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Umberto Bossi

Quando si alza alla mattina, può anche darsi che Umberto Bossi faccia colazione con caffè e pane e salame. Il fatto è che sono le 13. Il giorno prima, come al solito, ha tirato l’alba. Talvolta allora dorme in via Bellerio. Nel suo ufficio, dietro la scrivania, una porta conduce in una stanza con brandina e bagno. Te lo vedi sbucare da lì, Bossi, di primissimo pomeriggio.

6 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 3 settembre 2000

Quando si alza alla mattina, può anche darsi che Umberto Bossi faccia colazione con caffè e pane e salame. Il fatto è che sono le 13. Il giorno prima, come al solito, ha tirato l’alba. Talvolta allora dorme in via Bellerio. Nel suo ufficio, dietro la scrivania, una porta conduce in una stanza con brandina e bagno. Te lo vedi sbucare da lì, Bossi, di primissimo pomeriggio. Ha gli occhi appena arrossati e la barba fatta. La Nicoletta gli porta il caffè e il panino, e lo fa volentieri perché “Bossi è un uomo di bontà unica”. Specie di questi tempi. Ma non è che Bossi ami troppo star fuori la notte. Se può rincasa. Rincasa pure se non potrebbe, a dir la verità. Magari parte da Milano alle 16, magari tiene un comizio a Verona alle 18, magari ne ha in programma un altro alle 21 a Udine, magari lo comincia in ritardo. Magari dopo si intrattiene a firmare le foto e le bandiere col guerriero, magari si ferma mezz’ora a parlare col tal segretario di sezione. Poi magari va in pizzeria e fra una balla e l’altra si sono fatte le tre. Tutti si offrono di ospitare il capo. Oppure di tirare giù dal letto l’albergatore amico. Ma Bossi fa un cenno all’autista, all’Aurelio: si torna a Gemonio, Varese, trecentotré metri sul livello del mare, duemilaquattrocentoquarantanove abitanti. L’Aurelio ha preso il posto del Babbini da poco. Non che il Babbini non andasse bene, anzi. Semmai parlava un po’ troppo. Poi usciva con quelle fanfaronate che era lui a spiegare la politica a Bossi. Ma pazienza, nessuno, neanche Bossi, se l’era mai presa a male.

Comunque i fatti sono che il nuovo autista di Bossi è l’Aurelio, uno che è l’esatto opposto del Babbini. E’ grande e grosso, calvo, taciturno. Se vogliamo, scontroso. Poi detesta i giornalisti, e Bossi dice che questa è una grande qualità in un autista. Allora, ecco, alle tre del mattino l’Aurelio recupera la Volvo verde scuro, con l’adesivo del Sole delle Alpi sulla targa, e riporta Bossi a Gemonio. Quando Bossi rincasa, se ne accorgono tutti. Generalmente albeggia. L’Aurelio e Bossi aprono il portabagagli. Dentro c’è il solito regalo dei leghisti al loro condottiero. Bossi li conserva quasi tutti, i regali. Se si tratta di uno stendardo, di una scultura, di un soprammobile, bene, nessun problema. Ma se si tratta di un quadro, allora Bossi vuole appenderlo subito. E gli serve l’aiuto dell’Aurelio. Entrano in casa. Accendono la luce. Girano per le stanze cercando la parete giusta. Confabulano. Il parere dell’Aurelio è tenuto in considerazione. Individuato l’angolo, Bossi va a prendere l’attrezzatura. Chiodo, martello, matita, bindella. Prendono le misure. Uno sta lì con l’indice, l’altro segna il punto con la matita. Poi è l’Aurelio a piantare il chiodo. A operazione conclusa l’intera famiglia – svegliata a suon di martellate – annuisce soddisfatta osservando il quadro.

Poi Bossi si corica. Di questi tempi Bossi sta a casa di più. Dicono tutti che è più tranquillo. E’ sereno. Olimpico. Ha un po’ riscoperto il gusto di stare lì coi figli e la moglie. Qualche volta, al pomeriggio, gioca a pallacanestro con Renzo e con Roberto, i due figli più grandi. Roberto in realtà si chiama Roberto Libertà, ma nessuno glielo fa pesare. Hanno messo un canestro da minibasket in cortile. Ma, insomma, Bossi trova gradevole starsene a casa, e basta. Anche perché è una casa fatta proprio come piace a lui. E’ un villotto di fine Ottocento, con i muri giallo ocra e le cornici grigie alle finestre. E’ un villotto né bello né brutto. E’ su tre piani, ma non arriva a trecento metri quadri. Glielo ha ristrutturato, gratis, Giuseppe Leoni, che è architetto, oltre che uno dei fondatori della Lega. Al piano terra c’è la sala da pranzo con la cucina. C’è un bel camino in pietra, del Seicento. E’ un regalo. Il salotto è quattro per tre. Potrebbe costare quattro milioni e mezzo. Le pareti sono coperte di quei souvenir che s’è detto. C’è la foto di Bossi con Pagliarini, il dipinto dei guerrieri padani, il faccione di Bossi montato sul corpo di Mel Gibson, quello che ha interpretato Braveheart. Ci sono attestati di benemerenza padani, targhe ricordo, una lettera manoscritta di Carlo Cattaneo. Eppoi i soprammobili. Alberto da Giussano è presente sotto varie forme e dimensioni. Un’ampolla. Dev’essere quella sacra con cui si trasportò l’acqua del dio Po dalle sorgenti del Monviso fino a Venezia. Altre foto, altri ninnoli. Piatti decorati. Tutto un armamentario leghista. I mobili sono vecchi senza essere antichi. C’è la tv col videoregistratore. Poche cassette vhs. Vecchie feste della Lega, film dal sapore mitologico. “Highlander”, “La spada nella roccia”, roba così. Uno stereo dal valore dimensionato alla passione attuale di Bossi per la musica. Infatti i compact disc sono un centinaio, non di più. Bossi li ascolta di rado. C’è del folk irlandese, musiche celtiche, canti scozzesi. Un po’ di Verdi. Un po’ di Mozart. Qualche nastro di cantautori leghisti.

Di là, la cucina è piccola e di poche pretese. Vent’anni fa sarebbe stata arredata in formica. Al piano superiore ci sono le stanze da notte. All’ultimo uno studiolo e un’altra stanza: è la stanza dei giochi dei ragazzi. Anche lo studiolo è tappezzato di foto, ricordi, poster, dipinti. Roba di valore non ce n’è. La libreria non è sterminata. Ci sono i libri su di lui scritti da Daniele Vimercati: “Vento dal Nord”, “La rivoluzione”, “Tutta la verità”, “Il mio progetto”. C’è una quantità di volumi sulla storia italiana recente. Sono volumi che raccontano dei grandi complotti, dei Servizi segreti deviati, della finanza che corrompe e usa la politica. Libri su Ustica, su Ambrosoli, su Calvi, su Tangentopoli, per intendersi. Bossi li ha divorati per degli anni. Oggi dice che sono tutta spazzatura. Dice che è colpa di quelle letture – e di chi gliele ha consigliate – se è stato convinto così a lungo che Berlusconi fosse un mafioso, un corrotto, un ladro, uno preoccupato soltanto del suo portafoglio, un falso, un giuda. Colpa di quelle letture e di Scalfaro, dice Bossi: su Berlusconi, Scalfaro gli aveva raccontato cose turche. Ora Bossi non ci crede più, ma allora… Adesso i tempi sono cambiati. Bossi vede le cose con altri occhi. Dalla sua libreria ha riesumato altri libri. Gli scritti di Cattaneo. Quelli di Hamilton. La storia di Mantova, quella di Bergamo, quella di Pavia. Sono questi i libri. Trattati di politica. Qualcuno ricorda di aver visto il dizionario della politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino. Inutile cercare romanzi. Dostoevskji, Bellow o Fogazzaro non ci sono. Al lunedì sera, Bossi va ad Arcore. Capita che si presenti con camicia a quadretti, giacca a quadretti, cravatta regimental, fazzoletto verde al taschino.

Qualche volta con lui c’è Bobo Maroni, ma non sempre. Con Berlusconi ci sono Tremonti e Urbani. Bossi non è mai troppo a suo agio. Mangia pesce lesso. Orata o branzino. Gliel’ha cucinato apposta Michele, il cuoco. Assaggia senza entusiasmo le pietanze più raffinate dei commensali. Mentre loro stappano pregiate bottiglie di rosso, lui beve la birrettina. continua in quarta pagina Bossi trova gradevole starsene a casa, e basta. Anche perché è una casa fatta proprio come piace a lui. E’ un villotto di fine Ottocento, con i muri giallo ocra e le cornici grigie alle finestre. E’ un villotto né bello né brutto Lui beve la birrettina. Bionda, al malto. Non beve vino. Per la verità lascerebbe stare anche la birra, essendo pressoché astemio, ma gli sembra brutto star lì a questionare su tutto. Potesse, domanderebbe una Coca-Cola, o un chinotto.

di Mattia Feltri

In breve
E’ nato a Cassano Magnago, in provincia di Varese, nel 1941. Raggiunge il diploma scientifico, ma la successiva carriera di studente universitario, assai lunga e ondivaga, non viene coronata dalla laurea. Si iscrive però al Movimento studentesco, assecondando la passione politica, che lo condurrà nel Manifesto, nel Partito di unità proletaria, nell’Arci e nei Verdi. Indica in Bruno Salvadori, dell’Unione Valdôtaine, il suo ispiratore. Altro maestro, ma rinnegato, è Gianfranco Miglio. Nel 1984 Bossi fonda la Lega lombarda.

Mattia Feltri, 31 anni, ha lavorato sette anni al Giornale di Bergamo. E’ inviato del Foglio.

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