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Giovanna Melandri

"Nelle statistiche sui disordini psicologici il trasloco è al terzo posto dopo il divorzio e il matrimonio”, dice l’onorevole Giovanna Melandri e ne ha la prova, perché ha appena cambiato appartamento. Ha sceso una rampa di scale e si è trasferita al piano di sotto di una villa sul Gianicolo. In questo momento è travolta dalle scatole. Sua figlia Maddalena, tre anni e quattro mesi, ha la febbre, tuttavia esige una salsiccia.

4 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 13 gennaio 2002

"Nelle statistiche sui disordini psicologici il trasloco è al terzo posto dopo il divorzio e il matrimonio”, dice l’onorevole Giovanna Melandri e ne ha la prova, perché ha appena cambiato appartamento. Ha sceso una rampa di scale e si è trasferita al piano di sotto di una villa sul Gianicolo. In questo momento è travolta dalle scatole. Sua figlia Maddalena, tre anni e quattro mesi, ha la febbre, tuttavia esige una salsiccia. Il padre non gliela vuole dare, perciò in casa si crea un discreto trambusto. Per di più il telefono trilla. Che domenica! Chi sarà? Toh, una giornalista. Ah già, per quell’intervista. La verità non è mai quella che appare. Voi pensate che Melandri sia diventata tutta casa e commissione Esteri, dopo la sconfitta della sua mozione al congresso dei Democratici di sinistra a Pesaro? Sbagliato. In realtà tra un po’ vi accorgerete che a Pesaro lei ha vinto e i vincitori hanno perso. Al telefono spiega il perché, con voce colma di morbida dolcezza: “Con la linea del congresso il partito non andrà lontano. Rischia il rinsecchimento”, dice. “L’asse D’Alema-Fassino non ha intercettato l’Italia moderna, noi abbiamo perso settori deboli della…”. Improvvisamente la sua voce da colomba svanisce nel nulla. La giornalista comincia a chiamare con insistenza nevrotica: “Signora Melandri, onorevoleeee”. Nessun segno di vita. Poso la cornetta, ricompongo il numero. Risponde la governante ucraina: “La signora è al telefono, non posso passargliela”. “Guardi che era al telefono con me”, provo a ribattere. “Impossibile, sta facendo un’intervista e non vuole essere disturbata”, resiste lei. “Le assicuro”, ritento io, “che quell’intervista la sta facendo con me”. “Com’è possibile se lei è qui al telefono che mi parla e la signora sta rispondendo sull’altra linea?”, non cede la cameriera. In fondo la sua logica è inconfutabile. Clic.

Passano dieci minuti. Poi il telefono squilla: “Pronto, sono Giovanna Melandri”. “Finalmente”, mi risollevo io. “Vuol dire che ho concionato per mezz’ora senza che nessuno mi ascoltasse?”, s’interroga lei retoricamente. “Già”, constato io, mortificata. Non è gratificante far concioni da sola. Lei ride, imbarazzata, poi riprende il discorso interrotto: “Il mio punto di vista è che la sinistra abbia perso la sua qualità popolare”. Controlla: “È ancora lì o è caduta la linea?”. “Eccomi”, mi materializzo io. “Dobbiamo smetterla di assecondare la richiesta della destra di farci fare l’esame del sangue… Mi sente?”. “Certo”, e mi appresto finalmente ad annotare sul taccuino perché, nonostante le apparenze, lei abbia vinto il congresso: “Per la prima volta una minoranza che rappresenta un terzo dell’elettorato avrà un peso sul futuro del partito. La maggioranza dovrà tenere conto di noi… È ancora al telefono?”. Tra vari “è lì?”, “sì, sono qui”, la conversazione volge al termine. La verità non è mai definitiva. Però verosimilmente si può sostenere che il partito abbia sempre guardato la Melandri con una certa aria di superiore diffidenza. Forse perché quando aveva 18 anni, invece di iscriversi alla Fgci, si diluì in Legambiente; però adesso che parecchi negano di essere mai stati comunisti, lei è una delle poche che non mente. O forse la guardano con diffidenza perché è bellina: sguardo azzurro, di quella specie d’azzurro che si vede nei cieli d’estate, dolce sorriso che le fa nascere una fossetta sulla guancia destra. I diessini di antica militanza la osservano come si scruta un’infiltrata. L’affascinante fanciulla avrebbe, a sentir alcuni, un solo vantaggio: parla l’inglese, perciò ha fatto un figurone quando ha accompagnato la regina Elisabetta in giro per i musei.

Se volessimo raccontare la sua storia dall’inizio, forse dovremmo cominciare così: Giovanna Melandri è nata a New York. Lo scrivono tutti e lo scrive anche lei nei suoi curricula. In realtà questo incipit sarebbe fuorviante, perché la Melandri a New York è nata per caso. Suo padre Franco faceva il dirigente della Rai, era in America per lavoro e si era portato con sé la famiglia quando Giovanna è venuta al mondo. In totale è rimasta a New York tre anni, poi se ne sono tornati tutti a Roma. Perciò dimenticate i vagiti newyorchesi e concentratevi sul resto della sua vita: le scuole inglesi a Roma, i boy-scout con padre Ernesto Balducci, la facoltà di Economia e Commercio dove il suo maestro era Federico Caffè che scomparve prima della sua laurea, e via discorrendo. Vale la pena di soffermarsi su sua madre Cesarina, perché è una donna interessante. È torinese, è amica di Norberto Bobbio, è parente del giornalista Giovanni Minoli ed è una brava traduttrice: ha tradotto “Moby Dick” e “Tristam Shandy”. Sulla famiglia pesa una certa storia dolorosa. Un giorno suo padre rivelò che aveva un’altra donna e un’altra figlia. In fondo, non è un evento così raro, ma da allora Giovanna si porta appresso una certa insicurezza con gli uomini. Avrebbe passato un Capodanno a mangiare a cucchiaiate una torta con una sua amica giornalista. Erano state lasciate tutte e due, anche se questo non significa necessariamente che soffrissero.

Comunque, Melandri ha stretto un legame di ferro con le sue sorelle, cioè Betta, che lavora in un’organizzazione non governativa, e Francesca, sceneggiatrice. Al primo impiego arrivò grazie ai suggerimenti di Matilde Bernabei, moglie di Giovanni Minoli e figlia di Ettore, l’ex presidente della Rai. Era un posto nell’ufficio studi della Montedison. I colleghi la ricordano come una fanciulla ambiziosa, gran lavoratrice, coscienziosa, una di quelle che la sera, prima di andare via, spegne la luce. Di certo è una che non vuole fare aspettare. Mi hanno raccontato che arrivò con un vestito tutto sgualcito a una conferenza stampa alle Olimpiadi di Sydney, perché non aveva voluto perdere tempo a passare in hotel e cambiarsi. Tutti giurano che è una secchiona. Una mia amica è andata in vacanza con lei. Al mare la mia amica rideva sui libri di P. G. Wodehouse, lei sottolineava un saggio di Camille Paglia.

È molto affettuosa con i bambini. Ancora prima di mettere al mondo Maddalena faceva molte coccole alle figlie di tutte le sue amiche. Poi ha avuto Maddalena, ma quando la bambina ha compiuto un mese e dieci giorni è dovuta correre al Quirinale per giurare da ministro dei Beni culturali. Maddalena è riccioluta come lei e mora come suo padre, l’avvocato assicurativo Marco Morielli. Le amiche di Giovanna apprezzano molto Marco, e in generale le donne sostengono che è un uomo affascinante. Qualcuno lo chiama più prosaicamente “Vacanze di Natale”, perché conduce un’esistenza senza stress. Da ragazzo apparteneva al genere rampollo, tra i suoi amici c’era tutta la jeunesse dorée di Roma, anche l’imprenditore Giovanni Malagò. È stato fidanzato con le più belle ragazze romane, anche con Sveva Sagramola, che assomiglia un poco alla Melandri. Bisogna dire che Marco si è sempre fatto in quattro. Finché Giovanna era impegnata al ministero, lui cucinava, faceva la spesa, accompagnava Maddalena all’asilo Arcobaleno, si occupava delle trattative con la governante ucraina. Morielli è benestante. Possedeva le più belle ville di Capri, poi le ha vendute. Ma non ha mai voluto vendere la casa ai Parioli, anche se Giovanna non ha mai voluto viverci. Comprensibile, in questo paese si verrebbe esposti al pubblico ludibrio se si abita ai Parioli e si è contemporaneamente Democratici di sinistra.

Giovanna lascia a Marco il compito di aprire le loro case al mare. In settembre, Morielli s’insedia nella villa presa in affitto da un gentiluomo romano ad Ansedonia. In giugno parte per Filicudi, dove prepara per l’arrivo di Giovanna una villa col patio bianco che da un monte guarda il mare. A Filicudi, nelle Eolie, è nato il loro amore. Undici anni fa. Da allora si sono lasciati molte volte, ma sono sempre tornati insieme. È amore con la A maiuscola, come usa dire. Non hanno ancora saltato il fosso, cioè non si sono mai sposati. “Però”, dice Giovanna, “ogni giorno ci interroghiamo se è questo l’assetto che vogliamo”. A Filicudi c’è lo scoglio preferito dalla Melandri. Non è uno scoglio di particolare bellezza, però è l’unico su cui il suo cellulare prende la linea. Quest’estate, Giovanna aveva l’aspetto di una sirena che ogni tanto emergeva da una tempesta di telefonate. Prima doveva lanciare la sua candidatura a segretario dei Ds, poi quella di Giovanni Berlinguer. Perciò era molto impegnata.

Una volta anche Massimo D’Alema è andato a trovarla a Filicudi, ma non è successo quest’estate. Tra i due c’è un legame ad alti e bassi, però grazie a Dio è un legame. È stato lui a nominarla ministro, anche se qualcuno suggerisce che fu anche una questione di casting. L’equivoco nasce da questo: un giorno due consiglieri di D’Alema discutevano. Uno dei due, Claudio Velardi, voleva a tutti i costi Melandri in Consiglio dei ministri. L’altro non era sicuro. Finché Velardi disse: “Una bella donna è indispensabile in una squadra di governo. Quando la mandi in televisione l’effetto è assicurato”. Ecco perché qualcuno parla di casting. Comunque sia, questo è il passato, oggi Giovanna dice di D’Alema: “Tra noi c’è un rapporto di stima, anche se è difficile capire chi sia apprezzato da Massimo. La sensazione principale che diffonde intorno a sé è quella della disistima. Detto questo, in ogni caso io lo stimo”.

Da ministro dei Beni culturali ha riaperto il Cenacolo di Leonardo a Milano e la Domus Aurea a Roma. È sempre stata attenta a pubblicizzare ogni iniziativa. È una sua grande qualità e le viene riconosciuta da tutti. Ogni tanto chiamava qualche giornalista amica per renderla depositaria di un commento. Ma poiché a volte il suo eloquio imboccava il circuito dei massimi sistemi, Giovanna chiudeva le telefonate dicendo, fiduciosa: “Sono sicura che poi ci penserai tu a mettere a posto i miei pensieri”. Al ministero, aveva un rapporto esclusivo con la sua assistente: Lucia Orciouli, giovane donna intelligente, attiva e fedele. Però qualcuno dello staff era deluso. Non riusciva a sopportare di dover sempre passare dalla Orciouli, prima di poter conferire col ministro. Questa premura di Giovanna verso Lucia (e viceversa) provocò qualche tensione. Le telefoniste del ministero ricordano certi scatti della Orciouli. A qualcuno è rimasta impressa la volta che diede un calcio a un mobile. Comunque anche questo è il passato, e bisogna riconoscere alla Orciouli di essere una persona coerente. È rimasta fedele alla Melandri, anche in questi tempi movimentisti e meno glamorous. In ogni caso, il suo è un investimento. È sicuro che per Giovanna verranno mesi migliori. Tutti sanno che il partito, in un modo o nell’altro, ha bisogno della Melandri.   

In breve
È nata a New York 39 anni fa. Deputato dei Ds, è laureata con lode in Economia e Commercio: tesi sulla riforma fiscale di Reagan. Ha fatto parte del direttivo di Legambiente, è stata membro della direzione nazionale del Pds. Nel 1998 è stata nominata ministro per i Beni culturali. All’ultimo congresso dei Ds ha sostenuto la candidatura di Giovanni Berlinguer alla segreteria. È presidente di Madre Provetta, un’associazione contro l’uso spregiudicato delle tecniche di riproduzione assistita. Ha il brevetto di maestra di sci.

Silvia Grilli è caporedattore di Panorama. Scrive di attualità e costume. Vive a Milano.
 
 

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