cerca

Angela Merkel

La cancelliera è un rebus. Forse per questo non c’è politico tedesco che possa fregiarsi di tanti soprannomi quanti ne sono stati dati a lei. Il primo, cronologicamente parlando è Kohls Mädchen, la ragazza di Kohl. Non necessariamente un vezzeggiativo. Poi quando nel 2003 al congresso di Lipsia annunciò il nuovo corso liberista della Cdu a qualcuno venne in mente di incoronarla Lady di Ferro.

29 Maggio 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 28 novembre 2007

Il settimanale Spiegel deve alla cancelliera Angela Merkel alcune delle sue copertine più riuscite. Nella penultima il pittore Daniel Adel l’ha immaginata con sembianze e soprattutto con quel sorriso enigmatico da Monna Lisa. “Perché questa donna sorride?” recita il titolo. Adel per questa copertina ha ripescato la pubblicità del libro di Dan Brown “Il Codice da Vinci”, dove, sotto la riproduzione della vera Monna Lisa, c’era una domanda simile “Why is this man smiling?”. I lettori del giallo sanno il perché. Stava nel segreto che custodisce: quello del Santo Graal. Ma Merkel che ha da sorridere, visto che, come recita il sottotitolo della copertina dello Spiegel, “La grande coalizione si sta sgretolando”?.

L’anno scorso, per il primo anniversario di governo, Adel si fece ispirare da Cervantes e fece due copertine. In una Merkel era Sancho Panza mentre il vicecancelliere Franz Müntefering appariva nelle vesti di Don Chisciotte, nell’altra i ruoli erano invertiti. Giusto perché tutti capissero seguiva poi breve spiegazione: “Nel 2005 in campagna elettorale Merkel si era presentata ancora come un politico coraggioso – si leggeva sullo Spiegel – Un anno dopo si vede che manca di polso e direzione”. Almeno durante la coalizione rosso-verde si sapeva – perché aveva tenuto a precisarlo il cancelliere stesso – che Gerhard Schröder era il cuoco e Joschka Fischer il cameriere. Con la coabitazione di Spd e Cdu, soltanto dodici mesi dopo l’inizio della Grosse Koalition i ruoli erano intercambiabili. La copertina del biennio non necessita di spiegazioni. Tempi burrascosi si preannunciano, anche se Merkel dalle pagine della Bild Zeitung, non mette in dubbio la tenuta fino al 2009. E poco importa se il suo alleato più fedele, il vicecancelliere Müntefering, se n’è andato. Un’uscita di scena che ha all’origine motivi personali.
Eppure, riguardando la storia politica di Merkel, qualche sospetto viene. Fu lei a scalzare dal trono prima il suo grande mentore, Helmut Kohl, poi Wolfgang Schäuble, pesi massimi della politica tedesca e della Cdu. Certo per colpa loro, questioni di bustarelle e altro. Ma intanto lei c’era, e rimaneva. Quest’anno peraltro Müntefering è stato il secondo a uscire di scena: a precederlo è stato il capo della Csu, Edmund Stoiber, da sempre indigesto a Merkel. Anche in questo caso è stato “Kaiser Edi” per ingordigia di potere a scavarsi la fossa, ma intanto lei c’era, e rimaneva. Così due figure politiche importanti e a volte scomode per Merkel se ne sono andate.

La cancelliera è un rebus. Forse per questo non c’è politico tedesco che possa fregiarsi di tanti soprannomi quanti ne sono stati dati a lei. Il primo, cronologicamente parlando è Kohls Mädchen, la ragazza di Kohl. Non necessariamente un vezzeggiativo. Poi quando nel 2003 al congresso di Lipsia annunciò il nuovo corso liberista della Cdu – prometteva una flat tax, la fine del posto a vita, snellimento burocratico – a qualcuno venne in mente di incoronarla Lady di Ferro. Un’attribuzione frettolosa, sia da parte di chi lo intendeva come viatico sia da parte di chi lo usava come mannaia. Hanno vinto i secondi. Partita superfavorita nelle politiche del 2005 Merkel riuscì a vincere giusto per due seggi in più dei socialdemocratici al Bundestag. Quella sera, sul palco allestito nella sede del partito sembrava pietrificata, anzi incenerita. La sua politica liberista, se voleva governare, questo lo sapeva già, la doveva buttare nel cestino, con i socialdemocratici non ci sarebbe riuscita. Tant’è che da quel momento in poi parlò soltanto di “piccoli passi”. Una strategia che a due anni dall’inizio dell’avvio della Grosse Koaltion porta il Newsweek a titolare “The lost leader – Un tempo salutata come la Margaret Thatcher tedesca, oggi Angela Merkel governa affidandosi ai sondaggi, volando basso, incagliandosi nelle riforme. Che cosa è successo?”. In un articolo interno al settimanale americano Hugo Müller-Vogg, il suo biografo, si chiede poi: “Ma è mai stata veramente una riformatrice?” E subito dopo risponde: “Scesa in campo come una Giovanna d’Arco intenzionata a combattere ogni socialista che le si presentava davanti, non ha però mai veramente iniziato la battaglia. E oggi più che interrogarsi su quale sia una buona politica si domanda che cos’è fattibile e cosa no. Più che dire quel che vuole, vende il minimo comune denominatore come il più grande successo possibile”.

Angela Merkel, non è proprio generosa nel rilasciare dichiarazioni, ma quel che dice pensa (glielo riconosce apertamente anche George W. Bush, il quale è della stessa pasta come recita il suo adagio “I say what I mean, I mean what I say”) e va preso sul serio. Meglio dunque non dimenticare una frase di qualche anno fa: “Non sono una coraggiosa… ma quando prendo una decisione non torno indietro”. In una tradizione politica che tiene tuttora in gran considerazione la disciplina di governo (tant’è che il leader socialdemocratico Kurt Beck non ha voluto prendere il posto di Müntefering per non essere imbrigliato) non è che potesse dire e promettere molto di più il giorno del giuramento del governo. E almeno per la prima metà del mandato passi, più o meno piccoli, a volte grandi, sono stati fatti. Sono stati sistemati i conti, con successo. Quest’anno il deficit corrente è lo 0,5 per cento del pil e dal 2008 si dovrebbe registrare un surplus di 92 miliardi di euro.

La disoccupazione ha registrato una diminuzione di 1 milione di posti di lavoro, c’è stato il promesso sgravio fiscale alle aziende che dal 2008 sarà al di sotto del 30 per cento, è stato ulteriormente abbassato il contributo di disoccupazione, che dal 6,4 per cento nel 2007 è passato al 4,2 e ora dovrebbe essere ulteriormente ridotto al 3,9 per cento. Il ministro dell’Interno, Wolfgang Schäuble, intanto non demorde dalla sua battaglia per una politica di sicurezza preventiva più al passo con i tempi: indagini online, sicurezza dei cieli, punibilità di chi frequenta campi di addestramento in Afghanistan e Pakistan. E soprattutto la politica familiare, che a ben vedere è stato un colpo da maestro. Grazie all’intraprendente Ursula von der Leyen, ministro per la Famiglia, l’Unione si è appropriata di un tema da sempre appannaggio della sinistra, costringendo l’Spd a una sfiancante rincorsa. Quello che però salta all’occhio seguendo passo passo Merkel è che lei in tutto il lavoro svolto dalla Grosse Koalition nei primi 24 mesi non compare quasi mai in prima persona. Raramente è intervenuta nelle diatribe interne al governo o in questioni sindacali. Non una parola sul braccio di ferro tra Schäuble e l’Spd che lo accusa di voler sbaraccare lo stato di diritto. Non nella recente vertenza sindacale dei macchinisti che minacciano di stravolgere il paese con uno sciopero a oltranza dei treni passeggeri e merci. Non quando Müntefering fu attaccato duramente proprio dai suoi – da Beck in persona – perché non voleva modifiche in senso assistenzialista dell’assegno di disoccupazione, e sì che stava difendendo anche una convinzione profondissima della Merkel.

Nei momenti più caldi la Kanzlerin ha sempre avuto un viaggio all’estero: che si trattasse di incontrare George W. Bush, di mettere d’accordo i ventisette riottosi componenti dell’Unione europea su clima e Trattato costituzionale. Imprese tutte riuscite. Non solo, dopo aver riassestato l’asse Berlino-Washington, rallentando invece quello Berlino-Mosca, è diventata l’interlocutore per eccellenza del presidente americano nei rapporti con l’Ue. Bush è affascinato non solo dal suo passato, ma anche dalla sua schiettezza. Per questo accetta, a differenza di Putin, anche critiche dirette, per esempio su Guantanamo. Il successo internazionale ha spinto la stampa tedesca a promuoverla a Queen Angie. E’ vero, sul tappeto rosso Merkel non ha la scioltezza di Nicolas Sarkozy, giusto per citare una controparte che attenta al suo titolo reale, ma comunque pare essere molto più a suo agio di quando le tocca parlare di questioni interne. E’ assai più convincente quando rimette in riga, come fece nel febbraio del 2006, il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi durante l’annuale conferenza a Monaco della Nato dicendogli non soltanto che l’occidente non può tollerare la produzione di armi nucleari da parte dell’Iran ma che “un presidente che mette in discussione il diritto di esistenza di Israele e dell’Olocausto non può certo attendersi dalla Germania tolleranza”. E ancora quando di fronte alle recenti critiche cinesi, ma anche del suo ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, che ormai gioca a fare il leader come scriveva ieri John Vinocur sull’Herald Tribune, difende l’accoglienza riservata al Dalai Lama senza troppi giri di parole: “Chi ricevo nella Cancelleria lo decido io”.

