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Mohsen Rezai

Mohsen Rezai è l’avversario interno alla coalizione di Mahmoud Ahmadinejad. Accusa Ahmadinejad di demagogia, propone un governo di coalizione “serio” capace di dialogare con l’occidente, salvare l’economia e restituire onore all’Iran. Canta le virtù del pragmatismo e, soltanto a evocarlo, si è già guadagnato la stelletta internazionale di “conservatore moderato”.

4 Maggio 2009 alle 00:00

Roma. Accusa Ahmadinejad di demagogia, propone un governo di coalizione “serio” capace di dialogare con l’occidente, salvare l’economia e restituire onore all’Iran. Canta le virtù del pragmatismo e, soltanto a evocarlo, si è già guadagnato la stelletta internazionale di “conservatore moderato”. Ben voluto dall’ayatollah Ali Khamenei, ha rapporti di lunga data con il patriarca Hashemi Rafsanjani. Si propone come candidato indipendente per ricompattare il fronte fondamentalista spaccato dalle rivalità tra pasdaran vecchia e nuova maniera e mullohcrati conservatori. E’ Mohsen Rezai, l’ avversario interno alla coalizione di Mahmoud Ahmadinejad. Hanno in comune umili natali, un volto barbuto e una formazione a pane e khomeinismo nelle Guardie rivoluzionarie. Ma se la dedizione alla causa è speculare, lo stile non potrebbe essere più diverso. Nel primo domina l’istinto, nel secondo la riflessione.

Rezai irride il populismo naif del presidente iraniano e il suo culto superstizioso del Mahdi. Per lui “il vero e puro islam si fonda su due principi: il primo è la devozione al divino, il secondo l’azione secondo logica e razionalità”. Come tutti i dirigenti della Repubblica islamica, Rezai non riconosce lo stato di Israele, ma giudica “dannoso per l’Iran” negare l’ Olocausto. E’ una questione di convenienza e, dopo 16 anni alla guida del corpo dei Sepah Pasdaran, Rezai si valuta qualificato a capire quando è opportuno lanciare un attacco e quando, invece, è più utile attendere. Hugo Chávez e Fidel Castro non figurano nel Pantheon dei suoi eroi e alle icone terzomondiste antepone la necessità di rapporti di mutuo vantaggio con l’Europa. Quanto agli Stati Uniti concede che “se Washington adotterà un approccio diverso con l’Iran, anche il nostro comportamento cambierà radicalmente”. E qui finisce la tanto sbandierata “moderazione”: anche se sa temperare i toni, la definizione di falco calza come un guanto a Mohsen Rezai.

Nato nel 1954 a Masjid Soleiman, nella regione petrolifera del Khuzestan, il rivale di Ahmadinejad cresce in un ambiente rurale di mezzi modesti e ancor più modeste ambizioni. Finché inizia a spandersi il verbo rivoluzionario: è allora che Rezai cambia pelle e si unisce a un gruppo che invoca la lotta armata per rovesciare lo scià. A un certo punto della sua ascesa, il giovane Rezai abbandona il nome di battesimo Sabzevar – un nome insolito, più comune come cognome che evoca il profumo dei campi (“sabzi” in farsi significa erbette, verdure) – a favore del più gettonato e meno bucolico Mohsen. Sono i tumultuosi anni 70, Rezai studia ingegneria ma finisce per convertirsi all’economia. Quando scoppia la rivoluzione è tra i primi a unirsi alle Guardie rivoluzionarie e a diventarne un leader. Con i nemici del regime è implacabile e la sua ferocia è un perfetto biglietto da visita. Il suo trampolino di lancio è l’intelligence: gioca un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle missioni all’estero dei pasdaran. E il suo nome ricorre tra quelli indiziati per le più famigerate operazioni terroristiche dell’Iran: il bombardamento del compound dei marine nel 1983 a Beirut e l’attacco al centro culturale ebraico Amia di Buenos Aires nel 1994.

Khomeini lo stimava. Rezai diventa il capo dei pasdaran nell’81 e non ha nemmeno trent’anni. Durante la guerra con l’Iraq, è tra gli oltranzisti che consigliano al rahbar di andare avanti fino alla conquista di Bassora. In una lettera datata 1988 gli illustra l’utilità delle armi nucleari nello sconfiggere gli iracheni.

Il partito (Alleanza nazionale) e gli alleati
In questo curriculum da uomo d’acciaio c’è una macchia. Alla fine degli anni 90 suo figlio Ahmad scappa dall’Iran e si rifugia prima negli Stati Uniti e poi in Costa Rica. Con gli 007 del regime alle calcagna, il giovane rilascia interviste in cui denuncia non solo la tirannia, ma anche le attività terroristiche di al Quds (la sezione dei pasdaran per le operazioni all’estero). Ahmad riappare a Teheran mesi dopo e da allora tiene un basso profilo: curiosamente l’incidente non ha interrotto la carriera del padre. Rezai è diventato segretario del Consiglio per il discernimento presieduto da Rafsanjani e ha fondato un partito, l’Alleanza nazionale, che fa la fronda ad Ahmadinejad. Alleato ad Ali Akbar Velayati, Mohammad Bagher Ghalibaf e Ali Larijani, Rezai si offre come raccordo tra l’establishment conservatore, i tecnocrati di regime e la fazione dei “pasdaran globalizzati”.

Il vestito da mediatore non scalfisce il suo pedigree di duro: “L’Iran è una grande nazione che diventerà ancora più grande e non soccomberà ad alcuna pressione”. Quanto al tema già accarezzato della Bomba, Rezai sorride sornione e cita Eisenhower: “Ha detto una cosa interessante: uno stato forte è uno stato che arriva a un passo dalla guerra nucleare”.

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