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Dionigi Tettamanzi

“Lui, fondamentalmente, va d’accordo con tutti”. Così un amico di lunga data, sacerdote, sintetizza il tratto peculiare di Dionigi Tettamanzi, cardinale arcivescovo di Genova dal nome antico e dal cognome più umilmente padano.

13 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 30 luglio 2000

“Lui, fondamentalmente, va d’accordo con tutti”. Così un amico di lunga data, sacerdote, sintetizza il tratto peculiare di Dionigi Tettamanzi, cardinale arcivescovo di Genova dal nome antico e dal cognome più umilmente padano. Del resto tutta la figura di questo prete brianzolo furbo e sempre sorridente, teologo moralista ed esperto di etica sessuale, che non ha mai guidato la macchina e ama le passeggiate in montagna, che inizialmente sembra darti sempre ragione salvo poi convincerti dell’esatto contrario, è intessuta di contrasti apparentemente insanabili e di equilibri miracolosamente impossibili. Affabile e aperto, salvo poi essere il non celato ghostwriter di quelle encicliche di Papa Wojtyla che i liberal bollano come le più “restauratrici”; scrittore prolificissimo di articoli e articolesse, libri e prefazioni, che però ha chiesto pubblicamente per la Chiesa un “anno sabbatico”, di totale silenzio. Oggi è una figura emergente del Sacro collegio cardinalizio, nonostante, sibilano i maligni, la statura bassa gli impedisca di essere visibile nelle photo opportunity vaticane. Eccezion fatta per quando porta la mitra episcopale.

L’uomo che oggi figura in cima alle (umanamente fallaci) classifiche dei papabili è nato a Renate, provincia di Milano, il 14 marzo 1934. A undici anni entra nel seminario diocesano di Seveso San Pietro, per completare poi gli studi in quello di Venegono, la fucina maggiore dei sacerdoti di Lombardia. Per ricostruire quegli anni bisogna rintracciare i compagni di corso. Prudenti, lo ricordano come il classico secchione, maestro nel prendere appunti e fonte sicura per verificare i propri. Sempre curvo sui libri, mai attratto dalle partite di pallone, canonica attività liberatoria dei futuri sacerdoti. “Uno così, meticoloso e ordinato, non poteva che diventare professore”. E Tettamanzi, ordinato prete dall’arcivescovo Giovanni Battista Montini nel ’57, dopo il dottorato in teologia alla Gregoriana di Roma con una tesi sul “dovere dell’apostolato dei laici”, professore lo sarà per quasi trent’anni. Proprio nei seminari che aveva frequentato. Nel frattempo Montini diventa Papa. A Milano gli succede Giovanni Colombo. E’ lui a fare del giovane professorino con la passione della teologia morale uno dei suoi principali consiglieri. I suoi studenti lo ricordano con piacere: “Nessuno ha mai avuto veramente soggezione di lui”.

Dal 1975 in poi, monsignor Tettamanzi diventa uno dei consulenti più ascoltati per la stesura dei documenti della Conferenza episcopale italiana. E accade sempre più di frequente che, poche ore dopo l’uscita di un testo della Cei, sugli scaffali delle librerie cattoliche compaia un suo libro, che commenta il documento appena pubblicato. Un indubbio senso del mercato editoriale, tale da meritarsi le celie, una mattina, del cardinale Colombo: “Ma guarda un po’, ieri è uscito il documento dei vescovi sul matrimonio e oggi c’è già in libreria un tuo commento: ma come avrai fatto a scrivere tutte queste pagine in una notte?”. Va d’accordo con tutti, don Dionigi. Anche se la sua teologia morale, quella del personalismo cristiano, contrasta con alcune delle scuole più “moderne”. Soprattutto, il professore di Renate parte dal presupposto che il magistero, quando parla di teologia morale, abbia ragione sempre e comunque. Le posizioni espresse dall’autorità ecclesiale devono dunque costituire un dato assodato e indiscutibile. Un atteggiamento che non lo renderà particolarmente simpatico alle avanguardie progressiste, ma che gli aprirà la strada all’episcopato.

Con l’avvento del Papa polacco, il suo ruolo di estensore segreto di documenti si rafforza. E’ nelle grazie dell’inquilino numero uno del Vaticano. Spesso e volentieri sparisce per giorni. Gli studenti in seminario sanno che “sta scrivendo l’enciclica per il Papa”. Sempre più influente a Roma, sempre meno valorizzato a Milano. Colombo ha ceduto il pastorale a Carlo Maria Martini, gesuita e biblista di fama. Ancora oggi Tettamanzi lo chiama “il mio arcivescovo”. Eppure tra i due non c’è mai stata grande comunanza. L’ascetico gesuita si serve di molti collaboratori, ma di nessuno in particolare, e la vecchia guardia di Colombo lascia la diocesi di Ambrogio. Con tutti gli onori: l’ausiliare Giacomo Biffi diventa arcivescovo di Bologna, Alessandro Maggiolini vescovo a Carpi e poi a Como. Tettamanzi resta, defilato, nonostante il prestigio e i sempre più frequenti contributi pubblicati sull’Osservatore Romano e sull’Avvenire. Solo nel 1987, grazie all’indicazione dei vescovi della Lombardia, ottiene la nomina a rettore del Seminario Lombardo di Roma. Intanto nei sacri palazzi vaticani è in ascesa un grande amico di don Dionigi, il bresciano Giovanni Battista Re, che diviene prima segretario della Congregazione per i vescovi e quindi Sostituto in Segreteria di Stato.

Nel maggio 1989, 63 teologi firmano un documento contro il “centralismo romano” di Wojtyla e criticano la mancanza di libertà nella Chiesa. Il rettore del Lombardo non esita a prendere le distanze pubblicamente e per iscritto dai contestatori. Così, quando in luglio viene nominato arcivescovo metropolita di Ancona-Osimo, nessuno si stupisce. Il seminarista secchione, l’accademico moralista, stupisce invece da vescovo. Affabile, inaugura uno stile che piace alla gente: si fa raggiungere da tutti, parla con tutti e, soprattutto, ascolta tutti. Chiede ai suoi sacerdoti che le prediche siano accessibili anche alle persone più semplici. Cita spesso come esempio le parole dell’anziana mamma. Ancor di più degna di nota, però, è la sua repentina ascesa ai vertici della Cei: appena un anno e mezzo dopo la nomina ad arcivescovo lascia le Marche per diventare segretario della Conferenza episcopale, alla cui guida, come presidente, è appena approdato Camillo Ruini. Con il gran tessitore della politica ecclesiale italiana degli anni Novanta la collaborazione è leale, anche se Tettamanzi incarna una concezione meno presenzialista. Tettamanzi sarà ricordato dagli impiegati di via Aurelia come il segretario meno fiscale che la Cei abbia avuto, ma anche come il vescovo che ha autorizzato il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e diretto da Walter Veltroni a regalare come gadget il Vangelo di Giovanni nella traduzione approvata dalla Cei.

Abile comunicatore, non si sottrae alle interviste e risponde anche alle domande più inconsuete o imbarazzanti. Nel ’95 arriva nella diocesi cardinalizia di Genova. E nel febbraio ’98 riceve da Wojtyla l’atteso cappello rosso. Nella sua promozione c’è chi intravvede l’intervento dell’amico monsignor Re. Ma c’è anche chi sussurra che, dietro, vi sia la volontà di Ruini, alla ricerca di un numero due meno ingombrante e più docile. Comunque sia, da quando è a Genova don Dionigi ha fatto di tutto tranne che rendersi invisibile. E’ l’unico vescovo italiano ad aver stabilito per iscritto che tra i luoghi da visitare per ottenere l’indulgenza giubilare, oltre a cattedrali e santuari, vi sia anche l’ospizio per gli anziani di Genova. E qualche episodio recente contraddice la sua vocazione di gran mediatore. Come il pubblico avvertimento con cui ha diffidato don Gianni Baget Bozzo dal continuare la sua attività di notista politico, consegnato ai giornali nelle settimane precedenti il voto amministrativo dello scorso aprile. O come la clamorosa presa di distanze dal cardinale Martini in occasione del Sinodo per l’Europa dell’ottobre 1999: l’arcivescovo di Milano, nel suo intervento, aveva sostanzialmente invocato davanti ai confratelli la convocazione di un nuovo Concilio ecumenico. “La proposta del cardinale Martini non ha avuto alcuna eco nell’aula sinodale”, ha detto Tettamanzi durante la conferenza stampa conclusiva del Sinodo. Un’evidente stroncatura. Gli amici del porporato di Renate minimizzano, parlano di esagerazioni della stampa, assicurano che quello stesso giorno Tettamanzi e Martini si sono parlati e chiariti, che l’amicizia tra i due non è intaccata.

Eppure l’arcivescovo di Genova ha ripetuto l’identico concetto anche successivamente, nel corso di alcune interviste. Da due anni, cioè da quando ha ottenuto il cappello rosso, è balzato in cima ai pronostici del “totopapa”. Difficile trovare qualcuno che parli male di lui. I pochi avversari lo dipingono come un “mediocre”, nonché troppo ottimista sullo stato di salute della Chiesa. Gli estimatori pensano che proprio questa sua normalità, questo suo “essere nella media”, rappresenti invece una carta importantissima da giocare nel conclave che dovrà eleggere il successore di un Papa eccezionale e carismatico come Giovanni Paolo II. Nel suo futuro non c’è soltanto l’ipotesi, remota, dell’elezione al Soglio.

Un altro traguardo potrebbe essere molto più vicino: la successione a Ruini alla guida della Cei. E forse anche una sua chiamata a Roma come Vicario del Papa. Tra i cardinali italiani, Tettamanzi è anche quello che ha dimostrato maggiore simpatia verso l’Opus Dei, firmando articoli elogiativi del beato Josémaria Escrivà de Balaguer sulla Stampa di Torino. Ma anche i rapporti con la Comunità di Sant’Egidio sono ottimi. Alle domande sempre più insistenti sulla sua possibile elezione, il papabile più basso del concistoro per mesi ha risposto con un “mi viene da ridere” o un “non scherziamo”, a seconda dell’umore. Poi, quando le voci si sono fatte più insistenti, ha gelato gli intervistatori dicendo: “Io Papa? Meglio morire prima”. Per uno che crede in Dio, e sia pure un fine teologo, un’affermazione piuttosto impegnativa.

di Andrea Tornielli

In breve
E’ nato a Renate, in provincia di Milano, il 14 marzo 1934. A undici anni entra nel seminario diocesano di Seveso San Pietro, per completare poi gli studi in quello di Venegono. Ordinato sacerdote nel 1957, per trent’anni è docente di teologia morale. Nell’89 viene nominato vescovo di Ancona-Osimo. Nel ’90 diventa segretario della Cei. Nel ’95 arriva nella diocesi di Genova e nel febbraio 1998 riceve da Wojtyla la porpora cardinalizia. Estensore di documenti della conferenza episcopale e di encicliche, è oggi un quotato “papabile”.

Andrea Tornielli è vaticanista del Giornale. Ha pubblicato una biografia di Papa Luciani e un’inchiesta su Fatima.

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