Tutto questo le ha procurato un consenso mai visto da parte dei tedeschi, l’80 per cento è soddisfatto di lei, se ci fossero elezioni dirette del cancelliere il 67 per cento la voterebbe. Merkel non ama i riflettori, anche se nel frattempo con i fotografi pare aver fatto pace. Lei lavora dietro le quinte, che si tratti di questioni interne o estere. Così ha ammutolito anche i vari Müller e Koch, governatori cristianodemocratici potenti che da sempre ambivano al suo posto. E’ una politica di rara scaltrezza anche in ambito internazionale. Ne ha dato prova quest’anno quando la Germania aveva la presidenza di turno sia dell’Ue sia del G8. Sguinzagliò i suoi collaboratori nelle 27 capitali europee a trattare con ognuno dei capi di governo, per poter siglare poi a Berlino un accordo di massima sul nuovo minitrattato costituzionale. Chiese a Sarkozy di lavorare ai fianchi i riottosi gemelli Kaczynski, i leader polacchi ora dimezzati dall’arirvo di Donald Tusk, e così l’ultimo vertice sotto la sua presidenza fu un successo. Invitò Bush a una grigliata nel Mecklenburg Vorpommern la sera prima dell’inizio del G8 a Heiligendamm, per ammorbidirlo sulla questione climatica.
Merkel non incanta, Merkel non affascina, Merkel non ha l’incedere sicuro di Condoleezza Rice. Merkel non governa a suon di “basta” come Schröder. Merkel incarna quel che il sociologo Henrich Bude ha definito il “nuovo realismo” tedesco.

E’ sbagliato volerla misurare e giudicare con i parametri tradizionali della politica. Non ha alle spalle Adenauer, non ha alle spalle il processo ai padri, il Sessantotto, non ha alle spalle una lunga gavetta politica. E’ la capostipite di una nuova generazione di politici, non è animata dall’ideologia ma dal pragmatismo.
Questi due anni di governo l’hanno sicuramente trasformata, ma stando anche a un recente aneddoto, non nel profondo, non per quel che riguarda la sua vita fuori dal Kanzleramt. Perché lei, cosa che si sa poco, una vita fuori dalla politica ce l’ha. A Bayreuth va alla prima, perché c’è sempre andata. Ma poi durante l’anno, come è accaduto appunto qualche giorno fa a Berlino, la “Traviata” alla Deutsche Oper la vede durante una delle tante rappresentazioni, come qualsiasi comune mortale. E come qualsiasi melomane ama poi discutere con grande competenza della rappresentazione alla quale ha appena assistito. Merkel non ha dimenticato le sue passioni, continua a coltivarle. Oltre all’Opera, la natura. Nella sua casa di vacanza nella Uckermark si rifugia non appena può, e lì sveste i panni della donna più potente del paese, di una delle più potenti al mondo, e diventa semplicemente una signora tedesca. Ogni anno in primavera inoltrata si concede una puntata di una settimana a Ischia insieme col consorte, Joachim Sauer, fisico assai schivo che soltanto in casi eccezionali l’accompagna nelle visite di stato. Uno stile insomma completamente diverso dal suo predecessore Schröder, che amava i completi Brioni, i sigari cubani e quando poteva andava a infoltire la nutrita schiera della Toskana Fraktion.

Nel frattempo anche il periodo della Queen è passato. Ora gli osservatori politici si interrogano sulla “sfinge”, sul “camaleonte” Merkel. Più governa e più  diventare un enigma per tutti. Dove va a parare la sua politica? Che fine hanno fatto le sue grandi visioni? Saranno i prossimi ventiquattro mesi a dirlo. La campagna elettorale è già iniziata e lei uno scarto l’ha appena fatto: dicendo no al salario minimo dei portalettere. Müntefering l’aveva accusata di non tenere la parola data. Ma c’è chi è anche disposto a credere a quel che disse diversi anni fa: “Non sono una coraggiosa… ma quando prendo una decisione non torno indietro”. Se traghetterà la coalizione senza troppi contraccolpi fino alle prossime elezioni – come sostengono gli amanti delle previsioni – potrebbe in futuro rivelarsi di tutt’altra pasta e per la storia, una Margaret Thatcher del Terzo Millennio. Forse è l’idea di questa sfida che si cela dietro a quel sorriso enigmatico.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi