucidità per non calciare lui, ma appoggiare al compagno. Tutti guardano Inzaghi, adesso. Sì, va bene. Benissimo: lui segna, combatte e segna ancora; ma il Milan tornato Milan è Kaká: se gioca male lui giocano male tutti, se lui è in forma allora la squadra funziona.

Anche a San Paolo era così, dopo il caso Paranense: Alvarez lo metteva sempre in campo, Ricardo si divertiva. Alla fine i critici erano diventati entusiasti. Nelle giovanili era arrivato un giorno di provini: “Da dove vieni?”. “Dal quartiere di Murumbi”. Era la zona dei ricchi, quella dove calciatori ce ne sono pochi perché non c’è fame. Lo misero in campo e lo presero. Accanto a lui c’era Julio Baptista, che adesso gioca nell’Arsenal. Presero anche lui. Da quel giorno per molti anni, Julio e un gruppo di ragazzini ogni pomeriggio alla fine dell’allenamento si mettevano la strada sotto i piedi e andavano a Murumbi. Casa Izecson dos Santos Leite era grande. Ci stava dentro una dozzina di giovanotti affamati. Simone Cristina, la mamma di Kaká, preparava una ciambella. Poi gli altri se ne andavano e Ricardo restava solo con Rodrigo a giocare con l’Amiga e poi con la Playstation. Rodrigo è il secondo figlio dei signori Leite. Anche Rodrigo ha un soprannome: Digao. Lo porta anche lui su una maglietta da calciatore. Oggi è quella del Rimini, dove è arrivato passando per la giovanili del Milan e la Sampdoria. Rodrigo fa il difensore centrale e ha 18 anni.

Il fratellone è sei anni più grande: è nato il 22 aprile del 1982. Va per i ventiquattro anni e a 18 stava per smettere di giocare. Forse anche di camminare. Era il 2000, Kaká andò a trovare dei parenti. C’era una piscina e uno scivolo: Ricardo si tuffò in acqua. Era bassa: urtò la testa sul pavimento della piscina, sentì dolore, Rodrigo vide del sangue. Una settimana dopo le vertigini, la nausea, il mal di testa: la botta gli aveva schiacciato la sesta vertebra della spina dorsale. I primi medici che l’avevano visto subito dopo la botta dissero che era tutto a posto. Gli altri dissero che era stato fortunato: “Potevi rimanere sulla sedia a rotelle per tutta la vita”. Kaká dice d’essere diventato un atleta di Cristo così, per quell’urto sul fondo di una piscina. Dice che è da quel giorno che ogni volta che segna esulta guardando in alto il cielo per ringraziare Dio.

Ricardo è nato in una famiglia di cristiani battisti. E’ stato battezzato a 12 anni: ora la sua famiglia è tutta evangelica, appartiene alla chiesa Rinascere, alla quale Ricardo versa il 10 per cento di tutti i suoi guadagni. Non si può capire Kaká senza la religione: la maglietta “I belong to Jesus”, le scarpe con la scritta Dio è fedele, il bracciale con l’incisione di Jesus, il nastrino di stoffa con le lettere “Oqjf”: O que Jesus faria, che cosa farebbe Gesù al mio posto”; la segreteria telefonica “Sono Kaká, in questo momento non posso rispondere. Dio ti benedica. Ciao”. Per entrare nella sua vita, bisogna “entrare in Cristo”, dice lui. Nel periodo dell’infortunio, ha fatto il predicatore per Rinascere: “Dico sempre che non esiste un’altra forma per me, oltre Gesù. La sua importanza è totale, lui è al primo posto nella mia vita”. Kaká è cresciuto con la Bibbia in mano, cita i passi a memoria: “Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica”.

Una volta è stato capace anche di convertire un compagno di squadra: “C’è un ragazzo che considero un fratello, lo chiamo ‘Il Gallo’. Giocavamo insieme nei juniors del San Paolo. Io lo invitavo sempre a venire a casa mia il sabato e la domenica. Ha cominciato a voler venire con noi in chiesa. Oggi lui è una benedizione”. Gli atleti di Cristo sono tanti: argentini, uruguaiani, messicani, soprattutto brasiliani. Fino al 2002 non li conosceva nessuno, poi è arrivato il Mondiale di Giappone e la finale di Yokohama contro la Germania. Allora il mondo ha visto in tv tre ragazzi inginocchiarsi e pregare: “Ho visto Edmilson che si avvicinava, ci siamo inginocchiati a terra, poi lo Spirito Santo ha mandato anche Lucio che era dall’altra parte del campo”.
In quella Coppa del mondo Ricardo era quasi sconosciuto all’estero. Si sentiva di un certo Kaká, che era uno del futuro con Diego e Robinho. In Brasile, invece, era già un idolo. Bello e bravo.

In quel periodo sono nate le Kakazetes, le sue fan che si riuniscono nelle chat e nei forum per parlare del loro ragazzo. Che shampoo usa? Che musica ascolta? Che fa quando non gioca? E’ vero che è fidanzato? Una arrivò a presentarsi da lui durante il ritiro del Brasile per chiedergli di sposarlo. Lui, che un po’ ingenuo lo è ancora, ci rimase: “Nemmeno mi conosce e già mi vuole sposare. Gli ho dovuto rispondere di no, perché purtroppo per lei sono già fidanzato”. Comunque, queste ragazze non mollano neppure ora che è sposato.

La moglie, dal 23 dicembre 2005, è Caroline Celico. Ha diciotto anni e le Kakazetes la odiano. Qualche giorno prima delle nozze si sono ritrovate sul sito Orkut per scrivere il loro messaggio: “23 dicembre 2005, Ricardo Izecson dos Santos Leite, il nostro Kaká, si sposerà con Caroline, per la disperazione di tutte le fan”. Il matrimonio è stato celebrato dai fondatori della chiesa rinata in Cristo, Estevam e Sonia Hernandes, famosi in Brasile per le loro cerimonie in diretta televisiva. Non quel giorno. Ricardo ha voluto pochi intimi in chiesa, ha scritto lui la canzone cantata dal coro gospel Renascer Praise, del quale fa parte anche Caroline. Kaká ha scelto con gli Hernandes anche i brani della Bibbia da leggere. Poi la notte. La prima, raccontata adesso a Vanity Fair: “Abbiamo scelto di arrivare casti al matrimonio. La Bibbia insegna che il vero amore si raggiunge solo con le nozze, con lo scambio di sangue, quello che la donna perde con la verginità. Non è stato facile arrivare al matrimonio senza mai essere stato con una donna. Con Caroline ci baciavamo e la voglia c’era, ma ci siamo sempre trattenuti. Per noi, la prima notte è stata bellissima. Se oggi la nostra vita è così bella, penso sia anche perché abbiamo saputo aspettare”.

Prima della notte, la festa all’Hyatt di San Paolo: c’erano tutti i compagni della Nazionale poi Seedorf, Serginho e il prefetto Serra. Il matrimonio è stato anche un affare: Ricardo era vestito da Giorgio Armani, di cui è testimonial; Caroline da Christian Dior, di cui la madre è rappresentante per tutto il Brasile. Kaká è uno spot vivente. La Adidas lo copre di soldi perché le serve: “Rappresenta la faccia pulita del calcio e porta allegria”. Per il marketing della multinazionale usare il suo volto significa fare soldi a palate. Piace Kaká.

Un sondaggio fatto in Brasile dice che oggi è lo sportivo più amato del Brasile, più di Ronaldinho. Così è l’uomo immagine del guaranà Antartica, bibita nazionale e sponsor della Seleçao. Accetta spesso contratti pubblicitari, ma si è dato una regola: mai spot per alcolici. A Milano ogni stagione il suo volto in bianco e nero guarda verso il Castello Sforzesco dalla parete griffata Armani. Poteva anche non giocare nel Milan, tra l’altro. Lo aveva chiesto Roman Abramovich per il suo Chelsea. Nella gara c’era anche la Juventus, che quando seppe dell’interesse milanista già avviato decise di ritirarsi per galanteria. Arrivò la battuta di Moggi: “Io uno che si chiama Kaká non lo prenderei mai”. Qualche anno prima lo aveva già visto Gino Corioni del Brescia: in una vacanza brasileira glielo proposero, lui fece un’offerta. Era troppo bassa: il San Paolo nel 2001 voleva 30 milioni di dollari. Tentò anche il Perugia, fu respinto. Nell’estate 2003 l’accordo con il Milan per una cifra vicina agli 11 milioni di euro. Doveva fare la riserva di Rivaldo e Rui Costa. Due anni e mezzo dopo Kaká ha seminato i presunti rivali.

Gioca, accompagna, segna ed esulta guardando il cielo, però è tosto, combatte, parla, non si fa schiacciare. Porgi l’altra guancia, fino a un certo punto. Kaká oggi è fortissimo perché non ha paura di far male a un avversario, perché se lo mettono giù li guarda brutto e se è il caso al prossimo giro mena lui. Così Kaká adesso è il campione che corre verso il futuro. Diverso per scelta. Come faceva Senna, un altro come lui: bianco, religioso, ricco. Brasiliano. Uguali: senza carnevale e capodanno, senza saudade, che non fanno parte della cultura da brasileiro atipico. Lui “è i piedi del Milan”, dice Gennaro Gattuso nel suo racconto della squadra a forma di donna. Piedi perché il Milan si muove con le sue cadenze: veloce quando lui accelera, lento se lui si riposa. Berlusconi se lo accarezza. L’altro giorno c’ha pure provato: “Questo ragazzo è il genero ideale. Bello, bravo, educato, gentile. Peccato sia già sposato”. Ricardo lì accanto ha sorriso, come sempre. Poi è tornato a casa da Caroline: “A me ha fatto piacere quello che ha detto il presidente. A mia moglie meno”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi