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Carlo Ancelotti

Ancelotti compra le Multifilter in aeroporto, che in Inghilterra non si vendono. Fumare è il vizio inevitabile, mai combattuto per sconfiggerlo. Perché poi? A Carlo piace la boccata, il sapore della nicotina, il gusto del tabacco. Concilia col pallone: accende per distendersi, spegne per parlare. Deve aver appena schiacciato una cicca prima di registrare la prima intervista in inglese: “Now I think it’s time to change and Chelsea was a great opportunity to do a new experience”.

3 Giugno 2009 alle 00:00

Ancelotti compra le Multifilter in aeroporto, che in Inghilterra non si vendono. Fumare è il vizio inevitabile, mai combattuto per sconfiggerlo. Perché poi? A Carlo piace la boccata, il sapore della nicotina, il gusto del tabacco. Concilia col pallone: accende per distendersi, spegne per parlare. Deve aver appena schiacciato una cicca prima di registrare la prima intervista in inglese: “Now I think it’s time to change and Chelsea was a great opportunity to do a new experience”.

A Londra arriva uno che vince anche quando perde. Signore, gli hanno detto. Che poi vuol dire niente o tutto: se ci pensa può essere anche dispregiativo, anche subdolo, anche vigliacco. Uno gli fa un elogio per tradirlo. Come cantava Cocciante: “E’ troppo buono e qui ci vuole un uomo”. Carlo non ci pensa mai, invece: signore è un complimento a prescindere. Allora signore è tutto e non è niente, è la parola che richiude ogni cosa: eleganza, stile, sincerità, capacità. Ancelotti non ha il ciuffo di Mancini, non il carisma di Mourinho, non il fisico di Guardiola: è ingrassato, è rotondo, è bianco, ha le gote rosse, si vende peggio di com’è. Cocciante non aveva capito niente: questo è buono e questo è un uomo. Calmo e agitato, capace di controllare il nervosismo e la gioia. Una sola volta oltre il normale, quella in cui prese il microfono a San Siro e cominciò a cantare: “Alé alé alé Milan alé, forza forza vincerai, non ti lasceremo mai”. Bisognava vederlo, impacciato come neanche il giorno delle nozze, emozionato come neanche il giorno della nascita dei figli. Una cosa da altro tipo. Carlo è l’insospettabile, quello che ha cambiato il modo di essere: in campo picchiava, fuori accarezza. Le polemiche lo disturbano, le provocazioni non lo sfiorano. Quante volte hanno provato a metterlo in difficoltà?

Dicevano che la formazione del Milan la facesse Berlusconi. E Carlo: “Ah sì? A me non risulta”. Una, due, dieci volte. Fino a quella del presunto sfogo berlusconiano. “Il presidente dice che non capisco un cazzo? Devono aver capito male, a me ha detto il contrario”. In otto anni a Milano ha pensato che se uno voleva fare l’allenatore del Milan non poteva essere diverso: lui è stato perfetto, attore di se stesso, interprete di un ruolo e di un modo di essere. I battibecchi con Mourinho sono stati il gusto migliore del calcio parlato degli ultimi tempi. Si stimano senza amarsi, si comprendono senza capirsi. Carlo sa che José è più bravo di lui a parlare, però spera di fregarlo, di vincere con il Chelsea quello che a Mou non è riuscito: la Champions. Perché lui è vincente a dispetto di una faccia che non è di successo e da copertina. Per il Milan è stato la chiusura di un cerchio: l’era Berlusconi cominciò con Liedholm, il maestro di Ancelotti; ha avuto il massimo splendore con Sacchi, il protettore di Ancelotti, poi ha avuto lui, Ancelotti, la sintesi di due passati e forse l’unica possibilità di dare un futuro. Cioè quello senza di lui, con lui altrove, a Londra e poi magari chissà dove altro.

Mai portato rancore per nessuno. Parla di affetto, di stima, di complicità con Galliani e Berlusconi. Sincero per tutti e sincero soprattutto per se stesso, che se mentisse lo farebbe prima di tutto dentro e poi fuori. Allora no: quello che dice pensa, nonostante otto anni di Milan gli abbiano creato una corazza di diplomazia che lo protegge dalle frecciate altrui. Chi lo conosce bene aveva anticipato l’addio a Milano il giorno in cui è uscita la scheda che annunciava l’uscita del suo libro per Rizzoli. Ancelotti non avrebbe mai raccontato neanche le cose belle, se avesse saputo di restare l’allenatore del Milan. Invece lì dentro ha infilato aneddoti, storie, qualche pizzico velenoso, una infinità di coccole. Si è aperto Ancelotti, come non aveva fatto prima. Chi emigra lascia sempre qualcosa di sé: Carlo ha lasciato una specie di testamento con una copertina spiritosa e un titolo che scherza sulle sue passioni contadine e gastronomiche, sul suo peso leggermente troppo alto e invece non lo fa sul suo destino. “Preferisco la coppa” è un gioco di parole che parte da Reggiolo e dai suoi maiali e finisce di fronte a un palco con la Champions sul piedistallo. Ancelotti parla e regala quello che non ha mai regalato: “Nell’ultima riunione prima della finale di Champions contro la Juventus, a Manchester, Berlusconi si era seduto in mezzo alla squadra. Io ero preoccupato. Alla fine gliel’ho pure chiesto: ‘Come sono andato, presidente?’. ‘Tutto bene Carletto. Mi sei piaciuto, vedrai che vinciamo’”. Ancelotti s’è sempre tenuto dentro le storielle, le ha divulgate dosandole per evitare la bulimia di chi lo ascoltava. Allora s’è tolto anche qualche peso, come quello su Zlatan Ibrahimovic: “Nell’estate del Pinocchio 2006 era praticamente nostro. Il problema è che a Ibra è mancato il coraggio di aspettare. La frenesia non paga, Moratti sì”.

Carlo mangia e alza e l’ordine potrebbe anche essere invertito. L’obiettivo gliel’ha trasmesso Sacchi più di Liedholm: perché ci sono due Carlo e si trascinano appresso i due allenatori che gli hanno cambiato la vita. Nils, a Roma, faceva parte di quel modo di essere provinciale che Ancelotti non ha mai voluto abbandonare. Il Barone lo volle dopo averlo visto 55 volte giocare col Parma. Il presidente Viola s’era ribellato: “E’ un contadino che costa più d’una flotta… Che c’ha, i piedi d’oro?”. Liedholm aveva deciso: o lui o niente, perché lui serviva, lui era quello che mancava. Si presentò da Viola e gli rispose senza polemiche: “Vedrà che non si pentirà: la Roma farà un investimento favoloso per quindici anni…”. Carlo è rimasto molto meno. Abbastanza però per diventare un romano diverso da quello che raccontò d’essere nell’inverno 1979: “Quando sono libero non esco mai dal pensionato perché ho paura di perdermi… io a Roma non c’ero venuto mai neppure da turista e mi è sembrata tentacolare, immensa. Io solo quando gioco non mi perdo e sono disciplinato tatticamente senza far fatica. Il Barone dice che non vado mai contromano ed è il più bel complimento che un calciatore moderno possa ricevere”. Nils gli ha insegnato molto, non tutto. Ha detto e dirà ancora che le cose più belle gliele ha dette quando s’infortunò al ginocchio e per quello saltò la fine del campionato 1982 e poi i Mondiali di Spagna. Gli diede la forza di non deprimersi e quella di continuare a giocare.

Diceva Liedholm che Carletto era il più bravo dei suoi figli pallonari. Gli piacevano le origini che Viola aveva contestato, gli piaceva il suo modo di pensare. E’ lo stesso di oggi: “Una partita di calcio resta una partita di calcio anche in capo al mondo, anche su Marte e sulla Luna. Io cerco di giocare sempre con semplicità come quando avevo la maglia del Reggiolo o quella del Parma. Resto un provinciale e non mi dispiace affatto. Io non riesco a polemizzare con nessuno, a parlare male di nessuno. Sono cresciuto in campagna, all’aria libera, tra vendemmiate e corse in bicicletta. Mia madre diceva sempre: guarda Carlo che se ti fai male la pianti col calcio e pensi solo alla campagna! Diceva così quando ero bambino, e scappavo anche a piedi nudi, oppure dalla finestra con una corda appesa, per partecipare a una sfida di pallone in cortile… Io mi sono rotto fin qui soltanto un braccio, ma in bicicletta. M’ero messo in testa di fare il Gimondi e sono finito contro un camion…”. Era in ospedale mentre parlava. Ginocchio, sempre quello. Rotto a Roma e poi mai a posto anche ai tempi di Milano. Di nuovo con Nils e poi con Sacchi. Arrigo gli ha dato la dimensione internazionale, l’opposto di quella che Liedholm aveva rinvigorito. Questione di città, forse. A Milano non poteva essere solo il reggiano Carlo. Il Milan, quel Milan, stava per prendersi il mondo. Con quella squadra Carlo ha vinto la coppa dei Campioni, poi l’Intercontinentale: “Avevamo un buon portiere, Galli. Ma i fuoriclasse erano tre: Gullit, Donadoni e Baresi”.

Con Sacchi Carlo è stato il perno di una squadra rivoluzionaria. Qui, lì, di nuovo qui: una specie di elastico con Ancelotti punto fermo e palo al quale l’elastico si agganciava per stendersi e ritirarsi. Fondamentale e unico. Quello che lui ha creato con Pirlo, anche se Carlo non aveva i piedi di Andrea. Le ginocchia l’hanno fatto smettere prima di quanto aveva stabilito, però non gli hanno vietato di fare quello che Arrigo aveva scelto per lui: l’allenatore, secondo e poi primo. Sacchi se lo portò in Nazionale dal primo giorno, nel 1992. Il rapporto è rimasto oltre, perché Ancelotti è passato per caso o per scelta nei punti chiave della carriera di Sacchi. Parma, allora. Parma arrivata subito dopo l’esperienza di Reggio Emilia e di una promozione in serie A da allora diventata un miraggio. Da Parma Arrigo era partito, a Parma Ancelotti è arrivato nel 1996. L’ha fatta arrivare per la prima volta seconda in campionato, l’ha portata per l’unica volta in Champions. Ha voluto e preso Crespo, non ha voluto e non ha preso Baggio. Sacchi ritorna a ripetizione, come una benedizione maledetta oppure come una maledizione benedetta. Roby non faceva per Carlo perché non faceva anche per Arrigo. Solo che Arrigo non poteva, mentre Ancelotti sì. Allora niente classe, non quella di Baggio. Se lo porterà ovunque il rammarico, ammesso che ci sia. Non ha mai spiegato fino in fondo, non ha mai detto tutta la verità: non gli piaceva? Non gli serviva? Del Piero, invece, s’è l’è tenuto e l’ha difeso. E’ successo a Torino, dove il primo momento di difficoltà di Alex è arrivato con Carlo in panchina. Lì è stato lui a non essere difeso. Perché rimarrà per sempre nella vita l’amarezza per quello striscione: “Un maiale non può allenare”. Ce l’avevano con lui ed erano suoi tifosi.

E’ sempre stato un grande incassatore, Ancelotti. Incassa, però soffre. L’ha fatto allora, perché non capiva: davvero era solo colpa del fatto che era stato un calciatore della Roma? All’epoca aveva raccontato l’amarezza a sua moglie Luisa, la donna che gli è rimasta accanto per una vita e poi diventata fonte di altre amarezze. Lei che l’aveva soprannominato “Faccione”. E’ stato il momento peggiore della sua vita, non per quello che è successo nella stagione 2008/2009 con le voci su una loro presunta separazione, ma per come è nato tutto: sui giornali, con signore e signorine che parlavano di lui, con i fatti privati diventati pubblici. No, questo non è mai stato lui. Carlo, a Milano, non ha fatto la vita che faceva all’inizio a Roma, però non ha mai voluto far parlare di sé fuori dal pallone. Quando gli chiedevano dove andasse finito gli allenamenti rispondeva così: “Quando la città si svuota mi piace andare sui Navigli, una delle zone più suggestive, che finalmente in questa stagione si scopre in tutta la sua bellezza. In particolare frequento spesso Le Vigne, una trattoria classica dove ci si sente tra amici: lì trovo i piatti che preferisco, ovvero semplici salumi e formaggi, ma anche ottima carne di chianina, e una gran scelta di bottiglie di vino”. Normale, naturale, banale anche. Carlo è sempre stato lo stesso, che vincesse o perdesse. Sarà così, che vinca o che perda. Nasconde nasconde tutto in una nuvola di fumo. Una boccata per prendere tempo, una per non lasciarsi andare allo sconforto. Non recrimina, non si lamenta. Non alza la voce. Un tono sotto per essere superiori. Perché lo stile vince sui risultati, a volte.

