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Zlatan Ibrahimovic

Il genio è un naso spavaldo. Sbuca di profilo, davanti a tutti, in faccia a tutti. E’ un segno di riconoscimento, un punto di riferimento. Zlatan Ibrahimovic lo usa senza prudenza: impertinente, deciso, arrogante. Si vede prima del resto, prima del corpo che si trascina il suo metro e novantadue, prima dei piedi numero 47, prima delle braccia larghe e dei gomiti alti.

17 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 3 novembre 2007

Il genio è un naso spavaldo. Sbuca di profilo, davanti a tutti, in faccia a tutti. E’ un segno di riconoscimento, un punto di riferimento. Zlatan Ibrahimovic lo usa senza prudenza: impertinente, deciso, arrogante. Si vede prima del resto, prima del corpo che si trascina il suo metro e novantadue, prima dei piedi numero 47, prima delle braccia larghe e dei gomiti alti. Ibra è il suo naso, cioè se stesso. Imperfetto e fondamentale, eccessivo e necessario: non ha l’eleganza e lo stile che gli attribuiscono, non è completo come qualcuno vuol far credere. E’ diverso e oggi unico, perché chi vuole un giocatore che cambia il calcio, che lo rivoluziona, che lo trasforma nell’uno contro tutti, deve scegliere per forza lui. Gol, assist, spettacolo, forza, classe, sfida, botte. Vince perché è forte, tecnico, potente, furbo, infame. Perché sente il pallone sotto i piedi e nel cervello, perché ha voglia, perché detesta perdere, perché ha un talento che si porta appresso da quando era ragazzino e che non l’ha più mollato.

San Siro è Rosengard, il ghetto di Malmoe: Zlatan è in panchina e i suoi stanno perdendo quattro a zero, entra e finisce otto a cinque. Ottipletta, o insomma come si dice. “Nove, veramente. Uno annullato”. Facile e naturale, come qualche anno fa, all’ultima partita olandese, all’ultimo gol con l’Ajax: sei avversari superati, portiere saltato, tiro, gol. “Sette, uno l’ho superato due volte”. Come qualche settimana fa: limite dell’area, tre avversari addosso, dribbling, un tocco più astuto, solo, la porta, il portiere, gol. Non c’è differenza con Zlatan, non c’è mai stata.

Dice che adesso è uguale a domenica scorsa e a quella prossima, identica a quelle di quando giocava nel Balkan. E’ tracotanza, pure questa. Che adesso, è Juve, cioè il post calciopoli-moggiopoli, cioè il motivo per cui lui ora è a Milano, cioè l’unica ragione per cui si metterà la maglia dell’Inter e non quella della Juventus, cioè non è uguale né al Balkan, né al Malmoe, né all’Ajax, né alla nazionale svedese, né a niente. Eppure lo ripete, con quella faccia superba, con quelle parole sfrontate. Lo fa perché è il suo modo di comunicare, un misto tra un bullo di periferia e un artista contemporaneo, convinti tutti e due di una certa superiorità. Uno del corpo, uno del cervello: Zlatan sta in mezzo e prende da entrambi. Non è uno che deve stare simpatico per forza. Non deve e non vuole, neppure. Ci sono calciatori che non riescono a essere odiati neppure dagli avversari, altri che finiscono per essere sopportati persino dai compagni e dai tifosi. Ibra sta qui e se non fosse il migliore non potrebbe campare. Parla degli altri senza paura, con quella punta di presunzione che fa parte della sua vita come del suo naso. Allora “Zidane è stato molto più forte di Platini”, “Cassano è più pericoloso di Totti”. Nemici? Dice che ce ne ha già tanti. E’ un modo d’essere, d’apparire, di vivere: a più persone sta sulle palle, meglio si sente. E’ Al Pacino di “Scarface”: “Volete fare la guerra a me? Allora state facendo la guerra con il migliore (…). Volete uccidermi? Vi ci vuole un esercito per uccidermi”.

Si vede da come gioca che ama il duello. Ibra è tutto in un gol segnato alla Roma, all’Olimpico, quando giocava nella Juventus: uno stop di tacco sbagliato che diventa un colpo suo, col pallone che finisce in alto, ma davanti, e allora lui e il difensore, attaccati, uniti, spalla contro spalla, gomito contro gomito, vediamo chi è il migliore. Più veloce lui, più bravo lui, quello si aggrappa per buttarlo giù e invece resiste, allora quello si trascina per terra, s’affloscia come un barbapapà sformato. Ibra va, solo, veloce, poi vede la porta e la mette di esterno, forte e precisa dall’altra parte. Le azioni così gli piacciono da morire, gli danno forza, convinzione, coraggio, perché dimostrano che non è vero quello che sosteneva qualcuno: “Zlatan è l’uomo degli assist”. Segnava poco, dicevano. L’avevano paragonato addirittura a Yksel Osmanovsky, col quale condivideva l’arrivo dal Malmoe. Giocò nel Bari e nel Torino: poco incisivo e mediocre davvero. Poi piccolo fisicamente, senza grinta. Ibra lo giudicava bravo e lo ha detto più di una volta, però deve aver pensato che il paragone è piuttosto spiacevole. Cioè, lui è un campione, non uno normale. Non faceva tanti gol e però non si capisce che differenza ci sia tra dribblarsi mezza squadra avversaria e poi fare l’ultimo passaggio e invece dribblarsi mezza squadra avversaria e segnare. E’ l’egoismo della statistica, ma non fa né una caratteristica né una personalità. Ora che ha cominciato ad avere qualche cifra più alta lo considerano più forte di prima.

Non è cambiato, però. Lo dice lui, i compagni, i difensori. Quei numeri sui giornali gli servono per domani, per dire “ecco questo è il risultato”, per non sentirsi ripetere che è un attaccante da pochi gol. Serve per i contratti, per quel perverso meccanismo che porta il giudizio collettivo dei tifosi a incidere su una trattativa per un rinnovo o per essere ceduto. Ci tiene, Ibrahimovic. E’ uno di quelli che non dirà mai “a me dei soldi non mi importa”. Gli interessa: li vuole e li pretende, per fortuna. Antiromantico: toglie l’ipocrisia, annulla il sentimentalismo. Dalla Juventus se ne è andato perché non avrebbe mai accettato di giocare in B. Moratti dice adesso che la Juve lo ringraziò perché gli tolse il peso degli stipendi di Zlatan e di Vieira. Forse, chissà, boh. Non cambia, comunque: Ibra non sarebbe mai retrocesso, perché non sopporta l’idea di una sconfitta, anche se arriva a tavolino o in tribunale. Il giorno della presentazione, con la maglietta nerazzurra in mano, con un sorriso così, con Oriali e Branca e Moratti accanto, eccolo lui: “Da piccolo tifavo per l’Inter. Sono arrivato in una squadra molto forte, il mio futuro è qua. Sono stato molto professionale, ho rispettato il mio contratto ma alla fine si è presentata questa occasione e siamo rimasti tutti contenti, io, l’Inter e anche la Juve. Questo è il calcio, dovevo pensare al mio futuro e il mio futuro è qui. Mi dispiace per i tifosi juventini, ma la vita continua”.

Poi i soldi, ancora. Sempre di più. A maggio scorso, a un certo punto rispose al telefono: “Ok, Mino. A dopo. Oggi va a trovare Moratti, devono parlare del mio adeguamento del contratto. L’estate scorsa il presidente è stato bravissimo. Mi voleva anche il Milan, ma l’Inter ha sbaragliato la concorrenza: aveva un progetto. Mi piacerebbe che ci fosse la stessa decisione ora”. Cioè altri euro, a nove mesi dalla firma di un contratto da 24,8 milioni all’anno per cinque anni, cioè cinque milioni a stagione. E però già l’aumento, la richiesta, il ritocco. Quella telefonata arrivò durante un’intervista a Libero. Quella del caos: lui interista, strapagato da Moratti, a chiacchierare e farsi fotografare accanto a Luciano Moggi, a confrontare, a fare le differenze, a criticare: “Alla Juventus erano più decisi. Con lui – con Moggi – era tutto preciso e stabilito. Del resto la Juve era una squadra abituata a vincere. Non potevi sgarrare. All’Inter abbiamo appena cominciato a stare nel paradiso delle vincenti. Per farti capire: quando entravamo in campo con la Juve, gli avversari se la facevano sotto. Prima della partita, eravamo già 1-0 per noi. All’Inter questa cosa non succede”. Passa per essere un irriconoscente, Ibrahimovic. Senza attenzioni e riguardo, senza rispetto. Quell’intervista fece un casino. Perché dentro c’era tutto lui. Protagonista e professionista, libero dal perbenismo dei colleghi e degli altri del mondo del calcio. Allora di nuovo contro l’Inter che aveva appena perso la prima finale di Coppa Italia a Roma, 6-2: “Una grande squadra non può prendere sei gol in una partita, neanche quando manca la motivazione. Servono tre rinforzi per l’anno prossimo (…). Quelli della Triade della Juventus li hanno fatti fuori perché vincevamo troppo: questione di gelosia”.

Duro e severo, indelicato magari. Sincero tra i falsi, oppure falso tra i puri: lui dice di non dover dare giudizi morali sul mondo del pallone, di difendere i dirigenti che l’hanno portato nel calcio italiano. Se ne fotte della politica pallonara, dello scontro moralistico-istituzionale. Se ne sente superiore e in certo senso crede che le questioni che hanno massacrato il calcio italiano per due anni danneggino quelli come lui, cioè quelli che fanno lo spettacolo e il business. Sempre così Ibra e non si può dire che sia solo nella questione Inter-Juve. In Nazionale s’è rifiutato per due volte di essere convocato dopo che i commissari tecnici l’avevano punito per aver infranto le regole. C’era una partita con il Liechtenstein: Ibra la sera prima uscì con i compagni Mellberg e Wilhelmsson. Night fino alle 4.30, niente alcol, niente altro, solo tardi. E chissenefrega del Liechtenstein. Furono messi fuori squadra tutti e tre. Ingiusto per Zlatan: “Non si può convincere qualcuno che non si senta motivato”. Gli dissero: “Vabbè dimentichiamo tutto”. E lui: “Col cavolo, torno ma solo per giocare per la gente e per tutti quei ragazzini che in Svezia mi adorano”. Eccolo di nuovo l’artista-bullo, l’indispensabile, cioè Zlatan di Rosengard dove si giocava senza regole e senza imposizioni, senza allenatori e senza presidenti.

Lui non ama l’autorità, la soffre anche ora che dovrebbe aver imparato a gestirla. E’ questione di nascita e di origini: abituato così perché sul campo di periferia non c’era nessuno. Né un genitore, né un mister. Il padre Sefik s’era trasferito da qualche anno dalla Bosnia: a Malmoe incontrò Jurka, croata e cristiana. Ibra è figlio di una famiglia mista che dieci anni dopo sarebbe stata inconcepibile e dieci anni prima era un miracolo dell’emigrazione. Custode lui, lavandaia lei. Zlatan terzo figlio, dopo Sapko e Sanella. Zlatan cioè “Auro”, o “Dorato”. Prezioso. La famiglia s’è disgregata dopo, quasi il miracolo etnico non sia riuscito del tutto. “Oggi gli Ibrahimovic sono tanti. Figli di madri e di padri diversi e separati. Io ho vissuto a lungo da solo con mio padre e ho imparato a capire la vita, a sopportare la solitudine. Ma sogno cinque, sei figli”. Ne è arrivato uno, Maximilian. E’ finito sulla pelle, come tutti gli altri: perché Auro tiene le date di nascita di tutti gli Ibrahimovic tatuate sul braccio destro. In Svezia lo chiamano “il codice Zlatan”.

La famiglia è l’unica autorità che rispetti davvero, fino in fondo. Forse è stato Sefik, che non ha voluto smettere di lavorare e oggi fa il poliziotto privato, nonostante un figlio miliardario, nonostante gli inviti a smettere perché non ce n’è più bisogno. Oppure è stata Jurka che lo guardava giocare sul campo di Rosengard dalla finestra al sesto piano dove stava stirando i panni. Era l’unica adulta a controllare quei ragazzini stranieri. Unica, lontana e invisibile. Non avere nessuno sul campo, ha dato la libertà a Ibra: questo è territorio tuo. E’ anche per questo che con gli allenatori va d’accordo sempre fino a un certo punto. Funzionava con Hasib, il primo: Zlatan lo cercava perché gli chiedeva sempre i soldi per un gelato. E’ successo con Capello che non gli ha mai imposto regole precise in campo: “Mi diceva ‘Ibra tu hai un tiro che non sai neppure di avere’, prova da tutte le parti”. Succede con Mancini che sa d’avere il meglio e gli fa fare tutto. Non succedeva con Koeman, all’Ajax: lo obbligava a passare il pallone dopo massimo due tocchi. Non era successo neppure al Malmoe, quando era ragazzino. Lì non lo facevano giocare tanto e allora un giorno decise di entrare nella porta del presidente: “Io me ne vado, torno al Balkan”. Si fece convincere da qualche corona in più e dalla promessa di essere usato, provato, gratificato. Rimase e rimanendo diventò calciatore, poi campione, ora idolo.

Durante il Mondiale di Germania, una delle canzoni più popolari in Svezia era “Who’s da man”, suonata e cantata dagli Elias, una band di Ystad. “Viene da Rosengard, il nostro Superman/ Who’s da man, Zlatan, Zlatan”. Canta Frans, sette anni, uno che considera Ibrahimovic un mito. Cioè quello che è, perché così non ce ne sono tanti, anzi forse nessuno oggi. C’è Kakà e c’è lui, che non è il nuovo Van Basten, al quale qualcuno l’ha paragonato con uno slancio di ottimismo. E’ un’altra cosa, un’altra classe, un altro gioco. E’ mezzosangue con gli stessi tempi dei purosangue. E’ un 47 che sfata il luogo comune del pallone: quelli coi piedi lunghi non hanno classe. Lui ce l’ha. Tanta, sua, fatta in casa. E’ un po’ di cattiveria in più, un modo di difendere il pallone che arriva direttamente dalla strada, dove il corpo s’impara a usare come barriera mobile anti difensore, è un tocco complicato, una giocata rischiosa, magari inutile e però quasi sempre determinante: “Spesso mi dicevano, e ancora mi dicono, di fare le cose facili perché così posso diventare ancora più forte. Ma quali sono le giocate semplici? Io quando provo a fare certi colpi, non mi sembrano particolarmente complicati. Forse lo sono per altri, ma non per me. E allora qual è la differenza fra le cose facili e quelle difficili?”

Zlatan mastica una gomma, forma una pallina con i denti, la sputa verso il suo piede, comincia a palleggiare, poi la calcia verso l’alto, la riprende in bocca e ricomincia a masticare. E’ facile o difficile? “Divertente”. Punto. Per lui e per chi questo filmato pagato dal suo ricchissimo sponsor l’ha visto. Il resto è bla-bla, inutile, vuoto, patetico. Dicono che “da qui si vede il suo carattere ribelle”, poi ci ripensano: “E’ cambiato, non si fa più espellere facilmente come prima. E’ stata la nascita di suo figlio Maximilian a cambiarlo, a farlo calmare, a rasserenarlo”. S’è tenuto a Valencia, l’anno scorso. Scoppiò la rissa finale, coi pugni, gli inseguimenti, il sangue, gli sgambetti. Tutti credevano che Ibra avrebbe tirato fuori la sua passione per il taekwondoo. Roba per lui, quella sera. Roba per attaccabrighe spavaldi. Invece si mise a fare da paciere. Si controlla di più, però è sempre lo stesso: provoca per primo, sempre. E si vede ogni volta. Nei minuti iniziali di una partita sta sempre a parlare col suo difensore. Bofonchia, borbotta, sorride. Beffardo. Arrogante. Sicuro: “Gli dico che può menarmi quanto vuole, ma la palla non la prenderà mai. E neanche me”.

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