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Il consigliere di Ulisse

Da dove arriva quello che dice Gianfranco Fini?, ci si chiede quando si sente il presidente della Camera parlare di Parlamento, laicità, cittadinanza, rapporti stato-chiesa, diritti, integrazione e immigrazione – tutti argomenti su cui quotidianamente Fini si esprime, per la gioia di molti e con il disappunto di molti. Il fatto è che su questi temi Fini esterna sempre meno con bocca berlusconiana (men che meno leghista) e sempre più con bocca, appunto, spiccatamente finiana.

28 Maggio 2009 alle 00:00

Da dove arriva quello che dice Gianfranco Fini?, ci si chiede quando si sente il presidente della Camera parlare di Parlamento, laicità, cittadinanza, rapporti stato-chiesa, diritti, integrazione e immigrazione – tutti argomenti su cui quotidianamente Fini si esprime, per la gioia di molti e con il disappunto di molti. Il fatto è che su questi temi Fini esterna sempre meno con bocca berlusconiana (men che meno leghista) e sempre più con bocca, appunto, spiccatamente finiana. Risultato numero uno: Fini ha sempre più fan nel centrosinistra (tra i delusi del Pd c’è chi dice “è l’uomo giusto nello schieramento sbagliato”). Risultato numero due: Fini viene descritto sui giornali come “diverso” nel Pdl anche se l’entourage di Fini, onorevole Fabio Granata in testa, smentisce che esista “una corrente” e anche se Fini stesso non mette in forse il suo futuro nel Pdl. Risultato numero tre: Fini si mostra talmente finiano che il professor Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, si chiede e chiede: “Esistono nel paese tanti potenziali elettori di centrodestra disposti a seguire Fini contro Berlusconi e contro Bossi?”. Ammesso dunque che esista un pensiero “finiano”, questo pensiero deve avere le sue vestali e le sue muse – in senso figurato, visto che queste vestali e queste muse non sono fanciulle inesperte né “veline”, parola che fa arrabbiare tantissimo i finiani, ma autorevoli onorevoli come il direttore del Secolo d’Italia Flavia Perina e solidi ragazzoni di mezza età, alcuni professori, altri giornalisti, altri deputati, variegati per animus ma tutti perlopiù provenienti dalla gioventù ex missina (gioventù che del presidente della Camera era, un tempo, acerrima nemica).

Certo è che si rischia di rimanere esterrefatti quando si chiede “chi è Fini, secondo lei?” all’uomo che viene considerato il consigliere politico emergente di Fini, e cioè il suddetto onorevole Fabio Granata, e Granata risponde: “Ulisse”. Granata è un deputato del Pdl nato a Caltanissetta e residente a Siracusa, nonché capogruppo del Pdl in commissione Cultura della Camera con un presente e un lungo passato nell’Antimafia e nella tutela del paesaggio e prima ancora nell’Msi, da cui Granata si staccò proprio per via di Fini, allora segretario del Fronte della Gioventù almirantiano. Almirantiano e quindi indigesto per i giovani rautiani come Granata stesso e Umberto Croppi e Marco Tarchi, i padri dei “campi Hobbit” che tra i Settanta e gli Ottanta si sentivano la “sinistra movimentista non nostalgica” dell’estrema destra e vedevano in Tolkien l’ossigeno e un simbolo di creatività extrapolitica, una via di uscita mentale dalla catacomba in cui si vedevano cacciati dalla storia e dai compagni di scuola in maggioranza comunisti – e dunque, ragazzi o ragazze che fossero, non trovavano per nulla noioso e ripetitivo e asettico tutto quel proliferare di nanetti, elfi, condottieri, principesse severe e soldati che imperversano nelle pagine della “Trilogia dell’anello”. Granata, prima di partecipare ai campi Hobbit, fu un ragazzino mezzo rosso e mezzo nero “per ragioni etniche cioè familiari”: “Mio padre era di famiglia socialista e comunista e mia madre di famiglia repubblichina”, dice spiegando “che per questo sono venuto così”. Così cioè “uno che oggi, scomparse le ideologie del Novecento, non ragiona in termini di destra e di sinistra, e che da ragazzo non si sentiva né di destra né di sinistra”. Questa frase gaberiana non cancella un passato da ragazzo “nero” – che fosse per influsso familiare o per conoscenze casuali o per volere del fato o al contrario per precoce consapevole passione, fatto sta che a tredici anni Granata si trovò a distribuire volantini del Fronte della Gioventù davanti a un liceo, e a prendere per questo la prima carica di pugni. Prima o dopo questo fatto, Granata non ricorda, si iscrisse al Fronte della Gioventù. Poi si innamorò delle canzoni di Lucio Battisti, non si vergognò di amare pure il rosso Francesco De Gregori, non parteggiò per gli americani che piacevano a Fini, prese le parti dei pellerossa e dei palestinesi, e si sentì anzitempo “fasciocomunista”, come il protagonista del libro di Antonio Pennacchi che oggi Granata cita come suo “testo amatissimo e spaccato di una generazione”, distinguendolo dal film “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti, visto da milioni di ragazzine innamorate di Riccardo Scamarcio ma considerato non filologicamente e storicamente corretto dai fan della versione scritta.

