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Gennaro Gattuso

C’è quella storia della lumaca di Milanello. “Devono ancora pagarmi la scommessa, infami”. Era viva, appena sbucata da un cespuglio umido. “Quanto ci mettiamo in mano che me la mangio?”. La prese, la infilò in bocca, sparì. “Bè, qual è il problema?”. Gennaro Gattuso lo dice sfacciato, con quella faccia che è sempre così, a metà tra uno che vuole fare il minaccioso e uno che ti sta prendendo per il culo. “Oh, guarda che le lumache le mangiano tutti”.

31 Marzo 2009 alle 00:00

C’è quella storia della lumaca di Milanello. “Devono ancora pagarmi la scommessa, infami”. Era viva, appena sbucata da un cespuglio umido. “Quanto ci mettiamo in mano che me la mangio?”. La prese, la infilò in bocca, sparì. “Bè, qual è il problema?”. Gennaro Gattuso lo dice sfacciato, con quella faccia che è sempre così, a metà tra uno che vuole fare il minaccioso e uno che ti sta prendendo per il culo. “Oh, guarda che le lumache le mangiano tutti”. Ma quella era viva. “Embè. Tu non sai nemmeno quello che ti mangi. Meglio viva che cotta, sai quante volte t’hanno dato un gatto al posto di un coniglio? Te l’hanno preparato e tu non lo sapevi. Un gatto. Cioè quello fa schifo, non la lumaca”. Comunque aspetta ancora. Qualcuno deve pagare e adesso che se l’è ricordato, Rino andrà a chiedere conto. Mica per i soldi, è il principio. Con lui questa parola ritorna sempre. Si ritrova nei ragionamenti, nelle spiegazioni, nel racconto della vita. La fuga da Perugia, per esempio. Oppure la fascia da capitano del Milan. Dicono che quando smetterà Maldini, la società la darà a lui: “Io sono felice. Però devo vedere, prima. Perché ci sarebbe Massimo Ambrosini”. Il codice Gattuso è semplice, ma inaccessibile. Bisogna conoscere il suo mondo, la sua terra, l’educazione, la fatica. Gioca con il suo nuovo status di simbolo, perché gli piace l’idea che grazie a lui, quelli come lui ora non sono più calciatori di fascia B. Le pubblicità, le comparsate tv, le interviste tra il surreale e il tradizionale fanno parte di un progetto non scritto che l’ha trasformato nel modello della rivincita globale. Del sud, del sudore, dei piedi ignoranti. “Se uno nasce quadrato non può morire tondo”. La filosofia spiccia elevata a sistema educativo. Funziona, perché Gattuso è vero, sincero, leale. Lo dicono tutti, si vede, si sente. Sfacciato, però nemico della maleducazione. Semplice, però attratto dall’originalità. Se decide di parlare, sceglie di dire qualcosa. Scherza con se stesso, con le sue origini, con la sua storia, con il suo orgoglio. Il suo bello è il campo e il fuori, l’idea di ritrovarselo di fronte e sapere che sa chi è, sa chi è stato e sa chi vuol essere.

Petto contro petto con Ancelotti, le mani in faccia al mister, l’urlo, lo schiaffetto dietro la nuca. L’eccesso che diventa naturale: con lui ci sta, perché si capisce che non c’è nulla di studiato, artefatto, costruito. Non c’è l’impalcatura mediatico-personale, la volontà di costruirsi un personaggio. Gattuso è personaggio a prescindere, da come cammina a come parla. Avesse giocato in C2, sarebbe stato uguale. Sarebbe andato da un Mario D’Elia o da un Mimmo Lefemmine qualunque e gli avrebbe strillato le stesse cose che adesso strilla a Carletto ogni volta che vince una partita tosta. Oppure avrebbe provocato l’avversario fighetto del Rossano Calabro esattamente come fece con David Beckham la prima volta che se lo trovò contro in Nazionale. Ci fu un contrasto, quello si sentì toccato e si lasciò cadere. Rino lo aiutò ad alzarsi e gli avvicinò il muso: “David, this is not a swimming pool”. A Rossano sarebbe cambiata solo la lingua, non il concetto, né l’approccio. E’ il vero calciatore glocal, lui.

