cerca

Walter Zenga

Nero, nero, nero. Poi una scritta bianca che scorre: “Ieri… Yesterday… 1989, 1990, 1991. Miglior portiere del mondo… the best goalkeeper of the world… Oggi… today… 164 panchine… benches… in sei nazioni diverse… six different countries… e otto stagioni… and eight seasons. C’è solo un… there is only… Walter Zenga”. Walter non è più Zenga. Pelato, senza ciuffo, col berretto dritto in testa, venti chili in più. Internet è uno specchio deformato: Zenga è Walter solo per il naso storto.

2 Giugno 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 1 dicembre 2007

Nero, nero, nero. Poi una scritta bianca che scorre: “Ieri… Yesterday… 1989, 1990, 1991. Miglior portiere del mondo… the best goalkeeper of the world… Oggi… today… 164 panchine… benches… in sei nazioni diverse… six different countries… e otto stagioni… and eight seasons. C’è solo un… there is only… Walter Zenga”. Walter non è più Zenga. Pelato, senza ciuffo, col berretto dritto in testa, venti chili in più. Internet è uno specchio deformato: Zenga è Walter solo per il naso storto. E’ la curva della vita, quella. Contorta più del pensiero semplice e pianeggiante. Popolare, come la tv che faceva una volta da conduttore, ai tempi di Roberta Termali, una mezza dozzina di donne fa. Odeon s’illudeva di diventare la nuova Fininvest: prendeva le star dell’epoca e li sbatteva in diretta. Zenga parla semplice, adesso come allora, con una lingua che non s’è mai arresa all’idea di stare ferma: “Me ne vado”. Cioè ciao, che i romeni lo capiscono tutti. Se ne va, torna, arriva. Italia. Dove? Boh. Milano, adesso. Casa. Dice che tanto non starà fermo per molto: vuole allenare, perché questo è il suo nuovo mestiere. Muoversi non è un problema: Stati Uniti, Romania, Serbia, Qatar, Romania di nuovo. E’ l’ossessione dell’uscita, forse. Lo perseguita da sempre: gli hanno fracassato le palle per una vita, con la storia delle uscite. I cross: “Vai Walter, anticipa”. Zenga arrivava in ritardo e tornava storia sempre uguale. Punto debole, piaga, fregatura. “Zenga non sa uscire”. Alto, mezz’altezza, rasoterra: gli davano dell’incapace.

Un mostro tra i pali, una mozzarella fuori, uno capace di toglierti il pallone dalla casetta, ma di bucare come un pollo un traversone per Rui Barros. Il tempo, dicevano. Non sapeva scegliere quando e come, i passi, i movimenti, le braccia tese o raccolte. Caniggia è l’incubo vero. Perché è stata quella sera di Napoli che ha sempre alimentato le cattiverie. Mondiale ‘90, non aveva preso neanche un gol. Quello fu il primo: di nuca, vigliacco, bastardo. Al buio, coi suoi pugni sopra la testa bionda di quell’argentino e sopra anche quella di Riccardo Ferri. Errore. Lui non ha mai accettato, quello: “Solo Maradona ha capito tutto. Perché lui conosce il calcio: la verità è che è stato bravo Caniggia. E’ riuscito ad anticipare la mia idea di anticipare lui”. L’unica volta nella vita in cui non ha parlato semplice è stato per nascondere lo sbaglio. Perché questo è stato il suo peccato: non ammettere. Sorridente e spavaldo, invece. Il giorno dopo a Marino, pareva quasi divertito: lui il masochista, al limite di sentirsi contento d’essere il colpevole, l’obiettivo di tutti, il crocifisso. Non gliel’hanno perdonata. Nessuno: i compagni, il commissario tecnico Vicini, il presidente federale Matarrese, i trenta milioni di italiani delle notti magiche inseguendo un gol. Poteva dire: “Colpa mia”. Poteva fare il martire, il Baggio di Usa ’94 che sbaglia il rigore e tradisce un paese, che gioca anche se non può giocare e non c’è quel giorno per 120 minuti e però finisce per essere difeso, il più difeso, il predestinato al contrario. Walter così sarebbe uscito come la vittima, poveraccio. Come quello che adesso porta la croce, ma non se lo merita.

Era il miglior portiere del mondo, in fondo. Non sarebbe stato Zenga, però. Walter era l’uomo ragno, il bullo di viale Ungheria, il re della Milano boriosa degli anni Ottanta. Era la catenina fuori dalla maglietta, da baciare per ostentare un’appartenza, era il ciuffo che cadeva sull’occhio, il sorriso da divo di Cioé, la gomma masticata in faccia al mondo. Coraggioso e presuntuoso, sfrontato e folle. Sempre stato così. Quando lo mandarono alla Salernitana in prestito, fu massacrato per una papera contro il Campobasso. Roba da serie C. Scuse neanche allora. Perché un portiere deve chiedere scusa? Un giocatore che sbaglia un rigore non invoca il perdono. Come Vialli, che quella sera di Napoli sbagliò a due metri da Goycoechea e nessuno se lo ricorda. Zenga non ha cercato compassione, allora. Tutti hanno cancellato il resto: aveva detto che non voleva arrivare ai rigori, che non si sentiva pronto per quelli, che l’avversario partiva fortunato e carico perché aveva parato già la Jugoslavia. Walter aveva pure scherzato: “Io rigori non ne paro da vent’anni”. Non sono mai stati il suo: troppo complicato, troppo da calcolatore, da computer che conta la probabilità, poco istintivo, poco da fumetto. A Zenga piaceva stare in porta e aspettare l’avversario. Adorava stare lì, ad aspettare l’assalto. Amava il volo: plastico, morbido, a effetto. Era il contrario di Dasaev che si giocava ogni volta con lui il premio di migliore del mondo. Rinat era una statua, un computer umano, uno che solo Van Basten poteva umiliare. Zenga quel tiro di Marco all’Europeo ’88 in Germania l’avrebbe preso, sicuro. Però prendeva anche gol agghiaccianti, come quello di Genova nel 1994. Ultimo anno all’Inter. Di fronte c’era Gianluca Pagliuca, l’uomo che avrebbe preso il suo posto a Milano, dopo avergli rubato già quello in Nazionale.

Era finita l’epoca di Zenga e Tacconi. Amici contro. E’ stato il primo dualismo della porta: uno doveva scegliere, o uno o l’altro. Due tipi diversi, rivali per tanti anni, in competizione perenne per un posto. Bisognava darsi una regolata: la maglia con lo sponsor Misura o quella con Ariston. Era una scelta di vita: il caschetto di Walter e la chioma ingellata di Stefano. Una volta, nel 1990, Vicini inventò la staffetta del portiere: a Palermo, in un’amichevole contro l’Olanda, decise che avrebbero giocato un tempo a testa. Il Mondiale era già finito. Zenga e Tacconi non capirono: la sera prima della partita uscirono insieme a fumarsi una sigaretta. Stefano parlò: “Io, a differenza di Zenga, sono stato per anni in panchina: lui invece ha più opportunità per fare vedere il suo valore… Adesso mi danno questa possibilità? Bene, è un’ occasione: io ho lo spirito di sempre. Vicini mi ha chiesto se sono disponibile. Sapete che cosa gli ho risposto? Mister, conti su di me”. Walter era meno sorridente: “Io non ce l’ho con i settemila giornalisti sportivi che ci sono in Italia ma con quei quattro-cinque che mi odiano. Io accetto le critiche, mai la malafede”. Il tempo ha massacrato anche quel ricordo: oggi Walter è tornato il mezzo idolo interista, perché lui l’amore non l’ha mai negato. Gli altri sì. Lo cacciarono, preso e mandato via, perché a 35 anni aveva chiuso col calcio dei grandi. Lo capì l’8 febbraio 1994, quando uscì da San Siro in lacrime, dopo aver sfiorato per la prima volta nella vita di essere aggredito dai tifosi. Scrisse una lettera: “Cari tifosi… Immagino i vostri brutti pensieri soprattutto nei confronti della vecchia guardia… uomini che vi hanno regalato gioie, salvato tante volte la squadra e che ora buttate via come oggetti… Tutto quello che hanno fatto non serve più a nulla. Così, con le vostre inutili parole, otterrete probabilmente il risultato di allontanarli da una squadra che hanno contribuito a fare grande e che senza di loro non sarà mai più la stessa”. La lesse in diretta su Telelombardia sua moglie Roberta Termali.

L’addio fu questo. Anzi no. Fu dopo: migliore, bello, giusto. Fu in una sera elettrica. Un Inter-Salisburgo a San Siro. Ginocchia, indice, medio, anulare, mano aperta, migliolo. Una parata dietro l’altra. Di più. Fino all’impossibile. “Zenga, Zenga, c’ è solo un Walter Zenga". L’ultimo totem a brillare nella notte di Milano. Ottantamila in piedi per uno che la settimana prima stava per essere preso a cazzotti: è la magia di un simbolo. Cancella, riavvolge, copre. Quell’ovazione fu un risarcimento. Grazie, scusa e addio, voleva dire la gente. Un addio sofferto. “Zenga, Zenga, c’è solo un Walter Zenga. Quella notte, Pellegrini aveva già fatto tutto: offerte, proposte, rifiuti, nomi e miliardi. Inter e Sampdoria, accordi, transazioni, soldi.

Fu Ottavio Bianchi a scaricarlo e lui lo sa, l’ha sempre saputo. Il mister voleva Pagliuca, lo stesso che a Walter aveva già preso il posto in Nazionale. Quella è stata la vera rivalità, mai troppo raccontata. Gianluca soffriva Zenga, la sua popolarità, la sua sfacciataggine. Poco tempo prima gli avevano chiesto se invidiava qualcosa a Zenga: “Dimostra la sua bravura quando è davanti a una telecamera”. Mezzo complimento e mezza provocazione. Gli anni sono passati anche per questo: hanno riempito il vuoto. Ora neppure se lo ricordano. Lo scambio ci fu. Pagliuca a Milano. Zenga a Genova, poi Padova e dopo ancora l’America a Boston, ai New England Revolution. Zenga ha cominciato allora a pensare che l’estero poteva essere casa sua. E’ diventato allenatore negli Stati Uniti. In Italia non ha mai preso una panchina: anzi, una sì. Il Brera in serie D. Poi vuoto, sempre più vuoto: non s’è mai capito se nessuno l’abbia voluto o se sia stata una scelta. Ha fatto il postino per conto di Maria De Filippi in “C’è posta per te”: prendeva la bici, si metteva il cappellino e si mostrava alla gente. Famoso, sorridente, rubacuori. Era la trasmissione per lui: popolare e vagamente trash, il massimo per uno che viveva per il coro di una curva. “Uno di noi”, cantava la Nord. Poi arrivò l’altra: “Un Walter Zenga, c’è solo un Walter Zenga”. E’ quello che non hanno mai detto le sue donne, consumate da amori folgoranti e spesso rapidi. Era sposato con Elvira: lei lo lasciò quando scoprì che Walter aveva una relazione con la Termali. Poi fallì anche il matrimonio con Roberta, quello che tutti volevano finisse bene. Erano un po’ i Totti e Ilary dell’epoca: si sposarono in una bella giornata del 1992. Era il 28 settembre: a Milano c’era sindaco Piero Borghini. Fu lui a celebrare le nozze nei giardini di via Palestro: c’era Osvaldo Bagnoli, Peppino Prisco e Azeglio Vicini. C’era Gianluca Vialli, Ruud Gullit e un migliaio di curiosi. Perché Walter era Zenga, all’epoca: personaggio, campione, celebre, forte, telegenico. Il suo testimone fu Davide Fontolan. Fontolino. Finì anche quel matrimonio: arrivò Hoara Borselli. Poi s’è perso il conto: l’ultima signora gli ha complicato la vita. Walter era a Belgrado. Aveva appena vinto tutto: campionato e coppa come allenatore della Stella Rossa.

Lui alzava trofei e scattava foto con il presidente Dragan Stojkovic, a Bucarest usciva il diario di sua moglie Raluka pubblicato su un tabloid: c’era scritto le la Serbia era un posti schifoso, che i serbi pure, che lei e Zenga non si trovavano bene. Smentite, rettifiche, correzioni. Conferme. Walter non ha lasciato i Balcani per questa storia, ma la fine è cominciata quel giorno perché a Belgrado quelli del quotidiano Kurir hanno chiesto di ritirare il visto a Raluka e allora anche a Zenga. Lei non è stata l’unica a creare tensione. Un’altra fu Marina Perzy. Erano giorni spensierati della carriera all’Inter. C’era ancora Bearzot ct dell’Italia: il mister lo cerco per convocarlo, ma Walter era un attimo impegnato in una fuga d’amore con la bella. Il Vecio la prese così e così: non lo chiamò mai più e la Nazionale arrivò solo con Vicini. Solo. Perché con Azeglio finì anche. Zenga non era il tipo di portiere che poteva piacere ad Arrigo Sacchi. Lo sapeva, Walter. Lo sapeva e quando la cosa diventò ufficiale, aveva la stessa faccia del giorno dopo la sconfitta contro l’Argentina. Quel sorriso beffardo tipico suo. Da paraculo. Se ne uscì così, con un brano canticchiato ai microfoni: “Hanno ucciso l’uomo ragno”.
Ha sempre avuto bisogno di nemici. Era il suo modo di dare il massimo. Lo è anche ora. La storia della Dinamo Bucarest di adesso assomiglia a tante altre della carriera. Non è colpa sua, ci mancherebbe. Dice che sono loro, gli altri, che hanno fatto casino: troppa gente che vuole comandare, troppi capi e capetti, troppe teste. Ognuno la sua. Allora lui poteva andare d’accordo con uno e non con l’altro. Come al Padova, quando arrivò stanco e demotivato dopo quindici anni al vertice, tra Inter e Sampdoria. Giocò anche in B, ma a un certo punto disse basta.

Arrivò l’offerta dall’America e disse sì: “Però la verità è che ero abbastanza stufo di prendere insulti. Gli americani avranno tanti difetti, ma almeno non vanno allo stadio per tifare contro. Ero un po’ stanco di dovere ascoltare offese continue a mia moglie e ai miei figli, stanco dei cori ‘Argentina, Argentina’, stanco di un ambiente dove ti danno due giornate di squalifica perché il quarto uomo ti vede rispondere alla gente che ti infama. Hanno dato una multa al Piacenza per gli insulti dei tifosi a Baresi. Niente da dire, ma si sono accorti di quello che succede da anni a me e a Nicola Berti? Per carità: senza l’offerta americana avrei continuato a prendere insulti. Però l’offerta è arrivata e io vado. Sa cosa mi ha detto l’arbitro Nicchi? Che faccio bene ad andarmene, se il calcio italiano è diventato questo. E poi, parliamoci chiaro: una volta si diceva che lo stress e le tensioni erano giustificate dagli stipendi; ora in Germania e in Inghilterra si guadagna anche meglio, con la differenza che dopo la partita vai a bere al pub con gli avversari. Adesso diranno: ecco, ha parlato il dinosauro. Ma qui tirano i rubinetti in campo. Vado negli Stati Uniti e chissà, magari ci resto. Mi aveva cercato solo l’ Atalanta. Mi dispiace: si parla sempre di Baresi e del mio amico Bergomi come vecchie bandiere e nessuno si ricorda di un portiere che a 36 anni ha avuto la forza di ricominciare dopo un’operazione ai legamenti crociati del ginocchio e che adesso emigra negli States. Deve essere colpa del mio carattere, sono sempre stato uno contro”.

Ora tornerebbe. Fregandosene del tifo, degli insulti, delle parolacce. Non lo dice perché l’idea di fare il Milutinovic italiano sempre a caccia di una panchina lontana, lo fa sentire importante. Però a Zenga lo si fa felice davvero se gli si dà una panchina qua. Aldo Spinelli c’aveva pensato per il suo Livorno, dopo che Walter aveva vinto con la Stella Rossa. E’ saltato tutto. Carattere, accordi, priorità. Walter s’è rimesso in cammino. E’ andato in Turchia in una squadra che doveva fare le trasferta in pullman, come faceva lui all’inizio degli anni Ottanta, quando si muoveva tra San Benedetto del Tronto e Savona. Poi la Romania. : “Ieri… Yesterday… 1989, 1990, 1991. Miglior portiere del mondo… the best goalkeeper of the world… Oggi… today… 164 panchine… benches… in sei nazioni diverse… six different countries… e otto stagioni… and eight seasons”. Manca la nona. Il paese c’è già, conta anche il Brera nella carriera da allenatore. L’Italia è un sogno. Dove è un dettaglio, adesso. Zenga non è Walter. Però è uno di noi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi