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Pep Guardiola

Mai prima delle cinque: Pep allena a ritmo della siesta. Diverso da Mou? Aspetta un attimo. L’orario è la tendina che copre l’anima di Guardiola, il prossimo Mourinho. Silenzioso come il primo José, poi brizzolato, studioso, concentrato, rigido, preciso, severo. Il riposo del pomeriggio è una necessità del corpo, un ricordo del passato, un omaggio alla tradizione. Andamento lento fino a un certo punto.

28 Maggio 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 1 aprile 2009

Mai prima delle cinque: Pep allena a ritmo della siesta. Diverso da Mou? Aspetta un attimo. L’orario è la tendina che copre l’anima di Guardiola, il prossimo Mourinho. Silenzioso come il primo José, poi brizzolato, studioso, concentrato, rigido, preciso, severo. Il riposo del pomeriggio è una necessità del corpo, un ricordo del passato, un omaggio alla tradizione. Andamento lento fino a un certo punto. Barcellona è la terra degli incroci: Pep s’è fatto grande davvero quando Mou era ancora un numero due. Van Gaal in mezzo, José dietro e Guardiola davanti, ex ragazzino diventato campione. Quattro: il numero e l’idea, la certezza di quello che sta in mezzo con le gambe storte e il cervello dritto, che ha visto dove lanciare già prima di ricevere. Luis e José non possono avergli insegnato molto perché quelli così nascono imparati, portati all’organizzazione da una vita passata a immaginarsi le azioni fatte da un tocco solo: a destra, a sinistra, avanti, indietro, in profondità, corto, lungo. Van Gaal non ha spiegato, Mourinho non ha insegnato e Pep ha capito ugualmente. Allenatore dove un giorno José vorrebbe tornare anche senza dirlo, perché i cerchi si chiudono solo se arrivi dove sei partito e dove sei scappato per provare a essere uomo.

Barcellona è una meta, forse l’unica. Perché Londra è andata, Milano è ora, Madrid forse adesso non ha senso. Il Camp Nou sì, in questo momento, con la palla che gira: Messi-Eto’o-Henry-Bojan, gente da Mou e però anche da Pep, che si presenta ogni domenica con un vestito da signorino e la faccia seria: “Ora parliamo di calcio”. Lui lo fa e questo sì che l’ha imparato ai tempi di Van Gaal e Mourinho. “Non ricordo nessun altro staff che amasse parlare di calcio come quello. Era fantastico. Prima e dopo le partite, alla fine degli allenamenti: c’è chi si fermava a calciare punizioni e rigori e chi invece cominciava a parlare di cultura pallonara, di schemi e di spirito, di motivazioni e di evoluzioni”. Oggi Guardiola parla ancora di questo. Si fermava allora e si ferma adesso con quel look da vorrei ma non posso, elegante ma da centro commerciale. Dentro c’è la bottega, però. La ricercatezza di un modello calcistico che assomiglia a un balletto, l’eleganza della classe di un gruppo che non esclude i campioni perché sono difficili da gestire. La cravatta non ha mai fatto un allenatore, la camicia su misura non ha creato un modulo. Pep è stato raffinato in campo e ora lo è in panchina. La testa alta è un modo di giocare e di vivere. E’un’attitudine che s’impara, è un talento nascosto, è la vittoria degli allenatori. “Devi sapere a chi passare la palla già prima di riceverla”, diceva sempre Mario D’Elia. I Pulcini di provincia valgono quanto quelli del Barça quando si è ragazzini. Pep ha alzato la testa a 13 anni e non l’ha abbassata più, perché ha capito in fretta che da bimbo impari tutto quello che ti serve. “Deve correre il pallone, più degli uomini”. Vale sempre, vale anche oggi. Il dogma di Guardiola è un tocco in profondità di Xavi per Messi o per Henry. Quaranta metri in quattro secondi, nessuno si stanca e si fa gol. E’ il risparmio energetico del pallone, l’adattamento del genio al risultato, la capacità che hanno quelli come Josep di pensare in grande anche nella banalità di un passaggio.

E’ la stoffa impacchettata: uno ce l’ha dentro, ma poi serve qualcun altro per agghindarla. Si può essere estrosi e calcolatori insieme: la sintesi, come se il regista che poi diventa allenatore sia l’unico capace di prendere la classe propria e altrui e di adattarla ai bisogni. Ne prende un po’ alla volta, così la dosa, non la disperde e però non l’umilia. Quattro, di nuovo. Quel numero è l’identità di Pep, il simbolo del mediano adattato al futuro: il tocco prima del fallo, la creazione prima della distruzione. Guardiola è la bellezza del calcio che non arriva dalle piazze o dalle strade, ma dalle scuole, dal lavoro dei tecnici delle giovanili, dai collegi dei club, dalla disciplina creativa dei campus. I registi non nascono mai con due pali improvvisati, sono i signorini del pallone: hanno avuto sempre un borsone con il porta scarpe, hanno avuto la tuta, la divisa. Sono stati creati calciatori: avevano l’attitudine e qualcuno gliel’ha modellata. “Guarda a chi devi dare il pallone, prima di averlo”, ancora una volta. Pep ha sempre saputo a chi darla e non ha bisogno di dirlo ai suoi, adesso. Xavi, Tourè, Iniesta, sanno già. Non c’è uno come lui, però. Quello con la bacchetta: il tempo, il ritmo, le pause: si passa da lì, dal centro del centrocampo, dove qualcuno gioca anche da fermo, dove un passo vale più di una corsa, dove un tocco conta più di uno scatto. In profondità, per piacere: sembra una cosa tramontata e riappare improvvisamente, come una linea verticale di un architetto che sta immaginando la sua creazione.

Guardiola gioca anche dalla panchina: immobile sulle gambe e in movimento con la testa. Vede oltre, dicono. Vede dentro. Mourinho c’è qui e c’è nell’idea di disciplina che Pep ha portato nel Barcellona. L’intolleranza nei confronti dei ritardatari la considera una forma di rispetto nei confronti dei puntuali. Il muso è la prima risposta, il rimprovero la seconda, la multa la terza. Poi c’è il resto. Tipo che non gli si può rispondere. Si parla come si parlava ai tempi di Van Gaal e Mourinho, però comanda lui non Eto’o che qualche settimana fa è andato a cambiarsi prima degli altri per aver risposto male a Pep. Il centravanti non faceva bene gli esercizi muscolari, Guardiola gliel’ha detto, quello gli ha risposto. Ciao Samuel. Nello spogliatoio, sotto la doccia. Allora i giornali madrileni si sono divertiti: “La vendetta di Pep”, hanno scritto. Perché l’allenatore era arrivato l’estate scorsa e aveva fatto una lista di cedibili: Eto’o c’era ed era con Ronaldinho e Deco che Guardiola avrebbe tenuto, ma che la società aveva deciso di vendere. Non è in panchina il camerunense ora, però sa chi comanda. Cioè Josep, sereno, tranquillo, duro ed esigente. Il capo del futuro, come l’ha definito il New York Times, che relega il calcio nelle pagine sportive di poco conto, che non si occupa di sport europeo quasi per statuto, ma che in questi ultimi tre mesi ha mandato i suoi inviati a seguire due strani casi del calcio europeo: Mourinho e Guardiola.

Perché il Barcellona è impressionante, al di là delle vittorie. Potrà anche perdere Liga e Champions, ma resta un evento, una specie di mutazione anticipata, la sperimentazione di un nuovo modello pallonaro. Ha fatto 84 gol in 28 giornate di campionato, cioè tre in ogni partita. Il Manchester United che tutti raccontano come fortezza del pallone moderno ne ha fatti 49 in trenta, il Liverpool 54, cioè quanti ne ha fatti l’Inter in serie A. Trenta gol di margine sono tanti davvero e non regge la storia che il campionato spagnolo è più scarso, perché non c’è niente di più scarso oggi di quello italiano. Trenta sono tanti davvero e impressionano se li vai a contare uno per uno: 25 li ha fatti Eto’o, 19 Messi, 15 Henry, fanno 59 in tutto, cioè il 70 per cento. Forse non dicono niente o forse dicono tutto. Guardiola li considera il bagaglio di un modo di giocare che non si vedeva dai tempi di Sacchi: l’attacco come forma di sdoganamento dell’inesperienza. Arrigo veniva dalla B, Pep anche: è andato direttamente dal Barcellona B alla prima squadra. Ha portato il suo modo di fare che ha raccontato a Paolo Condò della Gazzetta dello Sport: “Ogni quattro vittorie paga la cena a tutta la squadra”. Lo disse il primo giorno d’allenamento: “Voi siete più superiori ai vostri avversari rispetto ai ragazzi del vivaio, e dunque la cena ve la pagherò non ogni tre, ma ogni quattro vittorie consecutive”. Li porta al Bulli, in Costa Brava, da Ferran Adrià. Poi c’è la storia degli sponsor. Nasce tutto da Edmilson, l’ex del Barça oggi al Villareal, che un anno fa raccontò qual era il clima nel Barcellona dell’era Rijkaard: “L’allenamento è diventato l’ultima cosa, ciascuno di noi fa il meno possibile il più in fretta possibile perché poi ha uno spot, un servizio fotografico o un’ospitata in tv”.

In un solo pomeriggio Messi aveva partecipato a un evento dell’Adidas, Valdes era intervenuto all’inaugurazione di una concessionaria di motociclette, Silvinho aveva firmato autografi per un’ora nel salone di un parrucchiere di grido. Ciascuno al suo livello, ma ogni catalano era diventato un uomo-sandwich. Un anno fa Guardiola ha letto e riletto l’intervista di Edmilson, e la prima misura da allenatore del Barcellona è stata contingentare gli spazi per le iniziative pubblicitarie: oggi esistono giorni (pochi) nei quali sono concesse e giorni (tanti) nei quali sono vietate. La squadra funziona a meraviglia perché Guardiola ha subito tirato dalla sua parte il nuovo leader, Leo Messi. L’ha fatto concedendogli di partecipare alle Olimpiadi malgrado la sentenza del Tribunale sportivo europeo autorizzasse il club a precettarlo: mossa di grande saggezza, in fondo prevedibile visto che il Pep fu capitano della Spagna medaglia d’oro a Barcellona ’92. Dice infatti Leo: “Il nostro tecnico non ha dimenticato cosa sogna un giocatore”. Per quanto riguarda il comportamento, la legge vale per tutti ed è pesante: multa di 6.000 euro per un minuto di ritardo all’allenamento (e raduno fissato sempre un’ora prima dell’inizio), di 2.000 se dopo la mezzanotte il telefono di casa squilla a vuoto – controlli rari ma non rarissimi – di 500 per chi, in ritiro, non rispetta l’orario della colazione”.

Per certi versi assomiglia anche a Mazzone. Pep dice che Carlo è stato l’ultimo allenatore che gli ha insegnato qualcosa. Si sono incrociati a Brescia: Guardiola accettò di andarci solo per giocare con Roberto Baggio. Aveva appena finito la sua vita a casa, a Barcellona. Diciassette anni di catalanità pura: da casa a Santpedor al collegio del Barça, le giovanili, l’esordio in prima squadra con Cruyff. Se lo ricorda ancora perché era il 1989 ed era in Svizzera, in una tournée pre-campionato. Johan non fu felice: “Sembravi più lento di mia nonna”. Nessuno gli aveva detto che Guardiola non aveva bisogno di muoversi troppo per essere un campione. Ha vinto tutto, Pep. In quel Barcellona s’è preso sei campionati, un numero imprecisato di coppette, la Coppa Campioni contro la Sampdoria nel 1992. E’ stato uno spettacolo di calciatore, legato a doppio filo all’identità catalana, tanto da giocare ed essere il capitano di una Nazionale catalana esistente, ma non ufficiale. Brescia è stata la fine, identica a quella di Giannini. Chi è legato troppo a una città può andare solo dove nessuno ti possa considerare nemico. “Voglio giocare con Baggio”, disse Pep. Arrivò nel 2001 e fu poco. E’ stata una scelta per lui, il ritrovarsi con se stesso, l’abbandonare la terra, la storia del nonno dell’Espanyol che ha cambiato squadra per lui, del padre che l’accompagnava al campo e poi al collegio. Brescia è stata un’evasione, il tempo di una lettura. Alla prima intervista da italiano raccontò come si sentiva: “Sono come il signor Popinga dell’Uomo che guardava passare i treni di Simenon”.

Una vita di provincia, vissuta guardando passare i treni notturni con le tendine abbassate sui segreti dei viaggiatori. Ha studiato, Pep. La sua autobiografia è una citazione colta e inaspettata. C’è “Che ci faccio qui” di Chatwin e c’è Kafka. Brescia e poi Roma sono state una pausa dalla vita, un’oasi di pallone e di relax. A Roma aveva preso una casa vicina al Pantheon, lontana chilometri reali, mentali e umani dalle ville di Casal Palocco che adorano gli altri calciatori. Però Roma te l’aspetti: a trent’anni, a fine carriera, uno che ha minimamente voglia di scoprire il mondo, sceglie Roma. Brescia no. Baggio ha regalato al calcio italiano l’ultima stagione della sua vita e anche l’arrivo di Pep, mai descritto abbastanza, mai raccontato fino in fondo. Perché Popinga leggeva, s’allenava, giocava, pensava. Dice di aver vissuto momenti strani, diversi, unici, come il racconto del suo pomeriggio all’ex aeroporto di Montichiari, dove nel settembre 1909 Kafka assistette all’esibizione del circuito aereo Città di Brescia e del quale fece una cronaca per il quotidiano praghese Bohemia.

Guardiola vive di calcio e al di là del calcio. Ci sarebbe stato posto per lui anche altrove, come ci sarebbe stato per José. L’episodio del doping di Brescia l’ha allontanato dall’Italia e non dal pallone. Assolto perché il fatto non sussiste. Se ne andò con un fax e nessuno l’ha risarcito sei anni dopo, quando un tribunale ha dimostrato la sua innocenza. Niente rancore, tanto era a tempo. “Io sono catalano e vivrò sempre in Catalogna”. La parentesi allunga l’esistenza, rafforza il legame con la propria terra. Guardiola non può prescindere da Barcellona. S’è ripreso la sua vita. La casa in centro, vicina al porto, la collina di Montjuc alle spalle, con sotto lo stadio delle Olimpiadi di Pep. Oro.

La panchina è comoda al Camp Nou perché il Barça non dimentica le sue glorie. “Un quattro da sogno”, fu lo striscione tirato fuori dai tifosi il giorno del suo addio nel 2001. Trent’anni, l’età. Con le lacrime e con gli applausi: 100 mila persone, la moglie Cristina in tribuna, il padre anche. Sotto c’erano le note di With or without you, degli U2. Con o senza, significa sempre con. Pep si siede e parla anche di questo. “Perché anche questo è calcio, in fondo e io adoro parlare di calcio. Credo nella seduzione del linguaggio, credo di poter convincere i miei giocatori con le parole. Gli ho detto che io so che cosa vuol dire, so chi sono, so che ci vuole talento e che chi ha talento vuole essere il migliore, ma il talento deve essere messo al servizio degli altri”. Mou farebbe sì con la testa. Diverso e simile, però. Barcellona anche è cambiata, ma è sempre la stessa. Il calcio ha trovato un altro vincente a prescindere dalle vittorie. Semplice come il pallone che rotola: “Se lo vedo nella mia metà campo, vado in tensione. Se ce l’abbiamo noi, sono tranquillo”. Eto’o-Messi-Henry-Bojan. Senza bisogno di muoversi tanto, perché corre il pallone. E uno la butta dentro.

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