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Arrigo Sacchi

Arrigo Sacchi è l’uomo che un giorno sostituì Roberto Baggio con un portiere. E basterebbe questo per dire che nell’Italia del calcio è stato tutto e il contrario di tutto, un matto o un santo, don Chisciotte e mister Hyde. Da bambino sognava di diventare direttore d’orchestra: il destino l’ha portato a dirigere calciatori, e a trasformarsi in una perenne figurina Panini. Un bel destino comunque, perché non è da tutti passare dalle scarpe della ditta di papà a Fusignano agli allori del Milan e della Nazionale.

1 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 1 aprile 2001

Arrigo Sacchi è l’uomo che un giorno sostituì Roberto Baggio con un portiere. E basterebbe questo per dire che nell’Italia del calcio è stato tutto e il contrario di tutto, un matto o un santo, don Chisciotte e mister Hyde. Da bambino sognava di diventare direttore d’orchestra: il destino l’ha portato a dirigere calciatori, e a trasformarsi in una perenne figurina Panini. Un bel destino comunque, perché non è da tutti passare dalle scarpe della ditta di papà a Fusignano agli allori del Milan e della Nazionale.

Insomma dal 42 in cuoio al 4-4-2 a zona: dallo zero alla formula alchemica della rivoluzione calcistica. Soprattutto perché, da giocatore, Arrigo Sacchi era risultato di una banalità sorprendente: un terzino da oratorio, senza qualità, scarsa tecnica. E studente per niente modello: non riuscì a ottenere il diploma di ragioniere. Finché la sua via di Damasco non venne illuminata dal calcio inteso come Scienza. La scienza calcistica dell’Olanda, innanzitutto: con quegli schemi perfetti, i portieri che trasformati in difensori, tutti per uno e uno per tutti; ma anche la Juventus di Heriberto Herrera: il paraguayano che a metà degli anni 60 inventò il “movimiento”, cioè il calcio totale in anticipo su mode e tempi. Quando ricevette l’illuminazione, all’inizio degli anni 70, Arrigo lasciò le scarpe e alla moglie Giovanna disse: “Diventerò un grande allenatore”. L’inizio fu vincente e appartiene ormai al mito: Fusignanese, Alfonsine, Bellaria, la giovanile del Cesena, il “supercorso” a Coverciano, lo scudetto Primavera con il Cesena, il Rimini in C1, la Primavera della Fiorentina. Poi il grande salto: due stagioni al Parma e infine il Milan. Anno 1987. Campionato 1987-88. Lo volle Silvio Berlusconi: l’anno prima, a San Siro contro i rossoneri, il suo Parma aveva dato spettacolo, da anni non si vedeva una squadra di provincia divertire così. Ma l’avvio di Sacchi al Milan fu sconsolante. Molti giocatori non capivano il suo linguaggio tattico, o per meglio dire il suo linguaggio e basta, un italiano da ingegnere balistico: pressing e marcature “a scalare”, “elastico” e “attacco”. L’omino di Fusignano, dai capelli corti e bianchi e dal sorriso stereotipato, faceva correre i suoi impartendo gli ordini con un megafono. Milanello diventò il regno della perplessità. E c’è chi era pronto a scommettere: “Questo qui non mangerà il panettone”. Non fu così. Sacchi l’Uomo Qualunque diventò Sacchi l’Allenatore Vincente: uno scudetto, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe europee, due Coppe Intercontinentali, una Supercoppa italiana. Tutto in quattro anni. Visto da destra: ha vinto grazie ai Franco Baresi, ai Paolo Maldini e a quei tre fenomeni di olandesi, Van Basten- Gullit-Rijkaard. Visto da sinistra: merito suo, della sua intelligenza calcistica, non si era mai vista una squadra italiana umiliare il Real Madrid a San Siro e compiere meraviglie al Santiago Bernabeu. Popolo e critica insomma sono spaccati in due: da una parte i difensori del calcio all’italiana (“trapattoniani”, nel gergo degli iniziati), dall’altra i “sacchiani”, gli adepti del nuovo credo. Per Gianni Brera siamo davanti a un caso di eretismo podistico. Altre firme famose, come Franco Ordine o Giancarlo Padovan (che gli dedicherà un bel libro “Abbasso Sacchi, viva Sacchi”) sono dalla sua parte, fedelissimi.

