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Julio Baptista

Fiumicino non è Roma, ma vale lo stesso. Baptista non ha fatto niente, però ha già fatto molto. Quello che basta. Tre partite fa il Messaggero l’aveva marchiato con un 4,5 in pagella, il Corriere della Sera l’aveva infilato tra gli acquisti inutili, il Corriere dello Sport l’aveva massacrato. Ora? Voleva segnare? Voleva allungarla? Voleva appoggiarla? Il mondo cambia in un minuto, con una palla sfiorata di testa, forse neanche voluta, magari persino sbagliata. Gol. Chissenefrega del resto.

31 Marzo 2009 alle 00:00

 

Fiumicino non è Roma, ma vale lo stesso. Baptista non ha fatto niente, però ha già fatto molto. Quello che basta. Tre partite fa il Messaggero l’aveva marchiato con un 4,5 in pagella, il Corriere della Sera l’aveva infilato tra gli acquisti inutili, il Corriere dello Sport l’aveva massacrato. Ora? Voleva segnare? Voleva allungarla? Voleva appoggiarla? Il mondo cambia in un minuto, con una palla sfiorata di testa, forse neanche voluta, magari persino sbagliata. Gol. Chissenefrega del resto. Non è il primo, ma è l’ultimo, Julio. Si ricomincia, novembre come luglio, eccoci qua. Mancano ancora sei mesi e mezzo alla fine del campionato, Baptista ha appena cominciato. La Lazio, la notte di Roma, l’Olimpico, le urla, il giorno dopo. Il derby dura mezza stagione, fino al ritorno. Allora Julio s’è prenotato il futuro prossimo e s’è dimenticato dell’intervista che aveva dato all’Independent il giorno di Chelsea-Roma: “Mi manca Londra. Sì non mi ero ambientato benissimo, ho avuto difficoltà perché non c’era niente da fare rispetto a Madrid, però quando sono andato via ho capito che mi mancava”. Ora non manca niente. Si doveva andare a Lecce, col fantasma perenne dell’84 che insegue ogni volta questo incrocio. Eppure stavolta non c’erano scudetti in ballo, non c’erano squadre già retrocesse che ti rovinano tutto. Si gioca e basta. Ha giocato anche Baptista, ovvio. Là, davanti, dove gli piace di più, dove ha sempre voluto stare: “Io a Siviglia segnavo tanto perché giocavo nel mio ruolo”. Tre punti per la Roma, anche senza un suo gol. Tre punti e la testa già in Romania per il mercoledì di coppa.
La Roma l’ha preso per questo. Serviva uno pesante: alto, forte e piazzato. Uno da mettere in mezzo ai due centrali avversari per farli impazzire. Un brasiliano non brasiliano. Perché non c’entra con l’archetipo dell’attaccante sudamericano, piccolo, veloce e tecnico. Diverso anche da quelli alla Ronaldo: l’altezza è simile, ma è diversa la conformazione. Ronnie assomiglia di più ai bassotti per il modo di giocare. Baptista usa il corpo diversamente: è il suo perno, la sua arma. Due spalle così ti fanno andare oltre il metro e ottantatre e i settantacinque chili. La Bestia è il soprannome che gli hanno dato per il fisico, per la larghezza che lo fa assomigliare a un giocatore di rugby. Lui non lo ama, non l’ha mai amato. E’ un nomignolo un po’ volgare per uno che ha i piedi buoni, che sa calciare le punizioni, per uno che sa accarezzare il pallone, per uno che veniva considerato più forte di Kaká. Perché sono nati insieme. Però Julio era cresciuto meglio, più calciatore e meno bravo ragazzo, più pronto a cercare i soldi e la gloria in Europa. A San Paolo c’è la Copa São Paulo Junior, il più importante torneo di calcio giovanile del Brasile. Ottanta squadre, ogni giorno dieci partite, gironi e dopo i gironi la fase a eliminazione diretta. La Copinha, la chiamano. Arrivano gli osservatori di tutti i club del mondo. Per capire: nel 1972 la giocarono Paulo Roberto Falcão e Toninho Cerezo, che arrivarono anche primo e secondo nella classifica del miglior calciatore del torneo. Ecco, trent’anni dopo, nel 2002, in campo c’era Julio Baptista e la sua riserva era Kaká. Poi diventarono compagni in prima squadra e amici nella vita. “Io ho avuto la fortuna di svilupparmi prima. Sono diventato presto alto e forte. Questo mi ha permesso di arrivare in fretta in prima squadra e di essere considerato un giocatore vero molto presto”. Prima della Bestia era il Tank, non gli piaceva neanche quello, però almeno aveva un significato diverso: da ragazzino non faceva l’attaccante, ma il mediano, il centrocampista difensivo, allora andava a sradicare i palloni dai piedi degli avversari. Carrarmato, che fa tanto violento e anche un po’ bossetto da film come “La Capa Gira”. Non c’è più quel soprannome, è rimasto quell’altro, sopportato appena, ma ormai entrato nella sua vita e nei suoi racconti. Gliel’hanno dato a Siviglia, dove è andato cinque anni fa, nel 2003. Cinquanta gol in due stagioni. Forse più di quanto se ne aspettassero lui e il suo stesso club. In ogni modo, in ogni forma. Il più bello contro il Villareal: stop di testa e pallonetto al volo. Poi punizioni una dietro l’altra, a modo suo, con la rincorsa dritta e il piede che si ferma a metà quando calcia. Julio ha uno stile suo in tutto: nell’andatura, nel modo di tenere le braccia quando corre, nel dribbling. Potente e agile. Non assomiglia a nessuno, non cerca paragoni. Due anni fa, quando il Chelsea offrì una valanga di milioni per avere Ronaldinho, lui era nell’Arsenal, allora cominciarono a chiedergli come si sarebbe sentito in caso fosse arrivato Dinho. “Non sono proprio la stessa cosa”, scrisse il Times. Poi andarono a intervistarlo: “No, non sono Ronaldinho, ma segno anche io gol niente male”.

Diverso, Baptista. Diverso nel modo di giocare e anche nel modo di essere. Detesta ballare, non ha la nostalgia del carnevale. Anche in questo appartiene alla generazione dei Kaká che smontano pezzo per pezzo l’eterno stereotipo del brasiliano che a un certo punto prende l’aereo e scappa a Rio. Gennaio si prepara, febbraio o marzo sparisce, perché c’è il sambodromo e le maschere e le notti di divertimento. Qui non ci sono carri, sfilate, le signorine che agitano i fianchi. Questa è la gente di San Paolo, che c’entra poco con quella di Rio, non impazzisce per Copacabana, per l’alegria do povo, per l’idea di essere eternamente in vacanza o immersi nella miseria sperando che il calcio sdogani dalla povertà. Diversi, ecco. Niente spiaggia sulla quale dimostri di essere il più forte, niente dribbling e rovesciate tra i tanga. San Paolo è più brutta, più povera, più violenta, però è un altro Brasile. Allora non dite a Baptista di mettersi a ballare con “sasuela sasuela, pe-pe-pe-pe-peeeee, Brigitte Bardot Bardot, e l’amico Charlie Brown”. Lui ama la musica, sì. Canta e suona il cavaquinho, la chitarrina brasileira che ricorda Toquinho e un po’ anche Aristoteles, il centravanti della Longobarda nell’“Allenatore nel pallone”. Ecco, ad Ari Julio assomiglia un po’ di più, proprio per la sua diversità e per la sua anomalia. Allora per esempio Baptista s’è trovato bene a Londra, dove è arrivato via Madrid. Perché il Siviglia lo diede al Real. A prenderlo fu Arrigo Sacchi, forse il tipo che meno si può conciliare con il modo di giocare di Julio. Troppo atipico, troppo indeciso tra l’essere un attaccante o un centrocampista offensivo. Eppure Sacchi lo scelse per il Real. Panchinaro, spesso. Benchwarmer, hanno scritto gli inglesi parlando di Baptista nel periodo madrileno. Scalda panchina perché né Lopez Caro né gli altri allenatori dei Galacticos lo ritenevano abbastanza figo per giocare nel club dei fighi. Però quel gol non l’ha dimenticato nessuno. Quello al Barcellona, al Nou Camp: triangolo al volo e tiro di controbalzo all’incrocio dei pali. Fallo tu, lo facciano gli altri. Come quell’altro al Betis: sforbiciata dal centro dell’aerea. Il Real non poteva essere la squadra per lui, perché spesso è la squadra per nessuno: come fai a giocare quando il nome arriva prima della condizione fisica, quando la campagna acquisti è solo lo strumento di una campagna elettorale. Cassano faceva parte dello stesso Real di Julio. Per divertirsi se ne sono dovuti andare tutti e due. La Bestia è andata all’Arsenal, non in una squadretta. Ha perso il suo numero preferito, il 19, s’è preso il 9. S’è preso anche qualche insulto all’inizio, una quantità mai vista di pioggia, un’altra bella fetta di freddo. Madrid era più viva, Londra è stata più sua. Il che è come dire che un romano possa trovarsi bene a Milano. Si contano. Ecco a Londra di brasiliani felici ci sono stati Baptista e lo scrittore Alex Bellos. A lui, il Guardian chiese di incontrare la Bestia: “E’ un gigante delicato. Una faccia nuova nel nostro mondo. Il Brasile è il più grande esportatore di calciatori. Solo nel 2005, mille ragazzi brasiliani hanno lasciato il loro paese per andare a giocare all’estero. Sono i giocatori più importanti spesso praticamente in ogni squadra in Spagna e in Italia, ma cominciano a esserlo ovunque, dalla Russia a Malta. Mancava solo l’Inghilterra che per anni ha deciso di non importare brasiliani, per il tipo di gioco che si fa qui, per il clima, per l’ambiente all’interno degli spogliatoi. I giocatori che sono arrivati negli anni scorsi non si sono integrati con gli inglesi e con gli altri. Poi è arrivato qualcosa di nuovo: è cambiato il campionato, è cambiato il modo di mettere in campo le squadre. L’Arsenal ha preso cinque brasiliani. Julio Baptista è l’ultimo arrivato, ma forse adesso è quello che si è integrato meglio degli altri”. In quel colloquio Julio ha raccontato se stesso. A cominciare dalla famiglia, dal padre mai conosciuto e dalla madre Wilma, che faceva l’infermiera e che ha cresciuto il figlio con l’aiuto di un fratello. Cioè lo zio di Julio, lo zio vero: quello che ti insegna tutto, che è una specie di fratello maggiore, ma più cazzone e cazzaro. Tipo zio lo Charlie descritto da J.R. Moehringer nel “Bar delle grandi speranze”: l’uomo che ti fa scoprire il gusto dell’amicizia tra uomini, del primo bicchiere di alcol, che ti regala la mazza da baseball o le scarpe da calcio. Lo zio di Julio fu un giocatore professionista negli anni Cinquanta. Portiere. Lo portò lui al campo del San Paolo, gli fece fare un provino: preso. Centrocampista. Julio aveva anche un idolo: Rai Souza Vieira de Oliveira, cioè Rai, il fratello meno famoso di Socrates. Diverso anche lui dal resto dei brasiliani e mai troppo fortunato in Europa. Ha giocato nel Paris Saint Germain per cinque anni, dal 1993 al 1998, senza grande popolarità internazionale. Ha vinto anche il mondiale 1994, negli Stati Uniti, però non se lo ricorda nessuno. Ha più trofei del fratello, ma resta il parente sfigato. Julio lo amava per il suo modo di muoversi sul campo: tranquillo, non un passo sbagliato, al massimo un tocco in più, ma mai la foga, la paura, la tensione. Baptista ha tenuto molto del carattere di Rai: non gli assomiglia neanche un po’, però gli può passare un treno addosso e lui non si scompone, non reagisce alle provocazioni, non si demoralizza se sbaglia. Forse è per questo che ha resistito a Londra, quando nessuno credeva che ce l’avrebbe fatta. Per questo e per la quadripletta segnata ad Anfield contro il Liverpool. Se provi a cercare qualche notizia su di lui arrivi subito lì, ai quarti di finale della coppa di Lega: 6 a 3 per l’Arsenal in trasferta. Qualcosa mai vista nel calcio inglese. Carling humilition, l’hanno chiamata i giornali inglesi. Punizione, gol. Poi doppio passo, dribbling, il triangolo, gol. Poi stop e tiro a incrociare, gol. Poi appoggio di destro, gol. Quattro.