In un mondo di fighetti che hanno viaggiato ovunque, Gattuso è uno che se ne è andato per tornare, è stato due piedi in fuga, esattamente come i cervelli della sua stessa generazione. Dieci anni fa, più o meno. Atterrò a Glasgow da Perugia, a 19 anni. Scappato, dissero quelli del clan Gaucci. C’era stata una trattativa di un mese e mezzo, prima. Contatti, chiamate, offerte telefoniche. Gennaro era del Perugia da diverso tempo, da quando aveva 12 anni e l’avevano preso direttamente da Schiavonea. L’anno dei Rangers fu il 1997: gli scozzesi se lo presero perché non aveva un contratto da professionista e costava due lire. A lui offrivano due miliardi in quattro anni. Caos e caso. L’Italia parlò di nuovo Bosman, di disastro, di scippo. Gaucci esagerò: “Abbiamo denunciato la scomparsa di Gattuso. Da due giorni non è a casa e non si presenta agli allenamenti. E noi abbiamo una responsabilità morale nei suoi confronti, perché vive in un appartamento messo a disposizione dalla società”. Se ci pensa adesso, Rino si fa una risata. Perché lui al centro di un affare internazionale è quasi una barzelletta. Si trascina un’autoironia che lo rende simpatico in una pletora di presuntuosi: “Il pallone d’oro a me? Vuol dire che è finito il calcio”. La fortuna è questa: piacere perché si è se stessi. Piacere perché non si è perfetti. La pubblicità fa a pugni per prenderselo: un integratore di sali minerali, le enciclopedie abbinate ai giornali, oppure una compagnia di telefonia mobile. “Francé, ma l’ammorbidente l’hai messo o no?”. E’ la vittoria dell’orgoglio umile e un po’ terrone. E’ il trionfo di chi vuol pensare che c’è sempre un’occasione per tutti: Gennaro dice di sé che ha imparato a migliorare. E’ la teoria del “mazzo tanto”, altro caposaldo del suo carattere e della carriera. “Sì, ma io l’ho imparato quando ho visto gente come Maldini che alla fine degli allenamenti si fermava a calciare i cross per migliorarli”. Però pure prima a Glasgow, un giorno che si trovò di fronte un avversario vent’anni più vecchio. Giocava contro l’Aberdeen: “Vidi di fronte a me uno di 37 anni. Dissi a me stesso: ‘Sto vecchietto me lo mangio’. Passai un pomeriggio di inferno. La prima regola del calcio è non sentirsi mai superiori a nessuno”. Dice che l’ha imparato quel giorno. Lì in Scozia, dove gli avevano insegnato che tutti i giorni delle partite si doveva presentare in giacca e cravatta e dove s’imbarazzava per l’omaggio ossessivo alla tradizione. Questa: le scarpe dei giocatori della prima squadra le puliscono le riserve. “C’era un ragazzo più o meno della mia età che voleva pulire le mie. Io ci rimasi male: mi sembrava umiliante per lui. Mi dissero che era una regola, che i giovani dovevano anche tenere in ordine e pulito lo spogliatoio. Questo compagno non aveva problemi a farlo. Ce li avevo io. Posso capire che si possano pulire le scarpe a quelli di trent’anni, ma non a me. Così cominciai a pulirmele da solo, anche se l’allenatore non era d’accordo”.

A Milanello non c’è bisogno e non c’è umiliazione per gli altri. Gennaro non se ne andrà mai: fino a quando giocherà sarà del Milan. E’ l’omaggio al padre Franco. “Milanista, tifoso sfegatato di Rivera, uno con due pennelli al posto dei piedi. Per tutti papà era un falegname, ma nell’anima era un calciatore, e non certo un appassionato da salotto, di quelli tutti divano e televisione: era arrivato pure a giocare nella quarta divisione calabrese come centravanti di svariate formazioni della zona, ed è stato il mio primo maestro. Ricordo che un anno giocò nel Corigliano, rivale per eccellenza dello Schiavonea, la squadra per cui tifava mio nonno. Quando arrivò il giorno del derby, nonno si posizionò dietro alla porta e per tutta la partita non fece altro che insultare suo figlio, reo di giocare contro la squadra del suo paese: ‘Carne venduta’ gli urlava, e poi si rivolgeva all’arbitro sbraitando: ‘Signor camicia nera, cacci fuori questa carne venduta’. Quante ne ha dovute subire papà, lui che giocava da attaccante, ma era grintoso come un terzino. Credo trovasse insopportabile il pensiero che il mio modello fosse Salvatore Bagni, che sul suo passato aveva la grossa macchia di aver giocato nell’Inter, e però a me piaceva da impazzire perché aveva un cuore grosso quanto un pallone, perché si caricava sul groppone la squadra, si assumeva le sue responsabilità. Tra i piedi e il cuore, poi, mi ero innamorato del modo in cui portava i calzettoni, sempre arrotolati sulle caviglie: oggi con le nuove regole non è più possibile. Ogni tanto, di soppiatto, provavo ad appendere in camera il poster di Bagni, ma intanto lo scotch non stava mai attaccato e poi mia mamma lo tirava giù e mi proibiva di riprovarci perché si sporcavano le pareti, diceva che non poteva pulirle e ritinteggiarle ogni momento per togliere le sbavature gialle della colla. Io avevo elaborato una teoria del complotto per cui dietro c’era lo zampino di papà che non voleva avere un ex interista appeso al muro, però devo ammettere che lo stesso ‘divieto di poster’ si applicava alle mie sorelle. Loro non miravano certo a Salvatore Bagni, ma avrebbero volentieri appeso quelle facce di cantanti tutti uguali per cui le prendevo in giro. Insomma, non era mio padre il colpevole di quella proibizione. E diciamolo, anche se lo fosse stato lo perdonerei, perché lui è sempre stato il mio modello di vita, non mi vergogno affatto a dirlo. Credo di essere molto fortunato ad avere un padre per cui posso nutrire un’autentica venerazione, che è sempre stato ed è ancora oggi la mia figura di riferimento, il santino che mi porto dietro. Mio padre è sempre dentro di me, non solo perché mi ha insegnato il calcio. Perché mi ha insegnato a vivere. E se dirlo non suona intelligente o simpatico o fico, pazienza, io la penso così”.

Il padre, la famiglia, la Calabria, il mare. “Ora non dite che mi sono montato la testa, ma mio padre era un falegname, come san Giuseppe. Gestiva una falegnameria non lontano dalla spiaggia, assieme a mio zio Damiano, e mamma badava alla casa e a noi figli. Anche se stavamo sul mare non abbiamo mai navigato nel lusso, però non ci mancava nulla. Io da grande volevo fare il pescatore. Se c’è una cosa che mi manca quasi fisicamente nella vita che faccio oggi, è il mare, la mia seconda casa. Perché il mare è come me, non sta ad aspettare nessuno, non sa star fermo”. Gattuso te lo prendi come un pacchetto. E’ uno di quelli che si raccontano sempre senza fasi: la vita è un intreccio costante. Uno che se ne è andato a 12 anni da Schiavonea eppure non s’è mai staccato. Ogni estate, le vacanze sono là. Non esiste la Sardegna, non esistono le Maldive, non esiste la Polinesia. Jonio. Che poi è pure un mare che l’Italia conosce poco, snobba, non ama. Rino sì e con Rino la moglie Monica, conosciuta a Glasgow perché figlia di un immigrato. Loro vanno lì e lì c’è anche un’azienda di Gattuso: l’ha aperta un paio di anni fa. Vende crostacei, molluschi, frutti di mare. Vanno lì e basta. Perché Gennaro non potrebbe immaginare di passare un’estate diversa da quella di Schiavonea. “Dopo mesi di viaggi internazionali e intercontinentali, di sballottamenti su aerei e treni e pullman, chi ha voglia di farle quelle vacanze che sei esausto ancora prima di partire? E che ti promettono esperienze esotiche e poi finisci a mangiare al McDonald’s di Calcutta? Io le esperienze le preferisco genuine e a Schiavonea riesco a trovare il panorama più bello: quello della mia famiglia serena riunita a pranzo”. Felice che c’è il suo mare. Felice che c’è la sua terra. E uno quasi non ci crede che poi è proprio lui: perché se lo vedi in campo ti sembra un duro. C’è quel soprannome: Ringhio. Glielo diedero appena arrivato a Milano. Colpa di un derby: corse per primo a minacciare Ronaldo che giocava nell’Inter. Aveva appena steso Ayala con una gomitata: Rino cominciò a correre e gli arrivò sotto il naso. Allora la mano: “Cazzo fai”. Arrivò Maldini, poi uno a uno tutti gli altri. Lo portarono via, gli dissero che lui era troppo pischello, e che a prendersela con il più forte giocatore del mondo bisognava lasciare che fossero gli anziani della squadra. Ringhio è rimasto perché Carlo Pellegatti ha continuato a chiamarlo così da quel giorno e per ciascuno degli altri che hanno seguito quel fatto. Ringhio, che piace a tutti e forse piace poco soltanto a lui, che sa di essere famoso per la grinta, ma forse adesso ha maturato l’idea anche di essere migliorato con la tecnica. Si diverte a palleggiare con la testa: non è bello, non è graziato, non è elegante. Con quelle gambe che fanno un po’ a trottola e che lo fanno assomigliare più a un giocatore di rugby che a uno di calcio. Tum-tum-tum, tre colpi con la fronte, poi di corsa indietro a coprire. Non piace agli esteti del pallone. Qualcuno nel 2002, durante il mondiale giapponese, arrivò a insinuare che non fosse adeguato per la Nazionale: “Mi accontento di piacere ai tifosi del Milan. Piaccio a Berlusconi ed è già parecchio”. Gattuso è ciascuno di noi, con una forza che hanno tre o quattro persone in tutto il campionato. S’è messo come un mulo a migliorare la tecnica: il passaggio, il lancio, il tocco. Però il mestiere suo non è questo. Corre. Corre. Corre. “A volte Totti e Del Piero mi fermano e mi chiedono: ma quanti polmoni hai?”. E’ una domanda comune e adesso anche banale. Rino si conosce e si riconosce.

Paradossalmente, chi non ha mai visto una partita di calcio può non sapere chi sia Kakà, ma sicuramente sa individuare Gattuso. E’ il primo così: quelli come lui, i Furino, gli Oriali, i Colombo, i Bovini, erano calciatori per esperti. Gregari. Roba di nicchia, di piccolo cabotaggio, riflussi della notorietà della squadra. Qui c’è lui che viene prima di molti altri. Con una faccia che non si dimentica e un atteggiamento che è diventato la sua business card. Uguale in campo e uguale pure quando fa la pubblicità delle mutande Dolce & Gabbana. Gli altri sembrano ridicoli, lui sembra Gattuso. Uguale perché evidentemente se non cambia il cervello, non cambia manco lo sguardo. Con lui è così: “Ho guadagnato abbastanza da far vivere bene i figli dei miei figli”. Parla poco di contratti: gli euro servono a domani, a tenere in piedi la famiglia, dall’alto in basso. Prima papà e mamma, poi le sorelle, la moglie, i figli e i nipoti che arriveranno. Servono all’azienda che ogni anno alleva e vende e fa lavorare qualche decina di persone. Servono anche a una fondazione che porta il suo nome e che ha fatto nascere una serie di scuole calcio in tutta Italia. Il concetto base è sempre lo stesso: se ce l’ha fatta lui, c’è spazio per tutti. Resta il “gran mazzo”. Quello sì, sempre. E’ la base. L’inizio e pure la fine. E’ tutto. “So di non essere bello da vedere ma se dovessi rinascere, vorrei rinascere Gattuso. E sapete perché? Perché se undici Gattuso giocano contro undici Montella, di sicuro non perdono”.

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