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Manmohan Singh

Il 23 luglio 2008 sei quotidiani indiani – tre in lingua hindi, due in lingua marathi e uno in inglese – sono usciti con lo stesso titolo in prima pagina: “Singh is King”, Singh è il re. Non si riferivano però al personaggio del film di Bollywood ma a Manmohan Singh, il primo ministro dell’Unione indiana. Il giorno precedente, il 22 luglio, l’austera aula della Lok Sabha (il Parlamento di New Delhi) aveva assistito al trionfo del vecchio sikh, da quattro anni alla guida del governo.

12 Maggio 2009 alle 00:00

"Singh is Kinng” (con l’errore intenzionale della doppia “n” nella parola “King”) è il titolo di un film non ancora proiettato nelle sale cinematografiche indiane. Ma lo straordinario battage pubblicitario che ne precede l’uscita lascia prevedere che si tratterà del “superhit” di Bollywood per l’anno 2008. Nel film, l’attore Akshay Kumar è un giovane sikh. Si chiama Happy Singh. Una serie di disavventure lo costringerà a lasciare il villaggio natale. Troveremo il giovane sikh in Egitto, dove si innamorerà di Sonia, una bella studentessa indiana di legge. Happy Singh sbarcherà infine in Australia dove diventerà il capo della malavita locale. Il 23 luglio 2008 sei quotidiani indiani – tre in lingua hindi, due in lingua marathi e uno in inglese – sono usciti con lo stesso titolo in prima pagina: “Singh is King”, Singh è il re. Non si riferivano però al personaggio del film di Bollywood ma a Manmohan Singh, il primo ministro dell’Unione indiana. Il giorno precedente, il 22 luglio, l’austera aula della Lok Sabha (il Parlamento di New Delhi) aveva assistito al trionfo del vecchio sikh, da quattro anni alla guida del governo.

Era il 19 maggio 2004 quando Sonia Gandhi accompagnò Manmohan Singh dal presidente della Repubblica perché lo nominasse primo ministro. “Sonia’s premier” titolò allora in copertina il settimanale India Today. Nell’articolo si leggeva: “Manmohan Singh non è un leader di massa. Per la prima volta nella storia dell’India indipendente, il presidente del partito del Congresso avrà più potere del primo ministro. 7 Race Course Road (l’indirizzo di Manmohan Singh, ndr) riceverà adesso gli ordini da 10 Janpath (l’indirizzo di Sonia Gandhi, ndr)”.

Singh era entrato in politica attiva soltanto nel 1991. L’allora premier Narasimha Rao gli aveva chiesto di fare il ministro delle Finanze nel suo nuovo gabinetto. L’India era allora sull’orlo della bancarotta economica. Le riserve in valuta pregiata erano ormai sufficienti per tirare avanti ancora pochi giorni. Per ottenere prestiti, il governo indiano stava valutando l’ipotesi di ipotecare le sue riserve auree depositate presso la Banca d’Inghilterra. Fu allora che il nuovo ministro delle Finanze mise mano a un drastico programma di riforme. Come prima cosa iniziò a smantellare il “licence Raj”. In India, per compiere una qualsiasi operazione economica, era necessario avere una “licenza”. La corruzione regnava sovrana. Singh colpì alle fondamenta questo “Raj”. Aprì poi l’economia indiana agli investimenti stranieri. Nel paese, in breve tempo, nacquero centinaia di joint venture. Grazie alla “Manmohanomics” – il programma di riforme di Manmohan Singh – la crisi fu superata. Non soltanto, l’economia indiana cominciò a svilupparsi con un tasso di crescita che diventerà presto uno dei più elevati al mondo.

Durante i cinque anni alle Finanze, Singh impressionò tutti per la sua competenza, sia che affrontasse i problemi dell’agricoltura sia quelli della politica internazionale. Colpì anche la sua onestà. Godendo già di una buona pensione, per cinque anni, come ministro, percepì soltanto uno stipendio simbolico di una rupia al mese. Grazie alla sorprendente vittoria elettorale nelle elezioni politiche del 2004, il Partito del Congresso tornò al potere dopo otto anni.
Diventato premier, Singh cercò di riavviare il suo programma di riforme. Ma il suo era un governo di coalizione. La maggioranza era risicata. La sopravvivenza dell’esecutivo dipendeva dall’appoggio esterno dei quattro partiti della sinistra indiana: Il Partito comunista indiano marxista, Cpi (M); il Partito comunista indiano, Cpi; e i loro due piccoli partiti satelliti, il Revolutionary Socialist Party e il Forward Bloc. In tutto erano 59 deputati di cui 43 del forte Cpi (M). Da subito, quest’ultimo partito cercò di condizionare la politica del governo. Lo scontro divenne acuto sul tema dell’accordo nucleare che Singh voleva firmare con gli Stati Uniti. Il Cpi (M) vi si opponeva con tutte le sue forze. “L’accordo non passerà mai”, ripeteva in ogni occasione Prakash Karat, il segretario generale del Cpi (M). “Lo slogan del Partito del Congresso ‘Congress ka haat, aam aadmi ke saath’ (‘La mano, il simbolo del Partito del Congresso, sostiene l’uomo comune’) è diventato ‘Congress ka haat, America ke saath’”, urlava nei comizi Prakash Karat. Diceva che l’India sarebbe diventata “schiava della politica estera americana”.

La dichiarazione congiunta
Il “nuclear deal” tra India e Stati Uniti aveva mosso i suoi primi passi nell’estate del 2005. Il 18 luglio il primo ministro indiano e George W. Bush avevano firmato una “dichiarazione congiunta”. Gli Stati Uniti si impegnavano a “raggiungere la piena cooperazione nucleare con l’India in campo civile”. L’India era pronta a seguire una serie di politiche che, già da alcuni anni, aveva adottato spontaneamente: la moratoria sugli esperimenti nucleari e l’impegno a non trasferire tecnologia nucleare a paesi terzi. Il 2 marzo 2006, nel corso della visita di Bush a New Delhi, l’accordo fu perfezionato. Entro l’anno 2014, l’India si impegnava a separare il settore civile della propria industria atomica da quello militare. In quella data, 15 dei 22 reattori nucleari indiani sarebbero stati sottoposti a ispezione da parte dell’Aiea. Con questo accordo, il 35 per cento della produzione nucleare indiana veniva sottratto al controllo dell’Aiea. L’India poteva dunque continuare a produrre liberamente energia nucleare a scopi militari. Stando sempre all’accordo, i sette reattori indiani esenti dal controllo erano i più moderni, quelli cioè di ultima generazione. New Delhi si riservava anche la possibilità di costruire nel frattempo nuovi reattori la cui destinazione poteva essere sia civile sia militare. Poteva così aumentare a suo piacimento la percentuale dei reattori non sottoposti al controllo dell’Aiea. Per diventare operativo, l’accordo doveva essere tramutato in legge dal Congresso americano e venire poi approvato dai paesi del Nuclear Supplier Group (Nsg). A quel punto l’India avrebbe potuto ricevere uranio arricchito anche da paesi terzi, come la Francia e la Russia. Camera e Senato degli Stati Uniti approvarono a stragrande maggioranza i termini dell’accordo. Il 19 dicembre 2006, il “nuclear deal” entrò in vigore con il nome di United States-India Peaceful Atomic Energy Cooperation Act. Per l’India – un paese che si era sempre rifiutato di firmare il Trattato di non proliferazione – era  “un successo diplomatico straordinario”. L’India avrebbe cercato il sostegno dei paesi dell’Nsg per un periodo di transizione. L’avrebbe fatto per non rallentare il suo ritmo attuale di crescita economica. Ma l’obiettivo strategico rimaneva l’autosufficienza nucleare. Secondo gli esperti, grazie a questo accordo, l’India, verso la metà del secolo, sarebbe stata in grado di produrre con i reattori nucleari il 40 per cento del suo fabbisogno energetico.

Il timore dei partiti di sinistra sembrava smentito dai fatti. New Delhi, anche dopo la firma del “deal” con Washington, aveva continuato a portare avanti con forza il suo progetto per la costruzione dell’“Oleodotto della pace”, la pipeline che, attraverso il Pakistan, avrebbe portato il petrolio in India proprio da quell’Iran che, agli occhi dell’Amministrazione americana, continuava a essere uno dei principali stati canaglia. Non soltanto: l’India, malgrado le sanzioni imposte dai paesi occidentali, manteneva rapporti privilegiati con la giunta militare del Myanmar per paura che quel paese finisse completamente nell’orbita cinese. Due esempi concreti che mostravano come la politica estera del Partito del Congresso rimanesse guidata esclusivamente dall’“interesse nazionale”.

Dopo cinquanta mesi di rapporto conflittuale tra il governo Singh e i partiti della sinistra, nel luglio di quest’anno, ci fu la resa dei conti. Il 7 luglio il premier era in partenza per il Giappone per il summit del G8. Singh, poco prima di partire, con un comunicato fece sapere che là avrebbe discusso con Bush l’accordo nucleare e “quanto prima” lo avrebbe sottoposto alla commissione dell’Aiea. La risposta del segretario generale del Partito comunista marxista non si fece attendere. L’8 luglio Prakash Karat annunciò che i quattro partiti della sinistra ritiravano il loro appoggio al governo. La maggioranza perdeva così il sostegno esterno di 59 membri del Parlamento. Ma, nelle stesse ore, si verificava un altro colpo di scena. Mulayam Singh annunciava che i 39 parlamentari del suo partito, il Samajwadi Party, fino a quel momento seduti sui banchi dell’opposizione, erano invece favorevoli alla firma dell’accordo nucleare tra India e Stati Uniti.

Al rientro dal Giappone, il “mite” Manmohan Singh si mostrò inflessibile: avrebbe chiesto in Parlamento il voto di fiducia. Molti colleghi cercarono di dissuaderlo. Così – gli dissero – si rischiava la crisi di governo. L’inflazione galoppava a un tasso superiore all’11 per cento. Nel giro di un anno, il costo di un chilo di riso era salito dalle 15 alle 19 rupie, con un aumento del 27 per cento. L’olio da cucina era passato da 57 a 81 rupie al chilo. Qui l’aumento era di ben il 42 per cento. I colleghi di partito cercarono di spiegare al premier che all’“aam aadmi”, all’uomo comune, dell’accordo nucleare non importava un granché. In India, da sempre, era il prezzo delle cipolle a decidere chi avrebbe vinto le elezioni. Ma Singh non arretrò di un passo. L’11 luglio il governo chiese al presidente della Repubblica, la signora Pratibha Patil, di convocare per il 21 e il 22 luglio una sessione straordinaria della Lok Sabha per permettere a Manmohan Singh di chiedere il voto di fiducia.

I nuovi allineamenti politici avevano spaccato a metà il Parlamento. A sostenere il governo c’era la United Progressive Alliance (Upa), guidata dal Partito del Congresso, assieme al suo nuovo alleato, il Samajwadi Party, più alcuni partiti minori. In tutto 268 parlamentari. All’opposizione c’era la National Democratic Alliance (Nda), capeggiata dal Bharatiya Janata Party (Bjp), a cui si aggiungevano adesso i partiti di sinistra e le formazioni che cercavano di dar vita a un “Terzo Fronte”. Il totale era di 263 membri. La sorte del governo sembrava nelle mani di undici parlamentari indecisi. Il dibattito nella Lok Sabha si fece infuocato. Abhishek Singhvi, il portavoce del Partito del Congresso, definì l’alleanza tra il Bjp e i partiti della sinistra “sacrilega e immorale”. Ricordò come i partiti comunisti avessero fino ad allora definito “fascista” la destra nazionalista hindu che mirava alla costruzione dell’Hindu Rashtra, una nazione hindu. Intervenne anche Rahul Gandhi, l’“erede” designato dalla famiglia Nehru-Gandhi alla carica di primo ministro. Il suo discorso fu più volte interrotto dai banchi dell’opposizione.

Alle 4 del pomeriggio del secondo giorno, quando mancava ormai poco alla conta finale, nella Lok Sabha scoppiò il pandemonio. Tre parlamentari del Bjp, Ashok Argal, Fagan Singh Kulaste e Mahavir Bhagora, estrassero da due valigette nere mazzi di banconote da mille rupie. Urlando dissero che si trattava di un anticipo di dieci milioni di rupie (200 mila euro) offerti a ognuno di loro per votare a favore del governo o astenersi. Dissero che il tentativo di corruzione era stato compiuto per conto di Amar Singh, il segretario del Samajwadi Party, il nuovo alleato del governo. Nazionalisti hindu e comunisti, al grido di “vergogna, vergogna” chiesero a gran voce le immediate dimissioni del primo ministro. Prese allora la parola Mulayam Singh, il presidente del Samajwadi Party. Disse che ci si trovava di fronte a un’evidente “cospirazione” per screditare il suo partito e far cadere il governo. Aggiunse che “dieci milioni di rupie non potevano essere contenuti in due valigette così piccole”. Chiese che fossero prese le impronte digitali sulle valigie. Si domandò perché i tre parlamentari, invece di precipitarsi in aula, non avessero denunciato il fatto alla polizia. Lalu Prasad, il ministro per le Ferrovie, archiviò la faccenda con un’alzata di spalle: “E’ tutta una messa in scena”.

Più che un dibattito una corrida

Più che un dibattito era stata una corrida. Lo speaker, Somnat Chatterjee, invitò Manmohan Singh a prendere la parola. Il primo ministro indossava un gilet nero su un lungo kurta bianco. In testa aveva il solito turbante azzurrino. Si alzò in piedi e iniziò a leggere il suo intervento. La sua voce pacata fu subito coperta dalle urla dei parlamentari. Singh si fermò per un attimo. Poi provò a riprendere la lettura. Fu di nuovo azzittito. Il vecchio sikh si diresse allora verso lo scranno dello speaker. Gli consegnò il testo scritto del suo intervento perché fosse messo agli atti: “Il leader dell’opposizione, il signor L.K. Advani, ha usato parole offensive per descrivere la mia attività di primo ministro. Ha affermato che sono stato il più debole primo ministro che l’India abbia mai avuto. Mi ha definito un primo ministro ‘nikamma’ (buono a nulla). Per cercare di soddisfare le sue ambizioni personali, per tre volte il signor Advani ha cercato di rovesciare il governo. Ma i suoi astrologi lo hanno tutte e tre le volte mal consigliato. La stessa cosa avverrà oggi. Alla sua età avanzata non mi illudo che possa cambiare le sue idee. Gli consiglio però, per il bene suo e dell’intera nazione, di cambiare i suoi astrologi”.

Lal Kumar Advani era il candidato del Bjp e della National Democratic Alliance alla carica di primo ministro nelle prossime elezioni del 2009. Fu sempre Advani, nel 1990, a guidare il movimento per la costruzione del tempio di Rama ad Ayodhya. Due anni più tardi, quello stesso movimento, rase al suolo la moschea di Babri Masjid. E fu ancora Advani a essere ministro dell’Interno quando, nel 2002, uno spaventoso pogrom si abbatté sulla comunità musulmana del Gujarat. Ancora oggi, il terrorismo islamista del subcontinente indiano cerca vendetta per quel massacro (come dimostrano le 17 bombe scoppiate il 26 luglio ad Ahmedabad, capitale del Gujarat, che hanno causato 46 morti). Nel suo discorso di replica, rivolto alla sinistra, Manmohan Singh chiedeva: “E’ questo il primo ministro che volete?”. Affrontava poi il nodo centrale del dibattito: “L’accordo nucleare che stiamo negoziando con gli Stati Uniti, la Russia, la Francia e gli altri paesi nuclearizzati ci permetterà di avere accesso al mercato internazionale dell’uranio per usi civili. Questo senza compromettere in alcun modo il nostro programma strategico, per il quale continueremo a non accettare nessuna interferenza e nessuna supervisione esterna”.

L’anziano premier chiudeva il suo intervento con una nota sentimentale: “Ho spesso detto che è per puro caso che sono diventato un uomo politico. La vita mi ha assegnato molte responsabilità. Sono stato un insegnante, un ufficiale governativo, un membro di questo augusto Parlamento. Ma non ho mai dimenticato gli anni in cui sono stato bambino in un lontano villaggio. Durante tutti i miei giorni da primo ministro ho cercato di ricordare quei primi dieci anni della mia vita. Li trascorsi in un villaggio senza acqua corrente, senza elettricità, senza ospedali, senza strade, senza tutte quelle comodità che oggi associamo a un’idea di vivere moderno. Per andare a scuola dovevo camminare per chilometri. Studiavo al lume di una debole lampada a cherosene. La nazione mi ha offerto l’opportunità di far sì che, in futuro, questa non sia più la vita che dovranno fare i nostri figli”.

Maggioranza e opposizione erano pronte per lo scontro finale. I due schieramenti cercarono di presentarsi all’appuntamento decisivo a ranghi completi. L’opposizione convocò anche i suoi parlamentari malati. L’ottuagenario Atal Bihari Vajpayee, ex primo ministro, arrivò in ambulanza. Aveva una flebo attaccata a un braccio. Altri tre parlamentari del Bjp furono prelevati dai loro ospedali. Ma Lalu Prasad, il ministro per le Ferrovie e leader del Rashtriya Janta Dal, il principale alleato del Partito del Congresso, fece qualcosa di meglio. Due dei suoi parlamentari, Mohammed Shahabuddin e Rajesh Ranjan detto Pappu Yadav, erano in carcere dove scontavano una condanna per omicidio. Il ministro li fece scortare dalla polizia e i due arrivarono in Parlamento per la votazione direttamente da Tihar Jail, il carcere di Delhi. In India, la cosa non destò particolare scalpore. Dei 543 membri dell’attuale Lok Sabha, 117 hanno procedimenti penali in corso per omicidio, violenza sessuale, aggressione armata, estorsione e furto. Cinque di loro sono in carcere, condannati per omicidio con sentenza definitiva.

