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Mauro Masi

Non cinquantacinque. Cinquantaquattro a fine agosto. Pare che Mauro Masi – segretario generale alla presidenza del Consiglio, gran commis d’Etat di esperienza trentennale, autorità nel campo dell’editoria, pirateria e copyright, nonché candidato numero uno alla direzione generale della Rai – sia molto dispiaciuto per un errore di stampa che gli ha aggiunto un anno di età.

1 Aprile 2009 alle 00:00

Non cinquantacinque. Cinquantaquattro a fine agosto. Pare che Mauro Masi – segretario generale alla presidenza del Consiglio, gran commis d’Etat di esperienza trentennale, autorità nel campo dell’editoria, pirateria e copyright, nonché candidato numero uno alla direzione generale della Rai – sia molto dispiaciuto per un errore di stampa che gli ha aggiunto un anno di età. E si sa: una volta che lo scrive un giornale lo scrivono a catena tutti gli altri. E però non sia mai: chi l’ha detto che soltanto alle signore è concesso adirarsi se qualcuno stravolge impunemente la data del loro compleanno? Da allora, con piccole esplosioni di vanità veniale, Masi va ripetendo a tutti l’età giusta: cinquantatré e mezzo.

Dici “Mauro Masi” e gli amici di Mauro Masi non resistono a una battuta: “Qualsiasi cosa accada a Viale Mazzini, Mauro è l’unico che può buttarsi col paracadute”. Al che un ascoltatore che ignori l’esistenza di finissime conoscenze militari nel curriculum del segretario generale – carabiniere del battaglione Tuscania con molte stellette e ventuno lanci all’attivo – non pensa che paracadute significhi, letteralmente, arte del sapersi lanciare nel vuoto con fronte aperta all’imprevisto e corpo pronto all’emergenza. Pensa bensì che paracadute voglia dire: arte del saper restare in piedi tra multiformi governi per quindici anni. E invece di lancio in senso lato si tratta, ché un parà non smette mai d’essere parà, e dunque il ribollire di chiacchiere, veleni, controcandidature e sospetti che fluttuano attorno al settimo piano della televisione di stato non potranno spaventare un colonnello della riserva che, all’occorrenza, sa cadere bene da ottocento metri e più.

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Vado dove mi si chiede di andare, è la frase dietro cui si celava un criptico Mauro Masi ogni volta che – negli ultimi dieci anni – qualcuno ha fatto il suo nome per l’altissimo scranno televisivo. Discrezione, oggettività, scrupolosità nell’esercizio delle funzioni, ecco che cosa ho imparato in quasi vent’anni di Banca d’Italia, diceva l’alto funzionario per convinzione profonda e per non commentare quei pettegolezzi mediatici. Chi lavora con lui conosce il suo motto: “Fai bene quello che puoi fare nel tuo piccolo”.

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Che non ti venga la tentazione, però, di chiedere a Masi: scusi, ma lei è stato davvero paracadutista? La verità emergerà, lampante e indelebile, svelata dalla saettante Folgore tatuata sul bicipite del segretario generale – tatuaggio che il segretario generale stesso non manca di mostrare agli interlocutori scettici. Nella vita non paracadutistica, Mauro Masi di governi ne ha effettivamente attraversati tanti, come capo di dipartimenti, segreterie generali, alti uffici stampa, commissariati speciali, sopravvivendo alla crisi della Prima e della Seconda Repubblica e soprattutto a una sfilza di premier multicolori: Ciriaco De Mita, Lamberto Dini, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Silvio Berlusconi – e tutti lì ad apprezzarlo, promuoverlo, confermarlo, tranne il Prodi del secondo mandato. Il Professore, infatti, nel 2006, come sottolinea Liberal, “gli ha preferito Carlo Malinconico come capo dell’amministrazione e Paolo Peluffo come responsabile editoria”. Erano altri tempi, scrive il cronista Marco Palombi ricordando la vecchia leggenda dello scontro tra Ciampi boys e Dini Boys. Allora molti pensarono che quell’asticella sulla via della salita di Masi verso il vertice dell’amministrazione pubblica fosse un contrappasso ineludibile, un retaggio della guerra antica tra Lamberto Dini e Carlo Azeglio Ciampi, un tempo direttore generale e governatore della Banca d’Italia. E dunque nominare responsabile dell’editoria Peluffo, ex Ciampi boy, era un po’ come prendere idealmente il posto di Masi, ex Dini boy che quel ruolo aveva già ricoperto, e con risonanza sempre maggiore.

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Eppure Mauro Masi tutto sembra
, a prima vista, tranne che un ombroso consigliere che si nasconde nelle segrete stanze. Delle segrete stanze Masi conosce i segreti, ma non ha le phisyque du rôle del Richelieu dai passi silenti e implacabili. Con il mustache coprente da sceriffo che va a caccia dell’indiano e l’incedere non felpato da ragazzone di Civitavecchia che ama lo sport e le cose belle della vita, Masi, potendo, non lesina cordialità e convivialità. Pare che alle riunioni con i fidatissimi ami raccontare, per alleggerire il clima della dura giornata lavorativa e nonostante lo stakanovismo che lo contraddistingue (con lui i fannulloni non durano), aneddoti innocui, piccole chicche di dolce vita romana, ricordi semiseri di vertici internazionali e resoconti dell’allenamento in palestra –l’hanno sentito autodefinirsi “decente boxeur”. Decente boxeur di boxe thailandese, quella fatta di colpi micidiali, tibie, gomiti, ginocchia, vecchie leggende di principi spodestati nel Siam e combattenti poverissimi strappati alla giungla.

Silenzioso sa esserlo, Masi – devo vedere una persona, ne parliamo dopo, dice, abbassando lo sguardo e brandendo il cellulare, agli indiscreti che lo importunino con domande a cui rispondere non può – né si è mai visto Masi distogliersi da un dossier fino a che il dossier non era stato ridotto a poltiglia dalla sua meticolosità. Ma quando parlare si può – in caso di consesso mondano decontracté, per esempio uno dei salotti del giro Angiolillo, Carraro, Vespa, con qualche puntata da Roberto D’Agostino – Masi conversa, sorride, apprezza la buona cucina e magari si slaccia qualche bottone della camicia bianca, sempre bianca, in linea con lo stile Banca d’Italia, sotto la quale qualcuno ha visto rilucere una catena d’oro su petto nerboruto. Un dettaglio, questo, che nulla toglie alla sobrietà dell’abito, dicono le signore che per Masi spendono parole elegiache – “un cavaliere di nome e di fatto”, “un uomo arguto e gentile”, “un interlocutore piacevolissimo”.

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“Crimes, computers and videotapes”
. E’ il titolo di un saggio scritto da Mauro Masi, con Salvatore Lo Giudice, nel 2007 (ed. Il Sole 24 Ore). Titolo non senza spirito che riecheggiava il film “Sex, lies and videotapes”, consacrazione di Andy MacDowell e dei suoi ricci sensuali. Solo che non c’era nulla da ridere. Erano i giorni duri (per Masi) della lotta contro i pirati che solcavano le acque del Web. Erano giorni in cui i Verdi, i Radicali e molti militanti della sinistra scendevano in piazza contro colui che voleva istituire il “reato penale di download di canzonette”, l’uomo che aveva in mente, dicevano, di mettere “un poliziotto davanti a ogni computer”, il burocrate che avrebbe compresso “la libertà dell’utente, reo di essersi scambiato file privati”. Oggi, invece, il Cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana Mauro Masi apre forum multimediali antipirateria sul sito del governo e veleggia sicuro tra Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, Gianni Letta e Massimo D’Alema, l’eminenza baffuta (come Masi) che da premier lo nominò commissario straordinario della Siae e da vicepremier lo volle capo di gabinetto e delegato per l’Italia all’Onu per la proprietà intellettuale. Curriculum che spiega come mai il mensile Prima Comunicazione abbia affiancato al nome di Mauro Masi l’aggettivo “palindromo”: si legge allo stesso modo da destra e da sinistra.


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Nell’abito invece Masi è monolitico.
Sobrietà per il grand commis vuol dire abito blu, gessato quando occorre. Vuol dire cravatta a pallini, azzurra o rosa quando l’occasione lo consente. Nessuno vede mai Mauro Masi con un cappotto, non importa se fuori piove o tira vento. Ma tutti vedono sempre Mauro Masi con un paio di occhiali Ray-ban a specchio, non importa se fuori piove o tira vento. D’altronde Masi ci tiene, all’aspetto, e ha sposato una donna di grande avvenenza, Mary, misterioso cigno americano che negli anni Ottanta sfilava per i più noti stilisti, come raccontò un giorno Maria Latella sul Corriere della Sera. Mary era una bella tra le belle, e il funzionario paracadutista si innamorò. E oggi fa la spola tra l’Italia e gli Stati Uniti, dove da qualche anno vive Mary con i loro due figli – anche se ora uno dei due arriverà in Italia, perché la famiglia Masi ha messo radici pur essendo ubiqua: sembra ieri che il segretario generale, bambino, trotterellava dietro al padre, anche lui funzionario statale, da Civitavecchia in su e in giù per l’Italia, ché lo stato chiamava e non si poteva dire no. Poi vennero gli anni di Giurisprudenza, la laurea, la London School of Economics, molte partite a rugby in Inghilterra e infine il concorso. In Banca d’Italia sono entrato subito, racconta il segretario generale a collaboratori e conoscenti, autocelebrandosi un po’ – a buon diritto: da bravo studente, sgobbando, è diventato professore e plenipotenziario specializzato.

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Anche troppo specializzato, dicono con affetto a Palazzo Chigi: l’antipirateria è diventata ragione di vita. Al punto tale che Masi si è sobbarcato un impegno aggiuntivo che ha fatto tremare il già sovraccarico staff: intervenire personalmente e quotidianamente nel suddetto forum multimediale dove l’utente medio parla di download, tracker, provider e linkaggio come parlasse di cosa fare stasera. Masi controlla, vista, riguarda. Capita che un utente scriva: “La rete sta diventando sempre più giungla, ogni giorno sbuca il furbetto di turno che apre un sito dove puoi tranquillamente vederti i film che sono ancora al cinema gratis”. Capita che spunti la domanda: “E’ possibile dare indicazioni su dove ci si può recare a delinquere (nel download, ndr) senza essere collusi o complici di chi compie il reato? Se io mi mettessi in strada e indicassi la via per comprare materiale rubato, droghe, armi o dvd copiati ma in realtà non possedessi nulla di tutto ciò, mi lascerebbero fare?”. Capita che un contestatore sbotti contro “la gente che vuole un clima di terrore per proteggere il noleggio di filmetti”. Ed ecco che un moderatore (Masi in persona o un collaboratore che parla per bocca sua?) butta lì due righe di leggi, direttive, commi, sottocommi inintelleggibili ai più. E per buttarli lì al momento giusto, lo staff deve stare all’erta. Masi ne fa una questione d’onore: un appuntamento può saltare, il giro sul forum no. Meno male che c’è l’efficientissima assistente Milena – efficientissimo, dice Berlusconi parlando di Masi, l’ha detto pure davanti al Papa, e Milena è non solo efficientissima, appunto, ma granitica nella sua intransigenza di fronte all’agenda del segretario generale. Non passerete, sembra dire Milena con gli occhi agli scocciatori, ed è un generale con le ciglia interminabili di Betty Boop e una voce soave da cartone animato.

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Non passerete, sembrava dire Masi agli spettatori ignoranti in tema di copyright, seduto con la fronte aggrottata, sulla poltroncina del Maurizio Costanzo Show, sotto lo sguardo del nemico di dibattito Vincenzo Vita e di due ragazze dal trucco brilluccicante. Che sia l’investitura per la futura carica Rai?, si chiedevano quella sera gli esegeti di ospitate televisive: se vai da Costanzo una ragione ci sarà. Figurarsi quanto si sono insospettiti, gli esegeti, a vedere Mauro Masi, il più papabile tra i papabili direttori generali Rai, in piedi allo stadio accanto a Clemente Mimun, direttore del Tg 5 nominato nella rosa dei candidati al Tg1. Ma sai com’è, tra due tifosi militanti della Lazio – come Masi e Mimun – non c’è nulla di programmato, ci si incontra lì, si è soltanto compagni occasionali di tribuna. Sono soltanto urla scomposte dopo il gol, braccia alzate e viso paonazzo. E poi sì, se incontri uno in tribuna poi magari te ne vai insieme, e lasci che i pettegoli, ansiosi di scoprire prodromi di future alleanze Rai, ricamino su un pranzo post partita ai Parioli e su un bel piatto di pajata.

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