Così anche senza volerlo uno entra nella storia. Baptista s’è tolto il peso di essere considerato uno scarto del Real. L’Arsenal l’ha amato senza poterselo tenere, perché a Londra era soltanto in prestito. E’ tornato a Madrid per giocare ancora a singhiozzo in una squadra che fondamentalmente non poteva essere sua. Allora Roma. Quanto tempo l’ha inseguito? Una trattativa complicata, lunga, fatta di tira e molla. E’ arrivato in estate. Giulio Cesare Baptista, gli hanno detto. Qualcosa di troppo e qualcosa di troppo poco. La prima volta che s’è visto è stato praticamente al funerale del presidente Franco Sensi: gli hanno messo la bara sulla spalla. Poi l’attesa. Tanta. Come se tutto dipendesse da lui. Roma è complicata. Non è Londra, certo. Non è neanche Madrid, però. Il suo problema è stato capitare in una stagione di acquisti un po’ così: Loria e Riise, soprattutto. Quanto hanno deluso? Tanto, forse già abbastanza per farli definire fallimenti. C’era lui, Julio, che ha preso casa senza prendere casa. S’è sistemato all’Infernetto, nel residence dove vivono altri calciatori della Roma. S’è fatto male, hanno cominciato a criticarlo. E’ tornato in Brasile per curarsi e forse per capire che cosa fare, che cosa dire. Lui non c’era e allora a Roma è spuntata anche una voce strana, qualcosa a metà tra il gossip e la cattiveria: l’amicizia con un uomo, un uomo di calcio, ma non di campo. O forse sì, ma non un altro calciatore. Non ha parlato, Baptista. Anche in questo è poco brasiliano: non rilascia dichiarazioni, non ama la copertina, il titolo, la foto. Gli unici che l’hanno beccato in quel periodo sono stati quelli dell’Independent. Solo quell’intervista, quella del “mi manca Londra”. Dov’è Hampstead ora? Il gol al Chelsea è stato il primo che ha cominciato a cancellare la malinconia. Poi il resto. Svanito tutto, perché un gol nel derby di Roma vale quasi quanto i quattro al Liverpool in un quarto di finale nella Carling Cup. Humiliation è un’esagerazione che adesso non si può pronunciare, però fino al ritorno la Bestia sarà comunque l’argomento di Roma, la frase da giocarsi con l’amico laziale fregato. Se ne è accorto lunedì scorso, Julio: “Credevo di aver visto tutto, pensavo di aver giocato la partita delle partite in Spagna. Quando scendi in campo al Santiago Bernabeu o al Nou Camp, credi sempre che non avrai più niente dal pallone. Ieri, però, ho capito che questo derby vale di più di Real Madrid-Barcellona”. Roma s’è tolta i dubbi, sicuro. Non c’è più neanche il residence triste, ma una villa vicino a Casal Palocco. Non lontano c’è un campo da golf. Dice che è così che si rilassa, che è il modo che ha per rimettersi in pace con se stesso. A casa c’è la madre Wilma, con lui. C’è anche la fidanzata. Fine voci, fine cattiverie. Cioè ci sono, ma nessuno ne parla più, nessuno le tira fuori più. Ora è solo calcio. Con il suo stile, con il suo modo di correre e di toccare la palla. Il ruolo, i compagni, il gol. Cinquanta gol in due stagioni? Qui non siamo a Siviglia, forse neanche Londra. Non ancora.

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