Per Franco Rossi, capo dello sport al Giorno, il credo pallonaro di Sacchi è semplicemente ispirato al calciobalilla: quattro in linea e una volta passata la palla non c’è più niente da fare. In mezzo c’è lui, l’Arrigo: Coppi e Bartali nella stessa persona. Fin dall’inizio dimostra che con la stampa ci sa fare. Un ricordo personale. Per Tuttosport vado a intervistare Arrigo Sacchi a Parma. È già il nuovo allenatore del Milan, ma non si può ancora dire. Mi accoglie nella sua casa nel centro storico, mi presenta la moglie Giovanna, le figlie Simona e Federica. Andiamo a pranzo al ristorante. Ore piacevoli, il personaggio è disponibile, ha le idee chiare. “Il giocatore del futuro nascerà da un continuo allenamento dell’intelletto”. Il giorno dopo si gioca Parma-Milan di Coppa Italia. Prima del match, ricevo una telefonata di Sacchi: “Guardi, complimenti, un’intervista bellissima”. In tribuna stampa, mi pavoneggio: “Beh, simpatico questo Arrigo, mi ha chiamato per dirmi bravo per il pezzo”. Si è alzato un coro: “Anche a me, anche a me, anche a me!”. Nel 1991 Arrigo Sacchi è alla guida della Nazionale. Con un ingaggio da 11.621.442.600 lire che finisce in Parlamento. L’Italia, più di prima, si spezza in due. Lui, imperterrito, lo sguardo col passare del tempo sempre più spiritato, prosegue per la sua strada. Schemi e schemini, allenamenti fermati per dare i numeri, nel senso delle posizioni precise in campo. I tradizionalisti si ribellano, gli adepti del profeta vanno in paradiso. “Arrigo io!”, fu il titolo del Corriere dello Sport-Stadio in vista dei Mondiali del 1994. Ma sarà proprio l’avventura americana a rappresentare il rogo delle sue ambizioni.

Si comincia male: sconfitta con l’Irlanda, vittoria sulla Norvegia per 1-0. Partita da archiviare, ma che passerà alla storia come quella del Grande Scontro tra Arrigo Sacchi e Roberto Baggio. È il ventunesimo minuto, il portiere Pagliuca viene espulso: fuori Baggio, dentro Marchegiani. “Fu una specie di illuminazione”, racconterà Sacchi: “Decisi di colpo, come fulminato”. Quando Baggio vide levarsi il cartello con l’indicazione del numero del giocatore sostituito rimase impietrito: “Io?”, fece rivolto alla panchina. Poi, uscendo con la faccia rattrappita dalla desolazione, si lasciò scappare dalle labbra la domanda che mezza Italia e mezzo mondo in quel momento si stavano ponendo: “Ma è matto?”. Il resto è noto. Sarà poi proprio Baggio a trascinare gli azzurri alla finale col Brasile. E sarà Baggio a sbagliare il rigore decisivo.

Nel ’96 Berlusconi richiama al Milan “l’allenatore con la paranoia della vittoria”, ma è un fallimento, il tempo della felicità non torna. Poi l’avventura all’Atletico Madrid, ma è un grande amore che finisce presto. Sacchi, a metà stagione, dice basta. È stanco, sfiduciato. La nuova vita è la Champions League commentata alla televisione. Il tarlo, però, è lì in agguato. E quando Calisto Tanzi gli offre di tornare a Parma, Arrigo dimentica le notti insonni di Madrid, i nervi tesi, l’ansia che saliva durante il match. Non riesce a dire no. Ma è l’ultimo atto, il circo di Buffalo Bill. Dopo tre partite lo stress riprende forma, è l’incubo quotidiano, il compagno indesiderato. No, presidente Tanzi, io davvero non ce la faccio più, scusatemi, scusatemi tutti. Adesso ha deciso di non allenare più e di trasformarsi in un Salinger del pallone: poche apparizioni, molti silenzi e la convinzione di aver lasciato la cronaca per entrare definitivamente nella storia. Davide Fontolan, il giorno che si è ritirato, ha ringraziato il suo maestro: “Prima ero uno che prendeva a calci un pallone, con lui ho imparato a giocare al football”.

In breve
È nato il 1° aprile 1946 a Fusignano. Dopo una modesta carriera da calciatore lavora nella ditta di calzature del padre. Nel 1972 frequenta il corso di Coverciano per allenatori. Rapida carriera: dalla giovanile del Cesena, al Rimini in serie C, al Parma, fino alla panchina del Milan nel 1987. Qui, in quattro stagioni, vince Campionato, Supercoppa di Lega, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe europee e due Coppe intercontinentali. Nel ’91 diventa commissario tecnico della Nazionale, che guiderà nei tormentati Mondiali del 1994.

Darwin Pastorin è stato inviato di Tuttosport. Dirige la programmazione sportiva della pay-tv Stream

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