Che colpa ne ha, Carletto? Il suo ultimo Milan è arrivato ovunque, ha vinto il possibile. E’ finita, stop. Lui l’ha capito prima di altri, però non ha mollato. Si è presentato come sempre, ci ha messo la faccia, si è preso le responsabilità: la squadra la fa lui e lui si prende le domande difficili e le risposte complicate. Sapeva che era in discussione, sapeva che avrebbe potuto non essere più l’allenatore del Milan. Però un libro e basta. Non parla, non si agita, non sbuffa. Fuma soltanto, orgogliosamente fuori moda con una sigaretta che non vuole nascondere. Il calcio ha bisogno di Ancelotti perché quelli come lui accettano le sconfitte. Carletto è un vincente sfortunato: il pallone gli ha dato molto, ma non tutto. Come Liedholm, no? Due coppe dei Campioni, un mondiale per club, uno scudetto. S’è preso trofei quanto il suo maestro Sacchi, eppure non avrà mai la stessa considerazione. Arrigo ha reinventato il calcio, Arrigo prendeva applausi al Santiago Bernabeu e al Camp Nou, Arrigo faceva il profeta. Ancelotti non ha mai avuto la pretesa di assomigliargli, ma ha avuto gli stessi risultati impressionanti. E li ha avuti con una squadra inferiore.

I tifosi del Milan lo amano, però mai quanto hanno amato il suo mentore. Forse è il carattere, forse è solo che l’altro è stato troppo rivoluzionario. Però qualcun altro l’avrebbe detto, si sarebbe lamentato, avrebbe mostrato le classifiche, le rose, i soldi spesi. Carletto è vittima del suo modo di essere: perbene in un mondo di meschini. L’ingiustizia non l’ha mai reso acido: va in tv con lo stesso charme di sempre, con quell’espressione che si capisce quando è arrabbiato, ma che non si trasforma in una lagna. Se non è d’accordo alza il sopracciglio. Se non gli va una domanda inspira e si prende tempo. Si sente messo in discussione? “Non mi sento un capro espiatorio”. Eppure i giornali li abbiamo letti tutti: dopo Istanbul e la sconfitta contro il Liverpool, dopo il campionato 2007/2008, dopo l’eliminazione dalla coppa Uefa nell’anno in cui per tutti avrebbe dovuto solo stravincerla. I nomi dei successori si sono sempre rincorsi e moltiplicati. Avanti uno e poi il prossimo.

Così la storia che la formazione non la decida lui: provino gli altri a vincere quello che ha vinto e poi vediamo. Provino gli altri a prendersi ogni calciatore la società gli dia e senza dire una parola. Doppione? Doppione. Ancelotti è sempre stato tutelato a metà. E si è sempre difeso da solo: chi non alza la voce non ha bisogno di avvocati. Se l’è sbrigata senza aiuto anche quando sono andati a investigare sulla sua vita privata, sulla moglie e sul matrimonio. Non ha sbraitato, ha solo chiesto il rispetto della sua privacy. Il calcio e il suo mondo sono intrecciati senza essere abbracciati fino a soffocare. Si vince spesso dalle sue parti e il merito è sempre dei campioni. Si perde ed è colpa sua. Davanti alla tv, davanti ai tifosi c’è solo un sopracciglio che si alza oltremisura. Vale più di una lamentela, ma non dà fastidio a nessuno. Si capisce anche all’estero, senza parlare.

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