Altissimo e abbronzatissimo – più di Fini – Granata è uno che sulle mappe geopolitiche, da qualche anno, viene posizionato tra gli “intellettuali della nuova destra” (“ma Fini non parla di destra, guarda oltre”, dice Granata). E dev’essere un vezzo degli intellettuali della nuova destra quello di non vestirsi da intellettuali organici con occhiale e giacca smorta. Granata sfoggia infatti, nel caldo di un pomeriggio di maggio, un completo in lino gessato tra il blu e il blu elettrico e capelli ricci da bravo ragazzo che a cinquant’anni non si cura di non essere più atletico come quando giocava a basket e le ragazze siciliane lo chiamavano “la statua” (così si narra tra i pettegoli di Montecitorio). Sfoggia pure un accento energico che per chi non sa distinguere tra diversi dialetti siciliani – orrore per un siciliano – sembrerebbe simile a quello di Ignazio La Russa, senatore e storico colonnello di Fini che oggi non può essere definito più di tanto “finiano”. Solo che La Russa è di Paternò. Granata, invece, del sud-est siciliano non è solo figlio ma anche sostenitore indefesso – da come ne parla sembra che lo scrigno di tesori barocchi tra Catania e Siracusa sia un contraltare dionisiaco al “freddo nord delle partite Iva che, in preda a una frenesia iperproduttiva, pensa solo al profitto”. Nel sud-est “si va per godere della lentezza, dell’indugio, di tutto ciò che era stato distrutto dalla retorica dello sviluppo fine a se stesso”, dice il Granata ex assessore alla Cultura e poi al Turismo della regione Sicilia, inoltrandosi in una lode estatica per “il circolo della conversazione di Ibla” e per la ritrovata identità vinicola siciliana – prima si producevano solo vini da taglio, ora trecento etichette da Vinitaly. A lasciarlo parlare, Granata parlerebbe ore, con orgoglio a profusione, dei molti “riconoscimenti Unesco” ottenuti in Sicilia dopo aver “investito mille milioni di fondi comunitari”: in restauri, interventi di ordinaria amministrazione e riaperture di teatri, tra cui quello di Racalmuto “che fu tanto caro a Leonardo Sciascia”, dice Granata citando “l’amico Andrea Camilleri che ha scritto la prefazione del mio libro ‘Identità ritrovata - Viaggio nel sud-est’”. L’amicizia trasversale tra il nero ex missino Granata e il rosso papà del commissario Montalbano è nata prima che Camilleri diventasse un semidipietrista a cui Di Pietro nega l’apparentamento in lista civica per le europee, e si è stretta attorno all’avversione di Granata per il Ponte sullo stretto. Avversione che, assieme alla verve paesaggistica, ha procurato a Granata una seconda amicizia trasversale, quella con Legambiente (che ha fatto entrare l’ex assessore, primo tra gli uomini dell’ex estrema destra, nella direzione nazionale). A Camilleri è piaciuto molto il richiamo a Goethe fatto da Granata nel libro: l’eredità dei padri devi riconquistarla se vuoi possederla davvero.

Da padre di una bambina di tredici anni, Andrea, Granata si sente di dire soltanto che la bambina è la vera antiberlusconiana della famiglia, “ma per motivi calcistici, è del Milan e non ha condiviso alcune scelte per la squadra”. E però il giorno in cui Berlusconi ha parlato di Parlamento pletorico, un cronista ha udito Granata dire, scherzando e ridacchiando: “Non starà per caso parlando di noi?”.
Per la legge dei grandi amori (o amori-odii) politici – che come quelli delle canzoni fanno giri immensi e poi ritornano – Granata si ritrova dunque in prima fila tra i finiani dopo essere stato antifiniano. Deluso per l’affondamento congressuale della linea Rauti, il giovane avvocato penalista Granata si mise a lavorare in studio con il civilista anti-pizzo Ivan Lo Bello. Si sentì “molto vicino a Leoluca Orlando, ai movimenti di contrasto delle mafie e di tutela della legalità”, finì sotto scorta e quando, anni dopo, da presidente della commissione regionale Antimafia, Granata andò a ritirare un premio al cospetto di vari giornalisti e di Marcello Dell’Utri, non poté resistere alla tentazione della battuta: ricevo questo premio per l’impegno antimafia – con rispetto parlando, dottor Dell’Utri. Ma dev’essere stata appunto soltanto una battuta perché oggi Granata dice di Dell’Utri: “Ho avuto modo di apprezzare l’intelligenza nel gestire la fase iniziale di Forza Italia. Credo che abbia coperto in loco le spalle a Berlusconi come altri hanno coperto le spalle ad Agnelli”. Non solo. L’avvocato antimafia Granata riconosce al Dell’Utri accusato di connivenze sospette “un’immunità antropologica” da simili accuse: “Uno che ama i libri e la cultura come lui non può essere mafioso. Io almeno la penso così”. Forza Italia, però, a Granata non piacque subito. Non gli piacque quando, con l’allora presidente locale dei giovani industriali (Stefania Prestigiacomo), si recò, invitato, in gita ad Arcore per uno dei primi “casting” del partito del Cav: trattavasi di selezionare giovani validi per il nascente partito. Si sa che allora il giovane avvocato Granata era a capo di un movimento di società civile detto “Città futura” – che oggi l’onorevole finiano definisce, non senza allegria e soddisfazione, “né di destra né di sinistra”. Furono scelti. Prestigiacomo entrò, Granata no. Oggi motiva così la decisione: “Mi sembrò assurdo uscire da sinistra dall’Msi per entrare in quello che io percepivo come un grande movimento liberale di massa. Questo pareva Forza Italia all’epoca, un movimento ancora più moderato e a destra dell’Msi”. Il fato volle che il già “ex” missino Granata, di lì a poco, e cioè nel 1994, entrasse nell’Assemblea regionale grazie a un avvicendamento come primo dei non eletti dell’Msi (votato quando ancora era nel partito). Fiuggi e la nascita di An non erano lontane. Granata vide in An “un fatto innovativo e uno sforzo verso un nuovo linguaggio”. Fini, dopo averlo tenuto a bagnomaria per un po’, lo riaccolse. Nessuna scenata, soltanto una piccola vendetta fredda: un periodo di anticamera prima di entrare nel gruppo parlamentare. Da allora a oggi Fini e Granata non si sono più lasciati.

Di fronte all’analogia “Fini-Ulisse” – su cui Granata molto s’infervora – l’interlocutore cerca con uno sforzo di buona volontà di immaginare un Fini abbronzato, in cravatta cangiante, assorto, tutto intento a scrutare l’orizzonte accanto all’albero della nave, con la giovane moglie Elisabetta Tulliani di nuovo incinta e la bimba piccola. Ma per quanto ci si sforzi, non si riesce a sostituire il volto puntuto e lindo del presidente della Camera a quello ombroso e barbuto di Bekim Fehmiu, attore dell’“Odissea” nel lontano 1969. Granata però insiste volentieri su metafore e genealogie classiche, definisce se stesso “un greco d’occidente” e parla molto di antica Roma, antica Grecia e antichi dei – quelli che hanno causato a lui e a Fini più di un problema all’inizio 2007, quando Fini lanciava il “Forum delle idee”, luogo ideale “per la costruzione di un’alternativa non solo politica”, e Granata si metteva a coordinarlo. Senonché nel discorso-relazione inaugurale, dedicato al “Modello italiano: cittadinanza, politica, modernità”, titolo dell’omonimo volumetto poi pubblicato, Fini e Granata furono accusati da alcuni compagni di partito dell’allora An di aver inopinatamente parlato di un’Italia dall’“humus meticcio” e “contaminato”. Pietra dello scandalo, l’aver agitato l’immagine di un’Italia dall’humus “politeista”. A quel punto Alfredo Mantovano si chiese se per caso gli ispiratori del Forum delle idee non volessero spazzare via il trio ideale “dio, patria, famiglia”, in palese contraddizione con se stessi e cioè con la finiana battaglia sulle “radici cristiane dell’Europa”. E però quel discorso-manifesto del Forum delle idee – che è cosa diversa dalla Fondazione FareFuturo, creatura finiana oggi anche metafiniana – pare essere tuttora il mare da cui Fini-Ulisse pesca le idee in tema di immigrazione-integrazione (mentre Granata lavora a una proposta di legge per ridurre a cinque anni, da dieci, l’anticamera per ottenere cittadinanza e diritti di elettorato attivo e passivo). Il punto di partenza è “la sfida laica e moderna di definire la cittadinanza non un fatto etnico né un contratto sociale ma un grande fatto politico. E’ una declinazione del sarkoziano “la Francia a chi la ama”. E’ “costruzione di un’identità che deve tener conto del fatto che le ideologie del Novecento non significano più nulla e che quindi bisogna ricostruire un percorso”. E’ idea “dell’identità culturale italiana come identità dinamica”. E’ “farsi carico, alla luce della crisi demografica, dell’apporto di volontà di chi vuole integrarsi”. E’ “creare una condizione che era quella dell’antica Roma, quella del ‘civis romanus sum’, dell’accettazione di un concetto di cittadinanza come scelta politica”. Granata trova assurdo “che voti chi da quarant’anni vive fuori dal paese e non chi decide di vivere in Italia e fa figli che parlano napoletano”.

Chissà perché Granata insiste tanto sull’analogia Fini-Ulisse, uno continua a domandarsi. E subito l’onorevole mostra che l’accostamento è spiegabile con un volo pindarico di psicopolitica finiana: “Fini ha la capacità di saper indicare nuove rotte, di tracciare vie laddove le vie non sono segnate, e cioè sul mare. Ulisse anelava al superamento del limite, a dare un senso e una direzione. Anche in politica questa forza fa la differenza. C’è chi si adagia su linee già segnate e chi apre piste, e per questo è considerato un traditore. In questo senso Fini è greco”. Fini-Ulisse, visto da Granata, “non sta cercando di capire che cosa farà da grande, vive la politica come fatto etico ponendo con un linguaggio nuovo temi in cui un moderno uomo di stato, che si richiama alla tradizione nazionale, si riconosce: responsabilità individuale, dignità persona umana, diritti civili e legalità”. E però non si può dire a Granata che Fini vuol fare una corrente: “Smentisco, il Pdl non è una caserma. Siamo persone che hanno una sensibilità per questi temi e cercano di incidere grazie alle parole di Fini, certo, ma soprattutto a forza di emendamenti, come per le norme sui medici spia”. Ed è la battaglia contro i medici spia (dell’immigrato irregolare) che ha fatto dire alla sinistra: evviva Fini, proprio il Fini della Bossi-Fini, che finalmente dice qualcosa di sinistra. E’ la presa di posizione contro il decreto originato dal caso Englaro che ha fatto esclamare ai lettori di Repubblica: “Fini il laico”. Granata dice di essere “cattolico non osservante” e di essere sostenitore del principio “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio: è indiscutibile che la presenza della chiesa in Italia è legata alla nostra identità culturale. Ma non può condizionare scelte legate alla sfera laica come il testamento biologico. Abbiamo espresso perplessità per come è stata formulata la norma al Senato e cercheremo di cambiarla alla Camera”. E sarà allora che l’Ulisse-Fini apparirà al centrosinistra in credito di “laicità” come colui che, al posto di un Pd più ondivago dell’Egeo e del Mediterraneo messi insieme, ha colpito l’occhio di Polifemo.

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