cerca

Giulia Bongiorno

Le “r” roteano selvagge, come sciabole impazzite, le “t” si abbattono feroci, troncando a metà parole introncabili, le “e” si aprono fiere, senza dolcezza, alla fine di avverbi affilati, le “m” colpiscono con violenza piccole vocali esangui, ed è un esercito di amazzoni alfabetiche che si scaglia in avanti, come per aggredire l’aria (e l’interlocutore).

15 Aprile 2009 alle 00:00

Le “r” roteano selvagge, come sciabole impazzite, le “t” si abbattono feroci, troncando a metà parole introncabili, le “e” si aprono fiere, senza dolcezza, alla fine di avverbi affilati, le “m” colpiscono con violenza piccole vocali esangui, ed è un esercito di amazzoni alfabetiche che si scaglia in avanti, come per aggredire l’aria (e l’interlocutore). Così parla Giulia Bongiorno, nota, prima di tutto, come l’ex avvocato di Giulio Andreotti, quella che urlava “e vai!” il giorno dell’assoluzione dell’ex presidente del Consiglio, cercando freneticamente un telefono per chiamarlo e dicendo “levati” a chiunque le si parasse davanti, inconsapevole dello sgarbo, tant’era la felicità.

Così parla, Giulia, che si trovi in aula o al cospetto (televisivo) di un soggiogato Alain Elkann – Avvocato ma lei lo sa o no se un suo assistito è colpevole? No, certo che no – e mentre parla l’avvocato Bongiorno aggiunge ampi gesti delle braccia e movimenti rapidissimi delle mani, ordinati e minacciosi. Sono ontologicamente aggressiva, dice, e non è uno scherzo. Si potrebbe aggiungere: sono ontologicamente rompiscatole (se l’è fatto dire dai suoi maestri Gioacchino Sbacchi e Franco Coppi, principi del foro palermitano e romano, e certo non dev’essere stato facile lavorare con una che rilegge tutto cinque volte, ti mette davanti montagne di appunti perentori, ti interroga “a saltare” per sapere se hai visto le sue carte, arriva sempre almeno tre quarti d’ora in anticipo e te lo fa notare). Rompiscatole: io io io, io Giulia ce la faccio, io ti assillo finché non dici sì e ti accolli pure il processo Andreotti, caro professore, io posso arrivarci, e ci devo riuscire, a ogni costo. Io io io.

Da piccola Giulia Bongiorno era troppo bassa e magra per il basket ma voleva fare canestro lo stesso, e soffriva come un cane quando la compagna Giovanna, più alta e meno brava, con mano distratta andava a segno al posto suo. E voleva le lodi e le medaglie e i voti più alti e anche la gloria, come quei signori famosi che le sorridevano dalla televisione quando, ragazzina, si accucciava sotto il tavolo con la sorella Roberta e guardava quelle facce, a cavallo della trasmissione “Carosello”: facce sconosciute di personaggi noti, e quell’uomo, Giulio Andreotti. Piccolo e ricurvo. E chi poteva immaginare che un giorno l’avrebbe conosciuto bene, quel signore, e l’avrebbe trovato meno ricurvo e infinitamente incredulo, e l’avrebbe guardato pattinare per il corridoio con la sua singolare andatura rapida e strascicata, e l’avrebbe accompagnato per dieci anni e due processi, quello di Palermo e quello di Perugia.

Giulia non aveva né l’età né l’esperienza per l’arringa in tribunale ma voleva farla lo stesso, come il canestro impossibile, e non aveva l’aspetto imponente  e supponente del suo avversario, il pm Roberto Scarpinato, ma se avesse potuto gli avrebbe detto in faccia: adesso parlo io, tremate. Io io io: io ho la forza di inchiodare un teste, io ho il potere del pozzo di scienza che voglio diventare, sottolineando forsennatamente con l’evidenziatore tutto l’evidenziabile. Io sarò il pozzo a cui attingere durante il processo, e nessun testimone ostile potrà mai trovarmi impreparata – e mai più nessuno farà canestro al posto mio, se io resto vigile, per quanto alto sia. Io io io: io Giulia, l’avvocato che voleva saltare di gioia per l’assoluzione del “presidente” e si ammalava dal dolore per la condanna – le scoppiava la celiachia, niente più pane pasta pizza, per tutta la vita, stress e dimagrimento, e tutti i Travagli del mondo a urlare “ipocondriaca”. E invece il processo lega per sempre te e l’imputato, ed è come un tumore: ti capita, e prima lo capisci, caro imputato, meglio è. Comunque ci perdi, comunque ti farà ammalare.

Solo che adesso non servirà. Ora che Giulia Bongiorno è stata rieletta in Parlamento con Alleanza nazionale confluita nel Popolo delle Libertà, l’esercito di amazzoni alfabetiche del suo eloquio guerriero, e la sua ontologica meticolosità, nulla potranno contro i veti di chi non la vuole al ministero della Giustizia. E sono veti che non albergano soltanto nelle menti dei berlusconiani – macché Giulia Bongiorno, mettiamoci Marcello Pera, Roberto Castelli o persino l’inesperta Mariastella Gelmini – ma anche in quelle dei colleghi finiani – macché Giulia Bongiorno, mettiamoci Alfredo Mantovano, ché Giulia Bongiorno, dicono, non è in quota Fini ma in quota “salotti”. Un fuoco amico le rimprovera l’amore per l’apparire (accanto a chi vuole apparire). Gli anti-Bongiorno, da puristi, sono contrari a un avvocato che parli in tivù dei clienti, a caso chiuso o aperto non importa, perché è come lo piscanalista che violi il segreto professionale, e invece Bongiorno in tivù c’è sempre andata parecchio. E dopo Andreotti e Cragnotti ha difeso i calciatori Bettarini e Totti, roba di scommesse, sputi e sms, e poi ha preso le parti della Amy Winehouse della giustizia, il pm Clementina Forleo, piangente per presunte pressioni politiche, con il suo eyeliner da cantante maledetta – e a questo punto è evidente che chi critica Giulia in quanto “avvocato dei vip” non ricorda che lei da piccola ha guardato troppa televisione, e le passioni infantili restano.

Oggi Giulia ha molti clienti e amici che vanno in tivù, ed è talmente amica di Michelle Hunzinker da aver fondato con lei un’associzione onlus per donne discriminate e violate. Il tema non è nuovo, è da trent’anni che le femministe lo portano avanti, e infatti alcune criticano la scelta della ribalta per un tema così serio: Giulia e Michelle, infatti, hanno una rubrica pro-donne su Chi, rosa e delicata nella grafica quanto tranchant nello stile “Torquemada”. Le risposte suonano un po’ così: cara amica, ebbene sì, sei discriminata, che aspetti, al rogo il maschio discriminante. Oppure: cara amica, sì, si configura la fattispecie di costrizione-violazione fisica-psichica – e poi però i toni si fanno amichevolmente smielati. Fatto sta che la rubrica pare sia in bilico, per appannamento dei consensi. “Sembra Confidenze”, sibila, interpellata in proposito, un’illustre collaboratrice di “Chi” (senza offesa per “Confidenze”).

Peccato, perché Giulia ci tiene davvero all’amicizia e alla solidarietà femminile, e odia chi mette le donne in soggezione o in stato di psicologica inferiorità. E i pentiti del processo Andreotti l’hanno capito subito, che non si poteva scherzare, e che non potevano mai, ma proprio mai, chiamarla “signorina” in luogo di “avvocato”, e qualche anno fa Giulia si è messa uno scolapasta in testa a un convegno per ribadire che la donna poteva pure essere emancipata, ma poi a casa c’ha sempre uno che le dice: cala la pasta. Né c’è da stupirsi se Giulia, appena ha potuto, s’è scelta un segretario uomo, come vendetta ex post per tutte le volte che allo studio Sbacchi, in via Rosolino Pilo (a Palermo), un cliente entrava, la vedeva e chiedeva: “E’ la segretaria?”, e lei rispondeva stizzita: “No, l’avvocato”. E allora il suo segretario Roberto, bello e laureato, a chi domandi: “Lei è l’ avvocato?”, risponde: “No, il segretario”. Giulia racconta sempre questo aneddoto, fiera, ma chissà poi che cosa ne pensa Roberto.

Non s’è capito, veramente, se i king maker di altri possibili Guardasigilli (Castelli, Pera, Mantovano) abbiano in odio Giulia per la sua allure non del tutto garantista, nonostante il processo Andreotti. Il fatto è che Giulia non sempre è antidipietrista quanto servirebbe per avera la patente di garantista doc (può essere antidipietrista chi difende la Forleo?). E oltretutto appare finiana quanto basta per preoccupare chi non vuole una riforma finiana della giustizia. Magari è solo invidia, ma non, si badi, per il ruolo dell’allor giovanissima Giulia nel processo del secolo – da sostituto del sostituto processuale a una sorta di mandato “carta bianca”, alla pari con i suoi maestri. Quello è un ruolo che nessuno può davvero invidiare, alla luce dei dieci anni passati da Bongiorno sulle sudate carte, con appena due giorni di vacanza e quattro ore di sonno a notte, e con pause-cappuccini cronometrate, fidanzati contingentati (max due settimane, poi a casa) e svaghi azzerati (soltanto una corsa al parco il sabato all’alba, peggio che andare a lavorare).

No, si invidiano piuttosto a Giulia i prestigiosi inviti che riceve in società, per altro concedendosi pochissimo, “per motivi di lavoro”: la si è vista spesso con le sorelle Fendi all’Hotel Splendid Royal, dove un pianista napoletano canta “maruzzella” e “o sole mio”. La si è vista a casa Angiolillo, il Salotto dei Salotti romani, ora di nuovo accogliente per Fini&finiani dopo un periodo di rarefazione degli inviti (era epoca di gelo tra An e Berlusconi, e il Salotto si adeguò). La si vede lì dove cenavano pure Fausto Bertinotti e i coniugi Vespa, buoni conoscenti di Giulia – è pur vero che Vespa non invita Giulia a “Porta a Porta” tanto spesso quanto il maestoso magistrato Simonetta Matone, ma siamo certi che, da eventuale Guardasigilli, la Bongiorno, per contro, non potrebbe mai e poi mai, chessò, applicare lo spoyls sistem a danno della dottoressa Augusta Iannini, altissimo dirigente del ministero medesimo e moglie del noto giornalista.

Eppure l’hanno detto, l’hanno scritto, l’hanno inserito nel totoministri su tutti i giornali: Giulia Bongiorno possibile Guardasigilli. E Bongiorno tace. Tace mentre escono altri nomi, tace mentre Gianfranco Fini dice “sarebbe un ottimo ministro” e Cossiga scherza: “Tanto io ho quattro passaporti diplomatici”. Tace e ascolta, raggomitolata in un tailleur di charme incerto, curva come neppure Andreotti, forse per un’involontaria mimesi con l’uomo che cambiò la sua vita. Tace in piedi su mocassini piatti o su rari tacchi medio larghi, ché non c’è tempo neppure di cadere e rialzarsi. Tace e tutti si chiedono: “Ma a che cosa starà pensando la Bongiorno?”, tanto che un noto columnist mondano, frequentatore di salotti, l’ha soprannominata “la Settimana enigmistica”.

Nulla dice, Bongiorno, non parla e non vuole che troppo le si parli. E quando studiava le carte di Andreotti avrebbe voluto, a volte, avere un uomo accanto, ma un uomo silente, capace di pochi, ironici sms, giusto il tempo di leggerli e di ributtarsi su quei fogli da compulsare altre quattro volte, e per carità non chiedermi che faccio domenica, la domenica si lavora, mandami piuttosto un messaggino – e a questo punto abbiamo capito come alla Bongiorno, fissata con gli sms, sia potuta venire in mente la strategia di difesa per il calciatore Stefano Bettarini: è maniaco degli sms, fu la “linea” scelta per il suo assistito, in un processo su un giro di scommesse.

Tace, Giulia, ma si capisce dalla forza delle sue “r” e delle sue “t” che il ministro della Giustizia lo farebbe, eccome. E se potesse servire a sventare i veti di quelli che non la vogliono Guardasigilli, si metterebbe forse anche a fare agguati a Silvio Berlusconi, per dirgli: “Eccomi, posso cominciare oggi stesso”, come aveva fatto appena laureata, quando l’avvocato Sbacchi di Palermo, noto penalista dalla calma leggendaria, temporeggiava in siciliano davanti al padre di Giulia, famoso giurista, che chiedeva per la figlia uno scranno da praticante – ora no, non c’è neppure un posto “dignitoso” in studio, vediamo più avanti – e allora lei, che non voleva aspettare neppure un mese, braccava Sbacchi in Tribunale, lo sfiniva di inseguimenti, si faceva trovare più pronta dei più pronti, magra, spettinata e implacabile, pur di conquistare, infine, un angolo in cucina. Meglio un tavolo da sola nella cucina dello studio Sbacchi, pensava la giovane Bongiorno, piuttosto che una scrivania da dividere con altri chiassosi praticanti, normalmente sfaccendati (come ogni praticante legale agli inizi).

O meglio: questo è quello che Giulia ha raccontato, riguardo ai suoi esordi, nel libro autobiografio “Nient’altro che la verità”, diario del processo Andreotti. Altri, tra i suoi compagni e amici di allora, ricordano invece Giulia china su un tavolo normalissimo, in una stanza normalissima – e vai a capire se sono gli ex compagni che, dispettosamente, vogliono negarle quell’inizio accidentato nell’angusta cucina Sbacchi, o se è Giulia che, per umanissima e perdonabile vanità, ama, come tutti, abbellire un po’ il mito di se stessa, chiamando tavolaccio un’onorevole scrivania. Sia come sia, Giulia studiava molto, moltissimo. E lavorava molto, moltissimo. E però era pur sempre figlia di un’ottima famiglia, e i suoi le avevano riservato un appartamentino in un quartiere d’alta borghesia palermitana, nel palazzo Tagliavia a Quattrocanti di Città, tra via Mariano Stabile e via Ruggiero Settimo, restaurato da un architetto dotato di un cognome beffardamente profetico per un futuro avvocato-difensore in processi di mafia: Provenzano.
Lavorava, Giulia, e applicava a tutti i faldoni, inesorabile, la cosiddetta “regola del cinque”: prima lettura veloce, seconda lettura attenta, terza lettura con gli evidenziatori, quarta lettura con i post-it, quinta lettura non serve perché si sa già a memoria cosa si sta per leggere ma bisogna farla lo stesso, giacché la più minuscola delle note può nascondere la chiave per un’assoluzione – roba impensabile per chiunque abbia faticato a leggere due volte un testo giuridico universitario.

Epperò l’avvocato Bongiorno applicò il metodo del cinque anche per comparare le due versioni del “memoriale Moro” nel processo Andreotti a Perugia, quella dattiloscritta (dalle Br, sulla base delle risposte di Moro) e quella manoscritta, ritrovata soltanto nel 1990. Si trattava del processo in cui l’ex presidente del Consiglio era accusato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Pecorelli. Secondo l’accusa Pecorelli era stato ucciso perché a conoscenza di ciò che Moro davvero aveva scritto nel memoriale (cose molto sfavorevoli ad Andreotti, sempre secondo l’accusa). Giulia lesse le due versioni, rilesse, comparò, decifrò la calligrafia dello statista democristiano, rilesse, rievidenziò, ricomparò, e infine scoprì che il secondo memoriale non era più sfavorevole ad Andreotti del primo, ma addirittura meno sfavorevole. E fu così che il metodo del cinque dell’avvocato Bongiorno squarciò il teorema del pentito Buscetta (a rigor di cronaca, Buscetta fu investito anche dalle 400 domande del professor Coppi).

E’ pur vero che il metodo del cinque ha le sue controindicazioni, come pure il metodo gemello delle “ragnatele” – che consiste nel disegnare per ogni possibile domanda al testimone tutte le possibili risposte e per ogni risposta altre contro-domande e così via, fino a riempire il foglio con ogni eventuale previsto sussulto della mente del’interrogato. Le controindicazioni hanno più che altro a che fare con la sindrome dell’aeroporto. Tolto il tempo dei pasti (frugali), tra metodo del cinque, ragnatele e jogging del sabato mattina (il parrucchiere no, Bongiorno lo odia e un po’ si vede, idem per lo shopping) non restano neppure trenta minuti liberi. Gli spostamenti sono necessari, e allora il tuo tempo libero diventa l’aeroporto. Lì puoi sederti un attimo a pensare – e non sarà come la spiaggia di Mondello, unica auto-concessione di Giulia alla bella vita. Lì, in quei corridoi sormontati da altoparlanti e tabelloni con gli orari dei voli, puoi persino incrociare lo sguardo di un bel ragazzo – e infatti l’avvocato Bongiorno ha detto che tra i suoi spasimanti figurava qualche addetto aeroportuale. E d’altronde fu all’aeroporto che Giulia si rese conto che stare accanto ad Andreotti attirava gli sguardi. Perché tutti mi guardano? si chiedeva. Non era perché avesse qualcosa in faccia o un buco nel cappotto, ma perché il “presidente” camminava al suo fianco.

Non c’è tempo per nulla. E se c’è tempo è brutto segno. Il verdetto che non giunge all’ora in cui deve giungere sarà sicuramente negativo per l’avvocato Bongiorno. E’ il duro insegnamento del processo Andreotti, nonché del proverbio siciliano “scecco ca ritarda carrico arriva” – che tradotto suona: l’asino che tarda arriva carico (di brutte notizie, ovvio).

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi