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Fausto Raciti

Walter Veltroni? Un male necessario. Il referendum? Una cosa molto pericolosa che, con la sua spinta bipartitica, asseconda i peggiori istinti di semplificazione. Le liste per le europee stilate da Dario Franceschini? Una delusione invotabile durante la direzione del partito. I candidati del Pd emersi via Facebook? Una falsità.

24 Aprile 2009 alle 00:00

Walter Veltroni? Un male necessario. Il referendum? Una cosa molto pericolosa che, con la sua spinta bipartitica, asseconda i peggiori istinti di semplificazione. Le liste per le europee stilate da Dario Franceschini? Una delusione invotabile durante la direzione del partito. I candidati del Pd emersi via Facebook? Una falsità. Michele Santoro? Un non lodevole esempio di giornalismo ringhioso che pretende di esprimere giudizi di carattere morale. Sono frasi di Fausto Raciti, segretario dei Giovani democratici, organizzazione giovanile del Pd.

E’ uno strano tipo di giovane, il venticinquenne Raciti. Nel senso che da un lato è davvero giovane – “con una g sola”, dice lui, in polemica con il suo partito che considera giovani “quelli con due g che fanno i giovani di professione a prescindere dall’età anagrafica e rivendicano il rinnovamento, un falso problema”. Dall’altro, però, Fausto Raciti del giovane ha ben poco. L’aspetto, sì, è quello di un ragazzino magro vestito alla “come mi sono alzato stamattina”. E però gli occhi severi, il perfetto controllo facciale, il sorriso non profuso a caso, la prontezza della battuta e la misura dell’eloquio fanno pensare a un’austerità di pensiero che può ricordare, più che un giovane, un prete – anche se Fausto è laico, laicissimo e figlio di famiglia laica – o un agente cinese del Cominform – anche se Fausto di cinese non ha nulla, a parte un piatto di lacca donatogli da una delegazione di giovani di Pechino giunti in Italia grazie a un invito di Confindustria (l’incontro con Fausto è avvenuto di straforo, e Fausto ancora si rammarica di non aver portato con sé da via Nazionale un gadget democratico da offrire come regalo di scambio). Composto com’è, prodigo com’è di citazioni latine, concetti densi (e desueti) ed espressioni verbali scelte con cura (“apicale”, “esiziale”, “idem sentire”), Fausto mette soggezione anche a un trentenne con dieci anni di più, che alla fine si sente un po’ fratello minore ignorante che ha bisogno di ripetizioni. E questo nonostante Fausto venga avvistato spesso nelle piazze del centro di Roma a bere prosecco come un qualsiasi giovanotto da aperitivo, nonostante fatichi a racimolare i soldi per il viaggio estivo come tutti i venticinquenni e nonostante le sue giovanissime e comunissime fatiche degli esordi. Volontario della politica proveniente da Acireale, Fausto nei primi anni a Roma divideva la casa di Monteverde e il bagno con ben dieci coinquilini – tutti funzionari senior delle organizzazioni giovanili diessine o lavoratori fuorisede, più un finlandese che una volta Raciti trovò in camera sua al ritorno da un viaggio (a causa dell’avidità dell’affittuario, devoto al motto: finché c’è spazio si prende gente). E fortuna che almeno il suddetto finlandese non proferiva verbo in nessuna lingua, oltre a fuggire in fretta di fronte all’impossibile coabitazione.

Se uno dovesse sommare l’evidente antiveltronismo di Raciti al suo garantismo, sarebbe tentato di metterlo nella casella “dalemiano” (Raciti tra l’altro, come D’Alema, si concede qualche “diciamo” e quando si nomina Massimo muove impercettibilmente il labbro, come a voler sorridere. Ma poi precisa: “Non mi ritengo un militante di corrente”). E in effetti Fausto, a differenza di molti dalemiani nostalgici della Quercia, si definisce “un democratico spinto” (“ci credevo e ci credo, nel Pd. E credo che anche il corpaccione del partito, quello che in parte non digeriva la scelta di Veltroni, fosse convinto sul progetto, perché è nelle corde dei postcomunisti il rapporto con i cattolici, con i popolari. Non è una cosa nuova. Si immette in un solco storico). Fausto dice “solco storico” anche se, semplicemente, non c’era. Allo scoppio di Tangentopoli aveva otto anni. Ne aveva dieci il 25 aprile del 1994, quando i giovani diessini allarmati e indignati si catapultarono in pullman a Milano per marciare contro l’uomo che a loro pareva una sorta di nuovo invasore (Silvio Berlusconi). Nel 1998, a quindici anni, in piena guerra in Kosovo, Fausto andò in sezione nella cittadina siciliana in cui era cresciuto, si qualificò come figlio di Raciti (militante storico) e prese la sua prima tessera ds, proprio mentre i compagni più grandi bruciavano la loro.

Militante il padre. Militante la madre. Militante il nonno. Militante la smisurata quantità di zii di grande famiglia siciliana. Fausto Raciti non poteva non essere militante. La politica a casa Raciti si respirava, e però Fausto, un po’ timido un po’ pigro, cominciò a farla perché glielo chiedevano gli amici: e dai, perché non ti candidi come rappresentante d’istituto?
Ma perché hai fatto politica, se eri riottoso all’idea?, qualcuno gli chiede oggi. La risposta è di inflessibile assertività: “Perché senza rendermene conto l’ho fatto da sempre. Perché mi piace al di là degli incarichi. Perché mi sono sempre impegnato in prima persona. Perché mi sono sempre messo in gioco”. Alla prima assemblea Fausto non riuscì quasi a parlare, alla seconda fu chiaro che non avrebbe più smesso. Da rappresentante d’istituto occupò la scuola contro la riforma Berlinguer (e ora Luigi Berlinguer, nemesi crudele, è nelle liste europee tanto contestate da Fausto). Dopo l’occupazione arrivarono incarichi locali e sempre più frequenti viaggi romani. Fausto intanto aveva incontrato il suo mentore, l’allora responsabile Scuola Andrea Ranieri, da non confondere con Umberto. Un mentore con cui ancora oggi Fausto discute di politica senza freni anche se Ranieri non ha incarichi di prestigio (è un normalissimo assessore genovese).

Prima di diventare rappresentante d’istituto Fausto andava bene a scuola, ma non studiava. Era, dice oggi, “la persona più solitaria che io abbia mai conosciuto”. Respirava aurea medietà in una famiglia né ricca né povera: nessun particolare scossone, infanzia davanti alla tv, solitaria come solitario fu il primo bagno di realtà nel partito, schifato dagli altri come “guerrafondaio”. Nulla in confronto a quando era bambino: la cittadina era religiosa, e Fausto veniva da una famiglia non religiosa, motivo di sicuro isolamento in età scolare – vanno tutti a catechismo e tu no. Tutti in parrocchia e tu no. Tutti che fanno la cresima e tu no.
Dopo i primi passi mossi in politica, la solitudine in patria si aggravò – ad Acireale i giovani erano tutti ferocemente pacifisti e Rifondazione andava di moda. Fausto passava per uno di destra e non riusciva a convincere nessuno, ma litigava molto volentieri. Lo studio divenne l’ultima delle priorità. E quando, al primo anno di Economia a Catania, venne chiamato a Roma a dirigere l’associazione degli studenti diessini, la famiglia Raciti non disse “no”, anzi: militante com’era nell’animo capì l’importanza della cosa, ma seppe che quella era la pietra tombale sulla laurea di Fausto in Economia. Oggi, ad Acireale, si finge bonariamente di credere a Fausto che dice “studio Economia alla Sapienza”.
Se non è un dalemiano uno che si iscrive ai Ds mentre c’è la guerra in Kosovo non si sa chi altro possa essere definito tale. Ma siccome Raciti si rifiuta di essere incasellato, ci si deve accontentare di sospettare la sua dalemianità senza averne conferma. Né Raciti può essere iscritto senza se e senza ma tra i “laici”. A scombinare le carte, infatti, giungono le dichiarazioni di Fausto in tema di bioetica e coabitazione con i cattolici: “Sui diritti civili e di cittadinanza, quelli che attengono alla sfera delle libertà individuali, non si può transigere, cattolici o laici che siano i partiti di provenienza. Quanto ai rapporti tra tecnologia, scienza, vita e politica penso vada superata la cultura scientista per cui ciò che è scientificamente possibile diventa automaticamente lecito”.

Per restare nel campo agreste congeniale a un centrosinistra che ha alle spalle un Ulivo, una Quercia e vari cespugli, a Fausto Raciti piace “la foresta che cresce e non l’albero che cade”. Tradotto, vuol dire: non mi sta bene che i Dario Franceschini del momento candidino Debora Serracchiani solo perché il suo intervento fa notizia, senza nulla togliere a Debora Serracchiani. Non mi sta bene che pretendano che noi ci facciamo rappresentare da chi scelgono loro, un ggiovane con due g che dice cose ggiovani. Non mi sta bene che vengano ignorati quelli come me che “non scrivono documenti per dire che sono giovani, si rimboccano le mani e quotidianamente fanno il loro lavoro e non se ne fanno nulla del leit motiv: ‘Adesso arrivano i giovani, adesso arriva l’esercito del surf’. Per noi il consenso in democrazia non si chiama nuovo amico di Facebook ma nuovo voto”. E chi lo ascolta a un certo punto pensa: ma non sarà troppo serioso questo Raciti, con tutto il suo inneggiare alla costruzione dall’interno e dal basso, con tutto quello stare sul territorio, con tutto quel voler rappresentare alacremente il partito nelle scuole e nei consigli comunali? Non sarà che all’elettore stanno più simpatici gli altri, quelli che fanno un discorso e via, quelli che hanno il blog?

Sia come sia, Raciti i blog li sopporta a malapena, tanto che il suo lo aggiorna di rado, come dicono i suoi nemici mettendolo a confronto con il blog aggiornatissimo della sua rivale di primarie, la radicale e giovane democratica Giulia Innocenzi. La ragazza che denunciò la scarsa democraticità interna del partito piazzandosi davanti alla sede del Pd. Oggi Giulia, dal blog, continua a punzecchiare Fausto: ma come, scrive, Fausto è orripilato dalle liste europee di Franceschini perché non prevedono i nomi decisi in seno all’organizzazione giovanile? Ma quando sarebbero stati decisi, questi nomi?, incalza la bionda avversaria ricordando di non essersi persa neppure un’assemblea a cui Fausto arrivava con ore di ritardo. E alla fine Giulia dice: “Se sono questi i giovani, allora bravo Franceschini, meglio la gerontocrazia”. Fausto di fronte alle critiche resta imperscrutabile e riconosce a Giulia “il risultato importante ottenuto alle primarie”. Poi spara a zero sulle primarie stesse (con un distinguo): “Si è fatto un uso profondamente distorto delle primarie, anche nel mio caso. Non sono ideologicamente contro le primarie, però mi stupisce che siano state usate per scegliere i capi dei partiti e non i deputati. Ed è curioso che siano servite per eleggere leader di partito non direttamente candidati ad una carica monocratica elettiva. Credo che la vita democratica di un partito possa svolgersi anche con congressi normali in cui la gente alza la mano e vota assumendosi la responsabilità politica di quello che vota”. Sibillino, Raciti non scioglie la riserva sulle sue mosse all’ancora lontano congresso del Pd e si affida a una frase di democristiana inintellegibilità: “Cosa farò lo scopriremo. Dico però che il mondo che rappresento troverà il modo per esprimersi in un congresso come è normale che sia”.

Fatto sta che Raciti stima poco chi “non interloquisce davvero con la generazione” e stima moltissimo il ministro Giorgia Meloni – che sarà di destra, sì, ma, come Fausto, “ha mangiato polvere in circoli e sezioni”. Fausto con Giorgia parla bene “per una ragione che va oltre la stima. Giorgia Meloni non è una tirata fuori dal cilindro perché stava simpatica al capo. Ha fatto il consigliere, il segretario nazionale giovani. Sa che cos’è un partito. Mi capisco più con lei che con i nostri giovani da playlist che si incontrano in cinquanta e pretendono che l’incontro diventi una notizia. Il problema non è anagrafico. Uno può avere sessanta, novanta, quaranta o vent’anni. Basta che dica qualcosa sul come rifondare la qualità della democrazia nel nostro paese. Invece abbiamo avuto a tratti l’impressione che l’inesperienza fosse diventata un valore per il partito. Chi c’era stato sempre – perché ci credeva – era diventato marginale. Ci siamo sentiti più supporter che militanti. Secondo lo schema veltroniano c’era il leader e il popolo delle primarie. E a un certo punto quello che c’era in mezzo – i quadri intermedi, i giovani militanti come me, gli iscritti – si è sentito scavalcato”.

A Raciti non piace il Pd inteso come “partito liberal molto all’americana costruito a immagine e somiglianza della società con il candidato giovane, il candidato imprenditore, il candidato operaio”. Mentre gli piace il Pd fondato “sulla constatazione che in Italia erano rimaste due culture forti che si stavano avviando verso l’estinzione. Due culture per le quali il Pd era l’ultima speranza. Due culture non liberiste che, sulla base di un terreno comune, potevano mettersi assieme per provare a rinnovarsi e ricostruire la qualità della democrazia in Italia – che è quello che con la Seconda Repubblica è venuta a mancare. E in questo quadro Veltroni, semplicemente, stonava”. Uno potrebbe dedurre che Raciti si è sentito molto “minoranza”. E invece dice, con il solito viso da agente cinese del Cominform: “Io di congressi non ne ho persi mai”.

A Roma Raciti si trova bene, come tutti i non romani. Trova che Roma sforni una quantità enorme “di personaggi”. E prende molti tram – non per imitare Francesco Rutelli in fase preelettorale né per seguire il consiglio che Cesare Zavattini dava agli sceneggiatori troppo ampollosi: prendete l’autobus. Raciti, ad avere la disponibilità economica, prenderebbe volentieri il taxi. Pur tuttavia ha trovato geniale il suonatore ambulante greco con chitarra che una volta, sul tram, chiedendo l’elemosina, disse: “Signora, oltre a dare i soldi alla chiesa li dia anche ai poveri”. Roma è l’ultima città meridionale d’Italia, dice Raciti aggirandosi con un gelato in mano tra folle di bevitori di cocktail, magnificando la vita di quartiere al Pigneto, luogo pasoliniano dove si è trasferito. Fosse stato messo “in condizione di misurarsi col consenso”, che tradotto dal gergo racitiano significa “essere candidato alle europee”, Fausto avrebbe condotto la campagna elettorale “sul tema della crisi, ma declinandolo in prospettiva di più lungo periodo rispetto a come lo si declina nel Pd: ci avevano spiegato che il mercato avrebbe risolto tutti i problemi della nostra vita. Che si stava arrivando alla società del merito. Ora il divario tra questa aspettativa e la realtà è enorme, soprattutto per la nostra generazione che con questo mito è stata allattata. Il tema non è più tenere assieme la competitività di un paese e la coesione sociale. Il punto è che la coesione sociale è l’elemento che determina la competitività di un paese. La mia idea, molto banalmente, è recuperare l’agenda Delors”. E se non ti ricordi dell’agenda Delors vai a ripassare, sembra dire Fausto mentre scruta due cellulari senza lasciar trapelare nulla su chi ha chiamato – sarà una fidanzata? Sarà Franceschini? Sarà uno degli amici giovani con una g?

Non essendo candidato, Fausto esclude un’alleanza con i giovani con due g, quelli appunto candidati da Franceschini – “Alleanza per cosa, con chi e contro chi?”. A dispetto della vis polemica, però, sulla soluzione “reggente” Raciti è allineato: “Sono tra quelli convinti che per il congresso non ci fossero i tempi. Perché avevamo la responsabilità di governare le elezioni amministrative e di governare la composizione delle liste europee. E poi ci vuole tempo perché si chiarisca la prospettiva politica degli eventuali leader candidati: vogliono il proporzionale, il modello francese, il mattarellum?, Vogliono dare una risposta alla crisi di carattere europeista welfarista o di carattere liberale?”. Errore degli errori, secondo Raciti (che in quegli anni, ribadisce, non c’era), “è pensare che la cosa migliore fosse inseguire Berlusconi sul terreno della personalizzazione della politica, della leadership forte, del rapporto diretto tra capo e popolo. Eravamo opposti e complementari, nel suo disegno”.
Non essendo candidato, Raciti si può permettere una frase che sembra piacergli moltissimo, a giudicare dal marcato movimento del fino ad allora immobile sopracciglio: “Siamo conservatori rivoluzionari, perché facciamo politica in tempi di antipolitica”.

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