Si era fatto tardi. Nel Parlamento della “più grande democrazia del mondo” lo speaker annunciò l’inizio delle operazioni di voto. Per primi votarono i parlamentari malati. Somnat Chatterjee augurò a Vajpayee una pronta guarigione. Fu poi la volta di tutti gli altri. L’esito della votazione fu sorprendente: 275 voti a favore del governo, 256 contrari, 10 astenuti. Per Manmohan Singh fu il trionfo. Per la sinistra, invece, si trattò di una bruciante sconfitta che aveva anche le apparenze di un suicidio politico. A pochi mesi dalle elezioni, i comunisti si trovavano isolati. Per loro sarebbe stata impossibile un’alleanza con i nazionalisti del Bjp e altrettanto impossibile appariva una pacificazione con il Partito del Congresso. L’unica strada percorribile per la sinistra indiana restava quella del “Terzo Fronte”. Qui, però, c’era già un candidato premier: Mayawati, la donna “dalit” (ex intoccabile), attuale “chief minister” dello stato dell’Uttar Pradesh. Ma, con la signorina (“Kumari”) Mayawati, candidata alla carica di premier dell’Unione indiana, per i partiti di sinistra non sarebbe stato semplice mettere al centro della loro campagna elettorale la questione morale. Mayawati era implicata in una decina di gravi casi di corruzione. Di lei, in India, si dice che indossi vestiti “con le tasche profonde”.

Il Partito comunista marxista
Prakash Karat, l’attuale segretario generale del Partito comunista marxista, non ha mai nascosto la sua ammirazione per Stalin. Dopo la sconfitta nel voto del 22 luglio, il “compagno segretario” ha perso le staffe. Ha espulso dal partito Somnat Chatterjee, lo speaker del Parlamento, da più di 40 anni membro del Cpi (M) e parlamentare da dieci legislature. Commentando l’esito della votazione, Prem Shankar Jha, editorialista del settimanale Outlook, ha scritto: “Personaggi come Prakash Karat e L.K. Advani continuino pure ad anteporre gli interessi di partito a quelli del paese. Sappiano però che lo fanno a loro rischio e pericolo. Sottovalutano infatti il profondo senso di amor patrio che ogni indiano nasconde dentro di sé. Soltanto Manmohan Singh è stato capace di intercettare quel sentimento. Forse è riuscito a farlo perché, in ultima analisi, tutto è tranne che un uomo politico”. Ottenuta la fiducia, si è visto il settantaseienne Manmohan Singh abbracciare il trentasettenne Rahul Gandhi. A molti è sembrato un passaggio di consegne. Fuori dal Parlamento, ai giornalisti che lo attendevano, il premier si è limitato a dire: “E’ stata una vittoria convincente”. Ha poi aggiunto: “Il risultato della votazione di oggi è un messaggio per il mondo intero: l’India è pronta a prendere il posto che le compete nel consesso delle nazioni”. Era ormai notte piena quando i militanti del Congresso si recarono a festeggiare di fronte ai cancelli della sede del partito, al numero 24 dell’alberata Akbar Road. A precederli erano stati i venditori di gelati che, fiutato il business, erano accorsi sul posto con i loro carretti con le ruote da bicicletta. Molti militanti indossavano il tipico kurta pyjama bianco e avevano in testa la topi, il cappello “alla Nehru”. Tra gli scoppi di mortaretti e lo sventolare di bandiere, gli attivisti distribuivano dolci e ghirlande di fiori di calendola. Lo slogan più gridato era: “King Cong, King Cong”. Il riferimento era ancora una volta a Singh, il re (king) del Partito del Congresso (Cong). Alle spalle dei militanti in festa c’era un cartellone dipinto a mano, come quelli dei film di Bollywood.

Sui colori della bandiera indiana, a lettere cubitali, c’era scritto: “All India Congress Committee”. Dipinto sulla sinistra c’era il volto gentile di una donna ancora giovane. Sorrideva. Sembrava guardare compiaciuta la festa in onore del premier. Per quella notte avrebbe lasciato fare. Fin dal giorno successivo, però, avrebbe messo le cose in chiaro. Nel Partito del Congresso non c’era nessun re. Caso mai c’era soltanto una regina: lei, Sonia Gandhi.

di  Carlo Buldrini

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