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Diego Milito

Si capisce perché lo chiamano Principe: prendi una foto di Enzo Francescoli e mettila accanto a quella di Diego Milito. Trova le differenze. Il viso, i lineamenti, il portamento. Certi soprannomi si ereditano per analogia, poi diventano propri. Dov’è finito Enzo? Ora c’è Diego. Solo Diego. La testa alta, il destro, il sinistro, lo stop. Centravanti elegante come un fantasista.

15 Maggio 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 18 novembre 2008

Si capisce perché lo chiamano Principe: prendi una foto di Enzo Francescoli e mettila accanto a quella di Diego Milito. Trova le differenze. Il viso, i lineamenti, il portamento. Certi soprannomi si ereditano per analogia, poi diventano propri. Dov’è finito Enzo? Ora c’è Diego. Solo Diego. La testa alta, il destro, il sinistro, lo stop. Centravanti elegante come un fantasista. Francescoli non serve, se non a ricordare. Milito basta e avanza perché quelli come lui sono la certezza dei gol e anche di un certo modo di fissarsi con i personaggi. Facile adesso. Dieci gol, il primo posto nella classifica cannonieri, la tripletta alla Reggina, il rigore alla Juventus, Maradona che dice “lo sto guardando”. Milito è come se fosse nato adesso. Ventinove anni sono il massimo e raccontano di un passato che non fa chic come il presente, ma è bello lo stesso. Diego fa gol, li ha sempre fatti. Ora si vedono di più, in diretta satellitare o digitale: portano Genova lassù, sentono il boato di Marassi, vedono la bandiera del Grifo che si muove sulla gradinata. Milito sorride e ogni tanto si tiene le orecchie per captare meglio il segnale, per registrare la messa in onda del godimento genoano. Mi-li-to. Il nome scandito dalla Nord è il segnale di un amore che non finisce. Prima, durante, dopo. C’è il 22 in campo, si va. Mancava in estate, perché Borriello l’aveva lasciato vuoto con il pacco di gol incluso. Diego l’ha ripreso, perché era stato suo la prima volta e anche dopo in Spagna. E’ il nuovo numero magico: parte da Kakà e arriva a Milito. Vuol dire gol, adesso. Uno, due, tre, fino a dieci. Poi tra qualche mese chissà: questo non sembra voler smettere anche se fa tanto il signore, il distaccato, il sostenuto. Immagini da nobile. Principe. Perché la movenza è quella lì, fatta di grazia, garbo, sinuosità. Diego non strappa mai un colpo, trasforma in stilosa anche una spaccata come quella contro la Reggina: la palla arpionata, spostata da un piede all’altro, colpita cadendo. Gol, ancora. Gol, sempre.

Dicono questo sia il miglior Genoa del dopoguerra, meglio di quello di Bagnoli, di Signorini, Aguilera, Skuhravy. Vero? Falso? Boh. Tanto quello è passato e questo esiste adesso: lo prendi e te lo tieni, perché fa niente se è meglio o peggio, l’importante è che ci sia, che giochi, che diverta. La maglietta, il campo, le porte, gli spalti. Arrivi al Ferraris ti siedi e vai. Diego è la sintesi, è il simbolo. Borriello era un’eredità complicata per la quantità e non per la qualità, perché qui lo sapevano come giocava Milito. L’avevano visto in B, l’avrebbero visto pure in C, perché dice che sarebbe rimasto quell’anno assurdo della promozione diventata doppia retrocessione. L’anno della presunta valigetta con i contanti scambiati prima di un Genoa-Venezia: Diego aveva portato la squadra in A e la giustizia l’aveva mandata in C per illecito sportivo e tante altre cose. Non aveva senso tenerlo per umiliarlo in terza serie. Adesso il senso c’è tutto: Milito ritorna, si prende la squadra che l’ha scoperto, la trascina, la spinge. Zona Uefa. Troppo? Gasperini non sa, non dice, poi si lancia: “Perché no?”. Appunto, perché? Sta zitto anche Milito, non per scaramanzia, né per mancanza di fiducia. Qui c’è il carattere, un modo di essere che ha fatto dire a qualcuno che “abbia già segnato in tre anni al Genoa più gol di quante parole spenda in una giornata, che non arrivano a 45”. I gol sono 43 in campionato, una manciata in coppa Italia. Tanti, una media più alta di chiunque altro abbia mai messo la maglia del Genoa. Borriello faceva il figo l’anno scorso, Diego fa impazzire oggi. Diversi e uguali. Diversi come gioco, come vita, come futuro. Uguali nei numeri, solo che Milito piace di più perché non c’è comproprietà, non ci sono pendenze: è del Genoa e anche di un po’ di Genova. Il Real? Si dice, ovvio. Si dice di ogni calciatore che giochi in Europa e segni oltre la media. Milito adesso è il migliore al prezzo più competitivo. Non se ne andrà, comunque. Non quest’anno, né il prossimo, a meno che Preziosi non decida di mettersi contro mezza città.

Diego è Genoa, è la speranza di togliersi il peso della lotta per non retrocedere e giocarsela per qualche altra cosa. Anche per niente, ma per quel campionato sereno che ti porta allo stadio pensando “adesso mi vedo uno spettacolo”: niente tensioni, niente ansie, niente patemi. Oggi e solo oggi: la partita, lo show, i gol, il calcio in quanto calcio. Milito serve a questo. El Principe, la rivincita di una manica di stranieri che non sono Ronaldinho, però condiscono il pallone. Quant’è bello avere ogni anno una scoperta? E’ bello anche pensare che lo sia anche se non lo è. Milito ha fatto il giro del Sudamerica col Racing di Avellaneda e poi il giro d’Europa con il Saragozza. Genova non c’entra per un attimo, nel senso che lì sapevano già chi fosse e allora lo stupore ora è del resto d’Italia, convinta di aver svelato un nuovo fenomeno, certa di aver rivelato al mondo un giocatore inaspettato. Perché ne parlano tutti come se lo vedessero per la prima volta? Diego è uno da quadripletta al Real Madrid. Il primo di destro, dopo un controllo al volo nell’area piccola; il secondo, finta a rientrare e colpo d’esterno a superare Casillas; il terzo e il quarto di testa. Era la stagione 2005-2006, in semifinale di Coppa del Re. Ai quarti aveva giocato contro il Barcellona: vittoria del Saragozza, con doppietta di Milito. Sei gol che possono bastare a raccontare un personaggio e a definire una carriera. Puoi trovare anche il Real peggiore della storia, però se riesci a fargliene quattro in una partita sei comunque un campione. Invece l’Italia lo scopre adesso, come se tutto quello fatto finora non valga nulla, come se contino solo i dieci gol di quest’anno. Ovvio che contano, ma con gli altri, non senza. Contano perché sono la certificazione, il sigillo, il timbro dell’“eccomi, sono Diego Milito e faccio gol a chiunque”. Il che è vero come poche cose nel mondo del pallone. Di potenza, di rapina, di classe, di piede, di testa, su rigore, su punizione. Milito fa gol, punto. Dici: è il suo mestiere. Giusto, però qui allora comincia a contare anche il dettaglio. Cioè come. Perché questo unisce la fame del bomber alla classe di chi potrebbe anche fare soltanto l’assistman.

Principe, allora. Francescoli è il termine di paragone stilistico e fisico, ma non strettamente pallonaro. Diego lo metti tra quelli alla Van Nistelrooy: gli attaccanti moderni che difendono il pallone, che lo accarezzano, che non fanno differenza tra i piedi. Ruud è l’eterno erede di Van Basten. Diego di chi? Se glielo chiedono fa una smorfia e basta. Forse sorride. Non cerca paragoni, non ha idoli da usare come chiavi per entrare nell’asse ereditario di qualcuno. Maradona? Ogni argentino si ispira a lui. Diego no. Batistuta? Bé, se non ami el Pibe, allora sei fan di Gabriel che con Dieguito litigò al Mondiale ’94. Milito non ti dice né uno né l’altro. Non lo faceva prima e figurarsi adesso che Maradona è commissario tecnico della Nazionale. Alla Stampa, qualche giorno fa, ha parlato di Messi: “Deve vedere cosa è Lionel: piccolo ma con le cosce che sono il doppio delle mie, un torello. E poi il carattere: entra nello stadio del Chelsea come se fosse il cortile di casa sua”. La differenza del Principe: niente idoli del passato, ma Messi che è più giovane di lui, che è quasi già una generazione dopo. Perché Diego vede il futuro più che il passato e se deve scegliere di andare a ritroso allora non ti parla di qualche grande ex, ma di suo fratello Gabriel che oggi è al Barcellona ed è il ricordo più frequente dell’infanzia, della giovinezza, dell’adolescenza. Famiglia è pallone. Perché questa non è la rivincita del calciatore strappato a una periferia difficile: non ci sono polvere, scarpe rotte, magliette bucate, palloni di pezza. Questa è storia di una villetta borghese di Bernal, un sobborgo di Buenos Aires. La storia di una famiglia normale, di due ragazzi che hanno studiato e che avrebbero continuato a farlo, di due che senza il calcio avrebbero fatto comunque qualcosa. Non c’è riscatto. Non c’è rivalsa. Non c’è scalata sociale. Forse è per questo che non ci sono idoli veri: non ce ne era bisogno perché non c’erano storie da imitare per sentirsi qualcuno. Diego è cresciuto giocando con Gabriel, tenendolo dietro, alle spalle, perché lui, il minore, fa il difensore centrale. Perfetti, complementari e mai una volta compagni. Perché uno finì al Racing Club di Avellaneda e l’altro all’Independiente. Cioè stessa città, ma squadre diverse. Cioè derby. Cioè una volta anche un litigio tra i fratelli perché Gabriel marcava Diego ed era come se marcasse chiunque altro: i tacchetti sui polpacci, le ginocchia sulle cosce, i gomiti sulle spalle. Mai insieme in campo, attaccati nella vita, compreso quel giorno del 2002, quando a distanza di cinque minuti l’uno dall’altro ricevettero la chiamata della Polizia: “Hanno rapito suo padre, venga immediatamente”. Si ritrovarono al commissariato, c’era anche la madre. Nel cortile l’Astra bianca del padre Jorge: era stato avvicinato la mattina mentre andava al lavoro. A un semaforo, lui fermo e un gruppo di uomini davanti a lui. Armati. “Scendi”. Lo presero e lo portarono via, chiesero duecentomila dollari di riscatto. Diego e Gabriel insieme per pagare. Avevano 23 e 22 anni, nel 2002. Diciannove ore di sequestro, poi il pagamento e la liberazione: Jorge da allora vive più protetto, così come la moglie. I figli hanno contribuito a rendere più sicura la vita dei genitori, perché i soldi degli ingaggi permettono tutto questo e anche altro. Diego è arrivato in Europa neanche un anno dopo il rapimento di suo padre. Genova perché pare che Preziosi avesse avuto una segnalazione e chiese al suo capo degli osservatori per il Sudamerica di andare a vederlo. Cioè Renato Favero, l’ex terzino destro baffuto della Juve anni Ottanta: vide Diego, prese appunti, cerchiò il nome e tornò a riferire al presidente. Preso a gennaio per la serie B. Dodici gol in mezzo campionato, ventuno in quello successivo intero. Ventuno per arrivare alla serie A e teoricamente fare coppia con Ezequiel Lavezzi, perché Preziosi aveva chiesto a Favero di andare a prendere El Pocho e lui l’aveva preso. Poi la maledetta valigetta con i soldi eccetera. Allora la serie C: niente Lavezzi e alla fine anche niente Principe. Perché bisognava venderlo, ovvio. Saragozza. Scelta di Diego per andare nella Liga e per andare da Gabriel, il fratello arrivato in Aragona nel 2003.

Adesso dicono che Diego fosse andato via controvoglia. Fa parte del gioco scatenato attorno a lui nelle ultime settimane. Spuntano ristoratori che raccontano di sms frenetici ogni domenica: “Voleva sapere che cosa avesse fatto il Genoa”. Ci sta, perché Milito non sarebbe andato via da Genova se non fosse successo il caos della retrocessione per sentenza. Però è vero che lì, a Saragozza è stato alla grande. Forse è lì che è maturato davvero per arrivare a essere quello che è ora: completo e sereno. Leader. Gol a ripetizione, uno dopo l’altro, uno più bello dell’altro. Uno per tutti, quello all’Athletic Bilbao: scatto, stop, finta verso l’esterno, rientro all’interno, tiro e gol. Questo perché è semplice ed efficace, perché si specchia esattamente in quello che è Diego: l’essenzialità che si trasforma in straordinarietà. Quel gol racchiude l’idea e il risultato. Quel gol festeggiato con il pugnetto destro che fa avanti e indietro. Roba classica, senza bisogno di esultanze particolari, strane, curiose. Dice che lui è così, semplice. Esattamente come i suoi gesti. Poi agli altri fa dire che è riservato, schivo, poco personaggio. Ma come? Genoa ottavo con il capocannoniere momentaneo della serie A in squadra e lui non parla, non fa il fenomeno, non accetta l’ospitata nella grande trasmissione tv. “Meglio a casa”, ha scritto il Secolo XIX martedì. Cioè in un appartamento a Quarto dove vive con la moglie Sofia e il figlio Leandro. Il ritratto che ne esce è quello di un pantofolaio che apre la porta, si toglie le scarpe, resta in tuta e ciabatte, accende la televisione e guarda gli altri come lui, ma a volte peggio di lui che discettano di calcio in tv. Impacciato, secondo qualcuno. Timido, secondo altri. Tutti e due messi insieme, a leggere le cronache postume del suo arrivo a Genova: alla presentazione della squadra invitarono una ballerina di tango e lui, Diego, argentino di Bernal, non riuscì a completare neanche un passo davanti alle risate imbarazzate dei compagni. Antonio Cassano non è un chiacchierone, ma Genova sa molto più di lui che di Diego Milito. Ok, adesso Tonino s’è sfogato nell’autobiografia, però resta un riservato, uno difficile da beccare per la paparazzata facile facile al ristorante o in una discoteca. Fa la figura del grande viveur se lo paragoni a Diego. Di lui i giornali e la gente fatica a sapere persino le classiche risposte da prima intervista. Qual è il tuo cantante preferito? Che cosa ti piace dell’Italia? Non l’abbiamo saputo nel 2004, non lo sappiamo adesso. Meglio così. Perché lo rendono diverso dalla banalità, lo tirano fuori dal cliché. Anti-personaggio fino in fondo, o almeno fino a quando non sarà costretto dal club a mettersi in piazza. Allora verrà fuori tutto: la pasta, l’asado, la sua playlist dell’iPod, il cabernet oppure la Coca Cola. Genova aspetta, mica ha fretta. Quanto vale adesso? Dicono trenta milioni di euro. Abbastanza per fare pensare che durerà poco, perché non c’è solo il Real, ma ci sarebbe anche l’Inter. C’è sempre di tutto, certo. Quest’anno ci doveva essere il Tottenham: era il concorrente del Genoa per prenderlo. Diego voleva Genova, poi la crisi economica, il buco lasciato da Bear Stearns nelle casse della società di Londra, hanno agevolato. Guadagna tanto: due milioni e mezzo di euro. Nel Genoa non c’è nessuno che costa così. Nessuno si lamenta, nessuno parla. Quattro rigori, sei di destro, due di sinistro, due di testa. Il pugnetto che fa su e giù, a volte anche tutti e due. Si può spendere per uno così. I gol valgono assegni in bianco. A Genova quasi.

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