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Nicoletta Gandus

Nicoletta Gandus, il magistrato del processo Mills-Berlusconi, non è il tipo di giudice che la sera si chiude in casa, lontano dai clamori del mondo, ad ascoltare musica classica, con un gatto in braccio, sul divano del salotto.

20 Maggio 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 19 giugno 2008

Nicoletta Gandus non è il tipo di giudice
che la sera si chiude in casa, lontano dai clamori del mondo, ad ascoltare musica classica, con un gatto in braccio, sul divano del salotto. Nicoletta Gandus, il magistrato del processo Mills-Berlusconi che il premier ha ricusato per sospetta “grave inimicizia” – e che il sostituto procuratore generale di Milano ieri ha definito irricusabile per assenza di “grave inimicizia” – non è nemmeno il tipo di giudice che guarda dall’alto il ribollire della società senza mai mettere piede in quel marasma. Nicoletta Gandus, piuttosto, nel ribollire della società ci si è immersa fin da quando, poco più che ventenne, poco oltre la metà degli anni Sessanta, si aggirava nei pressi della facoltà di Giurisprudenza, Università Statale di Milano, animata da sincera passione normativa e da altrettanto sincera riprovazione per gli eccessi trinariciuti di alcuni compagni (di cui pure aveva seguito i primi passi nella contestazione studentesca).

Minuta e vivace, Nicoletta si aggirava con sguardo vispo in mezzo a un gruppo di amiche tutte alte e tutte belle – di una bellezza talmente memorabile che ancora oggi, quando dici “Nicoletta Gandus”, i compagni di allora, evidentemente digiuni di politica e processi, esclamano all’istante: “Ah, sì, Nicoletta, l’amica della meravigliosa Eva Schwarzwald”.
Eva, la più bella tra le belle, e Nicoletta, la più intelligente tra le intelligenti, avevano entrambe radici in grandi famiglie di origine e cultura ebraica. Entrambe erano invitate alle feste degli ex studenti del liceo Berchet, condividendone gli afflati democratici ma non sempre i modi, considerati a volte insensatamente ribelli (e infatti Nicoletta, negli anni Settanta, non frequentò gli amici duri e puri di sua cugina Valeria Gandus, poi giornalista di Panorama).

Eva e Nicoletta volevano impegnarsi per la giustizia, la pace e l’autodeterminazione delle donne in anni in cui tutti volevano occuparsi di giustizia, pace e autodeterminazione delle donne. Eva aveva gli occhi azzurri, Nicoletta la battuta pronta. Eva attirava decine di pretendenti, Nicoletta sapeva come incenerirli. Eva trovò impiego nelle istituzioni locali in campo cinematografico – fino a che, in seguito a un complicato sistema di spoyls system regionali, si determinò lo spostamento di Eva al settore agricolo. Nicoletta, invece, che sapeva fare bene tutto a parte sciare, intraprese la carriera in magistratura. Cominciò da un incarico di scarso prestigio e gran peso sociale: pretore penale, poltrona che non faceva certo presagire un futuro mediatico-borrelliano (e infatti Nicoletta non fu tra i giudici mediatico-borrelliani). Si occupava di piccoli reati, piccoli processi, guardie e ladri. Ed è vero che il suo cuore batteva già per i deboli e i diseredati – quelli per cui nel 2002 si recò a Porto Alegre, come rappresentante di Magistratura democratica – ma non per questo il giudice Gandus esitò, raccontano le cronache del Corriere della Sera, a scagionare un poliziotto calunniato da un tunisino. E chissà se il giudice Gandus, che si definisce garantista, si ispira davvero, come i più puri garantisti, al principio del “meglio un colpevole fuori di un innocente dentro”. Fatto sta che il suo motto è “il carcere come ultima ratio”, motto che d’altronde ha convissuto, sul piano dell’opinione, con l’avversione per le leggi sulla giustizia varate dal governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006, quelle contro cui Nicoletta ha firmato l’appello del procuratore Armando Spataro (una delle prove di grave inimicizia, secondo i difensori del premier).

Né mai ha dimenticato, il giudice Gandus, il principio della “pratica di relazione” ovvero quel continuo confronto femminile a cui si ispirava il gruppo della Libreria delle Donne (che Nicoletta ha frequentato con regolarità, tanto da arrivare a disquisire, ai convegni di Md, su “legge e differenza di genere” e sul perché “le donne tendano a non assumere incarichi direttivi”). Ed è in nome della pratica di relazione femminile che Nicoletta, ai tempi del referendum per l’abrogazione della legge 40, ha apposto quattro croci sul “sì” e ha scritto con altre giuriste una lettera aperta sul tema, invocando al contempo la salvaguardia della laicità dello stato –  cosicché oggi la femminista storica Luisa Muraro, non volendo parlare della Nicoletta giudice ricusato, non può fare a meno di essere prodiga di lodi per Nicoletta “donna intelligente, solida e preparata”.

E se in teoria potrebbero bastare pochi punti fermi – Porto Alegre, Libreria delle Donne, legge 40 e Magistratura democratica – per disegnare il profilo di un nemico del Cav., la pratica tende a separare il giudice dall’opinione, tanto più che Nicoletta Gandus, tempo fa, ha assolto l’azzurro Roberto Formigoni dall’accusa di corruzione (in un oscuro caso di discariche), e ha accolto la richiesta di spostare al dopo-elezioni il processo di cui oggi si discute.

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